_Le Pasquinate._
A Roma nel rione Parione, dov'è il palazzo Orsini, che nel 1791 i
Braschi comperarono per cinquantamila scudi, sta sulla cantonata della
piazza una statua monca, senza naso, nè braccia, nè gambe. Lodovico
Castelvetro, nella _Ragione di alcune cose segnate nella canzone di
Annibal Caro_, riferisce aver udito dal Tibaldeo che a Roma visse un
sartore arguto, di nome maestro Pasquino, nella cui bottega in Parione
convenivano molti bajoni, ed anche cortigiani, ambasciadori, cardinali,
a tartassar il terzo e il quarto. I motti e i frizzi correano poi per la
città, e anche quelli d'altri s'attribuivano a maestro Pasquino. Era
costui morto da poco tempo, quando presso la sua bottega si sterrò una
statua, guasta, ma che giudicossi un capolavoro, e che figurasse
Alessandro, o Menelao che sostiene il cadavere di Patroclo. I bizzarri
dissero ch'era Pasquino risorto, e cominciarono attaccar a quella le
satire.
Il fatto non è esatto, poichè sappiamo che, al tempo del Tibaldeo, già
quella statua stava eretta sopra un piedistallo presso al palazzo
Orsini, il quale fu bensì ricostruito dal Sangallo verso il 1512, ma
esisteva da ducento anni: e par probabile quel torso fosse scoperto nel
cavarne le fondamenta, lungo tempo prima del maledico sartore. I capi
rioni attaccavano a quella statua gli avvisi municipali, essendo in
luogo centrale e frequentato, poi anche l'autorità ecclesiastica le
indulgenze, le pastorali, ecc., finchè anche i maligni cominciarono
appiccicarvi le satire, di cui fu sempre ghiotta quella popolazione, e
che si dissero pasquinate anche quando o non v'erano state affisse, o
l'erano ad altre statue. Perocchè il privilegio di Pasquino fu diviso
dal Babbuino che dà nome a una via, dal Facchino del palazzo Piombino,
dall'abbate Luigi, da donna Lucrezia dietro il palazzo di Venezia, dallo
Scanderbeg sul palazzo che fu abitato da questo, e principalmente dal
Marforio, dio marino colossale dissepolto tra il Foro (_Martis forum_) e
il tempio di Marte, e collocato per prospettiva alla fontana di
Campidoglio.
Massime alle elezioni dei papi si moltiplicano queste satire, per lo più
brevi, talora in dialogo, sempre argute. Noi ne accenneremo alcune, che
abbiano qualche appiglio colla nostra storia.
A Sisto IV morto:
_Stupra, fames, strages, usura, furta, rapinas_
_Et quodcumque nefas, te duce, Roma tulit._
_Magna (licet tarde) solvenda, est gratia morti:_
_Omne scelus tecum, Sixte cruente, jacet._
Per Alessandro VI, quando si ripescò dal Tevere il cadavere di suo
figlio:
_Piscatorem hominum ne te non, Sexte, putemus,_
_Piscaris natum retibus ecce tuum._
E altre volte:
_Vendit Alexander claves, altaria, Christum:_
_Emerat ille prius, vendere jure potest._
E alla sua morte:
_Dic unde, Alecto, pax hæc effulsit et unde_
_Tam subito reticent prælia? Sextus obit._
Per Giulio II, che diceasi aver buttato le chiavi di Pietro per impugnar
la spada di Paolo:
_Huc barbam Pauli, gladium Pauli, omnia Pauli:_
_Claviger ille nihil ad mea vota Petrus?_
e altrimenti:
_Obtulerat, Juli, tibi quæ sors Julia claves,_
_Clavas, erravit credo, datura fuit._
e per le sue indulgenze:
_Fraude capit totum mercator Julius orbem;_
_Vendit enim cœlos, non habet ipse tamen._
Per la mansuetudine di Leon X:
_Ipse licet cupias animos simulare Leonis_
_Non lupus hoc genitor, non fuit ursa parens_
_Ergo aliud tibi prorsus habendum est, cæcule, nomen,_
_Nam cuncta ut possis, non potes esse leo._
Altra volta Pasquino era comparso da pellegrino mendicante, e diceva:
«Andrò ai Galli e agli Ispani per empir la tasca d'oro, poichè il poter
dell'oro caccia adesso le Muse. Amici, portatemi oro, non versi; ai
potenti non comanda che il denaro».
_Dona date, astantes; versus ne reddite: sola_
_Imperat ætheriis alma moneta Deis._
Ma perchè i letterati, contenti de' favori di papa Leone, lo lasciavano
tacere, Pasquino cantò:
_Non homo me melior Romæ est. Ego nil peto ab illo,_
_Non sum verbosus: hic sedeo et taceo._
Di rimpatto si sfogò contro Adriano VI. Sotto Clemente VII le sventure
furono troppo serie: ma alla sua morte, che si dicea causata
dall'imperizia del medico Curti, fu scritto:
_Curtius occidit Clementem; Curtius auro_
_Donandus, per quem publica parta salus._
O gli applicaron il versetto evangelico: Ecce qui tollit peccata mundi.
Fu anche scritto:
_Nutrix Roma fuit, genitrix Florentia: flevit_
_Nec tua te nutrix, nec tua te genitrix._
_Mors tua lætitiam tulit omnibus: unica mæret_
_Quæ, te regnavit principe, dira fames._
In un altro epitafio assai lungo, dopo basse ingiurie, s'invitano i
Romani a festeggiare, perchè
_Pristina libertas reddita, Roma, tibi est._
Al tempo di Paolo III Pasquino scriveva:
_Ut canerent, data multa olim sunt vatibus æra:_
_Ut taceam, quantum tu mihi, Paule, dabis?_
Ma non tacque, e tra gli altri applicogli il detto scritturale: _Zelus
domus suæ comedit illum:_ e che Roma, dopo trovatasi sì male di due
Medici, or cadde nella frenesia (Farnese).
Un'altra volta narrava Marforio che un angelo intimasse al papa: «Pasci
le mie pecore»; Pasquino replicava aver egli risposto: «La carità ben
ordinata comincia da sè». E Marforio insisteva: «È egli giusto di
toglier il pane di bocca ai figliuoli per darlo ai cani?»
Un'applicazione in grande de' testi biblici fu fatta in occasione
dell'Epifania del 1535, per la gita del papa a Marsiglia.
Il papa diceva: _Modicum videbitis me, modicum et non videbitis me, quia
vado ad patrem._