Colantonio marchese Caracciolo napoletano servì al principe d'Orange
nell'assedio di Firenze, e sostenne varie missioni presso l'imperatore
Carlo V, al quale avea reso pure segnalati servigi nell'occupazione
francese del 1528, onde gli venne in gran favore, e ne fu creato uno de'
sei consiglieri del vicerè di Napoli. Sposò una Carafa, e mortagli sovra
il primo parto, egli concentrò tutto l'affetto sul rimastogli figlio
Galeazzo, e gli cercò sposa Vittoria, erede del duca di Nocera; donde
questi generò quattro figli e due fanciulle.
Galeazzo fu fatto ciambellano, cavaliere della chiave d'oro dell'impero:
e colle cortesi maniere cattivavasi l'universale benevolenza.
Frequentava le conferenze in casa del Valdes con Francesco Caserta,
notando il divario fra l'insegnamento evangelico e le pratiche di Roma,
viepiù da che intese Pietro Martire spiegare l'epistola ai Corintj. Il
quale diceva: «Se alcuno vede in distanza una quantità di persone
muoversi, e girarsi e rigirarsi in diverse direzioni, queste gli pajono
una turba di disennati. Ma se accostandosi s'accorge della melodia che
ispira e regola i loro movimenti, lo spettatore, non solo comincia a
comprendere la loro azione, ma concepisce tal simpatia per questa scena,
ch'egli stesso vuole unirsi ai danzanti. Altrettanto avviene se noi
vediamo taluno cangiare tenor di vita, e operare diverso da tutta la
restante società. Dapprima lo teniamo per disennato o stravagante: ma un
più attento esame della condotta e de' principj suoi ci convince che
armonizza colla parola di Dio e coi dettami dello Spirito Santo. Il
movente delle sue azioni è rivelato, e gli spettatori ne rimangono
talmente compresi, ch'essi medesimi rinunciano agli illusorj piaceri del
mondo, volgonsi con sincero desiderio alla santificazione, e s'accordano
colle persone che prima biasimavano».
Il Caracciolo ben presto entrò nella risoluzione di volgersi a vita di
spirito: ma l'eseguirlo tornava difficile. Il suo grado, il posto alla
Corte, la pubblicità della sua vita esponevanlo agli sguardi di tutti, e
il suo cambiamento desterebbe meraviglia fra le persone, inabili a
comprendere l'efficacia della parola di Dio[70]. Di ciò per altro davasi
minor briga, che d'altri ostacoli. Suo padre Colantonio fondava su lui
superbe speranze d'esaltamento alla sua famiglia: dedito alle pratiche
cattoliche non men che alla Corte, abborriva coteste empie novità, e
nessuna arte trascurò per distorne il figliuolo. La moglie non sapeva
più riconoscere il suo brillante marito nel meditabondo Galeazzo, e
l'accusava di sminuito affetto. La Corte stessa ben presto risolse di
estirpare gli eretici, che colà pendeano al senso degli Ariani e degli
Anabattisti, e coi quali confondeansi tutti i novatori; nè il Caracciolo
era così fino teologante da sapere distinguere, o da poter confutare.
L'Inquisizione in fatto cominciò a perseguitare i novatori e fra gli
altri il Caserta, amico del Caracciolo, che finì sul patibolo.
Come ciambellano, il Caracciolo doveva condursi spesso in Germania, dove
porgeasegli occasione di udire Protestanti, e particolarmente nella
Dieta di Ratisbona (1542), dove si oppugnò la supremazia di san Pietro,
e si sostennero
il matrimonio de' preti, la comunione sotto due specie, ed altri punti.
Ne ritornava egli sempre meglio confermato nella dottrina della
giustificazione, e ancor più dopo una visita che fece a Pietro Martire a
Strasburgo. Reduce a Napoli, esortò gli amici a staccarsi dalla Chiesa
di Roma: e poichè li vide tiepidi, soffocò in sè le affezioni
domestiche, e raccomandandosi sovente a Dio (i suoi ci conservano la
preghiera che suppongono facesse), se ne partì il marzo 1551, avendo
trentacinque anni, e portando duemila ducati. Molti amici aveano
promesso accompagnarlo; ma nol seguirono oltre i confini d'Italia.
Stette alla Corte in Augusta fin quando Carlo V lo mise fuor della
legge; allora passò a Ginevra, ove giunsero poco poi Lattanzio Ragnoni
di Siena, da lui conosciuti a Napoli: e legossi con Calvino ed altri
caporioni, che pensate se carezzavano questo insigne acquisto.
A Napoli tal fuga fu udita con sommo dolore: la famiglia se ne tenne
disonorata; l'Inquisizione fece indagini su' suoi amici: il padre non
tralasciò nulla per richiamarlo; supplicò l'imperatore lo lasciasse
venire impunemente, e gli mandò un salvacondotto di Venezia, in nome
dell'autorità paterna intimandogli tornasse. In fatto padre e figlio
scontraronsi a Verona il 29 aprile 1553, ma per quanto valutasse e
l'affetto e l'autorità paterna, Galeazzo non si lasciò smuovere.
Più tardi, allorchè divenne papa il Carafa suo prozio, Colantonio ne
impetrò che Galeazzo potesse rimanere sul territorio veneto, senza
cessare nessuna pratica religiosa; e gli mandò un passaporto perchè
venisse a Mantova. Ci arrivò infatto il 15 giugno 1555, e subì un nuovo
assalto della tenerezza paterna; non chiedersegli nulla di contrario
alla sua religione; tornasse all'Italia sua; obbedisse al padre in un
punto che nulla ledeva la coscienza; riabitasse colla moglie, coi
figliuoli, nel modo che conveniva al suo grado. Ma egli calcolò che
avrebbe dovuto vivere sotto al papa, presso l'Inquisizione, e preferì le
cipolle d'Egitto alla manna del deserto. Il padre deluso tornossene a
Napoli per la via di Roma: e Galeazzo l'accompagnò quanto il
salvocondotto gli permetteva, per tutto il dominio veneto. In
quell'occasione visitò la duchessa di Ferrara: poi per la Valtellina si
restituì a Ginevra, ove i suoi amici ringraziarono Dio del suo ritorno.
La moglie Vittoria non sapeva rassegnarsi al distacco, e con lettere e
messaggi incessanti lo sollecitava al rimpatrio. Alfine gli chiese
d'almeno vederlo: esibendosi incontrarlo in qualche porto veneto, non
troppo distante dal Regno. E si fissò Lésina, sulla costa di Dalmazia,
sol dalla larghezza del mare Adriatico disgiunta da Vico, feudo suo
paterno. Galeazzo vi comparve puntuale ad aspettarla, ma essa mancò, e
scusandosi con buone ragioni, gli mandò solo i due figliuoli Colantonio
e Carlo. Fosse amore per la donna, o speranza di convertirla e trarla
seco, Galeazzo risolse andarla a raggiungere. Erasi egli fatto cittadino
di Coira, concessione difficilissima a chi non v'abitasse[71]; onde
sicuro tragittossi a Vico, e vi trovò tutta la famiglia.
Quanta fu la prima esultanza del ritrovo, altrettanto il dispiacere di
lui nel non riuscire a trascinar nelle sue opinioni la donna sua, fida
alla religione avita, e risoluta di non abitare paese ove quella fosse
proscritta, e per sempre separarsi da esso se persisteva nell'eresia.
Lasciamo all'immaginazione il distacco, ove mescolavansi gli affetti di
parentela e di patria coi sentimenti religiosi opposti, e lottavano due
convinzioni pertinaci. Col cuore lacerato e chi restava e chi partiva,
si divisero per sempre.
Tragittatosi di nuovo a Lesina, passò rapidamente a Venezia, ove trovò
una lettera di Calvino, che mostravasi sospettoso dell'indugio, e
anelare al pronto suo ritorno, persuaso avrebbe alle affezioni del cuore
preferito la volontà del Signore. «In grande angustia m'avea posto la
vostra gita a Vico; e che cosa non avrei fatto per impedirla? Ma il
Signore vi ha invigorito a resistere alle insinuazioni mondane. La
vostra assenza riuscì penosissima ai vostri nuovi compatrioti». E segue
narrando come avesse dovuto citare avanti al Concistoro Giorgio
Biandrata, Silvestro e Gian Paolo; e quanti scandali nascessero dai
dissensi di costoro e di Valentino Gentili, che disseminavano errori
conformi a quelli di Serveto: che Gentili fu imprigionato; il giovane
Nicolò Gallo di Sardegna rinegò le falsità di cui era accusato. Torni
presto, che spera col suo ajuto ristabilire la pace (19 luglio 1558).
Fu dunque il Caracciolo accolto a Ginevra con grandi dimostrazioni. Poco
dopo consultò Calvino, Pietro Martire, lo Zanchi, se, attesa
l'ostinazione di sua moglie, potesse repudiarla; molto esitarono,
discutendo sul passo della prima lettera ai Corintj, VII, 12; _Se alcuno
ha moglie infedele, ed ella consente abitare con lui, non lascila_: e
malgrado altri passi della Scrittura ove è detto, _Ciò che Dio
congiunse, l'uomo non separi_, prevalse quel di san Matteo XIX, 29:
_Chiunque avrà abbandonato o casa, o fratelli, o padre, o moglie, o
figliuoli pel mio nome, ne riceverà cento cotanti, ed erediterà la vita
eterna_. Dissero essere questo il caso di abbandonare la moglie; onde
esso, a' 10 gennajo 1560, sposò Anna Fremery, da Rouen venuta a Ginevra
per religione. Non fu unione d'amore, ma consonanza di sentimenti;
vissero semplicemente e placidamente a Ginevra; essa andava a fare le
compre, e portava a casa ella medesima le provviste; egli ricusava il
titolo di marchese, contento al semplice nome. Eppure in ogni comparsa
aveva il posto d'onore, ed era riverito non meno che se godesse i titoli
e la fortuna paterna; ogni forestiero lo visitava o invitava, tra' quali
Francesco ed Alfonso d'Este, il principe di Salerno, Ottavio Farnese
duca di Parma. La conversazione rendeva egli dilettevole col narrare i
casi suoi, i viaggi in Germania, e aneddoti sulla Corte di Carlo V.
Meglio amava parlare delle cose divine. A Ginevra pensò stabilire una
Chiesa pei rifuggiti italiani, e vi pose a capo Celso Martinengo da
Brescia, collocandolo sotto la protezione del magistrato. Calvino
dedicogli la seconda edizione de' suoi Commenti sulle epistole ai
Corintj, dicendogli: «Ancorchè voi non cerchiate, alla maniera del
mondo, l'applauso degli uomini, contento d'aver Dio spettatore della
vostra probità, non è giusto che io lasci ignorar ai lettori chi voi
siate, e li frustri della soddisfazione, che dee recar loro l'intender
che un uomo come voi, nato di famiglia chiarissima, abbondantemente
provveduta di cariche eminenti e di beni, avendo moglie nobilissima e
castissima, e da essa una schiera di bellissimi figliuoli, e col
godimento d'una perfetta concordia e pace domestica, in condizione
affatto degna d'invidia, volle, per arrolarsi sotto la bandiera di Gesù
Cristo, abbandonare un'amabile patria, un paese delizioso, un lauto
patrimonio, una casa delle più comode e pompose, spogliarsi direi quasi
dello splendore d'un'alta nascita, sceverarsi dalla dolce compagnia di
padre, moglie, figliuoli, parenti, amici, e rinunziato a tutti i
contenti e gli alettativi che offre il mondo, appagarsi d'arrampicar qui
fra noi, e vivervi col comun popolo, come se nulla il distinguesse. Oh
quanto bramerei che tutti prendessero esempio da voi del rinunziar a se
stessi! locchè è il solido fondamento di tutte le virtù, e propriamente
l'essenza del cristianesimo; nè voi ignorate che poco caso io fo di
quelli che, avendo abbandonata la patria, danno a comprendere alla fin
dei conti di non avervi lasciato le loro cattive affezioni» (20 gennajo
1556).
Ma morto Calvino, il Caracciolo ebbe disgusti e male intelligenze col
consiglio della città, e pensava abbandonarla. Di ciò sarebbesi
pregiudicata nell'opinione Ginevra, che aspirava a divenire la Roma
degli Evangelici: onde si interposero ufficj, pei quali egli rimase[72].
Invecchiando decadde, e soffriva di asma. Considerava rotta ogni
comunicazione colla famiglia, quando gli arrivò un nipote, chierico
teatino, con lettere di Vittoria e di alcun de' figliuoli, cercando
indurlo a tornare a Napoli, o almeno in alcuna parte d'Italia,
offrendogli denaro, e annunziandogli che verrebbe suo figlio Carlo, il
quale, essendosi messo nella carriera ecclesiastica, era per ottenervi
dignità convenienti alla sua nascita. Commosso per affetto e indignato
per ostentazione, alfine Galeazzo buttò le lettere nel fuoco, e dichiarò
non aveva tanto sofferto tutta la vita per poi cambiarsi nella
vecchiaja; nè cercava l'approvazione degli uomini, opposta
diametralmente allo spirito del vangelo. Il Teatino insistette, dalle
preghiere passò ai rimproveri, finchè il magistrato di Ginevra gl'impose
d'andarsene.
Anche un famoso predicatore mosse per convertirlo, ma trovò che, fra le
cure de' medici e le preci della sua Chiesa, era morto il 7 maggio 1556,
di sessantanove anni. La seconda sua moglie sopravvisse di poco, e
abbiamo la lettera che ai capi della Chiesa lucchese in Ginevra essa
dirigeva, congratulandosi del modo rispettoso e risoluto con cui aveano
rigettate le offerte del cardinale Spinola, che gl'invitava a
restituirsi a Lucca e alla Chiesa cattolica[73].
Che il titolo di secondo Mosè fosse dato al Caracciolo dal Beza, ci è
asserito da Nicola Balbani. Questo lucchese, venuto a Ginevra il luglio
1557, elettovi ministro della Chiesa italiana il 25 maggio 4561 e morto
il 1587, tradusse il catechismo di Calvino nel 1566[74], e scrisse la
vita del Caracciolo (Ginevra 1587) che fu tradotta in francese da
Teissier de l'Estang (1681), ristampata a Ginevra il 1554 in inglese e
in latino da Vincenzo Munitoli (1587-1596) poi nel _Musæum Helveticum_
(1717). Il traduttore francese dice che l'originale ormai era rarissimo,
e giovava rinnovarne la memoria alle chiese riformate. «Ginevra, nostra
seconda madre, era tanto poco istrutta di un avvenimento sì raro e sì
bello, benchè passato tutto in essa, ch'era tempo di farle sapere, non
solo che una Chiesa italiana si era formata nella sua cerchia, ma anche
di quali virtù sfavillarono i fedeli di diverse favelle e nazioni, che
Dio qua condusse primi, e indurla a rimettersi a quel primitivo fervore
di pietà, che tanto allettava le oneste persone qua rifuggite».