Arrigo era poc'anzi vicino a Gabriella; ma il ritorno improvviso della
contessa di Castelbianco lo aveva messo in fuga.
— Che hai, zio? — diss'egli, vedendo il Gonzaga con le ciglia
aggrondate.
— Ho... ho, che tu potevi rimanere accanto a Gabriella. Il contino non
aspettava che la tua fuga, per occupare il tuo posto.
— Dovevo forse rimanere? Con quell'altra, che mi fa gli occhiacci!...
— Che vuoi, che ti divori? Ah, benedetto ragazzo! Tu commetti gli
errori, e non sai riscattarli con un po' di coraggio. Eccolo laggiù, il
contino, che fa il trovatore davanti alle belle! Sento una gran voglia
di schiaffeggiarlo.
— E perchè?
— Un'altra lettera anonima, capisci? E questa, poi, l'ha ricevuta il
senatore Manfredi.
— E tu sospetti di lui? — disse Arrigo. — Sei ben sicuro di non fargli
torto, e di non essere tanto più ingiusto verso di lui, dopo che egli ha
incaricato i suoi padrini di farti delle scuse?
— Si possono far delle scuse per debolezza d'animo, come hai creduto tu
questa mane, o per non guastarsi con qualche persona troppo amica
dell'avversario, come ho creduto io; — rispose il Gonzaga. — E in un
caso e nell'altro, si possono affidare le proprie vendette ad armi come
queste. Eccoti una delle lettere, che oggi sono state scritte; è quella
che fu mandata al conte Pompeo. Non ti par naturale di applicarle la
massima romana: “_is fecit cui prodest_?„
Arrigo diede una scorsa alla lettera, e fremette; poi osservò
attentamente la mano di scritto.
— Questo carattere non mi giunge nuovo; — diss'egli.
— Bada; è carattere di donna.
— Appunto per questo. Ho già ricevuto lettere, da questa mano, molto
tempo fa. E dopo che non ne ho più ricevute io, ne avrà ricevute un
altro. Ah, ecco! — esclamò Arrigo, che aveva finalmente trovata la via.
— Ma in verità, sarebbe una cosa orribile. Lui?
— Chi? — disse il Gonzaga. — In nome di Dio, chi sospetti che sia?
— Orazio; — mormorò il Valenti. — Ma la ragione di far ciò? Io non la
vedo. Un amico!...
— Al quale hai ricusato ieri cinquemila lire, in un momento difficile.
— Non gliele hai imprestate tu, zio? e senza ricevuta?
— Non è la stessa cosa, — disse il Gonzaga. — Ad ogni modo, se il tiro
viene da lui, il signor Ceprani è un tristo soggetto.
— Io non l'ho mai avuto per uno stinco di santo; — ripigliò Arrigo
Valenti. — L'ho sempre speso per quel che valeva, e niente di più. Ma
lasciamo stare il Ceprani. Tu restituirai ora la tua stima a quel povero
Guidi?
— Non vedo la necessità di correr tanto; quantunque veda quella di
ritornare di là, in mezzo alla gente. Guardalo laggiù, sempre
appiccicato alla spalliera del sofà dove siede Gabriella. Dio, quante
smancerie! E tu seguiti a far l'astratto, mentre egli ti voga sul remo.
— Eh, caro mio, — disse il giovane, mentre seguiva lo zio nella sala
grande, da cui si erano allontanati, — non trovo da fare di meglio, in
questo momento, e penso di riposare tra due guanciali, fidandomi in te.
Lo sai, il proverbio? Fortuna e dormi. E si può dormire, quando la
fortuna sei tu.
— Arrigo, Arrigo! Se tu seguiti a prender le cose con tanta fiacchezza,
ti do la mia parola d'onore, che piglio il primo treno di domani, e me
ne ritorno alle Carpinete, donde non mi caveranno più neanche gli
scongiuri.
— Come? Ti darebbe l'animo di abbandonarmi? Proprio ora?
— Senti; che serve rimanere? Intanto, ella non vuol saperne di
matrimonio.
— Non vuole? Lo ha detto a te? — chiese Arrigo, turbato.
— Lo ha detto a suo padre, e mi pare che basti. —
Il giovane non fece parola; ma il suo aspetto disse chiaramente allo zio
che egli era stato profondamente colpito.
Cesare Gonzaga, chiamato a dire la sua opinione in una disputa
amichevole tra il senatore Manfredi e parecchi colleghi, si allontanò
dal nipote, che rimase solo, taciturno e smarrito nel salotto, come un
povero forastiero in un paese di cui non sappia la lingua e dove non
conosca un'anima.
Quanto rimase là solo? Un bel pezzo, di certo, e senza avere il coraggio
di accostarsi al crocchio delle signore. Da principio lo tenevano
lontano le guardate feroci di Giovanna; allora, poi, sentiva vergogna di
presentarsi a Gabriella Manfredi, alla fanciulla che lo avea rifiutato
lì per lì, senza dubitare un istante. Povero amor proprio! In esso ci
tocca di soffrire, quando non vive in noi altro sentimento più degno.
Arrigo Valenti avrebbe voluto essere mille miglia lontano; ma non c'era
verso di muoversi da quella sala, dove tutti erano seduti a crocchi, e
dove il timore che la sua partenza fosse troppo notata, lo teneva
inchiodato. E tutti, vicini e lontani, parevano aver gli occhi su lui.
Si accostò allora ad una tavola, prese un giornale illustrato, e fece le
viste di leggere. Aveva finalmente trovato un atteggiamento; non faceva
più la figura dell'uomo impacciato, abbandonato, sfuggito da tutti, che
è tanto ridicola in mezzo alla gente, a quella gente tutta composta di
prossimo nostro, e perciò così pronta ad avvedersi delle nostre angustie
e a farne argomento di beffe. Là ritto alla sponda della tavola, col suo
giornale tra mani, un giornale su cui teneva gli occhi e non vedeva una
sillaba, udiva dietro di sè le voci dei cavalieri e le risa della
contessa di Castelbianco, risa frequenti ed alte, ma troppo asciutte, e
certamente poco sincere. Comunque fossero, beata lei, che poteva ridere
ancora! Quella ilarità continuata, che a volte tradiva lo sforzo, era
sempre una gran cosa, al confronto di quella confusione che teneva lui
in disparte, solitario, con un giornale in mano, come un uomo che fosse
andato in società non per altro che per vedersi lasciato in un angolo.
La contessa chiacchierava e rideva, ma nel fatto soffriva moltissimo. Ad
un certo punto non resse più, e parlò improvvisamente di andarsene.
Erano le dieci, e la sua carrozza doveva essere davanti al portone in
attesa. Quante volte, e con la pioggia fitta, la carrozza non era
rimasta là sotto, ad aspettare la signora, che non avrebbe mai detto di
muoversi! Ma quella volta non voleva farla aspettare neanche un minuto.
Il conte Guidi, che l'aveva accompagnata all'arrivo, si offerse
gentilmente per accompagnarla alla partenza.
— No, grazie, conte, rimanete; non voglio che nessuno si scomodi per me.
Fate chiedere piuttosto se la carrozza è giunta. Il mio domestico sarà
già in anticamera. —
Il conte Guidi andò a prendere informazioni, e tornò subito dopo,
annunziando che la carrozza era giunta. Frattanto il circolo delle dame
si era disfatto, e la contessa di Castelbianco, andando verso il
senatore Manfredi, che stava in conversazione col suo sinedrio di gravi
personaggi, passò accanto ad Arrigo, che si tirò indietro, salutando.
Essa gli diede un'occhiata sdegnosa, rise e gli gittò sul volto una
frase, che sibilò come un colpo di frusta:
— Siete un vile!
— Signora!... — disse Arrigo, sbalordito.
— Siete un vile! — riprese ella, incalzando. — Volete che vi schiaffeggi
qui, alla presenza di tutti? —
Arrigo si ritrasse ancora, chinando la testa, e si allontanò prontamente
da lei.
Cesare Gonzaga aveva veduto l'incontro e indovinato facilmente uno
scambio di parole aspre fra i due. Avvicinatosi al nipote, mentre la
contessa stringeva la mano al senatore Manfredi, gli disse:
— Che è stato? Che cosa ti ha detto la contessa?
— Nulla, zio, nulla; parole amare, sciocchezze da non farne caso. —
E fremeva, parlando così, e guardava sempre intorno a sè, come cercando
qualche cosa. La contessa, frattanto, era partita, e poco stante, fatti
i suoi saluti alla signorina Manfredi, anche il Guidi si mosse per
uscire. Arrigo lo seguì in anticamera, indossò il pastrano anche lui, e
si avviò per le scale sui passi del conte. Quell'altro se lo era veduto
benissimo alle calcagna; ma a tutta prima non ne avea fatto caso,
credendo che si trattasse di una combinazione fortuita. Ma dovette
ricredersi nell'atto di escire sulla via, quando Arrigo Valenti,
affrettando il passo per raggiungerlo, gli disse:
— Signor conte, avrei qualche cosa da chiederle.
— Parli, sono a' suoi ordini; — rispose egli, assumendo tosto un'aria di
cerimonia.
— Poc'anzi, — riprese Arrigo, — una donna ch'ella ha accompagnata in
casa Manfredi....
— Una signora, non una donna; — interruppe il conte Guidi; — la prego di
correggere.
— È giusto; — rispose Arrigo, dopo un istante di pausa. — Non era mia
intenzione di venir meno al rispetto che a quella dama è dovuto. La
signora, adunque, passandomi daccanto, non so per qual cagione di sdegno
contro di me, mi ha detto: vile. —
Il conte Guidi, che si era fermato a guardare il suo interlocutore,
ascoltando pazientemente il suo piccolo racconto, si strinse nelle
spalle, con aria di dirgli: che c'entro io?
— Le signore, — continuava frattanto il Valenti, — hanno parole che
colpiscono peggio dei ceffoni. A noi uomini restano le mani, per
restituire ai cavalieri quello che abbiamo ricevuto da esse. —
Così dicendo, levò la mano e percosse.
Il conte Guidi si aspettava un alterco, e fors'anche un'offesa; ma non
aveva preveduto tanta prontezza di mano. Cacciò un urlo e si scagliò sul
Valenti, che era preparato a riceverlo. Ci fu il solito pugilato, il
solito accorrere dei viandanti, e la solita separazione dei combattenti,
senza che nessuno degli accorsi riconoscesse quei due inferociti
cavalieri e sapesse perchè si fossero accapigliati. Allontanatosi primo
dalla calca, Arrigo vide passare una vettura da nolo, fortunatamente
vuota; vi saltò dentro e disse:
— Allo _Sport_, in via Condotti, e alla svelta! —
Anche il conte Guidi, liberatosi dalla ressa degli importuni, andò di
buon passo allo _Sport_. Giunto colà, prese in disparte i due primi
gentiluomini che gli si pararono dinanzi, e chiese loro di volerlo
servire in una quistione d'onore.
— Con chi l'hai? — gli domandarono.
— Col cavaliere Valenti. Vi prego di andar subito a casa sua, per
portargli la sfida.
— Non occorre andar tanto lontano; — risposero quelli. — Il Valenti è
entrato poc'anzi, ed è nella sala d'armi a colloquio con due altri,
forse per la stessa ragione.
— Tanto meglio! — disse il Guidi. — Andate dunque di là. Voglio un
combattimento ad oltranza. Stamane, per un riguardo a certe persone, mi
son mostrato corrivo a far pace con lo zio. Ora il nipote ha da pagare
per due. —
Mentre queste cose accadevano di fuori, Cesare Gonzaga, rimasto nel
salotto dei Manfredi, girava inutilmente gli occhi di qua e di là,
cercando il nipote. Certo, conoscendo l'indole di Arrigo, l'ultimo
pensiero che gli potesse venire, anzi l'unico che non gli dovesse venire
affatto alla mente, era quello di un suo alterco col Guidi. Egli
sospettò invece che il suo caro nipote, sconcertato dal rifiuto di
Gabriella, avesse fatta la insigne sciocchezza di andarsene _insalutato
hospite_, contro l'usanza della casa, che non ammetteva questi esotici
modi. Turbato dal pensiero di quella ragazzata, che poteva guastare per
sempre il giovinotto coi Manfredi, lo zio Cesare stette ancora un pezzo
a discorrere con gli ultimi rimasti, che si erano raccolti intorno alla
signorina Gabriella. Finalmente, approfittando dell'arrivo del conte
Pompeo, che veniva molto in ritardo a cercare sua moglie, Cesare Gonzaga
si accomiatò, promettendo a Gabriella una visita per il giorno seguente.
— Che uomo, quel Gonzaga! — disse il conte di Castelbianco. — Par sempre
un giovinotto.
— Ed ha anche giovane il cuore; — aggiunse il Manfredi.
— Ah, quello poi ha vent'anni. Figuratevi ch'egli ha domattina un
duello.
— Un duello! — esclamò Gabriella. — Con chi?
— Col conte Guidi.
— E quando lo avete saputo? — domandò il Manfredi.
— Oggi stesso. A tutta prima aveva creduto che si trattasse di suo
nipote; ma invece è lui, proprio lui.
— Anche il Guidi, poc'anzi, era qui, e non ci siamo avveduti che ci
fosse nulla tra loro.
— Eh, capirete; i cavalieri perfetti sanno fare le cose con la debita
discrezione.
— Ma la ragione? Arrivato da due giorni appena, come può aver già avuto
da dire con qualcheduno?
— Che posso dirvi io? La ragione non la so. Del resto, le quistioni
personali non si maturano sempre lentamente; nascono qualche volta da un
nulla, come i funghi, e scoppiano lì per lì, come le bombe. —
Con questi bei paragoni conchiuse la sua imprudentissima chiacchierata
il conte Pompeo di Castelbianco, lasciando i Manfredi nella più dolorosa
ansietà.