Come mai il conte Guidi era venuto via da un colloquio, così lungamente
sospirato? La cosa, che parrà strana ai lettori, dev'esser chiarita da
noi.
Il conte Guidi si era avvicinato a Gabriella Manfredi, approfittando
dell'obbligo di cortesia in cui aveva posto il Gonzaga l'avvicinarsi
della baronessa di Gleisenthal, pur dianzi sua vicina di sinistra nei
famosi lanciers. Anche il Guidi, come altri parecchi, aveva chiesto a
Gabriella il solito onore del solito giro di non so qual ballo che
doveva seguire, ed anche a lui quell'altissimo onore era stato negato.
Gabriella, per quella sera, non ballava più. La signorina Manfredi era
in una insolita e bizzarra condizione di spirito, nella quale un
osservatore della “scuola ereditaria„ avrebbe trovato una eccellente
occasione per dimostrare che in lei operava il sangue di sua madre. Noi,
più timidi in materia di asserzioni, vi diremo semplicemente che
Gabriella Manfredi era commossa, turbata, soggiogata da quel fiero e
nobile uomo, il quale da tanti anni era tipico in casa sua, e quasi
leggendario per lei.
Nelle famiglie qualche volta ci sono, questi numi tutelari e viventi,
immagini rispettate e care di amici lontani nello spazio e nel tempo, a
cui si ricorre col pensiero nei momenti solenni, di cui si citano i
detti memorabili e le azioni virtuose, come se già si trattasse di
uomini che la morte ha consacrati e la storia circondati di una aureola
luminosa. “Questo egli disse, questo egli fece; conformatevi all'esempio
di valor singolare, di onestà incomparabile, di sacrificio sublime„;
ecco l'ammonimento dei vecchi, che nel ricordo dell'amico venerato si
sentono riviver essi medesimi con la loro fiorente giovinezza, e si
dànno con lui in gradito spettacolo alla ammirazione dei figli.
Di Cesare Gonzaga, nelle sue prime relazioni coi Manfredi, noi sappiamo
ancora troppo poco. Gabriella non ne sapeva quasi nulla; ma lo aveva
sentito citar sempre come un eroe, e quell'eroe, che ella vedeva
finalmente, corrispondeva nell'aspetto e nei modi al tipo ch'ella, fin
da bambina, se ne era foggiata nell'anima. Egli era anche bello di una
forte bellezza, e perfino quei capegli grigi tagliati corti, tirati
indietro alla soldatesca, non riescivano a farlo parer vecchio, poichè
il bronzeo color della pelle, prendendo risalto da essi, mostrava la
pienezza e la maestà della forza. Gli occhi di Cesare Gonzaga, azzurri
nella pupilla, biancheggiavano vivaci nel globo, con riflessi e
luccicori di madreperla. A guardarli, ci si vedeva la dolcezza e la
serenità di un bambino; ma quando li girava intorno, luminosi,
iridescenti sul fosco della carnagione, parevano metter faville, ed
erano gli occhi di un forte. Gabriella Manfredi ne fu soggiogata. La
bontà nella forza è sempre piaciuta in singolar modo alle donne; e
Gabriella amava già in quell'uomo forte e buono il primo amico di suo
padre, il tipo di cavaliere perfetto ricordato da sua madre.
Il conte Guidi, come vedete, capitava in mal punto anche lui. Alla
contessa Giovanna, la signorina Manfredi aveva confessato di studiare
quel giovanotto, che le era parso un po' diverso dagli altri; ma in
verità aveva confessato più del vero. Per allora non lo studiava più. Si
studia volentieri quando si ha libero lo spirito, e questo lo sanno
benissimo tutti coloro che non hanno perduta quella onesta consuetudine.
E non solo ella aveva smesso di studiare il conte Guidi; ma egli le era
diventato di punto in bianco.... Come s'ha a dire? Via, diciamo
schiettamente noioso. Nella sua mente, incapace di due contemplazioni,
il pensare ancora ad uno studio così vano come quello del carattere di
un giovanotto già troppo a lungo veduto e non mai cresciuto nella sua
estimazione per grandi fatti, o accenni di magnanime idee, le parve
un'offesa, sì, proprio così, un'offesa a quel nobile uomo, che aveva la
doppia aureola del soldato di Roma e del cavaliere mondiale. Cesare
Gonzaga le arrideva infatti come una luminosa figura d'altri tempi, di
quei tempi che hanno sempre l'obbligo di parere e spesso anche la
fortuna di essere migliori dei nostri. Anche gli antichi Romani erano
fatti così: alle falde del Campidoglio per respingere i Galli e
rovesciare le superbe bilance di Brenno; tra i Persi e i Medi, nel
lontano Oriente, con le aquile infaticabili e coi prodigi del valore
latino.
Il conte Guidi, per altro, non si poteva mandarlo via come il primo
venuto. Quel malinconico cavaliere le aveva dette tante cose leggiadre,
ed ella le aveva già tanto ascoltate, anche senza commuoversi troppo,
che la consuetudine e la cortesia dovevano associarsi a consigliarle un
riguardo particolare di benevola attenzione per lui. Lo ascoltò dunque
ancora, mentre Cesare Gonzaga si allontanava, discorrendo con altri. Ma
il conte Guidi non fu troppo felice, quella volta; anzi, non lo fu
niente affatto. Figuratevi che ebbe il torto d'incominciare così:
— Signorina, ahimè, noi non ci siamo più, questa sera.
— O come? — diss'ella, guardandolo con aria di stupore. — Sarebbe
forse... altrove?
— Eh? — ripigliò il giovanotto. — Un triste presentimento mi dice che
potrei esser cacciato molto lontano.
— Perchè?
— Perchè, — rispose egli, sospirando, — io non sono, come vorrei, un
principe orientale, un personaggio delle _Mille e una notte_, un
Sindbad, un Aladino, un Arun el Rascid.
— Non so chi siano tutti questi signori, perchè non ho letto il libro; —
replicò freddamente Gabriella, che aveva capita l'allusione, — ma mi
pare che ella voglia essere troppe persone ad un tempo. —
Il conte Guidi si accorse di essere andato troppo oltre, e ripigliò
tutto confuso:
— Perdoni, signorina; in questo momento non so più quel che dico. —
Era ancora un bel modo di escire dal ronco; ma per quella volta non gli
valse. Gabriella Manfredi, non avvezza a tanta confidenza di discorso,
si chiuse nella sua severità di dea scorrucciata, e l'imprudente
assalitore levò tosto l'assedio.
Due amici lo presero subito in mezzo, per chiedergli notizie di una
quistione d'onore nella quale egli era mescolato come arbitro. Dovete
sapere che il conte era una specie di Possevino, versatissimo in materia
cavalleresca, padrino nato di tutti i duelli fatti e da farsi. Irritato
com'era in quel punto, avrebbe volentieri parlato di affettar mezzo
mondo e d'infilzare l'altra metà; ma la quistione di quel giorno era
invece finita con un verbale ed una stretta di mano, e perciò il conte
Guidi dovette restringersi a spiegare quel lieto fine, da lui stesso
consigliato, poichè si trattava di due figli di famiglia e a lui non
piaceva d'incorrere nello sdegno delle mamme. Così discorrendo, era
giunto all'ingresso della sala di lettura, dove il conte di Castelbianco
gli si avvicinò e prese parte alla conversazione cavalleresca. Prendeva
parte a tutte le cose dei giovani, il giovane conte Pompeo!
Anche il Manfredi entrava da un altro lato: tirandosi dietro, ahimè,
l'eterno collega, il primo seccatore del regno, che lo aveva una seconda
volta agguantato. Ed altri vennero dopo loro, tra perchè c'era tregua di
danze, e perchè... debbo dirvelo? Veramente mi dispiace un pochino,
poichè si tratta di una cosa brutta, che accade in tutte le feste da
ballo. “Era in quell'ora che volge il disìo„ dei cavalieri più galanti a
piantar lì le dame; quasi altrettante Olimpie sullo scoglio, per
andarsene a dare una sbirciatina alla credenza, o a far crocchio nel
fumatoio. Già, gli uomini saranno sempre uomini, e, quantunque tirati a
pulimento da tanti secoli (si dice da trenta, per gli Europei
meridionali) faranno sempre come i selvaggi loro antenati, e
dimenticheranno le donne qua e là, per starsene a parlamento, occupati a
gestire e gridare. Che gusto ci trovassero gli antichi, e che gusto ci
trovino i moderni selvaggi, sa Iddio. Le dame, allora, consumati a mano
a mano gli ultimi argomenti di conversazione particolare, si avvedono
della mancanza, assoluta o quasi assoluta, del sesso forte; vorrebbero
dolersene, come di una grossa scortesia; ma tra i primi scortesi c'è il
marito, il babbo, il fratello, il cugino; e allora si prende la cosa in
burletta, e si fa, per proposta della dama più allegra, una levata in
massa. Le belle abbandonate vanno attorno per le sale, contente di fare
un po' di chiasso anche loro; e qualcheduna più ardita, penetrando nel
fumatoio, non dubita, ad onta della sua abbigliatura di raso color
crema, o di stoffa argentata, non dubita, dico, di prendere una
spagnoletta e di fumare, non già come un Mongibello, che sarebbe troppo,
ma come un grazioso vulcanetto delle isole Lipari.
— In fondo, hai fatto bene; — diceva il conte di Castelbianco al conte
Guidi. — Erano due ragazzi; e se per caso si facevano male, che strilli!
— Che è stato? Una disgrazia? — chiese il tormentatore di Andrea
Manfredi.
— No, un duello; ma il nostro Guidi, gran cavaliere e mastro di campo,
ha tutto accomodato, con soddisfazione universale.
— Meglio così; bisogna finirla, coi duelli. I Romani....
— Ah, che cervelli esaltati! — esclamò, interrompendo la citazione del
seccatore, la signora Robusti, quella bella che era senza spalle e
voleva farlo sapere.
— Esaltati! — disse il Guidi, inchinandosi con molta galanteria. — E se
lo fossero stati... per la bellezza?
— Allora... non dico più nulla; — rispose la signora, accettando il
complimento per sè, e provando a farcisi rossa.
— Il duello è sempre una pazzia, filosoficamente parlando; — ripigliò il
seccatore. — I Romani non lo conoscevano, e i Romani....
— Che ne pensi tu, Cesare? — chiese il Manfredi al Gonzaga, che stava
zitto, sostenendo le guardate superbe del conte Guidi.
Doveva rispondere il Gonzaga, il re della festa, l'uomo ragguardevole, a
cui l'esilio, i viaggi e le avventure indiane avevano dato come una
velatura di personaggio misterioso. Tutti gli occhi si volsero a lui,
tutti gli orecchi si tesero per udir la risposta.
— Il signore ha invocata la filosofia; — disse il Gonzaga, accennando
con gli occhi e con un breve saluto il collega di Andrea. — In nome
della morale, che è tanta parte della filosofia, il duello si potrebbe
anche chiamare una cattiva azione.
— Proprio, in genere? — disse il Guidi.
— Numero e caso; — rispose il Gonzaga. — È la mia opinione, e,
rispettando l'altrui, dico sinceramente la mia.
— E neanche vorrà tener conto del coraggio che ci vuole, per
commetterla?
— Il coraggio mi piace, ma quando non sia usato malamente, nè a sfogo di
privati rancori, nè a mostra di vanità.
— Il giudizio è molto severo; — notò il Guidi, con amarezza. — E la
guerra? Che altro è la guerra, se non lo sfogo e la mostra di una somma
di rancori e di vanità?
— Ella, mi perdoni, rimpicciolisce la guerra; — rispose imperturbato il
Gonzaga. — Non c'è più vanità, nè rancori, quando si combatte per
l'onore del proprio paese e per il trionfo di una nobile causa.
— Ah, perdonami, zio! — entrò a dire il Valenti. — M'inscrivo per parlar
contro la guerra. È un controsenso, che il progresso ha oramai
condannato; senza contare che le industrie ne soffrono.
— Che argomenti, cavaliere! — esclamò la signora Robusti.
— Ma sai, Arrigo, — disse a sua volta il conte Pompeo, — che tu affoghi
nella prosa? Ti farai odiar dalle dame, che sono già in molte a
sentirti.
— Ah, sì, — rispose Arrigo, spronato anzi che rattenuto da quel mezzo
rimprovero, — un tempo... era assai poetica, la guerra. In primo luogo
la partenza, con la sciarpa trapunta, e i colori della dama sul cimiero;
da ultimo, il ritorno, con un occhio di meno.
— Ma anche con un occhio di meno!... — esclamò la baronessa di
Gleisenthal, quella che, a detta del conte di Castelbianco, avrebbe
oramai dovuto smettere.
— Ah, sì! — pensò Orazio Ceprani, che stava in un angolo, ascoltando. —
Per quella lì bisognerebbe averli perduti tutti e due.
— E lei, marchese, — entrò a dire la bella Carini, — è mai stato alla
guerra?
— Sì, signora, — rispose il Gonzaga, — ed ho fortunatamente salvato gli
occhi... per ammirar la bellezza. —
Non si poteva esser più galanti. Le parole del Gonzaga destarono un
bisbiglio di approvazione, e la bella Carini si fece rossa davvero.
Il conte Guidi, che era messo di punto in bianco da parte, il conte
Guidi, che aveva veduto comparire Gabriella in compagnia della contessa
Giovanna, e che a lei aveva veduto andare, insieme col complimento, lo
sguardo di Cesare Gonzaga, il conte Guidi perdette la tramontana
senz'altro.
— Ed ottenerne il premio! — soggiunse egli, con la sua solita amarezza.
— Chi sa? Fors'anche; — replicò il Gonzaga, sorridendo ironicamente e
rizzando con piglio altero la testa.
Qui proprio avvenne che il conte Guidi non ci vedesse più lume.
— Ma questo sia detto, — riprese egli, imbrogliandosi nel giuoco
dell'avversario, — per le guerre in cui si difende l'onore del proprio
paese....
— Avanti, avanti! — ebbe l'aria di dirgli col gesto il Gonzaga.
— Sì, queste, — continuò il Guidi, — e le altre che si combattono, come
diceva lei, per una nobile causa, e giusta, aggiungo io, son quelle che
fruttano il premio.
— Correggo quel “giusta„; — rispose il Gonzaga. — Non s'intendono cause
nobili, se non sono intimamente giuste. La nobiltà è la bellezza
estrinseca della giustizia. Ma chi le dice che le cause per cui io posso
aver combattuto non fossero giuste? —
Così dicendo, il Gonzaga aveva l'aria di soggiungere dentro di sè: — Ci
sei, bel figurino, non mi scappi più.
— Ma... — replicò il Guidi, oramai trascinato a tutta corsa, come un
povero cavaliere staffato. — Perchè in India, dov'ella è stata
trent'anni, come ho sentito dire, non erano che guerre d'aggressione e
di spogliazione.
— Che ne sa lei? Dato il fatto delle razze sovrapposte dopo la conquista
maomettana, potevano anche esser guerre per la liberazione degli
oppressi.
— Sì, che facevano guerre d'imboscate, guerre di coltelli!...
— E anche di lame più lunghe, signor conte; — ribattè il Gonzaga,
avanzandosi verso il suo interlocutore e fissandolo negli occhi, mentre
con l'accento pacato, quasi dolce, pareva volesse dire la cosa più
naturale del mondo. — Potrei fargliene conoscere la misura... poichè ne
ho portata una bella e interessantissima collezione con me.
— Vedrò volentieri; — rispose, sorridendo a denti stretti, quell'altro.
Queste cose erano state dette rapidamente, a mezza voce, col sorriso
sulle labbra. Gli stessi vicini, a cui era parso che i due interlocutori
si dovessero riscaldare fino a staccare i bollori, videro con piacere
che la quistione finiva in una risata. La contessa Giovanna, rimasta
lontana dal crocchio degli uomini, in compagnia di Gabriella e delle
altre dame che si erano riaccostate a lei, alzò la voce per dire:
— Ma, signori, parlino almeno più alto, che noi lontane possiamo udire e
giudicare, come le dame degli antichi tornei. —
I cavalieri si tirarono da banda, per allargare il cerchio: e Cesare
Gonzaga rispose:
— Bella dama, non eravamo ancora in giostra. Il signor conte Guidi mi
chiedeva notizie dell'India e delle guerre di laggiù. Che guerre,
contessa! Da un lato la conquista, ma con la civiltà; dall'altra il
diritto, ossia una specie di diritto acquisito, ma con la barbarie per
giunta. Quistioni complesse, e perciò guerre brutte; — conchiuse il
Gonzaga, — ma come son brutte tante altre guerre in Europa, che il
signor conte Guidi ha ben definite, guerre di rancori e di vanità.
Belle, quantunque infelici, le nostre, mio caro Andrea, quando
combattevamo, l'uno a fianco dell'altro, per il diritto dell'Italia e di
Roma! La fortuna non ci sorrise; nemici stranieri e nemici domestici
congiurati strinsero ancora una volta le catene ai polsi della patria, e
noi, rincorsi come fiere, abbiamo dovuto disperderci sulla faccia della
terra. Onore a chi ci ha vendicati, risollevando il nostro vessillo;
onore a chi sostiene il diritto e la maestà della patria risorta! Anche
noi, se non sarà troppo tardi, anche noi, quando la bellica tromba... la
rammenti, Andrea, la bellica tromba cantata da Gabriele Rossetti?...
Anche noi, quando la bellica tromba chiamasse un'altra volta alle armi i
figli d'Italia, proveremmo un gusto matto a rifarci la mano, a rivivere
un'ora di gioventù!...
— Il tempo di questi sacrifizi è passato; — sentenziò Arrigo Valenti. —
Paghiamo già tanto, per le nostre difese! Duecento venticinque milioni,
e qualche cosa di più, ci assorbe ogni anno il bilancio della guerra;
cinquanta, o poco meno, il bilancio della marina.
— Finiscila, computista! — disse il Gonzaga, prendendo a braccetto il
nipote e tirandolo fuori, con atto di paterna autorità.
E sottovoce, aggiunse, poichè si fu allontanato dal crocchio:
— Le tue cifre ti guasteranno con Gabriella. Pensa piuttosto a farmi da
padrino.
— Oh, diamine! — disse Arrigo, fissando gli occhi nel volto dello zio. —
Dici da senno?
— Sicuro; o lui manda a me, o io mando a lui. Signor Ceprani, —
soggiunse, vedendo quell'altro, che si accostava, — vorreste servirmi in
una faccenda che vi dirà mio nipote?
— Marchese, son cosa vostra, da ieri mattina.
— Non parliamo di queste piccolezze, e mettetevi d'accordo con Arrigo. —
La contessa Giovanna pensò che fosse tempo di condurre i suoi convitati
alla credenza.
— Gonzaga, — diss'ella, avvicinandosi, — ella mi offrirà il braccio. Si
va all'assalto della cena.
— Volentieri, contessa; — rispose il Gonzaga, mettendosi tosto a' suoi
ordini, ma non senza aver dato un'occhiata di intelligenza a quei due.
E sorridente si avviò, con la contessa Giovanna al braccio, verso la
sala della credenza.
Il conte Guidi non fu così pronto nelle sue ricerche cavalleresche, e
perdette una stupenda occasione di offrire il braccio a Gabriella. Il
fortunato fu presso di lei il loquace collega di suo padre, quello degli
antichi Romani, non potuti smaltire.
Pochi minuti dopo, due amici del conte Guidi, il baroncino di
Gleisenthal e un duchino di Roccastillosa, si accostarono con molta
circospezione ad Arrigo Valenti e gli dissero:
— Cavaliere, siamo stati incaricati dal conte Guidi di una commissione
poco lieta, ma necessaria, presso vostro zio, il marchese Gonzaga. E voi
probabilmente....
— Sì, ho capito; — rispose Arrigo con aria infastidita. — Son io
l'incaricato di mio zio; e Orazio Ceprani, qui presente, è il mio
collega. Domani, cioè quest'oggi, perchè oramai siamo al tocco, ci
vedremo dove e quando vorrete.
— Al caffè di Venezia, verso lo tre, vi fa comodo?
— Ottimamente.
— E chi arriva primo, aspetta: non ci metteremo mica troppa furia, con
una notte perduta?
— Benissimo, chi arriverà primo aspetterà. Ed ora, non ci facciamo
vedere a conciliabolo.
— È giusto; queste cose non si hanno a sapere. Anzi, diciamo pure, che
non è avvenuto nulla.
— Nulla di nulla, è naturale; — disse Arrigo, salutando.
Rimasto solo con Orazio Ceprani, Arrigo diede la stura al suo malumore.
— Ma lo capisci, mio zio!
— Già, parla contro il duello, e se ne procaccia subito uno.
— E così, in un giorno solo, due pazzìe!
— Questa, la capisco; — disse il Ceprani; ma l'altra?
— L'altra! — ripetè Arrigo, guardando il compagno. — Mi domandi l'altra,
tu? L'altra... la so io.