La contessa Giovanna Morati di Castelbianco, presso la quale andremo ad
aspettare i nostri personaggi, con la certezza di conoscerne altri
parecchi, fior di cavalieri e di dame, la contessa Giovanna, dico, era
una bella donna sui trentadue. È una brutta cosa, lo so, contar gli anni
alle donne; ma i narratori hanno dall'ufficio loro il triste obbligo di
essere più noiosi dei presidenti di tribunale; i quali, almeno,
procedendo all'interrogatorio di una bella testimone, possono
incominciare, quando sono galanti, press'a poco così:
— Signora, quanti anni ha? Ventidue, non è vero? —
Dunque, la contessa Giovanna ne aveva già trentadue; età, dopo tutto, in
cui la bellezza è giunta al suo pieno rigoglio, e può ancora aspettare
una lieta maturità. Una bell'alba, sicuramente, ha i suoi pregi, e
piacerebbe anche al re Saulle, che fu, come sapete, l'uomo più scontroso
e bisbetico della storia. Ma un sole al meriggio, Dei immortali! Un sole
al meriggio scotta. E la bellezza della contessa Giovanna era proprio
così, per testimonianza di molti, che s'erano argomentati di godere
accanto a lei d'un calor temperato; scottava senz'altro. Molto grave,
tuttavia, sotto le mostre di una conversazione arguta e di una
affabilità costante; più grave allora, quasi melanconica, e in certi
momenti anche triste. Pareva che la sorte, concedendole la ricchezza e
lo sfarzo di una condizione invidiata, le fosse stata avara di ciò
ch'ella avrebbe desiderato assai più, come a dire una felicità più
modesta e più ignota. E taceva, nondimeno, il suo intimo tormento; e si
padroneggiava, obbligata com'era a ricevere, a sorridere, a dir parole
garbate; ma in quell'ufficio di cortesia si indovinava lo sforzo, e
quella sera più che mai.
Povera donna, mal maritata! Sentite i discorsi che le faceva, dopo
tavola, il suo signore e padrone. Avevano pranzato un poco prima del
solito, perchè ella avesse tempo a disporre ogni cosa per il suo tè. Era
un tè semplice e semplicemente annunziato; ma diventava sempre, aiutando
il numero dei convitati e le voglie della gioventù, un tè danzante. Si
dice danzante, o danzato? Nè l'uno, nè l'altro, probabilmente; era
invece un tè, che quando c'eravate tutti voi, insieme con tutti noi e
con tutti loro, si tirava discretamente nell'ombra, e lasciava che da
una parte si ballasse, dall'altra si giuocasse, e più in là si trovasse
anche una succulenta imbandigione, la quale non so perchè non si
chiamasse cena a dirittura. I tè, chiamati anche _martedì_, della
contessa Giovanna, duravano dai primi di gennaio fino agli ultimi di
febbraio, e godevano di una riputazione straordinaria; ma non ci si era
ammessi molto facilmente, e il numero dei cavalieri non oltrepassava
d'ordinario i cinquanta, tra vecchi amici di casa ed altri, che, avendo
conosciuto i Castelbianco in qualche società e portato al palazzo della
contessa due biglietti di visita, erano stati ricambiati da un biglietto
di visita del conte. Le amiche e nemiche intime di Giovanna, quasi
sarebbe inutile il dirlo, accorrevano tutte, e, sebbene non ci fosse la
pretesa di un ballo, ci andavano in _grand décolleté_. Dico la cosa in
francese, perchè non c'è in italiano, e se c'è, non mi piace trovarla.
I Castelbianco si erano alzati da tavola, e la contessa si muoveva per
andare nelle sue camere ad abbigliarsi, mentre il conte aveva accennato
all'idea di dare una corsa fuori di casa.
— È sperabile, — notò la signora, — che non farete stasera come l'altro
martedì, e non andrete al vostro eterno circolo.
— Non andrò; — disse il conte, sospirando.
— Capisco, per voi è un sacrifizio rinunziarci; — replicò la signora.
— Che dite, mia dolce amica? Mi ci diverto, in casa, mi ci diverto un
mondo. Ma quando mi ci sarò ben divertito, — continuò il conte, mutando
il sospiro in un mezzo sbadiglio, — non saprò più che fare, nella mia
beatitudine. Ah, Giovanna, perchè non siete voi... la moglie di un
altro? Vi farei una corte spietata, e non senza qualche speranza.
— Vi ringrazio del buon concetto che avete di me.
— Si scherza. Ma, dopo tutto, essendo io l'aspirante.... Vedete che il
rischio non è tale da spaventarmi. Siete bella, Giovanna, avete una
testa da imperatrice, e, per andare fino in fondo, il primo piedino
dell'universo. Ma non siete più sola, badate!
— Che cos'è quest'altra stravaganza? — domandò la contessa, seccata da
quei discorsi sciocchi, ma non potendo tuttavia trattenersi dal ridere.
— Eh, vorrei che lo aveste veduto, come l'ho veduto io questa mattina,
in via Sallustiana. Un piedino, che pareva il vostro! Non andate in
collera, mia dolce amica. Ammirandolo come ho fatto, non son venuto meno
a nessuno dei miei doveri. Mi pareva tanto la stessa cosa, che a tutta
prima ho pensato a voi, e mi son chiesto quale delle vostre amiche
abitasse lassù.
— Bella! — esclamò la contessa. — Son forse andata a far visite?
— Capisco, ma che volete? Lì per lì, mi era parso che poteste esser voi.
Per fortuna, se non ho veduto il viso, ho veduto una veste color
marrone; e voi il marrone lo odiate.
— Esagerazione! Non mi piace tanto, ecco tutto; — rispose la contessa,
scuotendo la sua bella testa da imperatrice. — E che cosa andavate voi a
fare lassù?
— Volete saperlo? Andavo a trovare il mio amico Valenti; quel poveraccio
che voi non potete soffrire.
— Altra esagerazione! — ribattè la signora. — Mi è indifferente, e voi,
a furia di dire queste cose, finirete col fargli credere che qui si
parla molto di lui.
— Giustissima, l'osservazione! — disse il conte. — A proposito, stasera
vi presento suo zio, tornato dall'India, il signor Cesare Gonzaga, un
bell'uomo, ancor giovane, coi suoi capegli grigi, che ha la debolezza di
non voler essere chiamato marchese, essendolo: come un altro, non
essendolo, avrebbe quella di farsi dare quel titolo. È un carissimo
uomo, del resto, e metterà un po' di brio in questi vostri ricevimenti,
che mi paiono, scusate, un tantino monotoni.
— Ci vengono tutti i vostri amici, e le mie amiche migliori; — osservò
la contessa.
— Ah, sì, parliamone, delle vostre migliori amiche. La Savelli, che non
è male, ma sta dura, intirizzita, come un idolo indiano. La Carini, che
è carina, ma non ha preferenze che per i capegli bianchi; che posa! La
Robusti, che non ha spalle, e vuol farlo sapere. La Gleisenthal, che è
stravecchia e oramai dovrebbe smettere.
— Smetter che? Di venire a vedere un'amica? — ripigliò la contessa. —
Del resto, le volete giovani e belle? C'è la Manfredi.
— Sicuro, una fanciulla. Ma che strana tenerezza vi ha presa, che volete
dappertutto quel fiorellino appena sbocciato? A teatro con voi; in
carrozza con voi; a casa, non se ne parla neanche. E al solito capiterà
per la prima. Badate, Giovanna; una marchesa che amai, quando ero
giovane, cioè, quando ero più giovane, mi diceva....
— Qualche storiaccia delle solite!
— Bene, vi farò grazia della storia, vi riferirò soltanto la morale:
“Noi donne abbiamo il torto di non esser gelose delle ragazze; e queste,
frattanto, si prendono la nostra bellezza, si vestono della nostra
grazia, e ci rubano il posto.„
— A me, — disse Giovanna, — non ha da rubar nulla.
— E non parlo per voi, moralizzo in genere; — rispose il conte. — Ma io,
ora, vi faccio perdere un tempo prezioso, e dimentico di avere anch'io
qualche cosa da fare. A rivederci tra un'ora, mia dolce amica, e non vi
adirate con la mia esperienza. Quando saremo vecchi, ci servirà. —
Vispo come un ramarro, saltellante come una cutrettola, il ritinto
Alcibiade se ne andò a prendere una boccata d'aria, non senza
l'intenzione di dare una scorsa al suo circolo. La contessa si ritirò
nelle sue camere per abbigliarsi. Mai, come quella sera, Giovanna di
Castelbianco aveva avuto così poca voglia di mettersi in abito di
ricevimento. Piuttosto, ne aveva molta di piangere; e non poteva, pur
troppo, perchè la cameriera doveva venire a vestirla, e una padrona di
casa, giovane e bella, non ha da farsi vedere mai con gli occhi rossi
dalla sua gente di servizio.
La contessa Giovanna era pur da compiangere. I suoi ricevimenti, le sue
feste, l'avevano gradevolmente occupata da principio, mettendo un po'
d'allegrezza nei primi anni di un matrimonio malaugurato. La donna è
così lieta di brillare, che per un tratto dimentica perfino di non esser
felice. Ma l'uso, ahimè, toglie il pregio alle cose; si acquista l'abito
della società, e i balli e i lieti ritrovi non hanno più
quell'attrattiva che li faceva tanto desiderare dapprima. Sebbene,
diciamolo, in quella scuola ristretta e geniale del mondo, quanto meno
si gode lo spettacolo superficiale, tanto più s'incomincia ad osservare
molte cose non vedute, o troppo leggermente, in principio, e si
paragona, e si giudica, non sempre a proprio vantaggio, in mezzo a tanti
esempi di colpe fortunate, di gioie effimere, ma non meno gradite, e di
ebbrezze profonde. Crediamo così volentieri alla felicità degli altri,
quando non ce n'è ombra per noi! Allora una povera donna, piena di
sentimento e turbata da vaghe sollecitudini che nessun rimorso è ancora
venuto a condannare, incomincia, senza volerlo, a cercare per sè. La
cosa non è neanche difficile, poichè è lei la cercata, è lei la
desiderata, e le tentazioni, sotto la veste dell'ammirazione,
dell'omaggio, della preghiera, volano a lei come uno sciame d'amorini.
Fra i molti che la circondano e le dicono tante cose, anche quando non
dicono nulla, c'è il prode capitano, che ha deposte le armi, terror dei
nemici, per segnare il suo nome nel taccuino dalla guardia di
madreperla; c'è il brillante gentiluomo, che alterna maravigliosamente i
trionfi di salotto coi _meets_, il _turf_ e lo _sport_; c'è l'uomo
illustre ed ammirato, che sa interrompere una pagina destinata ai
posteri, per iscrivere un madrigale sull'angolo d'un ventaglio; c'è il
cavaliere pensoso, e sopra tutti pericoloso, che, mostrando di non saper
nulla di nulla, accenna di esser disposto a commettere ogni pazzia; c'è,
infine, il buono e compiacente giovanotto, che ambisce gli uffici del
servitore, non aspettando altra ricompensa che il titolo d'amico, e
lascia intorno a sè un profumo di modestia, che può farlo ricercare, in
un momento di poetica tenerezza, come si ricerca all'odore la violetta
de' campi. E che gioia, quando si crede di aver trovato! Che turbamento
ai primi incontri, che battiti di cuore, che angosce, che contrasti
dolorosi e cari! Ma la passione prorompe; non si resiste alla piena, e
giova dar colpa di ogni cosa al destino; poi, quando si è travolti,
avviene come in fondo a certe cascate della favola, che sotto allo
scroscio vorticoso delle acque irrompenti nascondono un laghetto
tranquillo, angolo riposto e felice, illuminato di miti trasparenze, non
offeso dai raggi del sole, in cui si dimentica volentieri e si confida
di essere dimenticati dal mondo. Vita, son queste le tue oasi
verdeggianti. Ognuno reca ai primi incontri le sue doti migliori, la
bontà serena, la grazia ingenua, la delicatezza squisita, la generosità
commovente, infine, che vi dirò? l'anima vestita a festa. Ma non è festa
ogni giorno: e giungono pur troppo, seguaci non prevedute ma certe, le
ore della stanchezza, in cui la finzione si tradisce e l'inganno si
scopre. Maschere geniali, addio; la commedia è finita. E v'hanno cuori
che non si spezzano, alla triste scoperta, che non disperano, che
cercano ancora, errando di delusione in delusione; tanta è la sete del
vero! Ma, allora miei poveri cuori! A correrne parecchie, di queste
prove dolorose, come giungerete laceri, irriconoscibili, o miei poveri
cuori, alla meta!
Il cuore di Giovanna, non pervertito, nè sciocco, rifuggiva da queste
ricerche. La povera donna aveva creduto ed errato; non voleva
ricominciare. In verità, era così misero l'uomo, e così brutto il
pericolo! Turbata da vaghe paure, agitata dai rimorsi, voleva finirla, e
in un impeto di sincerità dolorosa lo aveva già detto a quell'uomo. A
lui toccava, a lui, di ribellarsi a quella sentenza in nome dell'amore,
onnipossente quando è vero. Ma poteva Arrigo Valenti far ciò? Aveva egli
trovata una di quelle frasi che escono dal profondo del cuore, e
possono, se non mutar nome alla colpa, nobilitarla almeno e renderla
cara come una eccelsa sventura? No, non l'aveva trovata: aveva detto:
intendo, sì, avete ragione, fummo pazzi. E non una lagrima, il vile, non
una lagrima, che temperasse quelle acerbe parole! Ah, povera donna! Un
giorno, forse, a quell'angoscia sarebbe sottentrata la calma, e con la
calma il pensiero di una vita nuova. Quante belle cose, nel mondo, senza
le febbri della passione per l'essere immeritevole! L'arte, per esempio,
a lei così cara! Infine, per qualche alta cagione passiamo noi
pellegrini su questa terra, che la medesima povertà delle nostre
cognizioni davanti all'infinito visibile ci ammonisce non esser altro
che una via. E perchè, intanto, sacrificare ad una fermata, ad un
errore, ad un rimorso, tutte le sublimi curiosità del viaggio? Quanta
gente non vive, e felice, senza le febbri maledette? Passare nella
gioventù belle e superbe, col cuore aperto a tutte le nobili commozioni,
a tutti i confessabili amori, guardando con serena alterezza dintorno a
sè, non costrette a temere lo sguardo indiscreto, ad arrossire davanti a
un testimone volgare; accostarsi alla vecchiezza, onorate e gloriose,
orgoglio ed esempio ai figliuoli, grato ricordo ai gentili compagni di
vita, condanna vivente ai rotti costumi del tempo; spegnersi benedette e
sacre, potendo dire con l'ultimo soffio di vita: “non vedrò là severo il
volto di mia madre;„ orbene, ecco la gran meta, l'ideale, il sogno
divino. La virtù, che è bella nel suo immacolato candore, il pentimento
che raggia a lei con intelletto d'amore, ecco i conforti, le gioie, il
viatico dell'esistenza; il resto è nulla.
Ottime ragioni, o lettori. Speriamo che la contessa Giovanna le trovi
più tardi da sè. Per oggi ella è triste, ferita nel suo amor proprio,
punita nella sua vergogna. Ha dovuto tremare; ha dovuto mentire; e per
chi? La bella dama è vestita di tutto punto, per recitare la sua parte.
È l'ora di metter la maschera, ed ella con uno sforzo supremo ci riesce.
È lo sforzo della necessità. Intanto, nelle sale di ricevimento si è
lavorato alacremente; i candelabri, i doppieri, i lampadarii si
accendono, e per lunga fila d'immagini si ripetono fiammelle, canestri
di fiori, e quadri e bronzi dorati, su tutte le vaste specchiere. Ogni
cosa è all'ordine, e il maggiordomo ne ha recato l'annunzio alla padrona
di casa. Ora non mancano che i convitati, ed è naturale che manchino,
poichè non sono ancora le nove. Ma ecco qualcheduno in anticamera. È
troppo presto, per la folla; non può esser che lei, la giovane amica, il
fiore appena sbocciato, Gabriella Manfredi.