IV.

La contessa Giovanna Morati di Castelbianco, presso la quale andremo ad

aspettare i nostri personaggi, con la certezza di conoscerne altri

parecchi, fior di cavalieri e di dame, la contessa Giovanna, dico, era

una bella donna sui trentadue. È una brutta cosa, lo so, contar gli anni

alle donne; ma i narratori hanno dall'ufficio loro il triste obbligo di

essere più noiosi dei presidenti di tribunale; i quali, almeno,

procedendo all'interrogatorio di una bella testimone, possono

incominciare, quando sono galanti, press'a poco così:

— Signora, quanti anni ha? Ventidue, non è vero? —

Dunque, la contessa Giovanna ne aveva già trentadue; età, dopo tutto, in

cui la bellezza è giunta al suo pieno rigoglio, e può ancora aspettare

una lieta maturità. Una bell'alba, sicuramente, ha i suoi pregi, e

piacerebbe anche al re Saulle, che fu, come sapete, l'uomo più scontroso

e bisbetico della storia. Ma un sole al meriggio, Dei immortali! Un sole

al meriggio scotta. E la bellezza della contessa Giovanna era proprio

così, per testimonianza di molti, che s'erano argomentati di godere

accanto a lei d'un calor temperato; scottava senz'altro. Molto grave,

tuttavia, sotto le mostre di una conversazione arguta e di una

affabilità costante; più grave allora, quasi melanconica, e in certi

momenti anche triste. Pareva che la sorte, concedendole la ricchezza e

lo sfarzo di una condizione invidiata, le fosse stata avara di ciò

ch'ella avrebbe desiderato assai più, come a dire una felicità più

modesta e più ignota. E taceva, nondimeno, il suo intimo tormento; e si

padroneggiava, obbligata com'era a ricevere, a sorridere, a dir parole

garbate; ma in quell'ufficio di cortesia si indovinava lo sforzo, e

quella sera più che mai.

Povera donna, mal maritata! Sentite i discorsi che le faceva, dopo

tavola, il suo signore e padrone. Avevano pranzato un poco prima del

solito, perchè ella avesse tempo a disporre ogni cosa per il suo tè. Era

un tè semplice e semplicemente annunziato; ma diventava sempre, aiutando

il numero dei convitati e le voglie della gioventù, un tè danzante. Si

dice danzante, o danzato? Nè l'uno, nè l'altro, probabilmente; era

invece un tè, che quando c'eravate tutti voi, insieme con tutti noi e

con tutti loro, si tirava discretamente nell'ombra, e lasciava che da

una parte si ballasse, dall'altra si giuocasse, e più in là si trovasse

anche una succulenta imbandigione, la quale non so perchè non si

chiamasse cena a dirittura. I tè, chiamati anche _martedì_, della

contessa Giovanna, duravano dai primi di gennaio fino agli ultimi di

febbraio, e godevano di una riputazione straordinaria; ma non ci si era

ammessi molto facilmente, e il numero dei cavalieri non oltrepassava

d'ordinario i cinquanta, tra vecchi amici di casa ed altri, che, avendo

conosciuto i Castelbianco in qualche società e portato al palazzo della

contessa due biglietti di visita, erano stati ricambiati da un biglietto

di visita del conte. Le amiche e nemiche intime di Giovanna, quasi

sarebbe inutile il dirlo, accorrevano tutte, e, sebbene non ci fosse la

pretesa di un ballo, ci andavano in _grand décolleté_. Dico la cosa in

francese, perchè non c'è in italiano, e se c'è, non mi piace trovarla.

I Castelbianco si erano alzati da tavola, e la contessa si muoveva per

andare nelle sue camere ad abbigliarsi, mentre il conte aveva accennato

all'idea di dare una corsa fuori di casa.

— È sperabile, — notò la signora, — che non farete stasera come l'altro

martedì, e non andrete al vostro eterno circolo.

— Non andrò; — disse il conte, sospirando.

— Capisco, per voi è un sacrifizio rinunziarci; — replicò la signora.

— Che dite, mia dolce amica? Mi ci diverto, in casa, mi ci diverto un

mondo. Ma quando mi ci sarò ben divertito, — continuò il conte, mutando

il sospiro in un mezzo sbadiglio, — non saprò più che fare, nella mia

beatitudine. Ah, Giovanna, perchè non siete voi... la moglie di un

altro? Vi farei una corte spietata, e non senza qualche speranza.

— Vi ringrazio del buon concetto che avete di me.

— Si scherza. Ma, dopo tutto, essendo io l'aspirante.... Vedete che il

rischio non è tale da spaventarmi. Siete bella, Giovanna, avete una

testa da imperatrice, e, per andare fino in fondo, il primo piedino

dell'universo. Ma non siete più sola, badate!

— Che cos'è quest'altra stravaganza? — domandò la contessa, seccata da

quei discorsi sciocchi, ma non potendo tuttavia trattenersi dal ridere.

— Eh, vorrei che lo aveste veduto, come l'ho veduto io questa mattina,

in via Sallustiana. Un piedino, che pareva il vostro! Non andate in

collera, mia dolce amica. Ammirandolo come ho fatto, non son venuto meno

a nessuno dei miei doveri. Mi pareva tanto la stessa cosa, che a tutta

prima ho pensato a voi, e mi son chiesto quale delle vostre amiche

abitasse lassù.

— Bella! — esclamò la contessa. — Son forse andata a far visite?

— Capisco, ma che volete? Lì per lì, mi era parso che poteste esser voi.

Per fortuna, se non ho veduto il viso, ho veduto una veste color

marrone; e voi il marrone lo odiate.

— Esagerazione! Non mi piace tanto, ecco tutto; — rispose la contessa,

scuotendo la sua bella testa da imperatrice. — E che cosa andavate voi a

fare lassù?

— Volete saperlo? Andavo a trovare il mio amico Valenti; quel poveraccio

che voi non potete soffrire.

— Altra esagerazione! — ribattè la signora. — Mi è indifferente, e voi,

a furia di dire queste cose, finirete col fargli credere che qui si

parla molto di lui.

— Giustissima, l'osservazione! — disse il conte. — A proposito, stasera

vi presento suo zio, tornato dall'India, il signor Cesare Gonzaga, un

bell'uomo, ancor giovane, coi suoi capegli grigi, che ha la debolezza di

non voler essere chiamato marchese, essendolo: come un altro, non

essendolo, avrebbe quella di farsi dare quel titolo. È un carissimo

uomo, del resto, e metterà un po' di brio in questi vostri ricevimenti,

che mi paiono, scusate, un tantino monotoni.

— Ci vengono tutti i vostri amici, e le mie amiche migliori; — osservò

la contessa.

— Ah, sì, parliamone, delle vostre migliori amiche. La Savelli, che non

è male, ma sta dura, intirizzita, come un idolo indiano. La Carini, che

è carina, ma non ha preferenze che per i capegli bianchi; che posa! La

Robusti, che non ha spalle, e vuol farlo sapere. La Gleisenthal, che è

stravecchia e oramai dovrebbe smettere.

— Smetter che? Di venire a vedere un'amica? — ripigliò la contessa. —

Del resto, le volete giovani e belle? C'è la Manfredi.

— Sicuro, una fanciulla. Ma che strana tenerezza vi ha presa, che volete

dappertutto quel fiorellino appena sbocciato? A teatro con voi; in

carrozza con voi; a casa, non se ne parla neanche. E al solito capiterà

per la prima. Badate, Giovanna; una marchesa che amai, quando ero

giovane, cioè, quando ero più giovane, mi diceva....

— Qualche storiaccia delle solite!

— Bene, vi farò grazia della storia, vi riferirò soltanto la morale:

“Noi donne abbiamo il torto di non esser gelose delle ragazze; e queste,

frattanto, si prendono la nostra bellezza, si vestono della nostra

grazia, e ci rubano il posto.„

— A me, — disse Giovanna, — non ha da rubar nulla.

— E non parlo per voi, moralizzo in genere; — rispose il conte. — Ma io,

ora, vi faccio perdere un tempo prezioso, e dimentico di avere anch'io

qualche cosa da fare. A rivederci tra un'ora, mia dolce amica, e non vi

adirate con la mia esperienza. Quando saremo vecchi, ci servirà. —

Vispo come un ramarro, saltellante come una cutrettola, il ritinto

Alcibiade se ne andò a prendere una boccata d'aria, non senza

l'intenzione di dare una scorsa al suo circolo. La contessa si ritirò

nelle sue camere per abbigliarsi. Mai, come quella sera, Giovanna di

Castelbianco aveva avuto così poca voglia di mettersi in abito di

ricevimento. Piuttosto, ne aveva molta di piangere; e non poteva, pur

troppo, perchè la cameriera doveva venire a vestirla, e una padrona di

casa, giovane e bella, non ha da farsi vedere mai con gli occhi rossi

dalla sua gente di servizio.

La contessa Giovanna era pur da compiangere. I suoi ricevimenti, le sue

feste, l'avevano gradevolmente occupata da principio, mettendo un po'

d'allegrezza nei primi anni di un matrimonio malaugurato. La donna è

così lieta di brillare, che per un tratto dimentica perfino di non esser

felice. Ma l'uso, ahimè, toglie il pregio alle cose; si acquista l'abito

della società, e i balli e i lieti ritrovi non hanno più

quell'attrattiva che li faceva tanto desiderare dapprima. Sebbene,

diciamolo, in quella scuola ristretta e geniale del mondo, quanto meno

si gode lo spettacolo superficiale, tanto più s'incomincia ad osservare

molte cose non vedute, o troppo leggermente, in principio, e si

paragona, e si giudica, non sempre a proprio vantaggio, in mezzo a tanti

esempi di colpe fortunate, di gioie effimere, ma non meno gradite, e di

ebbrezze profonde. Crediamo così volentieri alla felicità degli altri,

quando non ce n'è ombra per noi! Allora una povera donna, piena di

sentimento e turbata da vaghe sollecitudini che nessun rimorso è ancora

venuto a condannare, incomincia, senza volerlo, a cercare per sè. La

cosa non è neanche difficile, poichè è lei la cercata, è lei la

desiderata, e le tentazioni, sotto la veste dell'ammirazione,

dell'omaggio, della preghiera, volano a lei come uno sciame d'amorini.

Fra i molti che la circondano e le dicono tante cose, anche quando non

dicono nulla, c'è il prode capitano, che ha deposte le armi, terror dei

nemici, per segnare il suo nome nel taccuino dalla guardia di

madreperla; c'è il brillante gentiluomo, che alterna maravigliosamente i

trionfi di salotto coi _meets_, il _turf_ e lo _sport_; c'è l'uomo

illustre ed ammirato, che sa interrompere una pagina destinata ai

posteri, per iscrivere un madrigale sull'angolo d'un ventaglio; c'è il

cavaliere pensoso, e sopra tutti pericoloso, che, mostrando di non saper

nulla di nulla, accenna di esser disposto a commettere ogni pazzia; c'è,

infine, il buono e compiacente giovanotto, che ambisce gli uffici del

servitore, non aspettando altra ricompensa che il titolo d'amico, e

lascia intorno a sè un profumo di modestia, che può farlo ricercare, in

un momento di poetica tenerezza, come si ricerca all'odore la violetta

de' campi. E che gioia, quando si crede di aver trovato! Che turbamento

ai primi incontri, che battiti di cuore, che angosce, che contrasti

dolorosi e cari! Ma la passione prorompe; non si resiste alla piena, e

giova dar colpa di ogni cosa al destino; poi, quando si è travolti,

avviene come in fondo a certe cascate della favola, che sotto allo

scroscio vorticoso delle acque irrompenti nascondono un laghetto

tranquillo, angolo riposto e felice, illuminato di miti trasparenze, non

offeso dai raggi del sole, in cui si dimentica volentieri e si confida

di essere dimenticati dal mondo. Vita, son queste le tue oasi

verdeggianti. Ognuno reca ai primi incontri le sue doti migliori, la

bontà serena, la grazia ingenua, la delicatezza squisita, la generosità

commovente, infine, che vi dirò? l'anima vestita a festa. Ma non è festa

ogni giorno: e giungono pur troppo, seguaci non prevedute ma certe, le

ore della stanchezza, in cui la finzione si tradisce e l'inganno si

scopre. Maschere geniali, addio; la commedia è finita. E v'hanno cuori

che non si spezzano, alla triste scoperta, che non disperano, che

cercano ancora, errando di delusione in delusione; tanta è la sete del

vero! Ma, allora miei poveri cuori! A correrne parecchie, di queste

prove dolorose, come giungerete laceri, irriconoscibili, o miei poveri

cuori, alla meta!

Il cuore di Giovanna, non pervertito, nè sciocco, rifuggiva da queste

ricerche. La povera donna aveva creduto ed errato; non voleva

ricominciare. In verità, era così misero l'uomo, e così brutto il

pericolo! Turbata da vaghe paure, agitata dai rimorsi, voleva finirla, e

in un impeto di sincerità dolorosa lo aveva già detto a quell'uomo. A

lui toccava, a lui, di ribellarsi a quella sentenza in nome dell'amore,

onnipossente quando è vero. Ma poteva Arrigo Valenti far ciò? Aveva egli

trovata una di quelle frasi che escono dal profondo del cuore, e

possono, se non mutar nome alla colpa, nobilitarla almeno e renderla

cara come una eccelsa sventura? No, non l'aveva trovata: aveva detto:

intendo, sì, avete ragione, fummo pazzi. E non una lagrima, il vile, non

una lagrima, che temperasse quelle acerbe parole! Ah, povera donna! Un

giorno, forse, a quell'angoscia sarebbe sottentrata la calma, e con la

calma il pensiero di una vita nuova. Quante belle cose, nel mondo, senza

le febbri della passione per l'essere immeritevole! L'arte, per esempio,

a lei così cara! Infine, per qualche alta cagione passiamo noi

pellegrini su questa terra, che la medesima povertà delle nostre

cognizioni davanti all'infinito visibile ci ammonisce non esser altro

che una via. E perchè, intanto, sacrificare ad una fermata, ad un

errore, ad un rimorso, tutte le sublimi curiosità del viaggio? Quanta

gente non vive, e felice, senza le febbri maledette? Passare nella

gioventù belle e superbe, col cuore aperto a tutte le nobili commozioni,

a tutti i confessabili amori, guardando con serena alterezza dintorno a

sè, non costrette a temere lo sguardo indiscreto, ad arrossire davanti a

un testimone volgare; accostarsi alla vecchiezza, onorate e gloriose,

orgoglio ed esempio ai figliuoli, grato ricordo ai gentili compagni di

vita, condanna vivente ai rotti costumi del tempo; spegnersi benedette e

sacre, potendo dire con l'ultimo soffio di vita: “non vedrò là severo il

volto di mia madre;„ orbene, ecco la gran meta, l'ideale, il sogno

divino. La virtù, che è bella nel suo immacolato candore, il pentimento

che raggia a lei con intelletto d'amore, ecco i conforti, le gioie, il

viatico dell'esistenza; il resto è nulla.

Ottime ragioni, o lettori. Speriamo che la contessa Giovanna le trovi

più tardi da sè. Per oggi ella è triste, ferita nel suo amor proprio,

punita nella sua vergogna. Ha dovuto tremare; ha dovuto mentire; e per

chi? La bella dama è vestita di tutto punto, per recitare la sua parte.

È l'ora di metter la maschera, ed ella con uno sforzo supremo ci riesce.

È lo sforzo della necessità. Intanto, nelle sale di ricevimento si è

lavorato alacremente; i candelabri, i doppieri, i lampadarii si

accendono, e per lunga fila d'immagini si ripetono fiammelle, canestri

di fiori, e quadri e bronzi dorati, su tutte le vaste specchiere. Ogni

cosa è all'ordine, e il maggiordomo ne ha recato l'annunzio alla padrona

di casa. Ora non mancano che i convitati, ed è naturale che manchino,

poichè non sono ancora le nove. Ma ecco qualcheduno in anticamera. È

troppo presto, per la folla; non può esser che lei, la giovane amica, il

fiore appena sbocciato, Gabriella Manfredi.

Arrigo il savio · 第 9 / 29 题