La cittaduzza dormiva in quel pomeriggio torrido e afoso di agosto,
tutta inondata di sole; non una bava d’aria, non la più piccola nube
in quel cielo che era tutto uno sbarbaglio di fuoco; dormivano i
grandi platani del viale e i pioppi della Dora; lo stradone bianco,
diritto, interminabile si stendeva a perdita di vista fra il giallo
dei campi mietuti. Di tanto in tanto il trotterello secco di un asino,
il tintinnìo delle sonagliere di qualche mulo, lo schiocco di qualche
frusta rompevano il silenzio tropicale: tra i pioppi la Dora fuggente
aveva un lieve fruscìo argentino.
— Grossa manovra oggi — disse Pasquale Cifariello l’attendente
affacciandosi al balcone, facendo solecchio colla mano per vedere più
lungi sulla strada.
— Poveretti! — esclamò la signora Giulia sospirando mentre
apparecchiava la piccola tavola rotonda.
— Le tre — mormorò Pasquale guardando la pendola — saranno andati molto
lontano?...
E strofinava rabbiosamente i bicchieri spiando di sottecchi i moti
della padrona che diventavano nervosi man mano che l’inquietudine
cresceva.
— Le tre! — Il Reggimento era dunque fuori da otto ore: otto ore di
quella canicola, di quella interminabile fiamma, sul greto ardente
della Dora, tra le stoppie bruciate, sulle strade polverose, dovevano
parere ben lunghe a quei poveri soldati se parevano tanto lunghe a lei!
Chi sa in quale stato sarebbero venuti a casa!
Le pareva già di vedere il volto abbronzato di Gustavo reso
irriconoscibile dalla polvere e dal sudore.
— Pasquale, hai preparato l’acqua per il tenente?
— Sissignora!
— Guarda un po’ se arrivano.
Pasquale si piantò sul terrazzo coi gomiti sulla ringhiera,
interrogando l’orizzonte col suo sguardo acuto di contadino. Veniva
dalla piccola cucinetta un sano e appetitoso odor di vivande; sul
fornello la pentola aveva un borbottìo carezzevole.
Tutto era pronto, non si aspettava che lui: ad un tratto Pasquale disse
a voce alta allegramente:
— Eccoli, signora, eccoli!...
Subito Giulia corse al balcone sfidando la ferocia del sole
pomeridiano, aguzzando la vista.
— Dove? dove?
— Laggiù sullo stradone, dove c’è quella nuvola di polvere bianca,
vedete signora?
— Vedo, vedo.... — ella rispose, allegra.
Era una figurina esile e bionda di un biondo caldo pieno di riflessi.
In tutte le linee del volto e del corpo aveva quella mirabile
proporzione che è la miglior caratteristica della bellezza: un visino
di Madonna illuminato da due grandi occhi di un azzurro carico, da
una boccuccia rosea quasi sempre aperta al sorriso su due spalliere
di dentini candidi. La giovinezza vibrava in ogni menomo atto di
lei, si sprigionava dagli occhi, dalla freschezza lattea delle carni,
dalla vivacità delle mosse. Poggiati i gomiti alla ringhiera (i suoi
capelli pareva circondassero la fronte di un’aureola d’oro) ella
guardava con intenso sguardo avvicinarsi la densa nube polverosa sullo
stradone: tra la polvere qualcosa luccicava, si vedeva or sì, or no, il
biancheggiamento dei kepy.
Ad un tratto le note allegre della fanfara risvegliarono gli echi
addormentati della campagna giungendole all’orecchio come un saluto
amico; e più il suono si faceva distinto più il nuvolo polveroso
diventava denso e fitto come un gran velo: ora si sentiva la cornetta
del sergente Del Vecchio che punteggiava di trilli e di variazioni un
ritornello popolare.
Subito la cittaduzza addormentata si destò di soprassalto; una turba
di monelli cenciosi sbucò sulla via, corse incontro al Reggimento
schiamazzando; le botteghe si aprirono, uomini e donne uscirono sulle
soglie sorridendo, accompagnando colla voce e col gesto il ritornello
della fanfara che lanciava al passaggio un’ondata di allegria sonora e
chiassosa.
Allora Giulia si ritirò dal balcone e si nascose dietro la tendina di
cui teneva sollevato un lembo. Sempre lo sfilare del Reggimento era
uno spettacolo nuovo per lei quantunque conoscesse di vista tutti dal
colonnello al mulattiere che conduceva la carretta da battaglione;
dal passo degli zappatori e dei trombettieri avrebbe potuto dire con
precisione quanti chilometri di strada avevano fatto i soldati. E un
senso misto di compassione e di ammirazione la prendeva per quei poveri
figliuoli che rientrando in città al suono della fanfara raddrizzavano
il busto curvo sotto il peso dello zaino, irrigidivano il portamento,
neri di sudore e di polvere, bruciati dal solleone d’agosto.
Eccoli, passavano. Il colonnello tutto grigio colla sua bella barba
a due punte, fieramente piantato sul magnifico morello che nitriva
sentendo nell’aria l’odore acuto del fieno, l’aiutante maggiore
in 1ª giovane, bruno, che guardava sempre la sua finestra con
un’insistenza che le dava ai nervi incutendole come un vago spavento:
poi il maggiore del 1º battaglione, aristocratico fino alla punta
dei capelli, che faceva caracollare la sua cavallina saura dalla
magnifica criniera spiovente e Guido Ranucci, l’aiutante maggiore
in seconda appena ventiduenne e già padre di un tesoruccio biondo
di diciotto mesi, e gli altri, e gli altri: il piccolo capitano
della 2ª coi suoi ufficiali piccoli come lui, il capitano della
3ª colla sua pancia enorme e il sorriso bonario, quello della
5ª indimenticabile figura donchisciottesca vicino a cui Balzelli
della 6ª montato sopra un ronzino di 300 lire pareva il fido Sancho
Pancha e tutti e due richiamavano alla mente le meravigliose visioni
dell’immortale satira di Cervantes; poi il gruppo dei _bagnati_ del 3º
battaglione, i capitani De Regni e Boccadoro, il tenente Mauro Sacchi
coll’inseparabile caramella incastrata nell’occhiaia, Don Ciccillo
Spada, elegantissimo nella sua pinguedine incipiente, coi suoi guanti
_glacés_ a tre bottoni.
Sfilavano: Ferruccio Costa colla sua barbetta appuntita, tutta
bianca di polvere, Rimoldi con la sua solita aria annoiata di tutto
e di tutti, Annibale Catalogna, il tenentino minuscolo, l’ufficiale
_tascabile_, fierissimo de’ suoi baffi spettinati alla parigina e delle
sue quindicimila lire di rendita, e finalmente accanto al capitano
della 12ª, _lui_, suo marito, Gustavo Torre che la cercava furtivamente
cogli occhi dietro la tendina bianca, sorridendo. Passò ancora il
tenente medico dietro alla carretta da battaglione dove giaceva un
soldato colpito da insolazione.
Le comari si affollarono curiosamente intorno alla carretta da
battaglione per veder l’ammalato, per domandar notizie.
— Chi è? chi è?
— È il caporal Vernucchio della 4ª — rispose il mulattiere.
Marietta, la stiratrice, uscì sulla porta della bottega pallida come
un cencio: aveva sentito che Vernucchio, il suo amante, stava male che
lo riportavano in quartiere sulla carretta. Dio, che schianto! Avrebbe
voluto salire anche lei su quella carretta fatale, consolarlo, guarirlo
a furia di baci; ma la vecchia madre la chiamava con voce rabbiosa, le
comari la guardavano ammiccando e Rosa Catena, la sua rivale, la sua
nemica, rideva forte fissandola, di un riso che era un atroce insulto.
— Marietta, vuoi entrare, brutta pettegola?... — urlò la madre colla
sua voce bestialmente rauca.
— Vengo, mammà, vengo!...
E rientrò in bottega: ma sulla porta si volse e le due rivali si
scambiarono uno sguardo di sfida.
Rosa Catena rideva sempre del suo riso sguaiato di donnaccia volgare,
coi gomiti sulle anche, in una posa da lottatrice che si prepara;
Marietta la guardava con quella mossa di profondo disgusto che hanno
le donne oneste per quelle che.... non lo sono più; poi sputò in terra
e girò sui tacchi mormorando tra i denti una parola che parve uno
schiaffo.
Dietro la tenda, terminato lo sfilare del reggimento, Giulia si godeva
la scena: da un pezzo assisteva alla lotta di quelle due donne, lotta
sorda, implacabile, che minacciava uno scioglimento tragico.
Tutte le sere caporal Vernucchio, un bellissimo giovanotto siciliano,
veniva nella bottega sottostante e stava a guardare Marietta che
stirava le cravatte dei soldati e i polsini dei sott’ufficiali: qualche
volta pigliava la chitarra di Pinotto, il barbiere, e si accompagnava
certi stornelli _di laggiù_ belli e melanconici nella loro cadenza
in minore. E allora mentre la giovane stiratrice dimenticava il ferro
sui carboni e si fermava a sentirlo palpitante come una colomba, Rosa
Catena, verde di bile, spalancava la finestre di faccia e si mostrava
semidiscinta, facendo pompa delle sue belle braccia bianche e sode,
cantando a voce spiegata una di quelle volgari canzonacce da trivio che
avrebbero fatto arrossire un carrettiere. Marietta sentiva l’insulto
e correva a chiudere la porta in faccia a Rosa fulminandola con uno
sguardo d’odio feroce, poi diceva a Vernucchio:
— Senti, non suonar più, raccontami qualche cosa....
Il suono cessava.
Ma Rosa Catena non si scoraggiava, si vestiva col suo bell’abito
cittadino di un rosso fiammeggiante, si tingeva le gote e le labbra
di carminio smorzando le tinte troppo accese con una cipria da due
soldi al pacco, e andava a mettersi in sentinella sulla piazzetta dove
le trombe alla sera suonavano la ritirata, aspettando pazientemente.
Giulia e Gustavo, dalla terrazza, seguivano con interesse lo svolgersi
di quel romanzetto popolare che minacciava di finire drammaticamente.
Chi avrebbe vinto delle due? La buona e onesta Marietta, oppure Rosa,
la sciagurata ragazza che non aveva più nulla da perdere?...
Giulia in cuor suo augurava la vittoria alla bella stiratrice, ma
Gustavo scuoteva il capo malinconicamente, poco fiducioso della
resistenza di caporal Vernucchio alle seduzioni del vizio.
Una sera mentre le trombe suonavano una mazurka dovuta alla
inesauribile vena del sergente Del Vecchio, mentre Gustavo si metteva
la sciabola disponendosi ad andare alla ritirata (vigeva allora il
vecchio regolamento di Servizio Interno) Giulia vide uscire Vernucchio
dalla bottega di Marietta e infilare a passo concitato il gran viale
dei platani. Dove andava? Aguzzò lo sguardo e le parve di vedere dietro
al tronco di un platano un lembo di veste svolazzare.
— È lei — pensò tristamente.
Poco dopo mentre le trombe rientravano in quartiere, caporal Vernucchio
ripassò di corsa sotto la sua finestra e le parve turbato; cinque
minuti più tardi Rosa Catena dalla sua finestra spalancata cantava
trionfalmente uno stornello beffardo colla sua voce di contralto un po’
arrochita:
Fiorin fiorello
ogni cinque galline basta un gallo,
ma il gallo è tutto mio, core mio bello.
*
* *
Lo squillo del campanello la richiamò improvvisamente al pensiero
di Gustavo. Svelta come una gazzella corse alla porta per tender le
braccia all’amato.
— Buon giorno, Gustavo, buon giorno! — disse saltandogli al collo.
— Buon giorno, cara! — rispose Gustavo ricambiandole il bacio con molta
effusione; — come stai? ti sei annoiata eh?
— Tanto; ma mi impazientavo perchè non tornavi mai. Chi sa come sarai
stanco! Dammi la sciabola. La roba per cambiarti è tutta pronta sul
letto. Dio! quanta polvere!... Hai fame, caro?...
— Una fame da lupi, — disse lui ridendo, avviandosi alla camera
nuziale, buttando il kepy e la sciarpa a Pasquale — una fame che non ci
vedo.... Hai preparato qualche cosa di buono, almeno?
— Vedrai, vedrai: spogliati intanto; io vado in cucina a levar la
pentola.
In pochi minuti Gustavo si cambiò, si lavò, riprese la sua bella
fisonomia abituale.
Per casa portava una camicia col largo colletto arrovesciato che
metteva in maggior evidenza la bellezza del suo collo muscoloso, che
dava un’aria artisticamente bizzarra al suo collo dai lineamenti puri,
alla sua fronte vasta e intelligente, alla sua bella testa ricciuta.
Portava pure una giacchetta nera da borghese, un paio di pantaloni
larghi di traliccio cadenti su due pantofole nere ricamate in oro,
regalo di Giulia nei tempi del loro fidanzamento.
La tavola era apparecchiata in una camera vastissima che serviva anche
da salotto, da studio e da stanzetta di lavoro. Non erano ricchi
i due sposini: vivevano modestamente in quella casetta appartata,
coi magri proventi dello stipendio di tenente e colla rendita della
piccola dote di Giulia: modestamente ma assai felici del loro amore
tranquillo e intenso che durava da cinque anni, in una serenità non
turbata mai da alcuna nube, che pareva dover essere invincibile come
il destino ed eterna come il tempo. Erano sposi da un anno, ma per
giungere alla presente e pur tanto precaria felicità, molti e grandi
ostacoli aveva dovuto vincere il loro amore; ostacoli, difficoltà,
contrattempi d’ogni natura, lunghe separazioni, lunghi silenzi, repulse
che parevano irremovibili, resistenze che non dovevano cadere che
dinanzi al loro amore ostinato e ribelle a tutte le considerazioni
finanziarie e sociali. Di fronte a quel loro amore onnipotente,
la legge della dote militare pareva una mostruosa ingiustizia, una
inqualificabile tirannia. Ebbene, si sarebbero assoggettati a delle
privazioni, avrebbero disciplinato i loro bisogni, si sarebbero
accontentati di un’esistenza modesta tutta casa e lavoro, lontana dalla
società, lontana dai rumori del mondo, solitaria e raccolta. Il cuore
parlava alto, debellando vittoriosamente tutte le giuste obbiezioni
sollevate dalla logica dei vecchi genitori; li aiutarono nella lotta le
generose illusioni dei vent’anni; e quel tanto di romanticismo che ogni
innamorato ha a sua disposizione per persuadere e commuovere gli altri.
Il matrimonio religioso, se non in faccia agli uomini, era valevole in
faccia a Dio e dinanzi alle proprie coscienze; poi un giorno sarebbe
venuta provvidamente un’amnistia, un condono generale a tutti gli
spostati, a tutte le spostate della grande società militare; forse in
avvenire la dura legge sarebbe stata modificata, abolita anche, chi
poteva sapere?...
A vent’anni il futuro è così pieno di promesse, è così grande la
fiducia nelle proprie forze! Il loro amore aveva vinto dopo quattro
anni di lotta accanita, aveva superato tutti gli ostacoli, abbattute
tutte le resistenze. I vecchi genitori di Giulia per non vedersela
morire tra le braccia, commossi dalla costanza dei due giovani,
impietositi dalle loro sofferenze, avevano finito per cedere benchè
a malincuore. Fu preparato in fretta il corredo della sposa, furono
ritirato dalla Banca quelle poche migliaia di lire che formavano tutta
la dote di Giulia e fu fissato il giorno delle nozze, il giorno divino
atteso dai fidanzati con tanta intensità di desiderio.
Pure quel giorno Gustavo fu, durante le modeste cerimonie religiose e
familiari, dominato da uno strano malessere; c’era in quel mistero,
del quale era giuocoforza circondarsi, un non so che di umiliante e
di offensivo che lo pungeva, irritandolo. Chino dinanzi all’altare
egli sentiva di commettere una cattiva azione, di condannare sè e
la donna che amava ad una esistenza impossibile, falsa, illegale. La
chiesa era buia, il cielo era buio: alla cerimonia assistevano soltanto
i vecchi genitori di lei e quattro testimoni indifferenti. La sua
vecchia madre che lo aveva assistito nei momenti più solenni della sua
vita, che lo aveva accompagnato all’altare per la prima comunione e,
adolescente, alla scuola di Modena, che gli aveva baciato e benedetto
le fiammeggianti spalline di sottotenente, la sua vecchia e cara mamma
che era pur stata la sua confidente, la sua dolce amica, non era là
ad assisterlo in quel momento, non era là a piangere di commozione, a
baciare sulla fronte la sposa di suo figlio. E suo padre mancava, suo
padre, il venerando magistrato che gli aveva negato il consenso per non
smentire con una colpevole annuenza l’intemerata illibatezza di tutta
la sua vita trascorsa nell’ossequio alle leggi; mancavano le sue dolci
sorelle a quella festa del cuore, le sue sorelle buone il cui sorriso
aveva tante volte disarmato le sue collere di adolescente, dissipato
tante volte le tristezze e gli sconforti, illuminato tante volte la
vita. E poi ci mancava quello che è l’orgoglio di tutti i fidanzati, la
_consacrazione ufficiale_, che dà il diritto di gridare ad alta voce ed
a fronte scoperta: «Questa donna è mia!» Mancava la sanzione civile che
definisce invariabilmente i doveri di ognuno, che stabilisce legalmente
la qualità maritale.
Aveva creduto di poter passar sopra a tutte le convenienze, di
sfidare l’apparente tirannia delle leggi, aveva pensato che l’amore
trionferebbe di tutti i pregiudizi, colmerebbe tutti i vuoti,
sanerebbe tutte le ferite, lo difenderebbe contro l’assalto di tutte
le miserie morali e ora appunto, nel momento supremo in cui i suoi
voti più ardenti stavano per essere appagati, in cui il gran sogno
della giovinezza diventava realtà, i vecchi pregiudizi, tante volte
sdegnosamente respinti tornavano ad assalirlo colla segreta forza
delle convinzioni succhiate col latte materno; ora appunto sorgevano
a tormentarlo tutti i dubbi che aveva da gran tempo dileguato e
le apprensioni che credeva distrutte e le fredde argomentazioni
della logica che aveva così vittoriosamente debellate colle sublimi
incoerenze della passione.
Il prete dai gradini dell’altare alzava la bianca mano benedicente; ma
quell’uomo che compiva un rito era prezzolato, come il chierico che
serviva la messa, come il cocchiere che li attendeva sul sacrato: ma
le commoventi parole che il sacerdote aveva loro rivolte, centinaia di
sposi da quello stesso inginocchiatoio le avevano ascoltate, centinaia
di sposi le avrebbero ascoltate ancora. E poi la sua annuenza ad
accettare la funzione religiosa era ancora per lui, non più credente,
un sacrifizio fatto all’amore: il matrimonio dunque non aveva altro
vincolo morale che quello della sua coscienza d’uomo d’onore, altra
garanzia che il suo amore infinito. Questo poteva bastare per lui; ma
per gli altri?
Come avesse indovinato la tempesta di pensieri che gli imperversava
nel cuore e nel cervello, Giulia gli prese la mano, gliela strinse
forte. Voleva dire quella stretta appassionata: «Non ti addolorare per
me; io sono l’amore, sono il sacrifizio. Se tu mi ami che mi importa
del mondo? Se tu mi fai tua che mi importa della legge? Il tuo cuore
onesto, il tuo amore immenso sono il mio mondo, la mia legge, la più
sicura garanzia della mia felicità. Io saprò darti tutto quello che
ti manca, tutto quello di cui l’anima tua irrequieta va in traccia: la
forza, la fiducia, la calma, perchè ti amo tanto Gustavo!...»
Mai, mai da quel giorno benedetto i molesti pensieri erano tornati,
maligne nubi a turbare la serenità del loro cielo azzurro. Vivevano
in quella modesta casetta sentendosi così moralmente vicini, così
compenetrati e spiritualmente fusi che ognuno di loro sentiva nelle
proprie vene placidamente fluire la vita dell’altro, nel proprio cuore
palpitare l’altro cuore, nella propria volontà la forza dell’altra,
volontà. Gustavo dava a lei tutte le ore della giornata non reclamate
dal servizio: erano confidenze intime, sfoghi affettuosi, letture fatte
insieme ad alta voce, progetti d’avvenire; in quelle due camerette che
erano tutto il loro mondo, la vita scorreva in una intimità deliziosa,
tutta fatta di mille piccoli delicati riguardi, di mille gentilezze
squisite, da cui l’amore usciva rafforzato, più spirituale e più casto.
Qualche volta Gustavo dipingeva mentre ella lo guardava fare lavorando
all’uncinetto o rammendando la biancheria. Passavano sulla tela le
fantasie bizzarre di lui, i suoi desiderii, i suoi ideali in tenere,
delicatissime sfumature di colori. Nei giorni lieti, quando l’amore gli
rideva nell’anima e nei profondi occhi sereni, erano paesaggi idilliaci
con certi cieli di madreperla, con certi alberi di un verde allegro
tenerissimo, con certe acque di una trasparenza luminosa. Allora egli
era contento di sè e dell’opera sua e il gran fantasma dell’arte lo
occupava tutto, gli gonfiava l’anima del piacere divino della creazione
intellettuale. Passava la giornata intera al cavalletto sentendo la
vicinanza dell’amata, provando un inesprimibile piacere a illuminare
coll’immagine di lei tutte le ridenti fantasie che gli passavano nel
cervello e che si fissavano sulla tela. Dimenticava tutte le piccole e
le grandi noie della sua vita militare, i pettegolezzi del quartiere,
i rabbuffi del suo capitano, le fatiche delle istruzioni, il tedio
delle istruzioni interne, le piccole miserie dell’economia domestica.
Lavorando febbrilmente amava sentirsi passare sui riccioli biondi la
mano di lei morbida e bianca e provava una indistinta e squisitissima
sensazione voluttuosa come se la carezza, spiritualizzandosi, gli
passasse sui nervi del cervello, discendesse alle fibre del cuore.
Quelle ore e quelle carezze gli lasciavano nell’anima una grande
allegrezza che lo rendeva indulgente, gli mettevano nel sangue il
vigore di una nuova giovinezza. Non era adunque quella la felicità?...
*
* *
Pasquale Cifariello portò in tavola la terrina fumante e Giulia si
sedette a tavola di fronte a Gustavo guardandolo mangiare col suo forte
appetito di camminatore robusto.
La strada era ricaduta nella sua pigra sonnolenza pomeridiana: non
una voce giungeva fino a loro, non il più lieve rumore nell’atmosfera
pesante, all’infuori del monotono ronzìo delle mosche.
Nella stanza si diffondeva il vapor gastronomico della minestra.
— Ancora, Gustavo, prendine ancora....
— Grazie, Giulietta, basta, fa sudare.
— È vero, è molto caldo: siete andati lontano?
— Più in giù di Montelupo: una marcia lunghissima, una manovra che
pareva non dovesse finir mai, con un sole.... un sole che spaccava le
pietre.
— Poveretti! — disse lei pietosamente.
— È venuto anche il Generale. Ti puoi figurare che razza di idrofobia
ha sviluppato la sua presenza; non se ne imbroccava più una giusta:
fioccavano rimproveri e _cicchetti_ che era una delizia. Il tenente
colonnello era addirittura arrabbiato come un cane e galoppava avanti
e indietro dando ordini e contr’ordini con la sua voce di botolo
ringhioso, pigliandosela più specialmente coi capitani. I capitani,
naturalmente se la pigliavano con noi e con i soldati.
— _Avanti! Sotto quella catena!_
— _Quel sostegno che cosa fa laggiù, per Dio! Tenente porti avanti quel
sostegno!_
— _La catena perchè non fa fuoco?_
— Signor capitano, non si vede niente.
— _Non importa, fuoco lo stesso!_
Insomma la confusione, le marce o le contromarce, gli ordini ed i
contrordini sono durati più di tre ore; della manovra nessuno ha capito
nulla, cominciando dai pezzi grossi che, nell’orgasmo, avevano perduta
la testa, e il generale, sopra un’altura, si godeva la scena sorridendo
mefistofelicamente, come è suo costume, e preparandosi mentalmente
una di quelle sue critiche tutto miele nella forma a tutto pepe
nella sostanza. La critica infatti è venuta subito dopo la manovra,
arguta, fine e tagliente come la lama di un rasojo. Francamente non
avrei voluto esser nei panni dei due comandanti di partito. Ad ogni
osservazione indovinata, ad ogni rimprovero velato, ad ogni appunto
ragionevole, noi ci toccavamo nel gomito sorridendo di una piccola
gioia maligna, consolandoci che qualcuno facesse le vendette di quella
violenta raffica di rimproveri immeritati durata per tre lunghissime
ore. Io intanto pensavo a te, a questa camera così fresca, a questa
minestra così saporita, al nostro lettuccio morbido dove anderò a
schiacciare un sonnellino tra poco, se tu lo permetterai. Sempre
l’idea che tu lavori per me e che mi aspetti, mi fa parer più bella e
desiderabile, questa nostra casettina appartata.
— Come sei buono!... Ma anch’io ho pensato a te tutto il giorno, sai? E
non vedevo l’ora che tu venissi anche perchè....
— Perchè?
— Perchè volevo che tu sapessi subito la grande novità....
— Che novità?... — disse Gustavo lasciando la forchetta sul piatto e
sbarrando i grandi occhi curiosi in faccia a Giulia.
Giulia, soffusa in volto di un vivissimo incarnato, si alzò, corse ad
abbracciare Gustavo e gli susurrò nell’orecchio una parola dolcissima
che lo fece trasalire....
— Davvero, Giulia? Davvero? — esclamò felicissimo, facendosela sedere
sulle ginocchia, baciandola appassionatamente sui capelli, sugli occhi,
sulla bocca; — se tu sapessi come sono felice!... Ma ne sei proprio
sicura? E come te ne sei accorta?
Il dialogo continuò a voce bassissima, interrotto da esclamazioni, da
sorrisi, da strette di mano. Sedevano ora vicinissimi e si parlavano
nel viso, quasi bevendosi l’uno le parole dell’altro insieme all’alito.
Pasquale Cifariello, impassibile, sparecchiava e metteva in tavola il
tabacco e la pipa del tenente.
— Sicuro — diceva Giulia concitata, gli occhi scintillanti di una
gioia divina. — Mi sono svegliata due ore dopo la tua partenza con un
gran dolore alle reni, un peso ai fianchi, un malessere generale che
mi teneva in uno stato di torpore. Allora ho pensato: Se fosse lui
che viene? Ho mandato a chiamare la levatrice e ho chiuso gli occhi
aspettando la sua venuta. Tu non saprai mai quello che è passato nella
mia testa e nel mio cuore in quella eterna mezz’ora di attesa e nemmeno
potrai immaginare la divina ondata di felicità che è passata su di me
quando donna Costanza mi ha detto le due sole parole: È vero!... Ah!
ci son delle cose, vedi, che voialtri uomini non le capite per quanto
siate buoni, per quanto siate affettuosi e fini!... Io mi disperavo
già, io sentivo che tu mi amavi di meno....
— Oh! Giulia!...
— Lasciami dire.... Mi rimproveravo di averti tolto la tua libertà
di scapolo, di aver sacrificato la tua fiorente e altera giovinezza.
Non dicevo nulla ma lo pensavo e me ne dolevo: alla sera quando ti
vedevo presso di me immerso nella lettura, di giorno quando seguivo
coll’occhio le bizzarrie del tuo pennello, sentivo che qualche cosa di
te mi sfuggiva, che io non bastavo completamente alla tua vita, che io
non entravo per nulla nel tuo mondo intellettuale; sentivo che c’era
nel tuo cervello e nel tuo cuore un angolo riposto dove l’immagine
mia non entrava, un piccolo eppure immenso mondo di idee di cui tu mi
vietavi la soglia.
Lo sentivo per quella specie di divinazione che nelle donne che amano
tiene luogo del genio; ma ora non più: ora c’è qualcosa di vivente, di
palpabile, di mio e di tuo che avvince assieme le nostre due esistenze,
non è vero? Ora c’è tra noi due l’invincibile legame di una creaturina,
di un piccolino biondo, di un angioletto che ci somiglierà, a cui
splenderà negli occhi celesti il tuo ingegno....
— E sui riccioli biondi l’oro dei tuoi riccioli fini — disse Gustavo
abbracciandola commosso da quella eloquenza materna, affettuosa e
profonda.
Sì, Giulia aveva indovinato. Molte volte nella vita del suo pensiero
egli non aveva accomunato l’immagine di lei ai suoi purissimi ideali
d’arte e di gloria; molte volte non le aveva comunicato la tristezza
dell’anima sua nelle ore in cui si metteva audacemente di fronte
all’oscuro problema dell’avvenire.
Assai bene aveva fatto Giulia in poche parole la sintesi psicologica
del loro amore e aveva capito che a quel loro amore uniforme e
tranquillo, perchè non più in lotta con nessuno, mancava il possente
cemento della paternità, di quell’affetto sovraumano che solleva
a smisurate altezze l’orgoglio dell’uomo, che circonda la donna di
un’aureola di santità augusta, che ve la fa parere più desiderabile.
Ma appunto per la colpa originale del loro amore, sbocciato, maturato
e consacrato nel mistero, l’annunzio della paternità imminente gli
ridestava nell’anima tutti i dubbii, tutti i sospetti, tutte le
apprensioni, tutti i rimorsi che lo avevano assalito un anno prima
dinanzi all’altare, mentre il prete alzava sul loro capo la mano
benedicente.
Sempre lo spauracchio della legge che aveva avvelenato le purissime
gioie degli sponsali, riappariva minacciosa nei momenti più solenni
della sua vita; la legge che egli aveva deluso una volta lo colpiva
ora implacabilmente nel capo di suo figlio, dei suoi figli venturi.
Il piccolino veniva alla luce nel mistero senza gioia di canti,
furtivamente come un intruso, senza nome nel mezzo agli altri uomini;
già sulla piccola testa ricciuta pendeva la spada di Damocle della
legge militare: e forse il piccino avrebbe avuto altri fratelli, altre
sorelle. Da lui, spostato, una famiglia di spostati sarebbe venuta al
mondo, anelante alla sua parte di luce e di sole. Come impedirlo?
— Non mi dici nulla? non sei contento? — disse Giulia cercandogli la
risposta negli occhi, ansiosamente.
— Sì, cara, sono felice, felice!...
E se la prese tra le braccia soffocando l’amarezza dei suoi pensieri
nella violenza delle carezze, in una fittissima pioggia di piccoli baci
sul capo dell’amata, mentre come una luce improvvisa, un proponimento
fortissimo gli si affermava nell’anima, mentre dinanzi agli occhi
passava la visione luminosa di un avvenire lontano, più bello e più
ridente. Il pensiero dell’arte che dà il pane dell’anima e quello del
corpo, gli splendeva dinanzi fulgente e consolatore.
— Lavorerò! — si disse.