Andò così.
Verso le dieci di sera, mentre leggevo con grande interesse, sdraiato
sulla poltrona a dondolo, un libro del Taine, la porta a vetri che
mette sul ballatoio si spalancò e Alfredo entrò sorridendo del suo
sorriso infantile, tenendo a braccetto una donna.
Io mi alzai meravigliato.
— Madamigella Irene! — disse Alfredo facendo la presentazione con aria
comicamente cerimoniosa. E accennandomi a lei, soggiunse mentre io mi
inchinavo:
— Il tenente Roberto, mio carissimo amico, e per conseguenza tuo.
— Già.... gli amici dei nostri amici.... Ma si accomodi prego....
E chiusi il libro mentre Alfredo toltasi la sciabola frugava, da
padrone, nella dispensa.
Madamigella Irene si accomodò vicino a me; era una ragazza sulla
ventina, non bellissima, ma piacente per una certa dolcezza che aveva
nello sguardo e nel sorriso. Vestiva poveramente ma con una tal qual
pretesa di eleganza; nell’accento si accusava lombarda.
— Eh? che belle figliuole so scovare io? — diceva Alfredo distendendo
sul tavolo, che aveva sgomberato di tutti i libri, la tovaglia e i
tovaglioli. — In compenso tu ci darai da cena, vero? Lascia fare, me
ne incarico io; nella tua dispensa, a cercar bene, c’è da trovar sempre
qualche cosa. Vado in cucina ad accendere il fuoco e ti lascio in buona
compagnia.
— Fai! fai!... — risposi io tra contrariato e lieto di quella
diversione al metodismo delle mie abitudini.
— Siamo venuti a disturbarlo, non è vero? — cominciò la ragazza un po’
imbarazzata....
— Ma niente, carina!... Anzi! Figurati, leggevo, e finito il capitolo,
mi disponevo ad andarmene a letto come un provinciale qualunque. Perchè
non ti togli il cappello?
Notai che il tono confidenziale con cui la trattavo, le fece corrugare
impercettibilmente le sopraciglia; però i suoi sguardi, che avevano
avuto un fuggevolissimo lampo di sdegno, ripresero subito quella
tristezza rassegnata che dava alla sua fisonomia, un po’ irregolare,
una specie di fascino doloroso.
Ella si alzò, si tolse lentamente il cappello mentre io la guardavo.
Colle braccia sollevate dietro la nuca, la linea del suo corpo appariva
perfetta ed elegante, la vita sottile come un giunco, il seno e le
anche, pronunciati, le davano l’aspetto di una di quelle anfore greche
od etrusche di inimitabile purezza. Poi, come ebbe deposto il cappello
sul letto, cominciò a togliersi silenziosamente i guanti (certi guanti
di un giallo assai dubbio, ad un solo bottone) scoprendo i polsi
rotondi e due manine belle forse in origine, ma sciupacchiate, col
pollice e l’indice anneriti dalle sforacchiature dell’ago.
Faceva tutto ciò macchinalmente, lasciando errare sulle labbra pallide
un sorriso vago, guardandosi dattorno con un’indifferenza grande, come
se nulla potesse omai, nella vita, interessarla più.
Io mi avvicinai, le presi una mano che ella mi abbandonò senza
resistenza e l’accostai alla lampada.
— Facevi la modista?
— No, la sarta.
— Dove?
— A Milano.
— E.... ora?...
— Ora....
Un improvviso rossore le aveva coperto le guancie, le aveva imporporato
il collo e le orecchie. Mi fissò in volto quelle sue nere pupille così
dolci e così tristi e le abbassò subito, concludendo con un sorriso
forzato:
— Ora.... viaggio!
— Ah!...
Tacemmo entrambi: io pensai di essermi imbattuto in una di quelle che
hanno l’umore sentimentale e non ci feci caso. Accesi una sigaretta e
le offersi l’astuccio.
— Fumi?
— Grazie, no; non ho _ancora_ imparato.
La tristezza, una tristezza invincibile, oltrechè nello sguardo e nel
sorriso, era anche nella voce; una strana voce di contralto in cui le
note basse parevano fatte di singhiozzi e quelle acute di lacrime.
— Ed è molto tempo che.... viaggi?
— Tre settimane; son fuggita di casa il 20 di aprile.
— Coll’amante, naturalmente....
— No, sola.
— Perchè?
— Non ne parliamo, è una storia lunga.... Vuole che cambiamo discorso,
eh?
In quel momento Alfredo entrava trionfante con un piatto in mano.
— A tavola! a tavola! Vi ho fatto una _omelette aux truffes_ da far
risuscitare un intero camposanto: sentite che odore!...
Dal piatto fumante il possente odore dei tartufi si levava solleticando
acutamente le nari.
— Bravo Alfredo, per Dio! Meriti un posto nelle cucine reali — dissi
attaccando vivamente la frittata tentatrice.
— Hai appetito, piccina? — domandò Alfredo ad Irene stringendole una
delle magre guancie tra l’indice e il medio.
Nello sguardo della fanciulla, sorpresi un fugacissimo lampo di
cupidigia subito velato dall’abbassarsi delle palpebre.
— Ha fame! — pensai mettendole nel piatto una fetta enorme di
frittata....
*
* *
Dopo la seconda bottiglia di _Barbera_, Alfredo si addormentò sulla
seggiola, la testa tra le mani, i gomiti poggiati alla tavola, la pipa
tra i denti.
Mezzanotte suonava all’orologio della piazza. Nella mia piccola
cameretta ci si stava d’incanto; nell’aria era quella nebbiolina
mista di fumo e di vapore, greve di odori gastronomici, traverso
alla quale, nel lavorìo benefico della digestione, uomini e cose si
intravvedono come tra le nebbie del sogno senza contorni precisi e
senza proporzioni.
Sdraiato sulla poltrona, poggiato un braccio sulle ginocchia di Irene,
io traevo grandi boccate di fumo dalla sigaretta e il mio pensiero
seguiva le spire bianchiccie che si elevavano lentamente, perdendosi
in circoli larghi e sottili contro il soffitto e nei cortinaggi della
finestra.
Eravamo stati allegri a quella cena improvvisata: i tartufi, il barbera
generoso, il buon umore di Alfredo ci avevano conquistato.
Anche Irene aveva lo sguardo brillante, le guancie colorite, il sorriso
meno triste; il benessere fisico emanante dallo stomaco rifocillato,
cancellava poco a poco da quel volto emaciato le tracce dei patimenti
recenti, ridonava alla sua pelle di venti anni, morbida e bianca,
quella freschezza vellutata di pesca matura che invita dolcemente a
mordere ed a baciare. Veduta così, alla luce discreta della lampada,
colla massa dei capelli bruni pettinati alla greca che le ombreggiava
la fronte di un cespuglio di riccioli ribelli, colla chiostra
candidissima dei denti che si mostrava tra l’arco roseo delle labbra
semichiuse, ella mi parve bella e desiderabile.
— Ti chiami Irene?
— Sì.
— Nome di guerra, certo!...
— No, è il mio nome.
— Ah! — dissi con un tono di incredulità bonaria che dovette ferirla
profondamente.
— Non ci crede?
— Sì, ci credo, e poi....
— Tanto fa un nome come un altro, — concluse ella col suo sorriso
triste: — qui non mi conosce nessuno.
— Quanti anni hai?
— Diciotto.
— Solamente?
— Dimostro di più, non è vero? Gli è che la vita non è sempre allegra,
signore.
— Hai dunque sofferto molto?
— Molto!
Subitamente il suo sguardo e tutto il volto ripresero quell’espressione
di desolata mestizia che mi aveva colpito prima di cena.
— Vuoi raccontarmi qualche cosa?
— No, a che serve?
— Hai ragione: stai con lui questa notte? — e indicai Alfredo.
— Non lo so: egli mi ha condotta qui.... preferirei rimaner qui.
— Davvero? e perchè?
— Quel signore è troppo allegro....
Alfredo si era messo a russare della grossa: ora aveva incrociato le
braccia sulla tavola e volgeva verso di noi il suo volto di paggio
biondo su cui la tenue barbetta metteva dei riflessi di oro pallido.
Io lo destai dolcemente:
— Alfredo! Alfredo!...
— Hum! — grugnì egli, senza muoversi.
— Svegliati, è tardi; domattina c’è piazza d’armi alle cinque.
Alfredo si levò da sedere cogli occhi chiusi come un sonnambulo,
immemore di tutto; e sempre ad occhi chiusi cinse la sciabola e si
calcò in testa il berretto con una manata.
— Addio! — disse avvicinandosi alla porta, un po’ barcollante.
— Addio. E l’Irene?
— Ho troppo sonno, te la lascio; verrò a riprendermela domani.
Infilò la porta ed uscì.
Quando ebbi chiuso l’uscio e rientrai in camera Irene era in piedi e
teneva in mano il cappello e i guanti.
— Vuole che me ne vada? mi domandò umilmente.
La pendola del caminetto segnava l’una dopo la mezzanotte e fuori
pioveva.
— Rimani! — le dissi.
*
* *
Veramente la sua voce di contralto sembrava fatta di singhiozzi e di
lacrime.
Nel buio, fumando la mia sigaretta, ascoltavo pensoso quella voce
dolente che mi narrava una storia tanto diversa da quella di tutte
le donne cadute. E come ella, conscia per dolorosa esperienza della
repulsione fisica che ispirano all’uomo certi corpi di femmina dopo
il piacere goduto, si teneva lontana, all’altra estremità del letto
grandissimo, la sua voce pareva giungermi affievolita dalla distanza,
più desolata che mai, quasi tragica a volte.
Diceva ella col suo spiccato accento lombardo, con una grande
precisione di parole e di idee:
— No, la vita non è sempre, nè per tutti, allegra; per certuni anzi non
è che un continuo succedersi di dolori. A volte la sventura si abbatte
sopra una famiglia e la perseguita nel suo capo ed in tutti i suoi
membri per anni ed anni e per intere generazioni. Così è accaduto a me.
Facevo la sarta per necessità, ma non ero di condizione volgare ed ho
il diploma di maestra. Mio padre era redattore della _Perseveranza_,
mia madre era figlia di un impiegato di prefettura. Eravamo tre
sorelle, differentissime di indole, di tendenze, di abitudini e nostra
madre (mi vergogno a confessarlo) non era tale da guidarci sulla via
della virtù. Ella aveva un amante ricco, noi tutte lo sapevamo e il
babbo che lo sospettava e che voleva averne la certezza assoluta, era
di un umore chiuso e intrattabile. La casa era un inferno: molte volte
dovemmo assistere a delle scene di orribile cinismo da parte della
mamma, di perdonabile brutalità da parte del babbo. La sua professione
di giornalista tenendolo occupato buona parte della notte, l’amante
della mamma veniva di sera facendosi precedere da un domestico carico
di ogni ben di Dio. Allora cominciava l’orgia alla quale anche noi
dovevamo partecipare; si mangiava, si beveva e la mamma e il suo ganzo
si divertivano a vederci brille e si baciavano in faccia a noi senza
vergogna, senza vergogna si chiudevano nella camera nuziale, mentre
noi guardavamo dal buco della serratura colla malsana curiosità delle
ragazzine maliziose e viziate. Oh! la nostra innocenza infantile non
è durata molto tempo ed io a dodici anni sapevo già che cosa pensare
della vita!... Capivo tutto e soffrivo, ma non osavo aprir bocca per
paura della mamma e dell’Ambrosina che teneva le sue parti ed era per
conseguenza la sua beniamina. La tresca vergognosa durò a lungo senza
che il babbo se ne accorgesse, ma finalmente una sera egli capitò in
casa all’improvviso, vide sulla tavola i resti dell’orgia, capì a volo,
sfondò con un calcio la porta, e si precipitò nella stanza coniugale
col revolver in pugno. Ah! campassi mill’anni non dimenticherò quella
scena!... Dalla porta semiaperta vedemmo la mamma e il ganzo seminudi,
in ginocchio dinanzi a mio padre che li teneva ambedue immobili e
terrorizzati sotto la canna del suo revolver. Chiudemmo gli occhi
aspettando la tragedia. Ma che cosa passò nel cervello di mio padre in
quel momento? Chi potrebbe dirlo? Sollevò l’uomo ghermendolo al collo
colla mano sinistra, lo trascinò alla porta di casa, lo spinse fuori,
così seminudo, con un calcio nella schiena, come un cane lebbroso. Poi
tornò in camera, pallido d’ira, gli occhi iniettati di sangue, afferrò
la mamma pei capelli, trascinò anche lei alla porta coprendola di
vituperii, la spinse fuori seminuda, a calci, come l’amante:
— Fuori di casa mia, sgualdrina! Fuori, prostituta!...
Chiuse la porta di casa a doppia mandata, mise il catenaccio e
volgendosi a noi con un piglio terribile, additandoci la nostra stanza
colla mano imperiosamente tesa:
— E voialtre a letto subito! _Marche!_
E cadde sul divano della saletta da pranzo la testa tra le mani, a
piangere come un fanciullo!...
Da quella notte e mentre il processo di separazione faceva il suo
corso, il povero babbo prostrato dal colpo terribile cadde in una
malattia di languore che lo obbligò a lasciare gli uffici della
_Perseveranza_. Fu allora che mia sorella maggiore Ambrosina entrò
in qualità di cameriera ai servizii di un vecchio e ricco banchiere
e che io mi collocai in un negozio a far la sarta. Jole, la più
piccola, rimase in casa ad accudire il babbo e a badare alle faccende
domestiche.
Così passò un anno; in quel frattempo avvenne la separazione legale
tra il babbo e la mamma. Il povero babbo, invecchiato di vent’anni in
_quella notte_, non lavorava quasi più, scriveva appena un articolo
alla settimana, incurante della miseria in cui eravamo tutti piombati,
inguaribilmente ferito al cuore dal tradimento infame della mamma.
Tuttavia tra i suoi scarsi guadagni, i miei, e i pochi soldi che ci
dava l’Ambrosina, si tirava ancora avanti.
Ma la sventura non era ancora stanca di perseguitarci.
Un giorno il vecchio banchiere sorprese l’Ambrosina colle mani nello
scrigno, colle tasche piene di biglietti di banca trafugati. Senz’altro
chiuse la ladra a chiave in uno stanzino, la mise sotto buona guardia
e corse a cercarmi. Già fin da quando l’Ambrosina era entrata in casa
sua, il vecchio banchiere mi aveva messo gli occhi addosso e non di
rado mi seguiva alla lontana quando mi recavo al negozio o tornavo a
casa.
Quella sera mi fermò risolutamente e mi raccontò senza ambagi la
disonesta azione commessa da mia sorella e la sua ferma intenzione
di consegnarla nelle mani della giustizia, a meno che.... mi capisce
signore?
Anch’io capii di volo l’orribile proposta e il primo impulso fu quello
di schiaffeggiare il vecchio libertino in mezzo alla via: credo anzi
di avergli in sulle prime risposto assai sdegnosamente; ma non tardai a
comprendere che ogni resistenza era inutile perchè egli aveva in pugno
l’onore di tutta la famiglia e quel che era peggio la vita di mio padre
che non avrebbe certamente sopravvissuto a quest’ultimo colpo.
Domandai che mi lasciasse la notte intera per riflettere, dissi che
avrei risposto all’indomani andando al negozio.
Egli accondiscese, sicuro della vittoria.
Appunto quella sera trovai il babbo più accasciato, più malandato
del solito; egli si doleva sopratutto della sua incapacità al lavoro
quasichè la sventura coniugale, oltrechè nell’onore, lo avesse colpito
nel cervello inaridendogli ogni sorgente di ispirazione; e sempre egli
portava quelle sue mani scarne alla nuca, come ad impedir la fuga delle
idee, la miseranda dispersione di tutta la materia cerebrale altra
volta così rigogliosa e feconda.
Alla notte non chiusi occhio: dovevo prendere una risoluzione che
avrebbe deciso della vita di mio padre e del mio avvenire.
Certamente la nuova vergogna sarebbe stata per il babbo il colpo
mortale, ma per stornare il nuovo disonore dal suo capo, era necessario
che io mi sacrificassi, che io cedessi alle voglie brutali di quel
vecchio. Che fare?
Io pensai che al babbo non molto tempo restava da vivere: forse non
sarebbe giunto in tempo a conoscere la triste verità: forse col prezzo
del mio sacrifizio avrei potuto addolcire i suoi ultimi giorni.
La mattina seguente.... non andai al negozio: per molto tempo anzi
non ci andai più, Ambrosina fu mandata a servire in un’altra casa
ed io divenni la ganza del banchiere.... Quello che ho sofferto
in quell’epoca, lo schifo, la nausea di quelle carezze (le prime)
l’avversione insormontabile che mi ispirava quell’uomo, io non voglio
dirle. Forse lei non ci crederebbe; ma il buon Dio che legge in tutti
i cuori, avrà letto anche nel mio e forse mi avrà perdonato e benedetto
quando gli uomini mi disprezzavano....
Basta, dopo sei mesi il povero babbo morì, si spense quasi
tranquillamente, ignaro di tutto, benedicendoci, perdonando anche
alla mamma. Egli non si accorse mai che io era incinta, non sospettò
nemmeno che dopo tre mesi sarei stata quasi agonizzante in un letto
d’ospedale....
Dopo il parto.... lasciai la creatura ai trovatelli, abbandonai
l’Ospedale e Milano sperando di trovar lavoro altrove.
Andai a Vigevano, a Novara, ad Alessandria; ero sola, ancora
debolissima, priva di mezzi.... nessuno volle aiutarmi. Allora.... non
ebbi il coraggio di morire e continuai a discendere la china fatale....
Lei non ci crederà, ma questa sera quando venni qui col suo amico....
avevo fame!
— È vero! — pensai.
*
* *
L’alba ne sorprese insonni entrambi: ella piangendo silenziosamente,
io silenziosamente fumando. Mano a mano che Irene proseguiva, tra i
singhiozzi, la sua storia dolorosa, il mio temperamento d’artista
si ridestava, la mia fantasia ricostruiva il duplice dramma, lo
carezzava, lo lumeggiava, lo coloriva. Qual meravigliosa novella se ne
sarebbe potuto cavare, raddolcendo le tinte, modificando il finale,
dando all’eroina l’aureola del sacrifizio e quel coraggio di morire
che all’Irene era mancato, sopprimendo quella brutta appendice di
vagabondaggio vergognoso che la offendeva, che ne sciupava la bellezza
morale, che la diminuiva di valore ai miei occhi!...
E dinanzi a quel pianto muto, sconsolato, continuo, la mia diffidenza
cadeva, si scoloriva il mio scetticismo galante; non io mi trovavo in
faccia ad una donnina dall’umor sentimentale, sibbene in faccia alla
sventura vivente, in faccia ad una creatura derelitta che scendeva,
riluttante, la sdrucciolevole china del vizio, spinta dalla necessità,
alla necessità repugnante invano.
Il caso nuovo mi interessava: la fanciulla mi pareva degna di
un benevolo esame: forse parlandole di onestà, di lavoro, di
riabilitazione, le mie parole non sarebbero cadute su sterile terreno.
Ma anche pensai che non avendo io nè i mezzi, nè la possibilità di
aiutarla a risalire l’abisso in cui era caduta, fosse più che mai
crudele l’indugiarsi a dipingerle tutta l’ideale bellezza della
rigenerazione morale. Poichè quando in certe sciagurate condizioni
dell’esistenza non si ha il coraggio di morire, non si ha nemmeno la
forza di ribellarci al proprio destino e lo si segue piangenti, ma
rassegnati.
— Ed ora che farai? — le chiesi.
— Non lo so.
— Non hai per l’avvenire un progetto, una speranza?
— Progetti no; speranze una sola: quella di imbattermi in un uomo che
non mi tratti male, che mi accarezzi senza disgusto, che mi tenga
con sè e mi ami un pochino. Io sarei la sua schiava affezionata e
fedele, mi contenterei delle briciole del suo pane, delle briciole del
suo amore, di tutto, purchè mi togliesse dall’infamia di questa vita
girovaga che mi abbrutisce. Gli uomini non sono cattivi in fondo, ma
difficilmente credono all’amore ed alle oneste intenzioni di una donna
caduta; godono, vi pagano, e vi gittano via come un limone spremuto,
come un giocattolo spezzato. È triste a pensarlo, ma hanno ragione: ci
son tante donne che amano questo orribile mestiere, che speculano sulla
loro vergogna ridendo, che non hanno cuore nè sensi e non adorano che
il danaro! Ma io non ci son nata, io non riuscirò a nulla di quello
a cui le altre riescono, fuorchè a morire all’ospedale; io rifiuto la
mercede quando mi viene da un bravo giovane che mi ha ascoltata, che
mi ha compatita, che ha avuto per me delle buone parole offrendomi
l’ospitalità in casa sua....
La mia abituale diffidenza, un momento sopita, si ridestò a queste
parole: il mio orrore per ogni legame, per ogni forma di _collage_,
irrigidì l’anima mia contro l’assalto della pietà. Risposi
evasivamente, sviando a bella posta il discorso:
— Povera Irene! — e dove andrai dopo di qui?
— Non lo so: io vorrei poter metter da parte un gruzzoletto, ritornare
a Milano, aprire una botteguccia da sarta o da rammendatrice, o una
scuola privata per bambini; ma è un sogno che non raggiungerò mai
per quanto mi privi di tutto il superfluo e qualche volta anche del
necessario. Non lo raggiungerò anche perchè sento che questa vitaccia
di strapazzi, di viaggi, di notti perdute, questi alti e bassi di orgia
e di fame, mi distruggono. Chi mi ha conosciuta a Milano, un anno fa,
prima della mia entrata in casa del banchiere, non mi riconoscerebbe
più certamente.... Pazienza! sarà quel che Dio vorrà!
Io sentivo talmente la verità nelle sue parole, e di quella verità
ero tanto penetrato, che non trovavo nemmeno la più piccola pietosa
menzogna per consolarla; non sapevo che compiangerla:
— Povera Irene! povera Irene!...
. . . . . . .
La sveglia si mise a suonare col suo terribile suono argentino; erano
lo quattro e mezzo.
— Si alza?
— Sì, vado in Piazza d’armi.
— Senza aver chiuso occhio?
— Oh! non è già la prima volta; poi a venticinque anni non ci si bada.
— Mi alzo anch’io, allora?
— Perchè? Dove vuoi andare alla quattro e mezzo del mattino? Rimani e
dormi finchè io torni, farai colazione con me.
— Grazie signore! Lei è molto buono!...
Mi vestii in fretta mentre l’acqua bolliva sulla macchinetta del caffè;
poi quando fui pronto la baciai sulla fronte come una buona amica,
richiuse le imposte.
— Addio piccina mia, dormi bene; caccia via i cattivi pensieri.
Ed uscii.
Sulla piazza trovai Alfredo che s’avviava frettolosamente al quartiere
rabbrividendo dal freddo, le mani in tasca e il sigaro fra i denti.
— Buon giorno, Alfredo.
— Oh! ciao Roberto! Bella notte eh?
— Non tanto....
— Perchè? la piccina non ti piaceva?
— Sì ma è funebre come un cippo sepolcrale: figurati che non ha fatto
che piangere tutta la notte.
— Mamma mia!...
— E mi ha raccontato la sua storia; una storia straordinariamente
drammatica e che ritengo vera.
— Eh via!
— Non ridere mio caro; la vita non è sempre nè per tutti allegra.
Senti....
*
* *
Alle dieci facemmo colazione insieme; ella era triste, io, cascavo
dal sonno e provavo irresistibile il bisogno di esser solo. Parlavo
breve, a monosillabi, le palpebre grevi di stanchezza, cullandomi nella
poltrona a dondolo.
— Lei deve aver molto sonno, signore....
— Molto, carina....
— Ora me ne vado e lo lascerò dormire....
— Oh! puoi rimanere; dormirò lo stesso....
Ma dissi quel _puoi rimanere_, così languidamente, così di mala voglia,
che ella si alzò senz’altro da tavola e andò a mettersi il cappellino
dinanzi allo specchio.
— Dove vai quest’oggi?
— Non so, anderò all’Albergo.
— E questa sera?
— Al teatro: ci anderà lei?
— Non credo.
— Non ci vediamo più, allora?
— Perchè? la mia casa è sempre aperta per te....
Era il momento critico di ogni avventura d’amore venale. Dovevo
pagarla? Non l’avrei profondamente ferita mettendole in mano un
biglietto di banca? Ma poichè era così povera, così bisognosa!... Dove
avrebbe pranzato? Chi le avrebbe pagato il teatro?...
Estrassi il portafogli con un’aria paterna: ella mi guardava fare,
calzando quei vecchi guanti gialli ad un solo bottone che accusavano la
sua miseria....
— Sono un povero ufficiale, non posso darti che questo, — dissi,
porgendole un biglietto da dieci lire.
La mia voce aveva un tremito nel profferire quelle parole.
Irene respinse il denaro colla sinistra e portò colla destra il
fazzoletto alla faccia scoppiando in singhiozzi, disperatamente....
— No.... no.... signore!
E fuggì ad un tratto per la porta semiaperta.
Io rimasi solo a pensare.
*
* *
_Dal mio giornale, giovedì 22 giugno_.
... Non vedevo l’Irene da due giorni; questa mattina mentre mi alzavo
bussò alla mia porta il cameriere dell’_Albergo dei Buoi Rossi_ con una
lettera di Irene diretta a me. La lettera diceva:
«Roberto,
«Quello che provo nello scriverti io stessa non saprei dire: tu mi
conosci da poco, è vero, ma abbastanza per capire quanto devo aver
sofferto prima di prendere questa risoluzione.
«Non mi sono mai trovata in un caso simile ed è tanta la vergogna e
lo spavento che io ne provo, che questa notte non ho chiuso occhio
e ho pensato al suicidio.
«Senti; mi mancano 15 lire per pagare il conto dell’Albergo; me lo
diedero ieri sera e quando dovetti dire che non avevo abbastanza
denaro, mi risposero: _che avrei dovuto avere un amico a cui
scrivere_; e ieri sera non mi lasciarono più uscire....
«Smetto perchè non ne posso più: puoi immaginarti come mi trovo....
mi raccomando a te!
«Il latore del biglietto è il fattorino dell’Albergo. Addio....
la tua IRENE».
Io congedai il fattorino, mandandole in una busta le 15 lire.
Poveretta! Le risparmiavo una nuova umiliazione da parte del padrone
dell’Albergo, e compivo un mio dovere: _la pagavo!_
La triste parola! eppure nessuna lezione di alta morale poteva avere
per lei in quel momento la efficacia di quei tre biglietti da cinque
lire!
Alle dieci venne in casa mia con le sue poche robe: per poco, spero.
Oggi è uscita; forse ha _fatto affari_ se ha trovato modo di comperarsi
il biglietto per il teatro e di pagarsi il pranzo.
Questa sera è tornata da me; voleva rimanere, ma io le ho detto:
— Bambina mia, _è necessario_ che tu vada al teatro, lo desidero. Vedi?
Ammesso che tu sia ancora suscettibile di qualche onesto sentimento,
noi non possiamo darci il lusso di amarci; bisognerebbe che io fossi
un signore, mentre non sono che un povero ufficiale che vive del
suo stipendio. Va, bambina mia, va: dappoichè non posso risparmiarti
l’umiliazione della _caccia all’uomo_, metti il cuore in pace e scivola
per la china sino alla fine....
Le ho regalato un paio di guanti, un fazzoletto, le ho prestato il
binoccolo e l’ho mandata al teatro.
È uscita gettandomi uno di quei suoi sguardi tristi e rassegnati di
cane fedele che mi commuovono sempre profondamente....
_Venerdì 23._
Poteva esser l’una dopo la mezzanotte quando mi svegliai al contatto
delle sue morbide braccia.
— Sei tu? che fai?
— Perdonami, volevo star con te un’ultima volta....
— Sei stata al teatro?
— Sì.
— E poi?...
— E poi....
Non voleva confessarmelo; ma io che le sentivo nella pelle fina un
forte odore di maschio, insistei duramente:
— E poi? Voglio saperlo!
— Dal capitano Di Marco, — balbettò ella supplichevole.
— Ah!...
Fui brutale, non seppi nasconderle la invincibile ripugnanza che ella
mi ispirava in quel momento. Appunto il capitano Di Marco era l’unico
ufficiale del Reggimento che io odiavo per la sua straordinaria
volgarità che traspariva da tutto il suo corpo tozzo e obeso di vecchio
satiro. La donna che egli aveva posseduto mi faceva ribrezzo. Le voltai
bruscamente le spalle mettendo tra me lei quanta distanza potevo,
dicendole imperiosamente:
— Lasciami stare!
Ella pianse a lungo sommessamente.
Al mattino non scambiammo una parola: Irene mi guardava pietosamente e
non osava aprir bocca.
Io andai in quartiere e la lasciai a letto.
Ritornai a casa verso mezzogiorno; ella non c’era; c’era invece sul
tavolo una sua lettera che io trascrivo testualmente:
«Roberto,
«Stamattina, appena il soldato se ne fu andato, commisi
un’imprudenza. Lo so, ho fatto male, ma ne ho avuto il castigo.
«Se ben ti ricordi, l’altro giorno mi hai detto che nel tuo
giornale parlavi di me; il tuo contegno di questa notte, quello di
stamattina, non me li potevo spiegare.... Ieri sera avevo veduto il
tuo libro sul tavolo ed ero certa che ci avevi scritto qualcosa a
mio riguardo. Non seppi resistere alla tentazione, ho fatto male,
lo so, perdonami se vuoi: ho letto.
«Roberto, dalla mia più tenera infanzia non rammento di aver
provato una gioia vera, neppure quella che a nessun bambino è
negata; il casto bacio della mamma sua. Ti ho raccontato qualche
cosa della mia vita, ma i patimenti passati sono un nulla al
confronto di quello che ho sofferto oggi.
«Non so che cosa accada dentro di me, ma ho paura; ieri sera e
questa mattina ho pianto e sai il perchè. Credevo che ti fosse
cara la mia compagnia; era una gioia nuova per me; fino ad ora non
avevo trovato che persone che si ridevano di me, avevo sofferto
di vedermi trattata così, avevo pianto al pensiero di doverti
dimenticare, ma mi rimaneva l’illusione che tu fossi il solo a non
disprezzarmi.
«Ieri soffrivo di più, è vero, ma in fondo al cuore ero felice. Che
cosa provai nel leggere quello che tu stesso hai scritto di me, sul
tuo giornale, non lo saprai mai.
«Ah! l’avessi saputo ieri, di qual disgusto ti avrei liberato!
«So quello che si prova nel trovarsi vicino ad un essere
ripugnante, perchè anch’io l’ho molte volte provato. Roberto,
il mio castigo l’ho bell’e avuto: non riescirò mai a dimenticare
il ribrezzo che ti devo aver fatto questa notte. Non ti domando
perdono perchè so benissimo che non lo avrò mai.
«L’unica cosa di cui ti prego, se pure una mia preghiera può
trovar grazia presso di te, è questa: Se un giorno la mia immagine
si presentasse alla tua mente, se un giorno tu ti ricordassi di
me, non odiarmi; è l’unica speranza che mi resta. In quanto a
me, se Dio non pensa a farla finita, io non ho più il coraggio
di continuare a vivere così.... La vita per me adesso non è più
solamente odiosa, è insopportabile.
«Finisco con un augurio ardentissimo: Che tu non possa mai provare
l’infima parte di quel dolore che le tue parole hanno fatto provare
a me.
«Dicono che c’è un giorno in cui la verità risplenderà di
luce meridiana. In quel giorno forse ti dorrà di avermi così
ingiustamente punita. Addio!