CAMBIO DI GUARNIGIONE

Nessuno, nemmeno i vecchi del paese, si rammentava di aver visto tanta

gente sulla Piazza del Duomo come in quella domenica che la musica del

Reggimento suonava per l’ultima volta. Nella cittaduzza era fin dal

mattino un’agitazione vivissima; la piazza era imbandierata, il Caffè

del _Centro_ e quello della _Prefettura_ erano a sera sfarzosamente

illuminati in onore del Reggimento partente.

Dalle otto finestre del Circolo Sociale che gettavano sulla folla

sottostante otto grandi zone luminose, partiva il rumore confuso ed

allegro di un banchetto.

Erano i notabili del paese che avevano offerto un pranzo d’addio agli

ufficiali, pranzo che doveva terminare in una gran festa da ballo.

Le vie tutte della città formicolavano di soldati, il colonnello aveva

fissato la ritirata alle dieci e concesso un’amnistia generale ai

consegnati e ai prigionieri. E nelle strade era un viavai, un chiamarsi

e un rispondersi, un aprire e un serrare di usci, un vocìo animato,

un pispillorìo allegro, un tintinnìo di bicchieri uscente dalle porte

aperte delle osterie. Sulla piazza la musica suonava assai bene la

_Sinfonia del Barbiere_, ma nessuno vi badava, assorto nella grande

preoccupazione del domani, dominato suo malgrado da un’emozione dolce

di cui non sapeva spiegarsi la causa.

Sotto il portico militari e borghesi passeggiavano a gruppetti di

tre, di quattro, a braccetto, parlando vivacemente, intorno al palco

della musica altri capannelli si formavano tra i soldati e le duecento

ragazze della filanda, quasi tutte malinconiche, quasi tutte pallide

del pallore smorto di chi vive in un ambiente viziato; ma tutte vestite

con cura speciale, con una pretensione di eleganza. I fazzoletti rossi

del collo e i garofani fra le treccie, alla luce raddoppiata del gas e

dei lampioncini alla veneziana, gittavano sul quadro tinte vivaci.

Su, nel gran salone del Circolo, il frastuono cresceva ed usciva a

ondate, insieme ad una nebbiolina luminosa, dai grandi finestroni

spalancati. Era l’ora dei brindisi. Squarci di frasi sonore passavano

di tanto in tanto sul capo della folla accalcata sotto al circolo

bianco della luce elettrica uscente dall’ampio portone medioevale;

la folla avida tendeva l’orecchio, si rizzava sulla punta dei piedi,

elettrizzata da certi applausi lunghi, da certi battimani fragorosi che

echeggiavano sulla piazza.

Di fronte, sulle pareti nude di vecchio convento del Palazzo della

Prefettura, in uno dei grandi scacchi di luce proiettati dalle

finestre del Circolo, si disegnavano, straordinariamente ingrandite,

le ombre dei brindatori. Ad un certo punto la folla riconobbe un’ombra

voluminosa dalla testa caratteristica, con lunghi baffi appuntiti.

— Il colonnello!... parla il colonnello!...

Sul muro l’ombra faceva gesti vivaci con un braccio levato in alto

che teneva il calice dello _Champagne_ e l’altro che si agitava in

una mimica eloquente. Poi, tra un uragano d’applausi, l’ombra sparì

ed un’altra più snella, più esile, apparve nel quadrato del muro,

timidamente.

— Il tenente Polvani!

Era lui, il soldato-poeta, il brindatore immancabile, l’artista gentile

per cui le signore e le signorine della piccola città avevano sempre

avuto un debole. Parlando, la sua ombra si agitava, le sue braccia

avevano larghi gesti drammatici. La musica taceva, tutti tacevano; di

tratto in tratto una strofa alata gittava su quella folla ascoltante un

soffio di poesia, una vampata di entusiasmo.

Polvani improvvisava; c’erano nella sua voce dolce, inflessioni

carezzevoli, slanci lirici di tenore.

Le sue ultime parole furono coperte da applausi furiosi.

Il pranzo era finito. Nella zona bianchissima della lampada elettrica

la sfilata dei banchettanti incominciò mentre la musica attaccava

un valtzer allegro; la folla fece largo. Passarono sorridenti il

Sottoprofetto, il Sindaco, il Colonnello, gli ufficiali superiori:

ancora applaudito, ancora festeggiato, Polvani scendeva attorniato dai

giovanotti del paese, dai suoi compagni; e il rumore argentino delle

sciabole battenti sul lastrico copriva il trillo vellutato dei flauti,

gli squilli olimpici delle trombe. In un momento il _Gran Caffè del

Centro_ rutilante di luce, fu invaso dai banchettanti, le signore in

giro per la piazza accorsero a sedersi intorno ai tavolini di ferro

sotto al padiglione chinese illuminato a lampioncini multicolori.

La musica suonava....

*

* *

Ma nelle altre straducole della città, nel buio misterioso dei viali

di circonvallazione, sotto i grandi platani di porta S. Giorgio, altre

scene sentimentali, altre cose succedevano. Si vedevano porticine e

finestre schiudersi misteriosamente e confuse _silhouettes_ di militari

uscire ed entrare; di tanto in tanto, sotto la luce rossigna di un

fanale a petrolio, una coppia passava rapidamente, un’altra si fermava.

Era l’ora suprema degli addii, l’ora degli ultimi baci, delle ultime

promesse. Quanti drammi d’amore in uno spazio così piccolo, quanta

tenerezza in quella semi oscurità misteriosa e discreta!...

Nel portoncino buio Nennella e Giuseppe Lo Cicero si tenevano

abbracciati strettamente.

Nennella piangeva: un affanno grande le opprimeva il petto come un peso

enorme e l’afferrava alla gola. Il triste momento della separazione era

venuto: non si poteva far nulla per differirlo, nulla per scongiurarlo.

E Peppino badava a consolarla carezzandola amorosamente sulle guancie

umide di lacrime.

— Giurami che ritornerai, giurami che non amerai mai altre che me! —

diceva Nennella singhiozzando.

Peppino si metteva una mano sul cuore. In buona fede egli giurava: e

poi perchè negare a Nennella quest’ultima soddisfazione?

In fondo era commosso anche lui: quella buona fanciulla gli aveva

voluto un gran bene; era lei che lo aveva salvato tante volte dalla

consegna rammendandogli i pantaloni di tela e la biancheria, cucendogli

i bottoni del cappotto, lei che quando egli era di guardia gli portava

di soppiatto i sigari e le castagne arrosto; lei che gli scriveva le

lettere per la mamma lontana, certe lettere piene di sentimento e di

amabili sgrammaticature. Povera Nennella!

E le accarezzava il mento pienotto.

In distanza le trombe squillavano le note di un’arietta popolare ben

conosciuta:

Addio, mia bella, addio....

e la fanfara si avvicinava, seguita dalla musica, ripetendo il

ritornello birichino della canzone, mentre una gran folla di soldati

e di popolo traeva dietro al passo, in una pittoresca confusione di

colori.

— La ritirata! — disse Peppino Lo Cicero, baciando sui capelli Nennella

— bisogna che torni in quartiere....

Nennella scoppiò in singhiozzi gittandogli le braccia al collo: quella

brutta parola «Addio!» non la voleva pronunciare: era possibile che il

loro amore dovesse finire così?

E frattanto il ritornello della fanfara le ronzava nelle orecchie

vieppiù distinto con un tono canzonatorio che la indispettiva:

Addio, mia bella addio

l’armata se ne va....

Si scambiarono così gli ultimi baci disperati nell’oscurità umida

di quel portoncino: pareva che non si sapessero distaccare l’uno

dall’altra.

Venti volte Lo Cicero uscì sulla strada risoluto ad andarsene e venti

volte ritornò indietro per un’altra stretta di mano, per un altro

bacio.

— Tornerai davvero, Peppino?

— Sì, Nennella, in parola d’onore.

— Ricordati!

La ritirata e la musica erano di già lontane: bisognava spicciarsi per

non ritardare.

Lo Cicero prese una risoluzione eroica: strinse per l’ultima volta

Nennella piangente, disperata e le disse:

— Vieni alla stazione domattina alle quattro, hai capito?

E fuggì.

Dalle viuzze laterali, dai viali ombrosi, dalla campagna, altri

soldati, altri fantasmi scuri si avviavano frettolosamente verso il

quartiere; erano dieci, erano cento, erano duecento; sbucavano dalle

case e dalle osterie, da certe porticine nere dove una forma indecisa

rimaneva nel vano dell’apertura.

E camminavano a testa bassa, commossi, pallidi, come spinti da una

forza maggiore, verso la gran massa bruna del quartiere che spiccava

severamente nella chiara serenità della notte.

La cornetta del sergente Ruggeri, in mezzo all’accompagnamento dei

bassi, squillava altissima le note beffarde della canzone:

Addio, mia bella, addio...

*

* *

Era ancora buio quando la stazione fu invasa dalla folla: la

stazione era piccola e soltanto pochi privilegiati avevano l’onore

di passeggiare sulla spianata, di girare per le sale d’aspetto. La

gente stava tutta di fuori, sul piazzale, sotto i viali delle acacie;

una folla variopinta in cui l’elemento femminile predominava. Faccie

annoiate, faccie insonnolite, faccie abbattute da una veglia allegra

o penosa: occhi rossi di pianto e occhi gonfi di sonno. In mezzo

alla piazza un crocchio immenso: gli ufficiali in tenuta di marcia

colla sciarpa azzurra, colla borsa a tracolla, facevano gli ultimi

saluti ai signori del paese, alle autorità, alla _fine fleur_ del bel

sesso, delle arti, delle lettere. C’erano i professori del liceo,

gli studenti, molti avvocati; tra il Sottoprefetto e il Sindaco la

faccia risoluta del colonnello aveva un tono cerimonioso e leggermente

seccato.

E i capannelli si formavano e si disfacevano incessantemente come i

circoli nell’acqua di un lago turbata dai sassi, mentre la macchina

nera russava potentemente spalancando le due immani pupille rosse nella

nebbia caliginosa.

— Si ricordino di noi!

— Li aspettiamo.

— Ci rivedremo a Roma, non è vero?

— E non si dimentichi di scrivere.

— Prenda un cognac!...

— Capitano, posso offrirle un caffè?

— Non si disturbi, grazie!

Le signore ancora in abito da ballo facevano circolo attorno alla

moglie del tenente colonnello che viaggiava col reggimento.

Nel recinto della stazione i soldati su quattro righe cogli zaini a

terra scambiavano cenni e saluti colla folla che si assiepava allo

steccato.

La campanella suonò. In un baleno ufficiali e soldati erano a posto:

al segnale _avanti!_ dato dalla tromba il lungo convoglio nero fu preso

d’assalto.

La gente, commossa, guardava....

Due minuti dopo il mostro metallico lanciò il suo fischio potente:

la musica suonò ancora una marcia, l’ultima. Dagli sportelli e dai

finestrini, gli ufficiali e i soldati sventolavano i fazzoletti

cercando avidamente nella folla una persona cara: mille braccia si

tesero in segno di saluto, mille nomi, mille addii furono pronunciati.

Il treno si mosse lentamente; la folla commossa salutava ancora quelle

mille giovanezze fiorenti che partivano per sempre lasciandosi dietro

tanti ricordi, tanti affetti.

Le fanciulle piangevano.

Pallida, scarmigliata, Nennella traversò la folla come un razzo e si

gettò sullo steccato. Il treno era ancor vicino: Peppino Lo Cicero

aveva sventolato il fazzoletto. Voleva salutarlo ancora, voleva correre

a stringergli la mano, ma era tardi.

Il lungo convoglio nero filò via sbuffando mentre salivano nell’aria,

insieme alle note della musica, le canzoni melanconiche dei soldati e

la stridula, infernale cornetta del sergente Ruggeri copriva tutto come

una risata squillante:

Addio, mia bella addio....

La vita nell'esercito · 第 15 / 39 题