A MAURIZIO BASSO.

Al momento di dare un’eterno addio alla mia vita di scapolo, posso

dire che la storia dei miei dieci anni di spalline si riassume tutta in

queste due parole: _Camere mobiliate_.

Hai mai pensato, amico mio, quale portentosa influenza può esercitare

una camera mobiliata sull’intero corso della nostra vita?

La camera mobiliata fa parte dell’esistenza dell’ufficiale, la

modifica o la determina secondo i casi, la regola sempre. In certe

camere, per esempio, io ero di una saggezza esemplare, in certo altre

invece.... Dio mio!... Basta, io modificherei il vecchio proverbio

così: «Dimmi la camera che hai e ti dirò chi sei». No?... In dieci anni

di vagabondaggio traverso all’Italia, io ho provato tutte le specie

possibili e immaginabili di camere ammobiliate, dalla volgare cameretta

d’albergo a 1,50 per notte, all’elegante _garçonnière_ in corso Umberto

a Torino; dalla camera dell’ufficiale a _disposizione_ in quartiere,

alla cameretta civettuola, allo studietto intellettuale ed allegro

di Corso Palestro, dove ho scarabocchiato tanta carta e condotto

parallelamente le fila di tanti dolci idillii....

Nelle stanze _a disposizione_ però, (mi affretto a dirlo ad onor del

vero), non ci sono stato che per forza, quando ero agli arresti in

quartiere, per motivi quasi sempre indipendenti dalla mia volontà.

Oh lunghe, tristissime ore di arresti nel cupo quartiere dei _Quattro

Venti_ a Palermo, in quella celletta da cenobita, così malinconicamente

deserta di mobili, così fiocamente illuminata dalla luce scialba del

cortile!

Io rammento: un lettuccio di ferro da collegiale ornato di una

zanzariera a baldacchino; un vecchio _comò_ zoppicante, colle serrature

arrugginite ed inservibili; un tavolinuccio ricoperto da un cencio

di tappeto rosso, pieno di macchie d’inchiostro, e quattro sedie

che si tenevano ritte per virtù d’equilibrio. Di nuovo, in quella

cameretta, non c’erano che i miei oggetti di divisa di sottotenente

appena promosso; anzi i galloni della giubba e del berretto appesi

all’attaccapanni, mettevano in quel grigiore scialbo uno scintillamento

di chincaglieria che faceva pensare ad una bottega di rigattiere in cui

fosse per caso capitato uno stok di roba nuova. Di mio, di veramente

mio, non c’erano che alcuni ritratti di famiglia attaccati al muro, e

un quadretto rappresentante la Madonna della Seggiola appeso a capo del

letto.

Il quadretto lo scopersi il giorno che vuotai il baule per dar la

consegna di tutti i miei indumenti al mio primo attendente, il soldato

Serra.

Era accuratamente ravvolto in una copertina di giornale, e portava sul

tergo alcune parole scritte colla calligrafia tremolante della mamma:

«Che la Madonna ti accompagni sempre e vegli sui tuoi sogni e sui tuoi

pensieri!»

Nel coperchio del baule, dalla parte interna, c’era pure, attaccata

colla gomma, una piccola immagine in litografia rappresentante la

Madonna del Rosario colle braccia distese quasi ad accogliervi tutta

l’umanità sofferente, e lo sguardo dolcemente rivolto ai peccatori

della terra, come un’invito.

Nella piccola cornice bianca era scritto un solo nome: «Clelia».

Rammento che ne rimasi assai commosso: la mamma e la sorella, senza

saperlo forse, avevano avuto per me lo stesso affettuoso pensiero,

quello di mettermi sotto la salvaguardia della Madonna.

Ora il vecchio baule non c’è più, il piccolo letticciuolo da collegiale

è rimasto a Palermo; ma la Madonna della Seggiola guarda ancora

dal coperchio della cassa, i miei indumenti di vecchio tenente e di

cittadino rimesso a nuovo.

Eppure fu in quella cameretta così poveramente mobiliata che io, appena

diciannovenne, sognai i miei sogni più belli e insensati d’amore, di

grandezza e di gloria. Oh lunghe, febbrili insonnie nell’afa meridiana

d’Agosto, nello scirocco caldo e soffocante di sabbia e di profumi di

zagara! Oh deliziose insonnie notturne, carezzate dalla brezza marina,

oh incomposto tumultuar di desiderii ignoti, di vaghe speranze, di

progetti confusi!... Oh vigoroso galoppar di vita per i muscoli e di

giovinezza per le vene!... Oh, vent’anni! oh, vent’anni!...

*

* *

Poi, ti ricordi? Le due gaie camerette della _Gran Brettagna_ in Via

Bandiera, colla porta che serviva da finestra e viceversa ed il salotto

comune dell’Albergo, dove capitavano i più bei tipi di questo mondo:

e la saletta da pranzo, quella specie di _table d’hôte_ presieduta

da quel buon diavolo di vecchio _troupier_ del cavalier Sebasti,

tenente anziano reduce dalla Crimea e possessore di giubbe o pantaloni

inverosimili, ti ricordi?

Oh! i pranzetti allegri, le allegre partite a scopone con quei due cari

mattacchioni di Ballerini e di Rosati, le belle risate alimentate da

quel celebre vino siciliano nero, e denso come il sangue di qualche

favoloso leone!... Oh! le belle e gioconde risate colla _Contessa_,

con la maestra di francese e col signore tedesco che le faceva gli

occhi di triglia, le magnifiche serate passato col bicchiere in mano

come Goliardi del vecchio stampo, a dar la stura al nostro inesauribile

buon umore, all’effervescenza della nostra giovinezza che ci fuggiva da

tutti i pori come la schiuma del generoso _Champagne_!

Le magnifiche serate al Politeama in seconda cavea, vestiti in borghese

come tre manigoldi, te le ricordi?

Io ho sempre presente la figura del nostro degno bersagliere, con

quella cappellata bassa da _mosciarellaro_ e quei pantaloni a campana

da calzolaio _indomenicato_ che ci guardava tutti e due coll’aria di

pietoso disdegno con cui Don Marino Torlonia guarderebbe un commesso di

negozio.

E solamente il ricordo di quei beati tempi, a dieci anni di distanza,

mi rasserena il viso come per incanto, mi mette sulle labbra il

prurito di ridere ancora di quel bel riso spensierato e squillante che

rallegrava il cuore....

*

* *

Ma ritorniamo alle camere mobiliate. Quanto ne ho cambiate in dieci

anni? Chi se ne ricorda? Rammento quelle dove ho abitato più a lungo,

quelle in cui si è compiuto qualche atto importante della mia esistenza

di scapolo un po’ scapato. Tutte eguali però, dal più al meno, tutte

colla fisonoinia volgare di camera d’affitto, cogli identici mobili,

e i soliti fiori artificiali sotto le campane di vetro e le oleografie

identiche su cornici da rigattiere. E come le camere, così le padrone.

Dalla Conca d’Oro all’estremo paesello delle Alpi; tutte le stesse,

con gli stessi vizii e le stesse virtù, pronte a chiudere un’occhio o

a scandolezzarsi secondo le puntualità del pagamento, curiose come....

padrone di casa e pettegole come lavandaie.

Ricordi la baronessa che ti veniva a spiare dalle stecche delle

persiane? Ricordi la magnifica lezione che le desti una bella sera in

cui la sua curiosità ti aveva seccato?

*

* *

Quella delle padrone di casa è una classe di persone su cui, noi

ufficiali, potremmo fare degli studii profondi. Dall’affittacamere

di professione alla contessa autentica, ma decaduta che affitta per

bisogno, che varietà infinita di tipi, che sbalorditoia gamma di toni e

semitoni!... Ma più ricca ancora di sfumatura, di toni e di colori è la

classe delle padroncine di casa che comincia dalla sartina e passando

per la maestra, che è il tipo più comune, finisce colle signorine per

bene.

Se le padrone di casa che si lasciano corteggiare dal loro inquilino

appartengono al genere più pericoloso, le padroncine di casa sono

pericolose sempre specialmente per i sottotenenti giovani e non

abbastanza agguerriti e corazzati contro le lusinghe dell’eterno

femminino.

Molti matrimonii legali od illegali, (ma il più delle volte illegali)

hanno avuto origine da un semplice «buon giorno» scambiato per le

scale tra la padroncina di casa e il suo inquilino reduce dalla piazza

d’armi o dalla tattica; molti _collages_, molti disgraziati legami,

sono dovuti all’impossibilità di liberarsi da una padrona di casa che

_ha dei diritti_; molte seccature non sono che il prodotto di piccole

vendette di padrona di casa lasciate in asso. Le padroncine di casa

arrivano al loro scopo in vari modi e con vari procedimenti adatti

per lo più all’indole dell’inquilino; tutte le armi sono buone, da una

sapiente modestia a un’audacia sapiente, dal sagace temporeggiamento

alla dedizione improvvisa, dalla ritirata prudente all’accorta _entrata

in tempo_.

Quando ci sono le padroncine, le mamme agiscono di seconda mano e

rappresentano il rinforzo che giunge sempre in tempo nei momenti più

difficili, come una riserva napoleonica usa a manovrare per linee

interne.

Nessuna madre nobile di _ruolo_ saprà mai riprodurre al vero la

matronale aria di dignità che assumono in certe circostanze codeste

agenti di matrimoni al minuto; nessun psicologo le supera nell’arte di

giudicare a prima vista l’_uomo_ della situazione.

In questa bisogna, esse posseggono un odorato infallibile; quando la

faccia del nuovo inquilino non presenta i requisiti voluti, il loro

contegno verso di lui diviene di una rigidezza eccezionale e la loro

sorveglianza sulle figliuole di una feroce acutezza.

Non serve che la camera del pigionale sia perfettamente libera ed

abbia la porta sulle scale; non serve che tornando dal teatro _lui_ e

l’_altra_ entrino in casa colla massima precauzione, che l’_altra_ esca

di casa sul far del giorno, quando tutti dormono ancora.

La terribile padrona di casa sente i rumori più impercettibili;

indovina da quelli tutti i movimenti, nulla le sfugge, nè il minuto

preciso dell’entrata, nè il minuto secondo dell’uscita.

E allora, quando ella ha di già in vista _l’uomo_, un bel giorno vi

fa chiamare dalla sua domestica e vi dice con l’aria di una regina

offesa che quella non è la maniera di regolarsi in casa di gente per

bene, dove ci sono delle fanciulle oneste e timorate di Dio, e che si

meraviglia.

Voi, naturalmente, vi meravigliate più di lei di essere stato oggetto

di un così odioso spionaggio e protestate. Ella ribatte e vi dice di

cercarvi un altro alloggio. Voi cercate e trovate.

Alle volte può accadervi, come è accaduto a me a Parma, di capitare in

casa di gente allegra. La padrona di casa ancora giovane, belloccia,

senza tanti scrupoli, che vi offre gentilmente la camera e la sua

compagnia; un’adorabile cameriera al piano di sotto, una modista sullo

stesso pianerottolo, tre cucitrici di bianco al terzo piano, pronte ad

invadere la vostra stanza al primo cenno d’invito, al primo pizzicar di

chitarra.

E può accadervi, come a me, di tenere la porta spalancata tutto il

giorno e buona parte della notte, di far molta musica e di farsi

_suonare_ maledettamente agli esami.

Può accadervi di andare ad abitare a un primo piano, sopra la bottega

di un barbiere, che si crede in dovere di venirvi ad offrire i proprii

servizii nonchè di darvi parecchi non richiesti consigli sulla scelta

delle relazioni da farsi nel casamento, e particolari preziosi sulle

abitudini di tutti i pigionanti.

Vi può capitare anche una padrona di casa vedova sì, ma romantica

che svaligerà la vostra biblioteca e la vostra toeletta e si metterà

in vedetta dietro le stecche delle persiane per sapere chi viene

a trovarvi; oppure un’onesta madre di nove marmocchi che non vi

lasceranno dormire un’ora del giorno, che spieranno sulle scale un

vostro sorriso o una vostra innocente carezza per invadervi la camera,

attaccarsi alla vostra sciabola, portarvi via la dragona, manomettervi

tutto. O il martirio chinese di un dilettante di piano o di violino,

o il prospetto di una famiglia sistema _Vergini_ di Praga, che vi

inviterà immancabilmente ai suoi giovedì musico-danzanti.

Ovunque voi andiate è un’insidia tesa e più o meno abilmente celata.

Se la casa ha un portiere avete un nemico naturale, se non l’ha ne

avete tanti quanti sono gli inquilini. Se oltre alla camera accettate

di stare in pensione dalla vostra padrona di casa, siete un uomo

perfettamente rovinato.

*

* *

Barcamenarsi saggiamente per dieci anni da una camera all’altra in

tutte le città d’Italia, sfuggire per dieci anni di seguito a tutte le

insidie, rompere tutte le ragnatele, eludere i trabocchetti, sfatare

l’incanto di tanti sorrisi, non è cosa da tutti. Molti cadono nella

pania delle prime lusinghe, molti ci cascano improvvisamente quando già

cominciavano ad agguerrirsi, pochi resistono sino alla fine.

In certe camere che sembrano predestinate, rimangono molti lembi di

cuore e molti lembi di portafoglio; certune hanno visto cadere molti

ideali e assistito alla morte di molte libertà di scapoli: chi sa

quante hanno il diritto di chiamarsi _storiche_ per il succedersi degli

stessi fenomeni nei medesimi punti, nelle ore medesime! Ci pensi tu?...

È spaventevole!...

Perchè, cambiano i reggimenti di guarnigione, cambiano i distaccamenti,

ma le camere mobiliate rimangono sempre le stesse e nulla in esse

si rinnova mai, nemmeno il copriletto di _satin_ giallo ricoperto

di _crochet_, nemmeno le tendine confezionate in casa, nemmeno il

tappetino su cui tante generazioni di stivali si sono posate.

Certi casamenti che l’abitudine ha omai consacrati, acquistano una

specialissima fisonomia di quartieri in festa, cogli attendenti che

vanno e vengono, colle giubbe e i pantaloni dalle fodere e dalle bande

rosse, gialle, cremisi o bianche, sciorinate al sole sui terrazzini

del cortile. In quegli alveari umani le bambine crescono liberamente,

abituandosi, familiarizzandosi all’idea che un giorno avranno anche

loro il proprio ufficiale, non importa come, non importa quando.

E i frutti che un Reggimento ha lasciato acerbi l’altro Reggimento

trova maturi e pronti a lasciarsi cogliere da una mano avida: quello

che la fanteria ha preparato la cavalleria raccoglie, lasciando

l’eredità ai bersaglieri; le lacrime spremute dall’artiglieria sono

asciugate dal genio. Oh, invidiabile cameratismo! Che ne dici? Se tutti

cercassero la camera colla pregiudiziale di questo idee, molte lacrime

si asciugherebbero da sè per mancanza di pietosi fazzoletti disposti a

tergerle.

Ma c’è un Dio anche per le padrone di casa giovani, per le padrone

di casa vedove, per le padrone di casa romantico-sentimentali. C’è un

Dio anche per le padroncine bellocce senz’altra dote che la voglia di

maritarsi, per le maestre elementari, per le piccole _bas-bleu_, per

le strimpellatrici di piano-forti e per le fanciulle militaromani.

C’è la buaggine umana confederata ai vent’anni dei sottotenenti,

all’inesperienza dei collegiali, alla potenza assassina degli occhi

neri e degli occhi celesti. C’è la vanità umana infinita come la

misericordia di Dio, per la quale ogni giovano ufficiale si crede

irresistibile in virtù della sua giovinezza e dei suoi galloni; c’è....

c’è....

Ma è il caso di lasciarla lì. Bene o male eh, vecchio mio? siamo giunti

sulla trentina sani e salvi ed ora un magnifico scetticismo figlio

dell’esperienza ci guida nel mare magno della vita coll’occhio cauto

del vecchio pilota avvezzo alle tenebro ed alle nebbie dell’Oceano.

Oramai lo _scacco barbiere_ non ce lo danno più, vero? E si comincia a

pensare e a desiderare con una certa tenerezza, con uno struggimento

grande, ad una camera _propria_ con mobili _proprii_, senza fiori

artificiali sotto le campane di vetro, senza copriletti a _crochet_,

senza il servizio da caffè colle tazze scompagnate sul _comò_. Si

comincia a pensare ad una padrona di casa che non si somigli per

nulla alle solite, che non nasconda insidie nei begli occhi e secondi

fini nel sorriso, che non frughi tra le vostre carte, che non legga

le vostre lettere, che non adoperi i vostri fazzoletti. Una bella

padroncina di casa che sia anche la padrona del vostro cuore e vi

liberi per tutta la vita dal martirio delle camere mobiliate.

Non è vero che ci pensi anche tu, birbone? O confessalo via!...

Ma se si trattasse di tornare a vent’anni, nelle nostre camerette della

_Gran Brettagna_ dove io scrivevo — Dio ce ne liberi! — i miei primi

versi e tu buttavi giù pupazzetti e novelle veriste da Verga della

seconda maniera, ci ritorneresti tu? Eh!... chi lo sa!?...

La vita nell'esercito · 第 6 / 39 题