STORIA DI UNA SCIABOLA

Nacqui a Toledo in una di quelle storiche fucine che hanno fornito di

solide lame tutto il mondo; un fabbro catalano mi martellò, un artefice

italiano rabescò la mia lama di fregi bizzarri; rammento ancora la

strana sensazione di freddo che mi corse tutta, quando mi gettarono

rovente ancora in una tinozza d’acqua gelata. Ho avuto due impugnature;

la prima assai semplice in pelle di pescecane e acciaio brunito con tre

else; con quella impugnatura mi portò attaccata ad un rozzo cinturone

di cuoio di Cordova, il signor di Perédas nella storica guerra di

successione del 1808 intorno a Saragozza.

Terribile e gloriosa e patriottica guerra quella, combattuta

accanitamente su pe’ selvaggi monti delle Asturie, sulle aspre pendici

dei Pirenei, sullo floride pianure del Tago. Molte cose vidi e molte

volte scintillai al bel sole di Spagna, incitatrice alle pugne,

roteando in fendenti tremendi sugli enormi schakò napoleonici. Ma un

giorno il signore di Perédas mi seppellì sotto un mucchio di cadaveri

tutta rossa di sangue rappreso.

Di notte alla luce rossiccia delle torce, tra i lamenti dei feriti

e dei moribondi e il vociare delle ambulanze, fui raccolta da un

contadino e gettata insieme ad altre armi ed indumenti guerreschi in un

carretto sgangherato le cui ruote mettevano un sinistro cigolio.

Che notte eterna fu quella! Priva della mia morbida guaina di cuoio,

sentivo la fredda rugiada posarsi su di me e agghiacciarmi le fibre;

viaggiando, al rude contatto di schioppi arrugginiti e di umili daghe

di gregario, pensavo al mio forte signore e mi pareva di sentire ancora

la stretta della sua mano robusta. Viveva egli ancora? certo che no;

soltanto la morte poteva strapparmi da quel pugno d’acciaio.

Allora qual sorte m’era riserbata?

Viaggiai tutta la notte alla luce chiara, fredda degli astri; tutta la

notte giunsero fino a me i fiochi lamenti dei moribondi, il gracchiare

de’ corvi famelici; a tratti per la vasta campagna apparivano, in

distanza, orrendi bagliori d’incendio, allegri fuochi di bivacco.

Di chi era la vittoria? Lo ignoravo, ma qualche cosa mi diceva che

doveva essere degli intrepidi difensori della Spagna e questa idea mi

consolava della mia inazione, della mia presente miseria. All’alba,

il carretto si fermò dinnanzi ad un’umile casa di campagna; due

donne giovani e belle, della maschia bellezza catalana, accorsero

sul limitare, molti fanciulli circondarono il carretto schiamazzando:

due uomini alti e barbuti ci tolsero dal carro, ci trasportarono in

una buia soffitta, ci gettarono a rifascio in un angolo. Lunghi anni

passarono in quel silenzio non interrotto che dalla gazzarra allegra

degli uccelli e dal tubare delle tortore nidificanti sugli embrici. Io

invecchiavo; uno strato di ruggine mi copriva tutta come una lebbra,

mi rodeva le molecole come una vegetazione parassitaria: la polvere

s’agglomerava sull’impugnatura rendendola irriconoscibile, i ragni, tra

le else, intessevano le loro trame sottili. Gli anni passavano....

*

* *

Un giorno la porta stridette sai cardini rugginosi e una larga e

luminosa zona di sole penetrò allegramente nella buia soffitta mettendo

in fuga una pacifica tribù di topi, assoluti padroni del luogo.

— Debbono essere laggiù in quell’angolo, disse una voce maschia.

Un uomo si diresse alla nostra volta, ci sollevò tutte in un fascio,

discese le scale traballando sotto il peso e ci depose sopra il gran

tavolo della cucina: dal mucchio delle armi saliva un vecchio tanfo di

muffa.

— Eccole qui tutte, disse la voce nota.

Molti uomini ci furono attorno, ci presero, ci spolverarono, ci

esaminarono curiosamente. Quello che mi impugnò pel primo era un

vecchio signore alto e magro dalle fedine brizzolate, dagli occhiali

cerchiati in oro: mi osservò a lungo, cercando di scorgere traverso

alla ruggine il disegno dei miei rabeschi, cercando un nome, una data,

una marca di fabbrica. Io in quell’aria, in quella luce, mi sentivo

rinascere; il buon sole di primavera mi scuoteva di dosso l’umidità e

l’uggia di quella lunga prigionia; i movimenti che la mano del vecchio,

mi imprimeva, mi rendevano l’antica elasticità, il vigore antico,

dandomi sussulti di gioia.

— Buona lama, buona lama!... diceva il vecchio soddisfatto.

— È di Toledo, della celebre fabbrica di Manuel Paëz; ha combattuto

sotto Saragozza nel 1808 in mano a quel prode signor di Perédas, che

morì poi sulle mura della città, disse l’uomo che mi aveva tolto dal

mio cantuccio buio, con un’inflessione d’orgoglio nella voce.

— Quanto chiedete? domandò il vecchio.

— Non ha prezzo signore; la raccolse mio padre sul campo di battaglia

ed io la conservavo come una reliquia di famiglia. Ma siamo poveri,

il pane è caro, mia moglie è malata.... Fate voi, signore, io non

discuterò.

Il vecchio gettò sulla tavola dieci fiammanti pesos di Spagna, il

cui suono argentino dovette gradevolmente solleticare l’orecchio del

campagnuolo andaluso.

— Va bene?

— Grazie a Vossignoria: l’arma è vostra, disse il contadino intascando

prestamente le belle monete.

Il vecchio signore mi avvolse accuratamente in una fascia di tela e mi

portò via.

Così mi separai dalla mie compagne di prigionia....

*

* *

In Italia subii una magnifica trasformazione: un armaiolo di Milano

mi si mise d’attorno a ripulirmi, a levarmi la ruggine con una cura

amorosa: fui temprata nuovamente; per la seconda volta sentii il bacio

ardente del fuoco, il freddo bacio dell’acqua, poi mi si adattò una

nuova impugnatura d’avorio colle else in metallo dorato, martellata da

una mano maestra. Ero più bella di prima, più lucente, più fiammante;

la mia lama s’era assottigliata, la mia punta pareva quella di un’ago.

Un giorno mentre l’armaiolo mi dava l’ultimo colpo di brunitoio, entrò

nella bottega una fanciulla, uno splendore di fanciulla, pallida e

bruna come la fata di una leggenda moresca. Mi guardò a lungo, mi prese

nelle sue manine delicate e bianche, poi mi posò sul banco dicendo

all’artefice:

— Inciderete il mio nome sulla lama da questa parte; dall’altra parte

il motto: «Per la patria e per la dama»

— Sarà fatto, disse l’armaiuolo inchinandosi.

Provai così anche il morso roditore dell’acido; ma per guarire fui

messa in una guaina di bulgaro morbida ed odorosa come un guanto e

adagiata mollemente in un lungo astuccio di velluto. Come si stava bene

lì dentro!...

Così trasformata, rinnovata, ringiovanita tornai alla casa del vecchio

signore che mi aveva acquistata in Ispagna, anelante a nuove pugne su

nuovi campi di battaglia, avida di scintillare al sole italiano, di

combattere per una causa nobile e grande. Mi avrebbero forse lasciata

poltrire nel mio morbido astuccio?

Una notte fui portata nel salotto; un salotto principesco e sontuoso,

dove tutto fiammeggiava alla luce dei lampadari di Murano. C’erano

tre persone intorno a me; il vecchio signore dalle fedine brizzolate,

la bellissima creatura di cui portavo il nome inciso sulla lama, e un

giovane biondo, dall’occhio azzurro e dolce, vestito della splendida

uniforme degli Usseri di Piacenza; parlavano sottovoce, commossi,

pallidi come alla vigilia di un grande avvenimento: la fanciulla era

triste, ma gli sguardi del giovane e del vecchio lucevano di una fiamma

baldanzosa.

— Quando parti? domandò Bianca.

— Fra poche ore, all’alba: gli Austriaci sono padroni della linea del

Mincio e circondano Peschiera, bisogna affrettarsi....

— Ritornerai non è vero?

— Se Dio m’assiste!...

— Porterai questa spada, per mio ricordo.

E mi trasse dall’astuccio.

— Grazie, cara.

Il giovane la baciò in fronte, poi mi sguainò, mi fece scintillare

alla luce dei doppieri, lesse la scritta e pose le labbra sulla lama

al posto dov’era inciso il nome di lei. (Un brivido mi corse tutta a

quel contatto) poi disse attaccandomi ai pendagli del suo cinturone di

bulgaro.

— Questa spada sarà il mio talismano.

— Iddio t’ascolti!

— Figli miei, seguitemi, disse il vecchio signore con voce grave,

velata da una dolce emozione.

Assistei allora ad una scena commovente e solenne. La piccola cappella

del palazzo era tutta illuminata di ceri; all’altare sontuoso un prete

celebrava la messa. Era un venerando sacerdote, una di quelle maestose

figure di vegliardo su cui si legge, come su di uno specchio, tutta

la storia di una vita incontaminata; celebrava il sacrifizio divino

serenamente, sorridendo ai due fidanzati che si inginocchiavano dinanzi

alla balaustra ricoperta di fiori.

Bianca pregava fervorosamente il Signore che le risparmiasse lo sposo,

che glie lo facesse ritornare illeso e vittorioso; egli, il giovine

ufficiale degli usseri, la divorava collo sguardo pregustando tutta

la felicità di quella notte divina, la prima e forse l’ultima, del suo

matrimonio.

Sui gradini dell’altare il sacerdote parlò rivolto agli sposi colla

sua voce tremula e dolce; parlò di amore e di patria, di speranza e di

fede, di onore e di dovere: poi alzò la bianca mano benedicente e il

vecchio signore baciò sulla fronte la figlia e lo sposo....

In quella notte dalla poltrona dove fui gettata, assistei al più dolce,

al più bello, al più divino degli idillii umani e ne fremo ancora al

ricordo....

*

* *

Per tutto il giorno avevo battuto sui fianchi di un cavallo generoso

che ci portava via in corsa sfrenata; sentivo dietro di me il sonoro

galoppo di tutti i cavalli dello squadrone e la polvere di una strada

lunghissima stendentesi a perdita di vista, si posava sulla mia

impugnatura damascata. Quali pensieri turbinavano nell’animo del mio

nuovo padrone? Ancora ebbro di ricordi d’amore egli si eccitava alla

corsa, e pungeva i fianchi del suo sauro focoso. Io pensavo che sarebbe

triste di morire così, giovane, bello e amato da un angelo; ma più

pensavo alle lacrime di lei in quell’ora che vedeva dileguare la sua

felicità al galoppo rapido di _Mallecho_. Povera Bianca! A lungo aveva

sventolato il fazzoletto in segno d’addio, in quell’alba luminosa di

giugno, dal suo balcone; a lungo aveva seguito collo sguardo il rapido

dileguarsi del suo cavaliero gentile che andava alla battaglia. Poi

quando l’aveva perduto di vista, aveva dovuto scoppiare in singhiozzi

tra le braccia di suo padre, il vecchio gentiluomo milanese....

Ad un tratto mi sentii stringere all’impugnatura da una mano nervosa ed

estrarre dalla guaina, violentemente. Cominciava dunque la pugna?

Eravamo a Monzambano: grandi masse di fanteria austriaca si vedevano

azzurreggiare in distanza; nell’aria era un continuo scintillare di

lance, di baionette, di spade; era un crepitar lontano di moschetti,

un rombo fiero di cannoni; grosse nubi di fumo bianco salivano nella

serenità trasparente del cielo.

— Ci siamo! pensai.

Lo squadrone dietro a me, (la sua mano mi agitava in aria in segno di

comando), aumentava la celerità dell’andatura, allungava il galoppo, si

metteva in linea. Si vedevano distintamente i quadrati della fanteria

nemica irti di baionette, passavano di tanto in tanto sul nostro capo

le granate fischiando come bolidi incandescenti.

— Avanti!... tuonò la sua voce.

La lunga linea di uomini e cavalli pareva una legione di angeli

sterminatori.

— _Caricat!_...

— _Savoja!_...

Non rammento più nulla: una grandine di piombo cadde su noi senza

arrestare la nostra corsa precipitosa, poi un’altra più fitta, più

micidiale; i cavalli eccitati, spaventati, le nari fumanti e l’occhio

feroce volavano calpestando tutto come gl’ippocrifi di una truce

visione Dantesca. E sempre il glorioso grido incitatore ne incalzava

alle spalle:

— Savoia!...

Poi una granata ci scoppiò proprio dinnanzi con orrendo fragore e

sentii che una parte della mia lama volava via trasportata da una

scheggia. _Mallecho_ stramazzò a terra fulminato, io sentii che la mano

del mio giovin signore m’abbandonava, ma rimasi attaccata al suo polso

per la dragona. Tutto lo squadrone in corsa sfrenata volò sopra di

noi, tornò indietro, rivolò quattro volte all’assalto fino a che rimase

vincitore....

Alla sera si seppellirono i cadaveri si raccolsero i feriti; i

medici, gl’infermieri e le suore di carità giravano sul campo della

carneficina. Un gruppo d’uomini mi circondava.

— È morto? domandò una voce a me nota, la voce del vecchio gentiluomo

milanese.

— Sì, disse il medico addolorato: una scheggia di granata gli ha

squarciato il petto.

La granata austriaca aveva spezzato tre esistenze: la mia, la sua e

quella di Bianca....

Ora colla lama rotta a metà e coll’impugnatura rossa di sangue e nera

di polvere, sono ritornata nell’astuccio di velluto, e sto nella vedova

camera nuziale di Bianca come una reliquia preziosa.

La vita nell'esercito · 第 4 / 39 题