SAMIA, FESSENIO, LIDIO femina, FANNIO.
SAMIA. Oimè! uh! uh! uh! trista me! Oh povera padrona mia, che, in un
tratto, svergognata e ruinata sei!
FESSENIO. Ch'hai tu, Samia?
SAMIA. Oh sventurata Fulvia!
FESSENIO. Che cosa è questa?
SAMIA. O Fessenio mio, ruinati semo.
FESSENIO. Che c'è? di' sú.
SAMIA. Pessime nuove.
FESSENIO. Che?
SAMIA. Li fratelli di Calandro hanno trovato Lidio tuo con Fulvia e
mandato per Calandro e per li fratelli di lei, che venghino a casa per
svergognarla; e forse poi uccideranno Lidio.
FESSENIO. Oimè! Che cosa è questa? Oh sventurato padron mio! Lo hanno
preso?
SAMIA. Non giá.
FESSENIO. Perché non si è fuggito?
SAMIA. Perché Fulvia pensa, prima che Calandro e li fratelli di lei si
trovino ed a casa arrivino, che il negromante lo faccia di nuovo femina;
e cosí levar la vergogna a sé e il periculo a Lidio. Ove che, se esso
fuggendo si salvasse, Fulvia vituperata resteria. Però, volando, mi
manda al negromante per questo conto. Addio.
FESSENIO. Odi. Fermati un poco. In che luogo di casa è Lidio?
SAMIA. Egli e Fulvia nella camera terrena.
FESSENIO. Non ha, dirieto, la finestra bassa?
SAMIA. Potria, per lí, andarsene a posta sua.
FESSENIO. Non per questo ne domando io. Dimmi: sará, ora, chi impedisca
ad alcuno lo ire lá drento a detta camera?
SAMIA. Quasi nissuno. Tutti son corsi, al rumore, all'uscio della
camera.
FESSENIO. Samia, questa cosa del negromante è pazzia. Se brami salvare
la padrona, torna a casa e, con buon modo, leva de l'andito, se alcuno
per sorte vi fusse.
SAMIA. Farò quel che di'; ma guarda che la cosa non se ruini affatto.
FESSENIO. Non temer. Va' via.
LIDIO femina. Eimè! Fessenio mio, voglia il cielo che, in uno stante,
ritrovato e riperduto mio fratello non abbia e che, ad un tempo, renduta
la vita e data la morte non mi sia.
FESSENIO. Qui non bisogna lamenti; il caso ricerca che il rimedio sia
non men presto che savio. Nissun ci vede. Piglia i panni di Fannio e i
tuoi da' a lui. Sú! presto!... Oh! cosí!... Piglia questo. Metti sú...
Cosí stai ben troppo. Non dubitare: meco ne vieni. Tu, Fannio, aspetta.
A te, Santilla, mostrerò quanto a far hai.
FANNIO. In che travaglio ha posto la fortuna il caso di questi due,
fratello e sorella! Sará oggi il maggior affanno o la maggior letizia
che avessin mai, secondo che la cosa se butterá. Ben fece il cielo l'uno
e l'altra simili, non pur di apparenzia, ma ancor di fortuna. Sono
amendue in loco che forza è che uno abbia quel bene e quel male che ará
l'altro. Sin che il fine non vedo, né allegrar né attristar mi posso; né
timor certo né certa speranza in cor mi siede. Or piaccia al cielo che
la cosa a quel fin si riduca che Lidio e Santilla di tanto travaglio e
periculo eschino. Io, aspettando quel che avvenir di questo fatto deve,
qua da parte mi ritirerò soletto.