LIDIO, FESSENIO servo.
LIDIO. Or parla.
FESSENIO. Calandro, marito di Fulvia tua amorosa e padrone mio
posticcio, che castrone è e tu becco fai, mentre che tu, li dí passati,
da donna vestito, Santilla chiamatoti, andato da Fulvia e tornato sei,
credendo che tu donna sia, si è forte di te invaghito e pregatomi che io
faccia sí che egli ottenga questa sua amorosa: la qual sei tu. Io ho
finto averci fatta grande opera; gli ho data speranza di condurla, ancor
oggi, alle voglie sue.
LIDIO. Questa è ben cosa da ridere. Ah! ah! ah! Ed or mi ricordo che,
l'altro dí, tornando io da Fulvia in abito di donna, mi venne drieto un
pezzo; ma non pensai che fusse per innamoramento. Si vuol mandarla
innanzi.
FESSENIO. Ti servirò bene: lassa fare a me. Gli mostrerò di novo aver
fatti miraculi per lui; e sta' sicuro, Lidio, che egli piú crederrá a me
che io non dirò a lui. Gli do spesso ad intendere le piú scempie cose
del mondo per ciò che gli è il piú sufficiente lavaceci che tu vedessi
mai. Potrei mille sua castronarie raccontarti; ma, acciò che io non vada
ogni particularitá narrandoti, egli ha in sé sí profonde sciocchezze
che, se una sola di quelle fusse in Salamone, in Aristotele o in Seneca,
averebben forza di guastare ogni lor senno, ogni lor sapienzia. E quello
che sommamente mi fa ridere delli fatti suoi è che gli pare essere sí
bello e sí piacevole che e' s'avisa che quante lo vedeno subito se
innamorino di lui, come se altro piú bel fante di lui non si trovasse in
questa terra. In fine, come il vulgo usa dire, se mangiasse fieno,
sarebbe un bue; perché poco meglio è che Martino da Amelia o Giovan
Manente. Onde facil ci fia, in questo suo amorazzo, condurlo a quel che
noi piú vorremo.
LIDIO. Ah! ah! ah! Io sono per morir delle risa. Ma dimmi: credendo esso
che io sia femina, e maschio essendo, quando esso fia da me, come anderá
la cosa?
FESSENIO. Lassa pur questa cura a me, ché tutto ben si condurrá. Ma oh!
oh! oh! Vedilo lá. Va' via, ché teco non mi veda.