XLVII. -- A Lattanzio de' Benucci

Io ch'a ragion tengo me stessa a vile,

nè scorgo parte in me che non m'annoi,

bramando tormi a morte e viver poi

ne le carte d'un qualche a voi simile,

cercando vo per questo lieto aprile

d'ingegni mille, non pur uno o doi

suggetti degni de i più alti eroi,

e d'inchiostro al mio tutto dissimile.

Però dovunque avvien, che mai si nome

alteramente alcuno, indi m'ingegno

trar rime, onde s'eterni il nome nostro.

E spero ancor, se 'l mio cangiar di chiome

non rende pigro questo ardito ingegno,

d'Elicona salire al sacro chiostro.

[Risposta al sonetto del BENUCCI: _Deh, non volgete altrove il dotto stile_.]

Rime di Tullia d'Aragona, cortigiana del secolo XVI · 第 51 / 142 题