NOTE:

[1] =Graf A.= _Atraverso il cinquecento_. Torino, Loescher, 1888, pag.

215 e seg.--Nell'_Hermaphroditus_ del =Panormitano= (1471)

_(Quinque illustrium postarum_, =Antonii Panormitani=, etc. _lusus

in Venerem_, Parigi, 1791), la cortigiana non apparisce ancora,

come neppure ne è parola in =Giano Pannonio= (1472) _Poemata_,

Trajecti ad Rhenum, 1784.

[2] "Avetemi inteso voi donne? Che alla barba di tutti i sodomiti io

voglio tenere colle donne, e dico che la donna è più pulita e

preziosa della carne sua che non è l'uomo; e dico, che se egli

tiene il contrario, egli mente per la gola" (=S. Bernardino=,

_Prediche volgari_, ed. =Bongi=, pag. 380).

[3] Le opere fatte da lui circa la osservanza dei buoni costumi furono

santissime e mirabili, nè mai in Firenze fu tanta bontà e

religione quanta a tempo suo... la sodomia era spenta e

mortificata assai; le donne in gran parte lasciati gli abiti

disonesti e lascivi; i fanciulli quasi tutti lavati da molte

disonestà e ridutti ad uno vivere santo e costumato... portavano i

capelli corti e perseguitavano con sassi e villanie gli uomini

disonesti e giocatori e le donne di abiti troppo lascivi.

(=Guicciardini=, _Storia, fiorentina_, cap. XVII)

[4] =Piccolomini A.= _Istituzione di tutta la vita, dell'uomo nato

nobile et in città libera_. Venezia, 1552.

[5] =Garzoni T.= _La piazza universale di tutte le professioni del

mondo_. Venezia, 1587, discorso LXXIV, pag. 597.

[6] =Garzoni T.= Op. Cit., discorso LXXV, pag 605.

[7] Giovanni Burchkardt maestro di cerimonie di Alessandro VI narra

come l'ultimo d'ottobre 1501 cenarono nel palazzo apostolico, col

Valentino, cinquanta cortigiane, le quali dopo cena danzarono

ignude e diedero altre prove di valentia in presenza di Alessandro

VI e della Lucrezia Borgia. "In sero fecerunt cenam cum duce

Valentinense in camera sua, in palatio apostolico, quinquaginta

meretrices honeste cortegiane nuncupate, que post cenam

coreaverunt cum servitoribus et aliis ibidem existentibus, primo

in vestibus suis, denique nude. Post cenam posita fuerunt

candelabra communia mense in candelis ardentibus per terram, et

projecte ante candelabra per terram castanee quas meretrices ipse

super manibus et pedibus; unde, candelabra pertranseuntes,

colligebant, Papa, duce et D. Lucretia sorore sua presentibus et

aspicientibus. Tandem exposita dona ultima, diploides de serico,

paria caligarum; bireta, et alia pro illis qui pluries dictas

meretrices carnaliter agnoscerent; que fuerunt ibidem in aula

publice carnaliter tractate arbitrio praesentium, dona distributa

victoribus". _Diarium sive rerum urbanorum commentarii_, Parisiis,

1883-1885, tom. II, pag. 443, tom. III, pag. 167).

[8] =Armellini M_.= Un censimento della città di Roma sotto il

pontificato di Leone X tratto da un codice inedito dell'Archivio

Vaticano_. Roma. Befani, 1887.

[9] Cfr. =Bandello=, _Novelle_, parte III, nov. XLII; =Valery=,

_Curiosités et anecdotes italiennes_, Paris, 1842; =Giovio P.=,

_De piscibus romanis_, cap V; =Forcella V.=, _Iscrizioni delle

chiese di Roma_, Roma, 1878. Per l'epitafio che dicesi posto sulla

sua tomba crediamo siasi roppo facilmente accettata la tradizione

che fosse in S. Gregorio; oltre la stranezza della lapide che

certo non faceva bella figura in una chiesa, è oramai accertato

che se pure l'epitafio fu composto non fu mai elevato sulla tomba

dell'Imperia.

Di lei scrive il Bandello (op. cit, nov. XLIII): "Tra gli altri

che quella (Imperia) sommamente amarono fu il signor Angelo del

Bufalo, uomo della persona valente, umano, gentile e ricchissimo.

Egli molti anni in suo poter la tenne, e fu da lei

ferventissimamente amato, come la fine di lei dimostrò. E perciò

che egli è molto liberale e cortese, tenne quella in una casa

onoratissimamente apparata con molti servidori, uomini e donne,

che al servizio di quella continovamente attendevano. Era la casa

apparata e in modo del tutto provvista, che qualunque straniero in

quella entrava, veduto l'apparato ed ordine de' servidori, credeva

che ivi una principessa abitasse. Era tra l'altre cose una sala e

una camera sì pomposamente adornate, che altro non v'era che

velluti e broccati, e per terra finissimi tappeti. Nel camerino,

ov'ella si riduceva, quand'era da qualche gran personaggio

visitata, erano i paramenti che le mura coprivano, tutti di drappi

d'oro, riccio sovra riccio, con molti belli e vaghi colori. Eravi

poi una cornice tutta messa a oro ed azzurro oltremarino,

maestrevolmente fatto, sovra la quale erano bellissimi vasi di

varie e preziose materie formati, con pietre alabastrine, di

porfido, di serpentino e mille altre specie. Vedevansi poi attorno

molti cofani e forzieri riccamente intagliati, e tali che tutti

erano di grandissimo prezzo. Si vedeva poi nel mezzo un tavolino,

il più bello del mondo, coverto di velluto verde. Quivi sempre era

o liuto o cetra con libri di musica, ed altri istromenti musici.

V'erano poi parecchi libretti volgari e latini riccamente

adornati. Ella non mezzanamente si dilettava delle rime volgari,

essendole stato in ciò esortatore, e come maestro il nostro

piacevolissimo messer Domenico Campana detto _Strascino_; e già

tanto di profitto fatto ci aveva che ella non insoavemente

componeva qualche sonetto o madrigale". Ed a proposito del celebre

camerino seguita narrando come essendo andato a farle visita

l'ambasciatore di Spagna, e avendo bisogno di sputare, trovò che

il luogo meno improprio a ciò fare era il viso del servitore che

gli stava alle spalle.

[10] =Cugnoni G.= _Agostino Chigi il Magnifico_, Livorno, Vigo, 1879.

[11] =Aretino P.= _Ragionamento fra il Zoppino fatto frate e Ludovico

puttaniere_, Cosmopoli, 1660, pag. 442.

[12] E poeti e letterati non isdegnavano la compagnia della cortigiana

(=Burchkardt=. _Diarium_ etc., ediz. cit. tom. III, pag. 209);

Marco Bracci in una lettera ad Ugolino Grifoni segretario di

Cosimo I scrive nel novembre 1557 che giunto in Perugia il

cardinale Caraffa nipote di Paolo IV e il cardinal Vitelli "dopo

cena pubblicamente fece andare in palazo tutte le putane che a

quelli tempi se trovavano in Perugia quale furono in tutte

quattordici; e presene per sè una e una per el cardinale Vitello

el resto acomodoli a la sua famiglia. (=Fabretti=, _La

prostituzione in Perugia nei secoli XIV e XV_, Torino, 1885, pag.

46).

[13] =Graf A.= op. cit., pag. 350.

[14] _Theatro delle donne letterate_, pag. 296.

[15] _Istoria della volgar poesia_, vol. IV, pag. 67.

[16] _Storia e ragione d'ogni poesia_, vol. II, pag. 235.

[17] _Gli scrittori d'Italia_, vol. I, par. I.

[18] _Gli scrittori del regno di Napoli_, tomo III, parte I.

[19] Il Vigo pubblicava nel 1885 per nozze Grassi-Rinaldi il sonetto

della Tullia all'Ochino (nella nostra edizione a pag. 39), e nella

breve prefazione la dice napoletana.

[20] Presso il =Mazzuchelli=, loc. cit.

[21] _Dell'infinità d'amore_di =Tullia Aragona= edito dal

=Canestrini=, Milano, 1867.

[22] _Bibliografia romana_, Roma, Botta, 1880, vol. I, pag. 13.

[23] Vedi a pag. 189, versi 27 e seg.

[24] La _Jole_ dell'egloga del Muzio è la Giulia ferrarese, anch'essa

etèra famosa e della quale il =Domenichi= (_Facezie, motti e

burle_, Venezia, 1558, pag. 28) ricorda un motto arguto e mordace.

Papa Leone X aveva fatto aprire una nuova strada in Roma

lastricata dai tributi che le puttane pagavano, nella quale

scontrando la Giulia ferrarese una gentildonna l'urtò un poco.

Allora la gentildonna adirata cominciò a dirle villania. Rispose

la Giulia: "Madonna, perdonatemi, ch'io so bene che voi avete più

ragione in questa via che non ho io". Nel citato censimento di

Roma (pag. 42) ella apparisce come abitante nel rione Campo

Marzio, in una casa sotto la parrocchia di S. Trifone di proprietà

dell'Ordine Agostiniano.

[25] Lo Zilioli che fu il più diffuso biografo dell'Aragonese le

assegna per padre Pietro Tagliavia, di Aragona, arcivescovo di

Palermo e cardinale di Santa Chiesa; e tale versione venne accolta

dal Mazzuchelli, dal Tiraboschi, dal Cinguenè e dal Camerini. Ora

nè quando il Muzio scrisse l'egloga alla Tullia nè quando

l'Aretino nel dialogo tra il Zoppino e Ludovico, dialogo scritto

certo prima del 1539, dice _cardinale_ l'amante della Giulia

ferrarese, il Tagliavia era stato assunto alla porpora. Lo fu solo

sotto Giulio III l'anno 1553; in tal guisa viene esonerato di sua

paternità poco lodevole. Escluso costui, l'unico cardinale che

cronologicamente può dirsi padre della Tullia è Luigi d'Aragona,

ascritto al sacro Collegio da Alessandro VI nel 1493, promulgato

solo nel 1497. Nato in Napoli nel 1474 morì in Roma l'anno 1519 e

fu tumulato nella chiesa di S. Maria sopra Minerva, ove vedesi

tuttora il suo sepolcro con iscrizione fattagli fare dal cardinale

Franciotto Orsini suo esecutore testamentario.

[26] =Biagi G.= _Un'etèra romana, Tullia d'Aragona_. (_Nuova

Antologia_. Serie III, vol. IV, 16 agosto 1886)

[27] Dice il Muzio:

Visse in tenera etate presso a l'onde

del più bel fiume che Toscana onori.

(_Sonetto I_, v. 12-13, pag. 69).

[28] =Aretino P.= _Ragionamenti_. loc. cit.

[29] =Zilioli=, in =Mazzucchelli=, loc. cit. Molto diverso è però il

ritratto che ne fa il Giraldi, e dall'odio che palesa parlando

della Tullia fa se non credere, almeno dubitare che invano abbia

picchiato alla porta della bella cortigiana. "Non è alcuno di voi,

per quanto io stimo, _egli dice_, il quale non habbia conosciuto

Nana, così detta non perchè ella sia piccola della persona, ma per

mostrare la sua sconvenevole et non proportionata grandezza, con

voce di contrario sentimento. Questa di casa Aragona si fa

chiamare quantunque io intenda che di madre vilissima e di quella

medesima vita che ella è in alcune paludi sie nata senza che la

madre le habbia mai saputo dire chi suo padre si fosse. Venuta

adunque nella nostra città, ove hora le pari a lei, per lo mal

costume del nostro secolo, sono in più abondanza che non si

converrebbe, si diè a fare guadagno di sè disonestamente,

allettando i giovani con quegli adombrati colori di virtù, di che

innanzi dicemmo. Et non pure traheva costei a sè i giovani con

simili arti, i quali per lo più sono di poca levatura, ma così

toglieva ella il senno ad alcuni huomini maturi e scientiati, che

col promettere loro di lasciarli godere di lei, qualunque volta

danzassero mentre ella toccava il leuto, facevano scalzi la

resina, o la pavana, o quale altra sorta di ballo più l'era grato

et poscia beffandoli li lasciava del promesso scherniti.

(_Ecatommiti_, nov. VII).

[30] _Passione d'amore di mastro Pasquino per la partita della signora

Tullia e martello di amore delle povere cortigiane di Roma con le

allegrezze delle bolognesi._(=Tiraboschi=, Stor. letter. ital.

vol. VII, pag. 1172). Di pasquinate alla Tullia o nelle quali ella

sia mentovata non ci consta che il _Trionfo della lussuria di

mastro Pasquino_stampato nel 1537, ove però è ricordata la Tullia

solo come molto _favorita_. Il Biagi ricorda ancora lo sconcio

sonetto: "_Mentre alla Tullia la madre ragiona_" firmato F. C. che

conservasi in due codici Magliabecchiani.

[31] =Biagi G.= op. cit.

[32] "Considerando gli infrascritti cavalieri la virtù solamente esser

quella che concede immortalità ad ogni animo generoso, liberandolo

con la eterna fama da ogni oblivion che ne la labile e caduca

memoria de li uomini aver loco possa, e che quella da ciascuno

meritamente deve esser amata, reverita ed a quel sommo grado che

per le umane forze sia possibile esaltata e tanto più quanto ella

in persona si ritruovi di ogni altra grazia, e dono di fortuna e

natura dotata; per tanto come veri fautori ed amatori di quella e

per la verità della quale ogni nobil core deve sempre prender la

protezione, e, quando in parte alcuna celarsi e occulta restarsi

la veda, produrla in luce e qual chiaro sole farla a tutti

risplendere ed apparire: non da alcuna altra passione o fine mossi

ed indotti, si offeriscono non pregiudicando alle onorate leggi de

la militar disciplina, a tutto il mondo, per un giorno

valorosamente sostenere che la loro signora e padrona la Ill.ma

S.ra Tullia de Aragonia per le infinite virtù quali in lei

risplendono è quella che più merita che tutte le altre donne de la

preterita, presente e futura etate; ed acciò che qualunque, de la

sua immortal gloria invidioso, diversamente o parlasse o sentisse,

possa presto certificarsi e risolversi; declarono detto

sostenimento, doversi intendere totalmente secondo l'ordine de

torniamenti de li antiqui e gloriosi cavalieri; e così gli

inestimabili meriti de la prefata signora, se pure non fussino a

sufficenza noti e chiari, secondo il dovere si manifesteranno a lo

ardire e valor de li suoi servitori, similmente per tale occasione

più celebri e palesi saranno, onde ciascuno poi non dubitano che

confessare sarà costretto, sì come a loro non ritrovarsi cavalier

di virtù superiori, così a la prefata signora pari o simile non

esser mai stata o potere essere nei secoli futuri". I sostenitori

del valore della Tullia erano Paolo Emilio Orsini, Accursio

Mattei, Brunoro Neccia, Alberto Rippe, Marco da Urbino, e Bernardo

Rinuccini.

[33] Il Muzio nell'egloga VI del IV libro intitolata _Argia_, dice che

la Penelope ebbe per patria

l'orribil Adria e que' secreti stagni

che le palustri lor superbe canne

cercan di pareggiar ai nostri allori.

Là per quelle contrade umide e salse

a la dolce e vezzosa fanciulletta

i lascivi delfin festosi giri

tessean saltando intorno; a la sua culla

le Nereidi portavano e i Tritoni

conche da i marin liti e fresche perle.

E più sotto lo stesso Muzio ci fa sapere come da Venezia muovesse

con la madre e la Tullia per Ferrara.

Indi pargoleggiar su per le rive

fu vista un tempo del gran re de' fiumi;

poi come la guidava il suo destino

varcati d'Apennino i duri gioghi

tenne lunga stagione adorni e lieti

i poggi d'Arbia e le campagne d'Arno.

La sorella della Tullia morì di 13 anni ed 11 mesi nel febbraio

del 1549 e fu sepolta nella chiesa di S. Agostino, innanzi

all'altar maggiore. L'iscrizione sepolcrale è riportata dal

=Galletti= e dal =Forcella=; in essa è chiamata Penelope

=Aragona=, quasi la Giulia ferrarese per essere un tempo stata

l'amante di un cardinale di casa Aragona avesse il diritto di

chiamare Aragonesi anche i figliuoli nati parecchi lustri dopo che

il buon cardinale aveva reso l'anima a Dio.

[34] Riportiamo per brevità solamente il brano della lettera alla

Isabella d'Este che più particolarmente riguarda la Tullia. "V.

Ecc. intenderà come gli è sorta in questa terra una gentil

cortegiana di Roma, nominata la S.ra Tullia la quale è venuta per

istare qui qualche mese per quanto s'intende. Questa è molto

gentile, discreta, accorta et di ottimi et divini costumi dotata;

sa cantare al libro ogni motetto et canzone, per rasone di canto

figurato; ne li discorsi del suo parlare è unica, et tanto

accomodatamente si porta che non c'è homo nè donna in questa terra

che la paregi, anchora che la Ill.ma S.ra Marchesa di Pescara sia

ecc.ma, la quale è qui, come sa V. Ecc. Mostra costei sapere de

ogni cosa, et parla pur sieco di che materia te aggrada. Sempre ha

piena la casa di virtuosi et sempre si puol visitarla, et è riccha

de denari, zoie, colanne, anella et altre cose notabile, et in

fine è ben accomodata in ogni cosa . . . . . (_Un'avventura di

Tullia d'Aragona_, nella _Rivista storica mantovana_, vol. I,

fasc. 1-2, 1885)

[35] Anno Domini M.D.XLIII indictione secunda die vero martis VIII

mensis Ianuarii Silvester olim . . . . . de Guicciardis

ferrariensis contraxit matrimonium cum D. Tullia Palmeria de

Aragonia per verba de presenti et anuli dationem et receptionem

respective in forma iuris et sacrorum canonum et omni meliori

modo, etc. Rogantes, etc. Actum Senis.--Ego Sigismundus Mannius

Ugolinius notarius rogatus. (_R. Archivio di Stato in Siena,

Scritture concistoriali_, ad annum).

[36] 1544 Die dicto (5 februarii) de sero.

Hieronymus de Ballatis _Prior_

D. Achilles Orlandinus

Conterius de Sansedoniis

Franciscus Arengherius

. . . . . et deliberaverunt declarare et declaraverunt D. Tulliam

de Aragona Sen. habitantem, non esse comprehensam in statuto

meretricium, dantes licentiam omnibus et quibuscumque personis

locandi domos dicte domine Tullie, et absque aliqua pena, et

mandaverunt fieri decretum dicte declarationis et licentie in

forma. Et fuit factum infrascripti tenoris:

Spectatissimi Domini Executores Generalis Gabelle Magnifici

Comunis Sen., convocati et congregati solemniter, etc., audito

pluries Domino Aurelio Manno Ugolino procuratore et eo nomine

Nobilis domine Tullie filie quondam Constantii de Palmeriis de

Aragona et uxoris domini Silvestri de Guicciardis ferrariensis,

producente eius mandatum manu Ser Sigismundi Manni notarii, etc.,

exponente qualiter praefata Domina Tullia ob novam compilationem

Statutorum Reipublicae Sen., a nonnullis videlicet indebite et

iniuste reputatur et diffamatur, eidem non licuisse nec licere

deferre nec portare vestes et alia ornamenta muliebra que licite

sunt et conveniunt personis honestis et nobilibus, et commorari et

habitare in locis civitatis in quibus licitum est habitare omnibus

personis honestis et nobilibus; et quia rei veritas est, quod

praefata D. Tullia ducet vitam honestissimam et propterea ea que

supradicta sunt sibi non debent quoque modo esse prohibita,

producente ad iustificationem predictum processum in Curia Domini

Capitanei Iustitie Civitatis Sen., manu ser Lactantii Lucarini

notarii publici Sen., nec non decretum magnificorum D. Secretorum

Officialium Balie manu Ser Alexandri Boninsegni Notarii publici

Sen., et petente in, de ut super predictis de opportuno iuris

remedio providero et pro iustitia consulente indemnitati prefate

Domine Tullie, servatis servandis, omni meliori modo;

Habita plena notitia et clara informatione de omnibus supra

narratis de vita, moribus et honestate et qualitate dicte Domine

Tullie, visu processu predicto et summa inde lata, testibus in eo

examinatis decreto predicto, et omnibus denique visis, auditis et

consideratis que videnda et consideranda erant, vigore

auctoritatis eisdem concesse a Statutis Reipublicae Sen., servatis

servandis et omni meliori modo, etc., Solemniter deliberaverunt

prefatam D. Tulliam minime comprehendi in Statuto de meretricibus

et questus sui corporis facentibus desponente, sibique licuisse et

licere commorare et habitare in quibuscumque locis civitatis ad

suum libitum, et vestes ac habitum deferre prout et sicut et in

omnibus et per omnia licuit et licet personis et mulieribus

honestis et nobilibus, et ita sibi licentiam et facultatem

concesserunt, mandantes de predictis sibi publicum fieri decretum,

et illud inviolabiliter osservari a quibuscumque personis tam

publicis quam privatis sub pena comminationis arbitri quibuscumque

in contrarium non obstantibus, et omni meliori modo, rebus tamen

stantibus pro ut stant et non aliter nec alio modo. (_Archivio di

Stato in Siena, Buste degli esecutori di Gabella, 1544 gennaio I,

1545 giugno 30, c. 12-13_).

[37] Die 23 augusti (1544).

Operta la cassa fu retrovata una politia et acusa del tenore

susseguente, cioè:

_La Signora Tullia de Aragona per la pascha di Spirito Santo

portò la sbernia contro li Statuti.

Ottaviano Tondi, Horatio Pecci, Il Signor Gaspare servitore del

Signor D. Giovanni._

Vide in filo processum agitatum super vita causa ex quo apparet

de sententia per quam fuit declaratum sibi licere portare

sberniam istantibus omnibus, etc., (_R. Archivio di Stato in

Siena, Decreti, polizze, ecc. del Capitano di Giustizia del 1544,

luglio-dicembre, c. 53_).

I documenti da noi riportati a pag. XXXI-XXXVI furono rinvenuti

nell'Archivio di Stato di Siena dal compianto Luciano Banchi.

[38] =Pecci G. A.= _Continuazione delle memorie storico-critiche della

città di Siena fino all'anno M.D.LII._Siena, Bindi, 1758, vol.

III, pag. 143.

[39] Sonetto XXXVI.

[40] =Biagi G.= op. cit.--=Bongi S.= _Il velo giallo di Tullia

d'Aragona_. Estratto dalla _Rivista critica della letteratura

italiana_, anno III, n. 3, marzo 1886.

[41] "Le meretrici non possino portare vesti di drappo e seta d'alcuna

ragione, ma sibbene quante gioie e quanto oro e argento esse

vorranno, et sia tenuta portare un velo, o vero sciugatoio o

fazzoletto o altra peza in capo che habbi una lista larga un dito

d'oro o di seta o d'altra materia gialla e in luogo che ella possa

essere veduta da ciascuno; et tal segno debbia portare a fine che

elle sien conosciute dalle donne da bene e di honesta vita, sotto

pena se la ne mancheranno di scudi dieci in oro di oro di sole per

ciascheduna volta che le trasgrediranno e sian sottoposte al

Magistrato delli spettabili Otto di Balìa, alli spettabili

Conservatori di Legge, et alli Offitiali dell'Honestà intra li

quali magistrati habbi luogo la preventione da distribuirsi come

l'altre pene che di sotto si dichiareranno. (=Contini=.

_Legislazione toscana_, vol. I, pag. 332).

[42] Edita dal =Bongi=, op. cit., ed ancora dal =Biagi=.

[43] Archivio di Stato in Firenze. Luogotenenti e Consiglieri di S. E.

il Duca di Firenze. Deliberazioni, _ad annum_.

[44] "La S.ra Tulja d'Araona a fronte alle dette dee dar per sua tassa

imposta come di sopra S. 40--4". Archivio di Stato in Roma,

_Fabbriche camerali_.

[45] Il testamento fu rinvenuto nell'Archivio di Stato di Roma

dall'archivista Cav. Costantino Corvisieri.--"Del 1556 a dì 2 de

marzo. Al nome di Dio, &. Io Tullia de aragona sana per gratia di

Dio de mente et intelletto benchè inferma del corpo volendo

disporre dei miei beni acciò che doppo morte mia non ne nasca ad

alcuno lite o scandalo, ordino et faccio il mio ultimo testamento

et mia ultima volontà in questo modo che seguita, cioè: In prima

racomando l'anima mia all'altissimo Dio et alla sua gloriosa Madre

Vergine Maria et a tutta la corte del cielo. Lasso alla Lucretia

mia creata moglie di Matteo hoste questo fornimento di camera cioè

queste spalliere verde et questo letto ove io ora giaccio con suoi

matarazzi, lenzuoli para uno et una coperta, fuorchè lo sparviere,

et più una vesta di rascia negra usata aperta denanzi;

Item un roverso rosso nuovo, cioè una sottana de roverso, una saia

biancha listata de pagonazo et una lionata, una montatura a la

romana, cioè panno listato et lenzolo, dieci scudi d'oro et sia

pagata del vino che io ho havuto da lei;

Item lasso alla putta Christofora mia serva sia vestita di panno

ordinario negro et datole dieci scudi d'oro; item lasso alle

povere orfanelle cinque scudi d'oro; item lasso alle monache

convertite quella parte chelli viene in rigore della bolla; item

lasso alla compagnia del crocifisso un paramento di taffetà negro

leggiero semplice.

Item lasso a Santo Agostino un mezo scudo di cera ogni anno per

ardere il dì de' morti a la mia sepoltura la quale se non serrà

arsa alla mia sepoltura da i frati non sia obligato l'herede a

darla più. Item lasso che ogni anno si dia mezo scudo per far dir

la messa di San Gregorio per l'anima mia. Item lasso a mastro

Panuntio medico una veste di rascia negra da medico che gli sia

fatta nuova.

Item in tutti gli altri miei beni et in tutte le mie ragioni et

attioni tanto presenti come d'avenire dovunque siano o saranno io

instituisco e faccio e con la mia propria bocca nomino Celio che è

in protettione de Messer Pietro Cioccha scalco del cardinale

Cornaro, istituisco dicio et faccio detto Celio herede universale

al quale lascio tutti i miei beni ragioni et attioni per ragione

et causa de universale institutione con patto et conditione che

detti miei beni siano venduti et fattone dinari siano posti in

luogo chelli fructino nè possi disporre Celio nè altri della

principal somma di detti dinari sinchè detto herede non sia

all'età di anni venticinque, ma dell'entrata senne nutrisca et

serva per impa[ra] re littere et altre virtù. Et se detto herede

(che Dio non voglia) mancasse inanzi all'età di venticinque lascio

et substituisco herede in vita sua Messer Pietro Chiocca suo

protettore con condittione che ogni anno dia dieci scudi a una

povera orfana da maritarsi, il restante senne serva messer Pietro

per i suoi alimenti et dopo la morte di messer Pietro Chiocca si

stribuisca ogni cosa ad opere pie et queste debbiano essere le mie

ultime volontà, et mio ultimo testamento li quali voglio che

vaglino in virtù et forza di testamento et ultime volontà et se in

tal modo per alcun rispetto non potesse valere, voglio che vaglia

in virtù et forza di codicillo et di donatione infra vivi o per

causa di morte et in quel meglior modo che di ragione può e potrà

valere e sostenersi. Et per essere io impedita ho fatto scrivere

questo da persona a me fedele et io l'ho sottoscritto di mia

propria mano in fede della verità questo dì 2° di marzo 1556.

Item lasso di essere sepelita in Santo Agostino e nella sepoltura

di mia madre et mia et alle mie esequie non voglio altro che i

frati di Santo Agostino et la compagnia del Crocifisso della quale

io sonno, et sia sepulta a ventiquattro hore senza cerimonie,

semplicemente.

Et lasso et instituisco con ogni miglior modo et forma che fare et

instituire se puote esecutori di questo mio testamento il

Reverendo vescovo di Tolone e Messer Mario Fregapane, i quali

supplico per l'amor de Dio et per la fede che ho in loro signorie

che vogliano doppo la mia morte fare eseguire a puntino queste mie

ultime volontà per magior dechiaratione della quale io come di

sopra ho detto mi sottoscrivo di mia propia mano.

Io Tullia Aragona affermo quanto sopra et instituisco herede

universale Celio come di sopra ho detto. _A tergo autem_, ecc

L'entroacluso è il testamento di me Tullia Aragona il quale ho

sottoscritto de mia propria mano et ligatolo con el filo et

sigillatolo sopra esso filo il quale consegno a M. Virgilio

Grandinelli notario pubblico presenti li testimonii sottoscritti

da me rogati et non voglio sia aperto se non doppo la morte mia,

et in fede di ciò mi sottoscrivo di mia propria mano. Io Tullia

Aragona manu propria. _Quorum testium etc. (Archivio di Stato in

Roma, Not. A. C. vol. 6298, num. 69)_.

[46] Il malevolo Giraldi scriveva di lei che aveva il viso non bello

nè piacevole "il quale oltre la bocca larga et le labbra sottili

era disordinato da un naso lungo, gibbuto et nella estrema parte

grosso et atto a porre sommo difetto in ogni bella faccia s'egli

tra le guancie vi fosse posto. (_Ecatommiti_, loc. cit.)

[47] In una lettera datata di Venezia li 6 giugno 1537 e scritta allo

Speroni esaltandogli il suo _Dialogo_egli diceva: La Tullia ha

guadagnato un tesoro che per sempre spenderlo mai non iscemerà, e

l'impudicitia sua per sì fatto onore può meritamente essere

invidiata dalle più pudiche e dalle più fortunate.

[48] Nella commedia del Razzi intitolata la _Balia_(Firenze 1560) in

fine della scena VII dell'atto III leggesi:

LIVIO (_padrone_). Io non conobbi mai giovane di più alto animo

di lei e di più elevato spirito

BROZZI (_famiglio_). O degli uomini inferma e instabil mente! Pur

ora la chiamaste puttana e femmina di mondo, ed ora per contrario

dite tanto ben di lei?

LIVIO. Sarebbe forse la prima nobile e d'animo grande che è stata

puttana? Che è stata la Tullia d'Aragona, Isabella di Luna e

altre?

Anche il Lasca che pure si atteggia, benchè un po' tardi, ad

amante della Tullia, nel XXII madrigale lagnandosi che la sua

donna, anch'essa cortigiana

lodata ancor non sia

con dolce stile e soave armonia,

dice che

celebrar si sente ognora

con gloria alta e divina

e Tullia e Totta e Fioretta e Nannina

che, bench'elle sieno oggi al mondo rare,

non si ponno agguagliare

alla Cecca gentil che m'innamora.

[49] Noli discedere a muliere sensata et bona, quam sortitus es in

timore Domini: gratia enim verecundiae illius super aurum.

(_Eccl_. VII, 21).

[50] =Cereseto G. B.= _Storia della poesia in Italia_. Milano,

Silvestri, 1857, vol. I.

[51] =Aretino P.= _Ragionamenti_. Cosmopoli, 1660, parte I, giornata

III.--=Graf A.= op. cit. pag 19 e seg.

[52] Il Domenichini nelle sue _Facetie, etc._pag. 32, ricorda una

disputa che alcuni cortigiani ebbero in casa dell'Aragona sui

pregi del Petrarca.

[53] Vedi nota a pag. 29.

[54] Per i riscontri usiamo delle _Rime di _=F. Petrarca=_con

l'interpretazione di _=G. Leopardi =_e con note inedite di _=F.

Ambrosoli=. Firenze, Barbèra, 1879.

[55] Questo dialogo fu edito in Venezia dal Giolito nel 1547 in-8 e

ristampato a Milano nel 1864 dal Daelli nella sua _Biblioteca

rara_con prefazione di Eugenio Camerini (Carlo Téoli).

[56] _Il Meschino e il Guerino_. Poema. In Venezia, per Gio. Battista

Melchior Sessa, 1560, in-4.

[57] =Crescimbeni=, op. cit., vol. I, c. 341.

[58] =Gordon di Percel.= _Biblioth. des Romans_, tom. II, pag.

193.--=Crescimbeni=, op. cit., vol. I, carte 331.--=Fontanini G.=

_Dell'eloquenza italiana_, lib. I, cap. XXVI.--=Zambrini F.= _Le

opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV ecc._Bologna,

Zanichelli, 1878.--=Melzi=. _Bibliografia dei romanzi di

cavalleria in versi e in prosa italiani_.__Milano, Daelli, 1865.

[59] Produciamo a saggio del nostro asserto due sole ottave:

Ma de l'ostier l'innamorata figlia

non potendo frenar l'accesa voglia,

ch'ognun dorma per casa il tempo piglia

e poi d'ogni timor lieta si spoglia:

disiando il camin di molte miglia,

non pensa che 'l Meschin se ne distoglia:

ponglisi a canto ignuda, e gli si accosta

nè fu pari a la voglia la risposta.

Sveglia messer Brandisio, e fagli offerta

de la da lui già ricusata preda,

de la qual poi che 'l francioso s'accerta

non sa s'ancor ben chiaramente creda

s'ei non esce a battaglia più aperta

dicendo: E basta che mi si conceda,

ridendo seco, e franco s'appresenta

di sorta tal che la mandò contenta.

[60] Mentre il Meschino è condotto alla corte di Pacifero le guide

ammirandone il femmineo volto gli chieggono se egli sia uomo o

donna: inteso essere uomo gli manifestano l'uso del paese, che

ricordava quello di Sodoma. Il Meschino si sdegna, e vorrebbe non

entrare in tal corte, ma il re gli fa promettere che sarebbe

rispettato, e l'accolse benignamente con ogni onore.

E poi la sera volse ch'egli andasse

a cena seco e fu sopra un tappeto

disteso in terra, e tal fu la sua asse;

ma quel lussurioso ed indiscreto

senza aspettar che più 'l Meschin cenasse,

per mano il piglia e con atto inquieto

lo sfrenato desir gli fa palese

onde 'l Meschin di collera s'accese.

Rinchiuso in prigione per non aver voluto soddisfare Pacifero,

vien salvato dalla figliuola del re, che innamoratasi di lui va

continuamente a trovarlo ove spesso

. . . . . abbraccia al Meschin suo la gola

ma ben che freddamente fosse centa

da lui nel mezzo con le braccia, fece

quel che stimar si può, ma dir non lece.

E dopo due sole altre ottave l'innamorata donzella apparisce

gravida.

[61] Cf. =Rajna P=. _Ricerche intorno ai Reali di Francia_. Bologna,

Romagnoli, 1872.--Il Zambrini e il Melzi citano le edizioni del

_Guerino_ nell'ordine seguente: Venezia 1473, Bologna 1475, Venezia

1477, ivi 1480, Milano 1480, ivi 1482. L'Aragona ignorava forse

l'autore di esso che il Rajna afferma essere Maestro Andrea de'

Magnabotti da Barberino di Valdelsa maestro di canto.

Rime di Tullia d'Aragona, cortigiana del secolo XVI · 第 6 / 142 题