CAPITOLO XX.

Ancora Antonio Spano.

Appena ucciso il negoziante sassarese Dionisio, il bandito Antonio

Spano e i suoi amici si erano dati a spargere la voce che l’uccisore

ero stato io.

A Sassari si trovava in quel tempo l’avvocato Todde, cagliaritano,

professore all’università. Spinto dalla curiosità di vedermi da

vicino, gli fui presentato in campagna, col pretesto d’una partita di

caccia; ed egli si mosse a pietà delle mie sventure. Volle conferire

con alcuni magistrati, e fu riconosciuta la necessità di chiamarmi con

salvacondotto, per interrogarmi sull’uccisione di Dionisio, sperando di

attingere nuovi schiarimenti.

Il prof. Todde, d’animo nobile e generoso, aveva preso impegno di

farmi abboccare coi giudici, unicamente per mettere in chiaro la mia

innocenza, smentendo le dicerie che correvano sul mio conto.

Consultatomi coll’avv. Piras, accettai il salvacondotto.

Il convegno mi fu dato in casa di Don Ignazio Piras, a Florinas,

dove si recarono colla _diligenza_ il giudice istruttore Murgia, il

procuratore del re Costa ed un segretario. Furono tutti trattati con

vero sfarzo in casa Piras; basti il dire, che nel pranzo offerto agli

ospiti vennero presentati a tavola venti _piatti caldi_.

Comparso dinanzi a questi signori, il giudice Murgia chiese a Don

Ignazio un libro di Evangeli per sottopormi al giuramento.

— Non importa — dissi — ho in tasca l’ufficio della Beata Vergine, che

pur contiene alcuni brani del Vangelo. D’altra parte credo inutile ogni

giuramento, perchè io deporrò il vero, secondo coscienza.

— Che cosa sai dell’uccisione di Giovanni Antonio Matti, detto Dionisio?

— So abbastanza. Mi trovavo di passaggio in un ovile della Nurra,

dov’era una serva sassarese. Costei, giorni prima, era stata citata a

Sassari come teste nella causa Dionisio. Ritornata all’ovile, le chiesi

per curiosità notizie del processo; ed ella mi disse, che le avevano

imprigionato il genero, per aver prestato ad Antonio Spano le sue vesti

da muratore, colle quali si era mascherato per uccidere più facilmente

Gio. Antonio Dionisio...

— Ed altro non sai? — mi chiese il giudice Murgia, alquanto sorpreso.

— Non c’è da saper altro. Il bandito Spano ha ucciso il signor

Dionisio, per vendicare l’insulto fatto al proprio fratello!

Mi furono fatte diverse altre domande, che forse avevano rapporto con

qualche processo in corso od in vista. I giudici vanno sempre in cerca

di nuovi fili, ma non sempre la loro tela è ben tessuta. Ond’è che

questa (come lessi in un libro) rassomiglia ben sovente a quella dei

ragni: prende i moscerini, ma lascia scappare i mosconi!

Prima di licenziarmi, il procuratore del re Costa mi chiese scherzando:

— Hai tu fiducia nei salvacondotti?

— E perchè no? Io credo che il Governo abbia il dovere di essere leale!

Confesso, nondimeno, che, prima di mettermi in viaggio per Florinas,

avevo fatto vedere il salvacondotto ad una persona di fiducia — a don

Luigi Nurra, fisco a Cagliari, e genero del generale Grondona di Tiesi,

che si era ritirato a Cargeghe. Le precauzioni non sono mai troppe!

Fu questo il mio primo salvacondotto; in seguito n’ebbi altri, come

dirò a suo tempo.

*

* *

Ho già parlato di uno zio di Antonio Spano, a cui io e Cambilargiu

tentammo un giorno di rubare una cavalla, in odio al nipote. Parlerò

ora di un altro suo zio, Luigi Mudadu, già laborioso ed onesto, ma

divenuto in seguito sicario, perchè unitosi al nipote.

Un giorno, a Tissi, era avvenuta una grassazione a danno di un certo

Sebastiano Selis e di sua moglie Rosalia Figos; i quali erano stati

assaliti nella propria casa, e derubati di molto danaro e di molta

biancheria. Denunziati i malandrini al tribunale, nessuno venne

molestato, per mancanza di prove. Non mancò tuttavia chi risentì

danno da questa denunzia, e pensò alla vendetta. Il mandato di sangue

fu affidato a Luigi Mudadu, il quale, per danaro, tolse dal mondo

Sebastiano Selis.

Un altro giorno Antonio Spano, insieme a Cambilargiu e ad altri quattro

compagni, si recarono alla _Nurra_ per dar l’assalto al noto sicario

Francesco S*, nell’ovile di _Rumanedda_. Quantunque colpito da molte

palle, il Francesco fu trasportato ad Ossi, e non tardò a guarire.

Non passò gran tempo, che Antonio Spano, col concorso di altri

sei complici, ritentò il colpo su Francesco S*, assalendolo nella

propria abitazione, ad Ossi. Le grida della sorella di costui diedero

l’allarme, e gli assalitori dovettero rinunziare all’impresa.

Ai menzionati delitti, col braccio o col consiglio, non fu estraneo

Luigi Mudadu.

I due ribaldi, zio e nipote, continuarono senza tregua nella via del

misfatto, eccitati più dall’ingordigia del danaro, che dalla voce

dell’odio e della vendetta. Non li seguirò nelle loro scorrerie. Dirò

solo, che l’ora della condanna era suonata per entrambi.

Antonio Spano, imprudentemente, aveva minacciato un giovane d’Ossi,

prevenendolo che lo avrebbe ucciso. Costui andò a consultarsi con altro

bandito compaesano, certo Andrea Sanna, che gli era amico.

Fu concertato, che entrambi si sarebbero appostati sotto una roccia,

per spiare lo Spano, che con frequenza soleva recarsi a Muros.

— Se ci verrà incontro in campagna, noi lo uccideremo — aveva detto

Sanna — se invece entrerà nel villaggio, lo faremo arrestare, perchè ci

è nota la casa del suo rifugio.

Sull’imbrunire, non visti, essi scorsero Antonio Spano che prendeva il

cammino di Muros.

Il bandito Sanna si fermò in campagna per assicurarsi che lo Spano non

uscisse dal paese; il giovane invece andò di corsa a Sassari per dare

avviso all’arma dei carabinieri.

Verso l’alba alcuni carabinieri giunsero a Muros travestiti da

_stacciai_, e si aggirarono per il paese, fingendo vendere la loro

mercanzia.

Si presentarono alla casa, in cui si supponeva fosse nascosto il

bandito Antonio Spano, e si trattennero a lungo dinanzi alla porta,

contrattando colle donne la vendita degli stacci, in attesa di altri

sei carabinieri a cavallo, partiti da Sassari un’ora dopo, come

d’intelligenza.

Come si accorsero che i compagni entravano in paese, i due stacciai si

slanciarono di scatto nella stanza vicina, puntando le pistole al petto

del bandito, che non ebbe il tempo di mettersi in guardia.

— Siamo carabinieri! Ti arrendi, o Antonio Spano?

Colto all’improvviso, quell’imbecille fissò come istupidito i due

armati, e non ebbe il coraggio di far resistenza. Le due bocche delle

pistole, rivolte contro al suo petto, lo impressionarono. Ebbe paura...

e fu vile! Al suo posto io avrei lottato fino a farmi uccidere. Una

palla di piombo è sempre la benvenuta, quando ci salva dalla forca!

Antonio Spano cedette le armi ai due stacciai, ed abbassò il capo con

rassegnazione, mormorando a fior di labbro:

— Mi arrendo!

Fu ammanettato e tradotto alle carceri di Sassari.

Poco tempo dopo venne pur tratto in arresto lo zio, Luigi Mudadu,

l’uccisore di Sebastiano Selis.

Il dibattimento dei due banditi ebbe luogo a Cagliari, e furono

entrambi condannati alla morte.

Ordinata la traduzione a Sassari per esservi impiccati, i due

prigionieri si posero in cammino a piedi, scortati da molti carabinieri

a cavallo.

Strada facendo essi si misero d’accordo; e riuscirono a comprare alcune

scatole di zolfanelli, che tennero per più ore in infusione in un

fiaschetto d’acqua. Approfittando di una sosta lungo il cammino, i due

congiunti trangugiarono arditamente la bevanda, e si avvelenarono. Il

nipote, di complessione piuttosto delicata, morì lo stesso giorno; lo

zio, più robusto, sorvisse ancora tre giorni.

Ed ecco la fine di Pietro Cambilargiu e di Antonio Spano, i due più

efferati banditi del Logudoro, ch’ebbi a compagni per un po’ di tempo.

Il primo morì assassinato da un parente traditore; il secondo si salvò

dalla forca col veleno!

Giovanni Tolu, vol. 1/2 · 第 49 / 60 题