Infanzia e prima giovinezza.
La nostra famiglia è di Florinas.
I miei nonni — Felice Tolu e Francesca Cossu — vivevano agiatamente,
perchè possessori di terreni, di case, e di molto bestiame. Dalla loro
unione erano nati sei o sette figli, fra i quali Pietro Gavino — mio
padre.
I tempi intanto si facevano tristi. Dopo la carestia dell’_ottanta_
— ci diceva il babbo — le terre diminuirono di prezzo, e la piccola
fortuna del nonno cominciò a venir meno[2].
Il vecchio Felice scese nel sepolcro lasciando i figliuoli in
giovanissima età; e la povera vedova, sperando di poter tirare innanzi
la famiglia nell’agiatezza in cui era stata allevata, fu costretta a
vendere i pochi beni che ancora le rimanevano. I suoi sforzi, però,
riuscirono vani. I giorni calamitosi si succedettero senza tregua, nè
si tardò a provare tutte le strettezze della miseria.
Pietro Gavino, per campare la vita, si era adattato a prestare l’opera
sua presso alcuni parenti facoltosi; ed una sua sorella, non potendo
più oltre mantenere l’antico sfarzo, fece dono della sua ricca veste
alla _Madonna del Rosario_, presso la quale (com’è tradizione nella
nostra famiglia) conservasi tuttora.
Sebbene alquanto innanzi negli anni, il mio babbo Pietro Gavino tolse
in moglie la giovane figlia di un pastore — Vincenza Bazzoni — che gli
regalò una dozzina di figli, diversi dei quali morirono bambini.
Mia madre era in fama per i parti doppi; e infatti per tre volte ebbe
figliuoli gemelli, nel numero dei quali sono anch’io compreso.
Ecco i nomi dei figli sopravvissuti: — Felice, il primogenito; Chiara,
la seconda; in seguito tre coppie di gemelli, cioè: Peppe ed io —
Giammaria e Nicolò — Giustina ed altro che visse pochi giorni — e
finalmente Maria Andriana[3].
È cosa ormai assodata: quando Dio non può mandare ai poveri un po’ di
fortuna, concede loro la grazia di molti figliuoli!
Pietro Gavino Tolu, mio padre, era un tipo di agricoltore fiero,
energico, scrupoloso. Uomo di stampo antico, era rigido e severo
nell’educazione della famiglia. Soleva dare poca confidenza ai figli,
nè voleva che essi s’intromettessero in alcuna questione di famiglia.
I figli, da parte loro, gli ubbidivano ciecamente, non permettendosi la
minima osservazione, nè atti sconvenienti alla sua presenza.
Egli ci diceva spesso:
— Figli miei: o buoni, o morti! Voglio che rispettiate gli altri,
perchè gli altri vi rispettino.
Guai se egli avesse saputo che i figli si permettevano d’introdursi nei
poderi altrui! Sarebbe stato capace di picchiarci senza misericordia.
Ci eravamo tutti abituati al regime rigoroso del babbo, ed in famiglia
si viveva tutti di buon accordo.
L’ho detto: al mondo non venni solo. Io sono _una grossa metà_. Nacqui
ad un parto col fratello Peppe, il 14 marzo del 1822 — a Florinas[4].
Entrambi fratelli fummo mandati a studiare presso un maestro prete,
nostro parente, il quale ci sgridava sempre, e qualche volta ci
picchiava colla sferza. Peppe, più paziente, imparò a leggere, ed anche
un po’ a scrivere; io, invece, inasprito delle brusche maniere del
prete, mi ribellai, e non volli più sapere di scuola.
All’età di nove anni, tanto io quanto il mio gemello, fummo accettati
nella chiesa parrocchiale, in qualità di sagrestani. Mio fratello, dopo
un annetto, lasciò bruscamente la Sagrestia, dichiarando di volersi
dare al lavoro dei campi; io rimasi al mio posto per altri due anni.
Tenevo alla carica di sagrestano, poichè lusingava il mio amor proprio.
I sacerdoti mi volevano bene, ed io cercai di cattivarmi la loro
stima, col mandare a memoria (giacchè non riuscivo a leggere) tutte
le risposte latine relative alle funzioni ecclesiastiche — oltre la
_dottrina cristiana_, che sapevo a menadito. Indossavo con un certo
sussiego la sottana e la cappetta, ed ero diventato esperto nella
professione. Assistevo con disinvoltura alla messa; cantavo con voce
squillante nei funerali; accompagnavo il parroco in tutte le cerimonie
— tanto nelle visite che faceva alle partorienti dopo il battesimo,
quanto alla casa dei moribondi per somministrar loro il viatico. Ond’è,
che masticavo molti confetti, e mi ero abituato al tristo spettacolo
degli agonizzanti, che nei primi tempi mi facevano una penosa
impressione.
Mi pareva di essere diventato quasi il padrone della chiesa e della
sacristia. Preparavo gli arredi sacri, regolavo e custodivo il vino,
aiutavo i preti a vestirsi e a spogliarsi, ed avevo imparato a mettere
in assetto gli altari con un certo gusto. Anche la clientela delle
devote mi era affezionata. Tutte le penitenti si raccomandavano a
me; ed io trovavo modo di far sbrigare al confessionale le peccatrici
che mi andavano più a genio, e che volevo favorire. Le più noiose ed
insistenti erano le vecchie, le quali d’ordinario sono quelle che si
confessano con più frequenza, forse perchè non hanno più occasione di
peccare.
Ero infarinato delle cose ecclesiastiche, e giunsi perfino a capire,
che quando il prete nella messa recita più di tre orazioni, egli compie
una brutta azione, cioè a dire, fa le _legature_ a danno di qualche
nemico[5].
Raggiunta l’età di 12 anni, mi avvidi che il mestiere di sacrista non
faceva più per me; sentivo di essere un ozioso, e temevo di esser fatto
segno alle beffe de’ miei compagni. Un bel giorno buttai in un canto la
sottana, e mi diedi, come gli altri fratelli, a lavorare i campi.
Mio padre era stato accettato come socio da un suo compare agiato,
parimenti agricoltore; il quale gli forniva la semente, i buoi e la
terra, lasciandogli a benefizio un terzo del guadagno, e tenendo per sè
gli altri due terzi, secondo la usanza del paese. Questa società ebbe
la durata di otto e più anni, con piena soddisfazione del compare; il
che dimostra che mio padre era un abile lavoratore, ed onesto fino allo
scrupolo.
Gettata all’ortiche la sottana di sacrista, volli andare a lavorare
con mio padre, per servirgli di aiuto. Maneggiavo la zappa, o guidavo
i buoi, secondo i casi; e quando per me non c’era lavoro, mi adattavo
a trasportar pietre sullo stradone, tanto per non stare in ozio, e per
non essere di peso alla famiglia.
Ho l’orgoglio di vantarmene. Fin da giovane avevo la fama di abile
lavoratore, di sobrio, di onesto, di docile; nè pochi erano gli
agricoltori che chiedevano l’opera mia. Ma io preferiva di aiutare il
babbo ne’ suoi lavori di campagna. Pieno di amor proprio e di buon
volere, mi sentivo spronato al lavoro dall’emulazione, e godevo di
essere mostrato a dito dai compagni, con una compassione che mi sapeva
d’invidia.
Ero appena diciasettenne quando perdetti mio padre, morto a 54 anni. Lo
piansi amaramente, e da quel giorno mi dedicai con più lena al lavoro,
poichè volevo recar sollievo alla mamma ed alla famiglia.
Felice, il nostro fratello maggiore, aveva intanto preso moglie. Si
era unito a Giovanna Serra di Giave, ed erasi allontanato da noi per
mettere su casa, a parte.
Io era ritenuto come il figliuolo più serio e più lavoratore; tanto è
vero, che a diciotto anni mi si erano affidate le redini della casa.
Peppe, più delicato e più debole di me, era rimasto addietro, e subiva
la mia influenza.
Provvistomi d’un cavallo mi diedi a lavorare per i paesi circonvicini,
facendo il _viandante_. Trasportavo viveri e merci da un punto
all’altro; mi recavo con frequenza a Sassari per vendervi grano; e di
là ripartivo con un carico di vino, che mia madre rivendeva in paese
per trarne qualche lucro.
L’ho detto: mio padre ci aveva educati rigidamente, e si viveva tutti
in buon accordo. Ciascuno di noi portava alla mamma i propri guadagni,
e godevamo di una certa agiatezza, relativa alla modesta nostra
condizione. Il lavoro non ci mancava mai, ed i viveri erano a buon
mercato. Ricordo che verso il 1840 la carne si vendeva a due libre
_mezzo reale_ (circa 30 centesimi il chilogramma).
I principali proprietari di Florinas richiedevano continuamente l’opera
mia e quella di Peppe; ma non volevamo legarci ad alcuno, poichè la
mamma era gelosa di noi, e temeva che coll’abbandono venisse meno
l’accordo in famiglia.
Quando Chiara — la nostra sorella maggiore — toccò i 23 anni,
fu chiesta in moglie da un bravo giovane. La scelta fu di nostro
gradimento, e raddoppiammo di attività nel lavoro, tanto per poter
riuscire a preparare un po’ di fardello alla sposa.
La nostra casa era il nido della pace e della concordia. La vecchia
mamma non faceva che ringraziare il Cielo, per averle dato figliuoli
così buoni ed affettuosi.
Contavo appena venti anni, quando in paese si sparse la notizia che
nell’agro sassarese si prevedeva un raccolto straordinario di olive.
Volendo guadagnare qualche soldo in più, mi allontanai da Florinas,
per collocarmi nella qualità di sorvegliante a Sassari, presso due
proprietari di molini ad olio; nell’uno lavoravo di giorno, nell’altro
di notte. Dopo parecchie settimane di assiduo lavoro, feci ritorno a
Florinas. Mi sentivo stanco e abbattuto, ma avevo raggiunto lo scopo,
mettendo a parte una diecina di scudi, che consegnai alla mamma.
E così continuai a cercar lavoro da un punto all’altro: nei dintorni di
Florinas, nelle campagne di Sassari, e nei _salti_ della Nurra. Nessuna
fatica mi spaventava quando mi sorrideva la probabilità di un guadagno.
Coi risparmi fatti, decisi più tardi di acquistare un buon cavallo.
Me ne offrì uno bellissimo, di manto nero, il reverendo Pittui, per
il prezzo di sedici scudi. Ricordo anzi, a questo proposito, che allor
quando sborsai la somma al prete, in presenza della serva, mi scivolò
di mano una pezza da _cinque soldi_, che andò a rotolare sul pavimento.
Ci chinammo tutti e tre per raccoglierla, ma non ci fu possibile
rintracciarla. L’inferno l’aveva inghiottita. Dovetti cacciar fuori
dalla borsa altra simile moneta, che non mi venne più restituita.
Ricordai più volte questo fatto, ripensando al prete Pittui, che più
tardi doveva esser causa d’ogni mia sventura.
Diventato proprietario di un buon cavallo, che battezzai col nome di
_Moro_, continuai la mia vita di lavoro con più coraggio. Passavo
intiere settimane fuori di Florinas, e non vi rientravo che alla
vigilia dei giorni festivi.
Le domeniche erano per me giorni di noia. Il mio unico divertimento
consisteva nel tiro al bersaglio: passatempo di molti giovani del
paese nella sera dei giorni di festa, ed al quale prendevano pur parte
i signori, ed anche qualche prete. La bettola, i balli, e sovratutto
il bel sesso, non ebbero mai per me alcun’attrattiva. Devo anzi
confessare, che fin da giovinotto ero un orso e fuggivo quasi le donne.
Non provavo la smania di far loro la corte, poichè gli amori inutili
mi ripugnavano, non volendo perdere il mio tempo. A che trattenere una
ragazza e perdersi in sciocchezze, quando l’uomo non ha intenzione
di torsela in moglie? Nei nostri villaggi bisogna andar cauti colle
zitelle; il far lo spasimante diventa pericoloso, poichè i parenti
della donna potrebbero immischiarsene; e il meno peggio che possa
capitare, è il matrimonio forzato con donna che non ci piace. Non amavo
le leziosaggini, nè le mollezze femminili, che sfibrano il carattere
e ci espongono qualche volta al ridicolo. Sdegnavo di cacciarmi nei
pubblici balli, o di piantarmi come un palo dinanzi alle case, per
fare il cascamorto colle ragazze che sedevano sulle soglie. Preferivo
andarmene fuori del paese con la combricola dei tiratori, per vincere
una scommessa al bersaglio. Il fucile era la mia prima passione — il
cavallo la seconda.
Non mi fecero pertanto difetto le avventure amorose; ma io nella donna
temevo le _malìe_ — cioè a dire le _legature_, come noi le chiamiamo.
Citerò due soli episodi.
Recatomi una sera in casa di un amico, vi trovai la moglie insieme ad
una giovane sorella di costei, di fama un po’ equivoca.
La donna maritata, fra il serio e il faceto, mi disse:
— Guarda mia sorella, com’è bellina! Perchè non te la baci?
Fui quasi spaventato dello strano invito; del che accortasi la scaltra
donna, cambiò tono, e mi chiese il favore di accompagnare la sorella ai
balli, che avevano luogo quella sera in piazza.
Benchè a malincuore, accondiscesi al suo desiderio. Quando fummo di
ritorno, le due sorelle si affrettarono ad offrirmi alcuni amaretti
e un bicchierino di rosolio; ma io mi guardai dall’accettare, temendo
volessero farmi qualche _legatura_. Appresi più tardi, che la moglie
del mio amico aveva contato sulla mia inesperienza, per mantellare col
sacramento del matrimonio il primo fallo della sorella.
[Illustrazione: Moglie tentatrice, e il villaggio di Florinas]
Due mesi dopo, a breve distanza da Florinas, mentre rientravo dalla
campagna, fui fermato con mistero da una giovane donna, maritata ad
un vecchio. Ella cominciò col parlarmi di una sua amica, la quale era
alquanto innanzi negli anni, ma possedeva un piccolo vigneto ed una
casa bassa, che le procuravano una vita abbastanza comoda. Avendo
costei desiderio di marito, me la proponeva come moglie, cercando
persuadermi che avrei fatto un buon affare; poichè, anche con una
moglie attempatella, non mi sarebbe mancato l’affetto di qualche amica
più giovane. Rifiutai con ripugnanza; e allora la giovane si sfogò meco
in tenerezze, e mi tenne un linguaggio così singolare, che mi costrinse
a fuggire da lei, come un casto Giuseppe dalla moglie di Putifarre[6].
Tale io era con le donne a vent’anni. In seguito, naturalmente, ebbi
qualche scrupolo di meno, sebbene non sia mai riuscito a cambiare _la
mia opinione_[7].