[Illustrazione: Testata allegorica _al banditismo_]
La storia del _banditismo_ è vecchia quanto il mondo. Essa risale a
Caino, e forse ai nostri primi padri.
Caino, dopo il fratricidio, esclamò: — Io, dunque, sarò vagabondo e
fuggiasco sulla terra, e chiunque mi troverà mi darà la morte!
Adamo ed Eva, appena commesso il primo fallo, si affrettarono a
coprirsi ed a nascondersi; e da quel giorno tutti i bambini, appena
rompono qualche piatto in cucina, sentono il bisogno di scappare e
d’intanarsi, sperando che i sospetti ricadano sulla serva di casa.
L’uomo non è altro che un bambino ingrandito.
La sete di sangue, che tormenta l’uomo, lo eccita alla pugna: — istinto
feroce, che i selvaggi manifestano apertamente, ma che i popoli civili
hanno bisogno di mascherare col sentimento convenzionale d’una _partita
d’onore_, e magari d’una _guerra santa_, in cui la forza e l’astuzia
soverchiano quasi sempre la ragione, col tristo risultato di un offeso,
che il più delle volte soccombe — e di un offensore, che riporta quasi
sempre la palma della vittoria.
Fu in ogni tempo sentito il bisogno di sottrarsi al fastidio delle
leggi per battere la campagna, dando prove di abilità e di valore, col
togliere al prossimo la vita, e la borsa insieme.
Come i Crociati corsero entusiasti in Palestina per coprirsi di gloria
e di blasoni; come i nostri mercanti logudoresi, per ottenere dai re di
Spagna onori e feudi, uscivano armati dal paese ad espugnare i vecchi
castelli, o per dar la caccia ai saraceni sulle spiaggie di Gallura,
così non mancarono i baldi giovani, che si univano in masnade per
cimentarsi in battaglie temerarie e sanguinose, solleticati unicamente
dalla gloria vanitosa di diventar celebri.
Furono ugualmente in gran voga le delizie della pirateria. Inseguire e
depredare un legno, per impadronirsi del bottino, fu creduto, in tempi
non barbari, un diritto delle genti: — prova questa, che l’uomo ha gli
istinti del tigre e della gazza, ed è nato ladro e feroce.
Quando nel 1651 il Vicerè cardinal Trivulzio — uomo sordido e avaro
— dopo averne fatto delle grosse in Sardegna, salpò dal porto di
Alghero per restituirsi in Spagna, s’imbattè in alto mare in una nave
straniera. Ordinò al capitano d’inseguirla; la raggiunse, la catturò, e
s’impadronì senza rimorsi della fatta preda. Ed era un cardinale!
La rapina di mare, più tardi, cedette l’impero a quella di terra; e qui
mi dispenso dal segnalare tutte le bravate dei masnadieri d’Europa,
i quali svaligiavano eroicamente vetture, trucidavano passeggieri, e
rapivano le belle per farne dono ai propri capitani innamorati
Leggesi nelle storie, che le masnade avventuriere destarono nei primi
tempi un entusiasmo sì morboso, che molti giovani di distinta famiglia
abbandonarono la casa paterna, allettati dalle gloriose gesta degli
eroi del furto e dell’assassinio. L’ignoto li attraeva, perocchè
il pericolo ha le sue seduzioni. L’uomo si accora quando è solo; ma
nella vita collettiva irride alle avversità della sorte, attingendo
in esse la forza e l’audacia. Gli artisti ed i poeti disgraziati, per
poter sghignazzare sulle ingiustizie del mondo, non fondarono forse la
_Bohème?_
Corsari e masnadieri, banditi e briganti ebbero il loro culto e il
loro momento di celebrità, molto più che i menestrelli e i cavalieri
erranti. In essi fu ammessa — insieme alla forza _semi-irresistibile_
— una certa qual baldanza cavalleresca. Quei valorosi infiammarono
siffattamente la fantasia, e destarono sì intensa l’ammirazione, che i
poeti e i musicisti si credettero in dovere di farne argomento dei loro
canti, aggiungendo fuoco a fuoco.
_Corrado_, il corsaro di Byron; _Carlo Moor_, il masnadiero di
Schiller; _Ernani_, il bandito di Victor Hugo; _Fra Diavolo_ e _Luigi
Vampa_, i briganti di Auber e di Dumas, per tacere di molti altri,
strapparono pietose lagrime a migliaia di fanciulle, e invogliarono non
pochi giovani a seguire i bellicosi ardimenti. L’uomo, trascinato dal
magisterio dell’arte, prova assai spesso di queste singolari e nobili
aspirazioni!
Le spoglie del vinto furono in ogni tempo considerate patrimonio legale
del vincitore — e da ciò il furto e l’assassinio, in nome sempre del
diritto.
Quanto poi al sentimento del farsi giustizia da sè, fu anch’esso
ritenuto come un diritto naturale. A che pro, infatti, ricorrere ai
tribunali? Vi ricorre forse la Nazione incivilita, quando credesi
offesa nell’onore e nel suo diritto da un’emula rivale? La guerra è
allora dichiarata _santa_, ed ogni religione benedice le proprie armi —
forse per attutire il rimorso di qualche coscienza scrupolosa.
Ammesso il principio fondamentale, è chiaro come il soldato abbia il
dovere di uccidere il fratello _nemico_, non solo colla coscienza di
non essere un _omicida_, ma col diritto al plauso ed alla gloria dei
benemeriti vincitori. L’amor di patria giustifica ogni efferatezza; e
se una differenza vi ha da essere fra la vendetta dell’uomo individuo
e quella dell’uomo collettivo, non potrebbe essere che questa: — sul
campo di battaglia noi uccidiamo a sangue freddo un uomo che non
ci ha offeso, mentre nella vita privata, acciecati dall’ira o dal
risentimento, uccidiamo sempre, a torto od a ragione, un uomo che ci ha
leso nell’onore o negli averi. La società, però, la pensa altrimenti;
e mentre al primo concede la medaglia al valore, prepara la forca al
secondo. — Non vi sembra, per lo meno, che tutti e due dovrebbero aver
torto, o ragione?
Ma il mondo è così fatto, e neanco il Creatore si darebbe oggi la
briga di rifarlo. — Chi non lo sa? Il vecchio Dio incoraggiava le
battaglie, mentre Gesù Cristo non fece che bandire la crociata della
pace, predicando il perdono ai nemici. Pare dunque che il babbo avesse
più esperienza e più buon senso del figlio, poichè i popoli tennero per
lui, e trascurarono il _nuovo testamento_ per attenersi alle clausole
del _vecchio_.
La Nazione istituisce i tribunali per il bene dei popoli, ma viceversa
essa non se ne serve, poichè preferisce la forza alla ragione e
non si fida della Giustizia. Gli antichi signorotti si circondavano
di _bravi_, e li mantenevano per farsi rispettare: sempre per quel
principio intangibile, che il torto è del debole, e la ragione del più
forte.
Chi non lo vede? la guerra è un bisogno; anzi, dobbiamo ammetterla
come un istinto, se la scienza e la civiltà non sono ancora riuscite ad
abolirla.
D’altra parte (ragionando sul serio) noi dobbiamo lealmente
riconoscere, che tutti i malanni, le passioni, i pregiudizi ci
vennero unicamente concessi per poter sbarcare il lunario della vita.
Se gli uomini mai non peccassero, se fossero tutti concordi, tutti
galantuomini, tutti santi, come camperebbero i preti, i giudici,
gli avvocati? — Se vi fosse una verità assoluta, indiscutibile, dove
andrebbero a finire le diverse opinioni che dànno vita e colore a un
mondo di uomini politici e di giornalisti? — Se, infine, si vivesse
sempre in pace coi propri fratelli, contento ciascuno del proprio
lembo di terra, a che servirebbero gli eserciti permanenti, e in che
s’impiegherebbero migliaia di giovani?
Dobbiamo dunque ammettere, che le imperfezioni del corpo, dello spirito
e dell’umano intelletto non servono che a dare il pane quotidiano
alla metà dei viventi: la quale campa alle spalle dell’altra metà,
creando le disuguaglianze, le lotte e le diverse opinioni, perno
dell’equilibrio sociale. Possiamo conchiudere: che un mondo di gente
savia finirebbe col morir di fame e di noia!
Queste saranno forse stramberie; ma come faremo a pensarla altrimenti,
quando nei casi pratici della vita noi vediamo il moralista filosofo,
che fa proprio il contrario di ciò che va predicando? — quando per ogni
dove non c’imbattiamo che in tartufi politici, in tartufi religiosi,
in tartufi domestici, in tartufi scienziati, industriali, mercanti?
È cosa ormai assodata, che la più grande soddisfazione di colui che
predica e scrive contro la vanità e le frivolezze umane, è unicamente
riposta nella frivolezza e nella vanità di credere, che il mondo gli
dica _bravo!_ — Noi non diventiamo ricchi, dotti, saggi ed onesti,
che a spese dell’altrui miseria, dell’altrui ignoranza, dell’altrui
credulità, dell’altrui dabbenaggine.
Fermiamoci ora, per poco, sull’indomabile sentimento che ci trascina,
nostro malgrado, ad ammirare quanto d’orrido e di truce esce fuori
dalla cerchia dei fatti comuni e delle abitudini quotidiane.
Perchè negarlo? La belva ci tenta e il sangue ci ubbriaca. Il
valore, la temerità, l’astuzia, in tutte le loro manifestazioni,
buone o cattive, esercitano sul nostro cervello un fascino morboso,
inesplicabile.
Entriamo in un circo antico. Dinanzi al gladiatore valoroso, anche la
donna si esalta, e depone per un istante l’innato sentimento della
pietà. Tutta palpitante, battendo le mani al vincitore, ella, col
_pollice verso_, lo incita a squarciare le viscere del vinto che
fu atterrato. Le figlie di Eva, così deboli e così timide, amano di
preferenza i forti e gli audaci; esse magari svengono dinanzi ad un
salasso, ma offrono il cuore e la mano all’eroe di un torneo, che torna
vincitore col brando insanguinato.
La ferocia, valorosa o temeraria, e con essa tutte le scene di
sangue, esercitano sull’animo umano un’attrattiva che si subisce e
non si discute: c’è in esse un fondo d’ipnotismo, o di suggestione.
Non per nulla lo spettacolo di un’esecuzione capitale (che i Governi
credettero, scioccamente, _salutare esempio_) attrasse in ogni tempo
una folla di curiosi sotto ai patiboli. Nelle fredde notti invernali,
mentre al di fuori urla la tempesta, noi vediamo le famiglie popolane
raccogliersi intorno al focolare domestico, per ascoltare con curiosità
paurosa le storie dei morti e dei feroci briganti. Il fantastico e
il sovranaturale furono per parecchi secoli il tema prediletto degli
artisti e dei poeti.
Chi mai, avendone l’occasione, non ha tentato di vedere da vicino un
famoso bandito, un truce assassino, una belva feroce?
Una brava e gentile artista milanese, venuta lo scorso anno a Sassari,
implorò dal prefetto la grazia di poter visitare le carceri, unicamente
per vedervi il feroce bandito Derosas e il suo compagno Angius. —
So che fu soddisfatta nel suo desiderio, ma non so quale gradevole
impressione abbia potuto riportarne!
Questo turbine d’idee bislacche e di anomalie paradossali si scatenò
sul mio cervello, mentre andavo spigolando le gesta brigantesche del
continente europeo, e più ancora delle isole, dove i banditi hanno
sempre allignato in numero maggiore.
*
* *
Sospendo le malinconiche meditazioni, per riportare alcune note
storiche sui malviventi, sulle squadriglie e sui banditi principali del
Logudoro (o meglio del Capo di Sassari) che ho riassunto in gran parte
da documenti ufficiali, da me consultati nel R. Archivio di Stato.
Nel Codice della Repubblica sassarese, del 1316, è cenno dei banditi
che si davano alla macchia; e mentre si esorta _qualunque persona_ ad
ucciderli, si infliggono pene rigorose contro chi dava loro consiglio
ed aiuto.
Pene pecuniarie infligge anche la _Carta de Logu_ (promulgata nel 1395
da Eleonora d’Arborea) contro ai villaggi ed alle persone che davano
aiuto e consigli ai banditi, o che non si adoperavano a dar loro la
caccia.
Il secolo XV non fu avaro di celebri masnadieri. Ne noto uno a caso —
Verso il 1422 si ha menzione di certo Barzolo Magno (o Manno, secondo
alcuni storici) — il famoso leggendario e misterioso logudorese,
nemico giurato di Leonardo Cubello marchese di Oristano, non si sa per
qual ragione. A capo di numerosa masnada, questo gentiluomo bandito,
o bandito gentiluomo, si era annidato ed afforzato dentro al famoso
castello di Burgos; e di là scendeva di tanto in tanto per devastare e
saccheggiare le terre dei dintorni. Il marchese riuscì ad assediarlo
dentro l’inespugnabile rocca; ma i masnadieri, compagni del Magno,
vedendo il loro capo risoluto a resistere, fecero complotto, e lo
trucidarono barbaramente per ottenere grazia dal signore d’Oristano.
Come nel medioevo i Principi fabbricavano sontuose chiese e numerosi
santuari in _remissione dei propri peccati_ (e ne avevano di grossi
sulla coscienza!) così più tardi gli stessi prìncipi condonavano ai
sudditi fedeli molti delitti, mediante il corrispettivo sborso di
poche centinaia di lire. Dal 1450 al 1540 sono molte le somme versate
nelle casse del Regio erario per condono di ribalderie. Per citarne
un esempio, dirò che il Governatore del Capo di Cagliari e Gallura
(Don Giacomo Aragat) nel 1456, per _tremila Ducati buoni veneziani_,
condonava a Bartolomeo Manno, cavaliere sassarese, _tutti i delitti che
avesse mai potuto commettere_.
Erano questi i bei tempi in cui i monarchi rifornivano le casse dello
Stato colla vendita della _nobiltà_ e colla remissione dei delitti. Non
essendo a quel tempo inventati gli _esattori_, si ricorreva al mezzo
di sfruttare i vanagloriosi ed i birbanti, che pare fossero in numero
ragguardevole.
Dal 1560 al 1567 si verificarono molte ribalderie nella città di
Sassari e dintorni. Vennero carcerati un buon numero di cittadini
facoltosi, accusati di aver formato una _società di mutua assistenza_,
con impegno di fornire i fondi in comune per far fronte alle spese di
giustizia, in favore e difesa dei ribaldi.
Il secolo seguente non fu meno famoso per scorrerie di ribaldi, poichè
l’invenzione del fucile aveva reso più attraente e più geniale il
banditismo.
Nel 1600 gli odî privati e le vendette giungono a tanto, che i
consiglieri di Sassari rinunziano alla gita notturna del _Mezz’agosto,
per il numero infinito delle uccisioni fra i cittadini_. L’anno 1607
registrò più di trecento omicidi, consumati nel solo Logudoro.
Nel 1612 il famigerato bandito Manuele Fiore si aggira colla sua
masnada nei dintorni di Sassari, e getta lo sgomento fra i cittadini.
Il Governo manda incontro a quei ribaldi alcune compagnie di militi,
divise in centurie.
Don Diego Manca di Sassari, nel 1635, si era dato alla macchia dopo
aver ucciso pubblicamente, in una piazza della città, il proprio
cognato con un colpo di pistola ed una pugnalata. Temendo che ne
facesse delle più grosse, il Vicerè promise _venti scudi_ (?) a chi
consegnava quel bandito alla giustizia. L’esiguo prezzo concesso,
dimostra che i cacciatori di malviventi erano in buon numero!
Molti cavalieri e cittadini facoltosi del Logudoro vennero designati
come protettori dei banditi; e il Vicerè, nel 1645, li chiamò a
Cagliari per dar loro una paternale.
Nel 1659 abbiamo il terribile bandito Salvatore Anchita e il suo
acerrimo nemico, pur bandito, Francesco Brundanu, entrambi di Sedini.
La storia del primo è una vera leggenda di prodezze, di ferocie e di
generosità insieme. Inseguito il Brundanu dai soldati, sfugge ad essi
cacciandosi in una spelonca, dove fra gli altri banditi trova per
caso il suo nemico Anchita. Egli depone l’arma e grida: — Sono in tuo
potere: puoi uccidermi! — «Non sono così vile! — gli risponde Anchita
— qui sei l’ospite mio. Per ora faremo causa comune contro ai soldati —
più tardi aggiusteremo i conti fra noi!»
I banditi si slanciarono tutti contro le soldatesche, ma l’Anchita e il
Brundanu caddero fulminati nella mischia.
Tre anni dopo — nel 1662 — un altro terribile bandito, famoso per le
sue gesta, sgomenta il Logudoro: Giovanni Galluresu, capo di potente
squadriglia. I sassaresi chiudono spaventati le porte, nè osano uscire
di casa quando lo sanno nei dintorni. Il Vicerè, volendo distruggere
quella banda, prende un’estrema risoluzione. Egli prescrive con
un editto il disarmo generale nel Logudoro, con pena capitale al
detentore d’un fucile o di un pugnale. Misura puerile, che ottenne il
risultato opposto: accrebbe l’audacia dei malfattori e rese più facile
la distruzione dei galantuomini, che vennero spogliati ed uccisi,
perchè inermi. La forza non riuscì ad impadronirsi del Galluresu, e
si ricorse allora all’astuzia. Saputo che il bandito era in relazione
amorosa con una bella osilese, fu colto ed ucciso nel suo nido d’amore.
Indispettita la giustizia per non averlo vivo, si sfogò sul cadavere,
di cui fece uno scempio.
Verso il 1665 le squadriglie dei banditi crescevano — e ve n’erano di
tutte le condizioni sociali. Il Governo incaricò il barone Matteo Pilo
Boyl della distruzione dei facinorosi; ed egli ne fece appiccare da
per tutto, alle forche ed agli alberi. Fra i capi squadriglia di quel
tempo, noto Don Giacomo Alivesi, datosi alla macchia dopo un omicidio
commesso. Nel giugno del 1668 veniva intanto assassinato a Cagliari il
marchese di Laconi; ed i supposti rei (l’infelice marchese di Cea, Don
Silvestro Aymerich, Don Francesco Cao e Don Francesco Portugues) si
erano rifugiati nel continente italiano od all’estero. Per impadronirsi
di costoro il Governo si era rivolto al bandito Don Alivesi, a cui
venne promessa l’impunità ed un premio, ove fosse riuscito ad attirare
i fuggiaschi in Sardegna. L’Alivesi accettò; fu creato Commissario
della spedizione; chiese ed ottenne l’anticipazione di duecento
sessanta scudi per le spese di viaggio; si recò a Roma; e fingendosi
colà amico del Cao, con raggiri riuscì a trascinare i quattro esuli
all’isoletta Rossa, presso Castelsardo. Tre di essi furono colà
sgozzati a tradimento; ed il vecchio marchese di Cea fu condotto a
piedi fino a Cagliari, e dato in mano al carnefice. Il nobile Alivesi —
dopo aver compiuto il più nero tradimento che abbia macchiata la storia
sarda — non solo fu graziato, ma venne dal Governo investito dei feudi
dell’infelice marchese.
Era allora in vigore presso il Governo (e lo fu per lunghissimo
tempo, fino ai giorni nostri) il sistema di promettere l’impunità
ai più volgari malfattori, purchè uccidessero, o consegnassero alla
giustizia un delinquente, meritevole di uguale, o di maggior pena.
Anche i Governi si mostravano entusiasti dei valorosi briganti, e ne
incoraggiavano le gesta!
Tutta la seconda metà di quel secolo, ed il primo ventennio del
seguente non furono inferiori al secolo XVIII per audaci banditi,
squadriglie numerose, furti, omicidi, impiccagioni, e impunità concesse
dal Governo agli assassini traditori.
*
* *
Uscita di Sardegna nel 1720 dal regime di Spagna, ed entrata sotto
il dominio di Casa Savoia, continuarono le prodezze dei banditi e
delle squadriglie agguerrite. Il Logudoro e la Nurra erano infestati
di malviventi. I banditi, protetti dai parenti e dagli uomini più
autorevoli dei villaggi, ne facevano delle grosse, e gettavano
lo sgomento per ogni dove. Si pubblicarono rigorosi _Pregoni_, ma
inutilmente.
Il Vicerè Di Costanze si lagna della corruzione dei giudici di Sassari,
ed accenna a denaro depositato presso un notaio, per compensare quei
magistrati che avessero diminuito la pena a certi fratelli Virdis di
Pattada. Egli ammonisce con minaccie i nobili e i magnati dei paesi,
perchè desistessero dal proteggere i birboni — ma era un parlare al
vento. I baroni, piccati, protessero i banditi che cercavano rifugio
nelle loro terre feudali, e protestarono altamente contro l’arbitrio!
Fin dal maggio del 1722 il Vicerè aveva mandato distaccamenti di truppe
in giro per i villaggi, con lo scopo di reprimervi il banditismo
invadente, raccomandando al Governatore di Sassari, di _prestare ai
soldati il carnefice e due aguzzini!_
Anche l’autorità ecclesiastica (lo rilevo dai Regi Dispacci) era
chiamata _prepotente in modo straordinario_; essa ordinava arresti a
suo talento, e sottraeva al braccio secolare i malfattori favoriti,
designandoli quali _chierici_ o _tonsurati_. Si deplorava la
_protezione scandalosa_ accordata sfacciatamente ai malviventi dal
popolo, dai prelati, dai feudatari, ed anche dai giudici e dagli
avvocati fiscali(!)
Impressionato dall’aumento dei delitti in Sassari e nel Logudoro,
il Vicerè, nel 1726, chiamò d’urgenza a Cagliari il Governatore Cav.
Carlino; ma questi ricusò di andarvi, dicendo d’esser stato colto dalla
gotta!
Come abbiamo veduto, non erano i soli popolani che facevano le prove
di valore in campagna sotto il nome di _banditi_: non mancavano i
titolati, poichè (lo ripeto) fare il masnadiero non era un disonore
in Europa, anzi lo si riteneva un mestiere nobile e avventuroso,
come quello del _cavaliere errante_; motivo per cui, se trattavasi di
masnadieri nobili, le protezioni venivano dall’alto. Ho sott’occhio una
lettera del re Carlo Emanuele III, scritta da Torino l’8 dicembre 1733
al Vicerè di Cagliari. In essa leggesi:
«... Riguardo al capo bandito Don Girolamo Delitala, raccomandato
dal cardinale Alessandro Alboni(!), approviamo la grazia delle
pene incorse, a condizione che il Delitala si porti a Cagliari per
l’arresto, presti fidanza di mille scudi, conduca seco in ostaggio uno
de’ suoi figliuoli o un aderente, e paghi le spese.»
È chiaro che lo si voleva portar via da Sassari per evitare lo
scandalo, poichè ai nobili banditi un po’ di grazia la si accordava
sempre. Dopo tutto, la _nobiltà_ veniva venduta dal Governo, e qualche
cosa doveva fruttare agli acquisitori!
Le bande dei malviventi si moltiplicarono in Sardegna, e specialmente
nel Logudoro, ricco di montagne e di sicuri nascondigli. Centro
principale dei facinorosi era allora Nulvi, dove la famiglia Delitala,
nemica al governo di Casa Savoia, aveva armato i popolani, eccitandoli
a parteggiare. Una Donna Lucia Tedde Delitala, montata in arcione, e
armata di fucile e stocco, con ardimento virile usciva in campagna per
affrontare i nemici.
Il Vicerè Rivarolo, mandato in Sardegna nel 1735, si diede a sterminare
con zelo i numerosi malfattori, e riuscì ad impiccarne molti, piantando
le forche (per il _buon esempio_) sul luogo del commesso delitto. Ma
i banditi continuavano a moltiplicarsi, facendo a gara per sorpassare
in destrezza e in valore i soldati regi. Per cinque anni Rivarolo non
si adoperò che a far allontanare dall’isola i vagabondi _cattivi_,
esortando i _buoni_ ad arruolarsi nel Reggimento sardo. Procedette
egli con tanto rigore, che qualche innocente fu impiccato, e lo storico
Manno gliene muove aspro rimprovero.
Sgomentato il re dal cieco furore del suo Rappresentante in Sardegna,
gli ordinò di frenarsi e di usare maggior cautela; ma il Vicerè,
soddisfatto dell’opera propria, nel 1736 fece un giro nell’isola, per
riscuotere il plauso di tutti i villaggi.
Venuto a Sassari egli si preoccupò della Nurra, regione montuosa e
marittima, che offriva sicuro rifugio ai numerosi banditi di Alghero e
di Sassari. Il Rivarolo ordinava a quei pastori di snidare dal centro
della Nurra nel termine di quindici giorni, per trasferirsi alla parte
piana, verso la strada che conduceva a Portotorres.
Il bandito più in voga era a quei tempi Leonardo Marceddu, di
Pozzomaggiore, per il quale si era fatto un bando il 20 febbraio 1736.
Sul conto di costui, però, correva una storia pietosa, che attenuava
le sue ribalderie. Egli ebbe fama di laborioso e di onestissimo; ma
la infedeltà della sposa lo precipitò nel delitto. Colta la moglie
in colloquio intimo con un suo cugino, li uccise entrambi; e, datosi
alla macchia, egli divenne singolare per coraggio, per ferocia, e
per accortezza nel cimentarsi coi soldati regi. Fu siffattamente
apprezzato, che finì per mantener pratiche segrete con alcuni agenti
politici, poichè il Governo lo considerava come un forte cooperatore
nel caso di un’invasione straniera: — sempre per quel certo sistema
di servirsi dei banditi d’ogni genere, anche a scopo d’una difesa
nazionale. Un esempio consimile lo si ebbe più tardi nel leggendario
_Fra Diavolo_ di Napoli, invitato a prender parte ad una guerra contro
la Francia.
Continuarono intanto le caccie e gli scontri fra banditi e soldati. Il
16 gennaio 1758 il ministro scriveva al Vicerè: «— S. M. ha gradito
l’incidente seguito a Bolotana fra le truppe e i malviventi; bisogna
procurare l’arresto dei banditi rifugiati in Corsica, ed ora ritornati
nell’isola, fra cui Giovanni Fais, Don Antonio Delitala e i tre
fratelli Filia Madau, capi dei medesimi. S. M. ha pure approvato la
gratificazione di scudi venticinque accordati a Basilio Podeddu, che
serviva di _guida_ e spia e rimase ferito nell’azione. — (Il sistema
perdurava!)
I nobili, nonpertanto, e molti rispettabili dei paesi, continuavano a
favorire i malfattori erranti; e da Torino si scrive al Vicerè il 22
ottobre 1761: «— Prenda informazione sulla protezione accordata ai
facinorosi dai cavalieri Quesada: metta una volta freno all’insolente
ardore di tali protettori col punirli severamente, tagliando il filo
delle corrispondenze coi malviventi.»
Ma le protezioni non venivano meno, come non vennero meno i delitti
consumati anche in odio agli ecclesiastici. Il ministero, nel 1769,
si preoccupava dell’assassinio di due preti strangolati a Mandas ed a
Nulvi, nonchè del Diacono ucciso da un altro prete a Calangianus, in
una partita di caccia, _quasi per scherzo_.
Da oltre un trentennio la fama delle audacie di Giovanni Fais correva
da un capo all’altro dell’isola. Questo fiero bandito, per molto
tempo, ebbe al fianco la propria moglie, donna di maschio coraggio,
che lo aiutava ad assalire i nemici. Erano suoi alleati i Delitala
di Nulvi, nonchè quella famosa Donna Lucia, da me altrove menzionata
— per difendere la quale il Fais andò incontro ad una forte fazione
di Chiaramonti. Costui, saputo che Giammaria Tedde (pur congiunto
di Lucia) aveva minacciato la sua protetta, gli tolse senz’altro la
vita. Lo zio ed i parenti dell’ucciso, assetati di vendetta, giurarono
allora lo sterminio dell’uccisore e de’ suoi compagni. Ma Giovanni
Fais, guidatore esperto delle sue bande, taglieggiatore dei comuni, e
assalitore di truppe, oppose la forza alla forza, e sfuggì al furore
dei persecutori.
Non appena il Vicerè ebbe sentore dell’odio che il Tedde nutriva per il
Fais, pensò di trarne partito. Egli incoraggiò il primo a persistere
nella caccia contro il secondo, suggerendogli di servirsi dell’opera
del bandito Leonardo Marceddu, a cui il Governo avrebbe concessa
l’impunità ed un premio in danaro. Leonardo Marceddu, però, uomo di
fiero carattere, mandò a dire al Vicerè che sdegnava la libertà a
prezzo di un tradimento; e fatta lega col Fais continuò a seminare il
terrore nel Logudoro.
Duemila miliziani, condotti da Girolamo Dettori di Pattada e da Don
Giovanni Valentino di Tempio, oltre ai quattrocento soldati comandati
dal Cav. Meyer, tentarono con energia la distruzione di queste bande.
Il Valentino riuscì ad arrestarne oltre duecento, per cui il re lo creò
_cavaliere_.
Accortisi i banditi della caccia ad oltranza che lor dava il Governo,
fecero causa comune. Il Marceddu recossi al _Sasso_ di Chiaramonti
per unirsi al Fais, che vi si era rifugiato coi compagni. Sbaragliati
dall’attacco incessante che lor davano le numerose milizie, sulle prime
si accamparono sul monte Cucaro, poi una buona parte (fra cui il Fais
coi Delitala) si salvarono in Corsica.
L’infelice e generoso Marceddu, che aveva rifiutato dal Governo la
libertà a prezzo d’infamia, finì per cadere nelle mani d’un bandito
traditore: di Francesco Bazzone, che lo aveva venduto allo stesso
Governo, in cambio dell’impunità e di una ricompensa in danaro.
Donna Lucia Delitala, raggiunta l’età di quarant’anni, pare che avesse
messo giudizio. Tratta in arresto, fu in seguito graziata, dopo due
anni di prigionia. In una lettera del Vicerè, marchese Rivarolo, al re
Carlo Emanuele (1738) è detto: «... Donna Lucia è una donna _qui n’à
pas voulu se marier pour ne point dépendre de un homme (à ce qu’elle
disait)_.» Chiude dicendo, che, dopo la grazia, «_elle vit assez
tranquille_.»
Nel 1749 i banditi parvero dispersi e le spedizioni militari ebbero
tregua.
Dopo una quindicina d’anni il Fais tornò dalla Corsica; e verso il
1760, formata una banda di buoni compagni, si diede a scorrazzare di
nuovo nei dintorni di Sassari, quasi per insultarvi il Governatore.
Un amico di quest’ultimo, tradendo il Governo, avvertiva segretamente
l’ormai vecchio bandito, divenuto più audace di prima. Si assicura che
il Fais (mascherato da cappuccino, con la bisaccia in spalla) avesse
osato più volte introdursi in Sassari, e presentarsi alla questua
in casa dell’assessore Aragonese. Egli divenne talmente in odio al
Governo, che lo si escluse dall’indulto promulgato il 23 agosto 1768.
Dopo non pochi tentativi riusciti vani, finalmente il Governatore Allì
Maccarani riuscì a sedurre, con la solita promessa di libertà e danaro,
due banditi sassaresi, i quali propinarono al Fais un vino oppiato.
Quando videro il vecchio immerso nel sonno, lo uccisero a colpi di
scure e lo consegnarono cadavere al carnefice. Ciò nel 1774.
Giovanni Fais era allora più che settantenne, e faceva il bandito da
oltre mezzo secolo. Contava solo quindici anni, quando verso il 1720 si
era dato alla macchia, dopo aver ucciso un uomo sulla pubblica piazza
di Chiaramonti.
A complemento della notizia della sua morte, riporterò un brano della
lettera che il ministro scriveva da Torino al Vicerè, in data del 23
novembre 1774:
«S. M. il re gradì che il Governatore di Sassari sia riuscito a
disfarsi del vecchio Giovanni Fais e dei sette suoi compagni di
quadriglia, annidati nel _Sasso_ di Chiaramonti, sperando cogliere
i due scampati colla fuga. Poichè intanto si poterono conoscere gli
uccisi, è stato opportuno che a pubblico esempio si siano tosto fatti
appendere al patibolo i cadaveri dei già condannati, colla successiva
dispersione delle membra, nei luoghi dei rispettivi delitti. — S. M.,
oltre alla grazia ai due banditi che concorsero nell’impresa, vuol
rimunerare gli altri, e invita a proporre la somma a darsi; vuole anche
che gli si suggerisca qual riguardo meritano i due cavalieri Corda, che
ebbero parte principale nell’operazione.».
I lettori avranno notato, come per l’_esempio pubblico_ si ordinava
anche l’impiccagione dei cadaveri, i quali in seguito venivano
squartati e dati alle fiamme, per sperderne le ceneri al vento. Nè ciò
deve recar meraviglia, poichè vi ha di peggio. Leggo una corrispondenza
del Ministro (5 settembre 1770) in cui si parla del _cadavere
imbalsamato_ di un bandito famoso, tenuto a disposizione del Governo
per qualche _esemplarità_. Quando, dunque, si volevano atterrire i
malviventi, si conduceva alla forca quel cadavere imbalsamato e lo
s’impiccava. E Dio sa quante volte gli avranno messo la corda al collo!
È facile immaginare come per l’eccessivo rigore dei giudici venissero
sagrificati molti innocenti, tratti in arresto per le false deposizioni
dei nemici; e lo prova una lettera ministeriale del 23 ottobre 1765,
in cui si dice al Vicerè: «— Prenda energiche misure sui testi falsi,
massime in codesto Regno, dove havvi tanta facilità e frequenza di
delinquere in tale materia.»
Alle false testimonianze bisogna aggiungere il sistema della _tortura_,
allora in pieno vigore, e conservata fino al 1827, anno in cui Carlo
Felice l’aboliva. Il dolore per lo slogamento delle ossa riusciva a far
strappare dal labbro dei pazienti tutte le confessioni che si volevano.
Scene edificanti, in secoli che si dicevano dell’oro!
Se in quei tempi esistevano i favoreggiatori dei banditi, non mancavano
pure i cittadini benemeriti, che si adoperavano con ardore per dare i
rei in mano alla giustizia; ma non tutti riuscivano nell’intento come i
due fratelli Corda.
Nel 1773 l’avvocato Giovanni Berlinguer veniva fatto segno (come i
suoi antenati) a speciale benemerenza, per il zelo spiegato nella
persecuzione dei banditi, dai quali era stato più volte ferito. Gliene
colse però danno; poichè tre anni dopo, nel gennaio del 1776 (come
rilevo da una lettera ufficiale) gli venne ucciso in campagna l’unico
figlio Girolamo, con trentatre stoccate. L’assassino — certo Antonio
Capponi — fu arrestato e impiccato.
Dopo il ritiro del ministro Bogino (il persecutore dei malviventi) i
banditi tornarono a formar bande per darsi alle piacevoli scorrerie.
Il Vicerè Thaon, nel 1788, bandì loro una guerra atroce, e tenne duro,
quantunque venisse biasimato acerbamente per aver violato le forme
legali.
Nel gennaio del 1782 veniva promessa la impunità ai due banditi
fratelli Mucciga (complicati nella famosa sommossa popolare del 1780)
a condizione che avessero arrestato ed ucciso altri malandrini. Nella
lettera ministeriale leggo queste precise parole: «— _bisogna animare_
(!) _i banditi a distruggersi fra loro_.» — Era massima fondamentale
dei governi di tutti i secoli, compreso il nostro. Chi non lo sa?
chiodo scaccia chiodo.
Nè crediate che i banditi d’allora fossero tutti sardi; la Corsica ne
dava un buon contingente, poichè ne vantava a centinaia sulle spiaggie
della Gallura, come dalla Gallura molti ne emigravano sulle spiaggie
corse. Le due isole si aiutavano a vicenda. Nel dicembre dello stesso
anno (1782) l’ambasciatore di Francia pregava il Vicerè di Sardegna
(_per il bene comune delle due nazioni_) di procurare l’estradizione
di dodici banditi corsi, che scorrazzavano intorno a Castelsardo. E ne
dava i nomi: Giovanni Saverio, Girolamo Ranfioni, Bonelli, Labicone,
Leonati detto _il nero_, i tre fratelli Volpi, e i quattro fratelli
Giovannoni. Pare che in Corsica si dessero alla macchia intere
famiglie!
Veniamo intanto allo strascico della rivoluzione dell’_Ottantanove_, ed
ai torbidi che seguirono in Sardegna negli ultimi del secolo: periodo
turbolento, al quale non furono estranei i banditi.
Nel pregone emanato dal Vicerè Vivalda il 9 giugno 1796, ponendo a
prezzo la testa di Angioi e suoi complici, oltre ai premi in danaro,
si prometteva la _nomina_ a favore di qualunque delinquente si volesse
graziare!! — E così pure, quando pochi giorni dopo si mossero da
Cagliari i 2500 armati per combattere l’Angioi ad Oristano, ci dice lo
storico, che in quella milizia furono reclutati delinquenti volgari,
tolti alla macchia. In una memoria del 5 marzo 1797 (sottoscritta
da Ghisu, Pintor e Delrio) si legge: «— Bisognava graziare gli
inquisiti che servivano in tutte le spedizioni; poichè alla loro
intrepidezza e coraggio si deve pure attribuire la buona riuscita dei
più ardui e pericolosi incontri —» — Queste frasi rivelano i tempi
e la moralità del Governo; il quale traeva partito dal _coraggio_
e dall’_intrepidezza_ di codesta brava gente, in seno alla quale
sceglieva i suoi _sicari!_ — Anche per l’arresto del parroco Murroni
e di suo fratello (ardenti angioini datisi alla fuga) il giudice
Valentino, nel novembre del 1797, suggeriva al Vicerè di servirsi
dei due banditi Salvatore Rugu e Bantine Addis, a cui pertanto poteva
concedersi un _affidamento interinale_, e in seguito l’_impunità_ dopo
la cattura.
E qui chiudo le gesta dei banditi e dei malviventi del secolo XVIII.
Qualche partigiano del regime spagnuolo si era lasciato forse scappare,
che i misfatti risultassero assai più scandalosi sotto il dominio
piemontese, che sotto quello di Spagna.
Il Governo del Piemonte si sentì punto da quest’asserzione; e lo desumo
dalle seguenti linee, che leggo in una lettera del Ministro al Vicerè,
in data 28 luglio 1790:
«Non siamo in Sardegna nelle circostanze rappresentate al Papa dai
re di Spagna per la Catalogna, cioè, che frequentissimi fossero i
più atroci misfatti, e pochi ne succedevano in cui preti e frati
non fossero almeno complici — e quasi tutti andavano impuniti per la
negligenza o connivenza dei Vescovi e dei Superiori regolari». — E
scusate se è poco!
*
* *
Diamo ora uno sguardo al secolo spirante — al nostro secolo — non
inferiore forse al precedente per furti, delitti e scorrerie di
malandrini.
Nei primi anni del secolo XIX si ebbe lo strascico dei moti angioini.
Si perseguitavano a morte i liberali d’allora, e fra questi il povero
notaio Cilocco, che inseguito dalle truppe batteva da più anni la
campagna gallurese, sfuggendo ai persecutori da montagna in montagna.
Il Marchese di Villamarina scriveva da Tempio al Vicerè (15 giugno
1802) ch’era sua intenzione di servirsi di spie pagate per far guerra
ai repubblicani, _sebbene difficilissimo sia trovarne fedeli in questo
comune_.
Il Cilocco potè sfuggire alle armi regie, ma cadde in trappola
col solito tradimento. Stanco, oppresso, affamato, il poveretto
si presentò un giorno al bandito Giovanni Mazzoneddu, chiedendogli
asilo ed un tozzo di pane in nome dell’ospitalità. Il bandito finse
di soccorrerlo, ma informò segretamente il Governo, dicendo d’essere
pronto a consegnare alla giustizia l’ardente notaio, in compenso dello
sborso della somma stabilita nella taglia, e dell’impunità per sè e
per altri quattordici malvagi, di cui pensava servirsi per arrestarlo.
Il Governo fu ben lieto di poter graziare quindici assassini di
strada, per aver la testa d’un infelice notaio, di non altro reo, che
di aver caldeggiato le idee repubblicane di Don Giammaria Angioi.
Venne concesso quanto il Mazzoneddu chiedeva, e Francesco Cilocco
fu tenagliato col ferro rovente, e trascinato a braccio fin sopra il
patibolo l’11 agosto del 1802.
I banditi e i malandrini si moltiplicarono, e crebbero d’audacia,
perchè protetti dai signori e dai monaci. Il 21 gennaio 1806 il
governatore si lagna col Vicerè della scandalosa protezione che i
conventi tutti di Sassari, specialmente quello dei frati carmelitani,
accordavano ai malviventi; e gli annunziava intanto l’arresto del
famigerato bandito Fanis, detto _la frina_, che da lungo tempo era
ricoverato nel convento di Santa Maria.
L’Italia tutta, e specialmente la meridionale, non era in quel tempo in
migliori condizioni della Sardegna. In quell’anno stesso, 1806, veniva
trascinato al patibolo Michele Pozza di Napoli, il famigerato bandito,
che, sotto il nome di _Fra Diavolo_ aveva attirato l’attenzione
dell’Europa, destando l’estro d’Auber, il celebre musicista francese.
Quando il re Vittorio Emanuele I si mosse da Cagliari per fare
un’escursione per l’isola, fu vivamente impressionato dalle numerose
bande di malviventi che scorazzavano per ogni dove, e più ancora della
protezione che loro davano i magnati delle ville, i quali giunsero
persino a scarcerare gli arrestati nei loro feudi. Il re emanò un
decreto rigoroso, e comminò la pena di morte ai protettori di banditi,
colla perdita della _nobiltà_; nè dimenticò allo stesso tempo di
promettere l’impunità agli assassini che avessero ucciso i propri
compagni. Ma nondimeno crebbero i banditi, e crebbero le protezioni.
Nel 1809 è impossibile registrare i misfatti, tanto sono numerosi.
Lotte sanguinose fra comuni e comuni, tra famiglie e famiglie, fra
pastori e pastori; pene economiche, impiccagioni continue, arresti di
prepotenti magnati. Il Martini ne fa un quadro orroroso. A Tempio,
nel 1811, gli odî di parte raggiungono il parossismo. Si volle dare
dagli audaci una lezione alla giustizia; e vennero assassinati, quasi
allo stesso tempo, il Censore Diocesano, il Procuratore fiscale della
pretura, e il Giurisdicente. Un indulto e una spedizione di soldati,
per opera del Governatore di Sassari, calmarono alquanto gli animi.
Per intromissione del clero e del popolo si fecero le paci, le quali
vennero rogate con atto notarile il 9 di maggio del 1813. Il re,
costretto dalle circostanze, chinò la testa e firmò la grazia.
I delitti, nondimeno, ripresero il loro corso fino al 1817; ma furono
in gran parte frenati dal rigore memorabile del Villamarina, sebbene
egli abbia voluto favorire i propri compatriotti. Fu notato dagli
storici, che, durante il suo governo, non venne impiccato alcun
gallurese.
Dal 1820 — e più ancora dopo il 1826, anno in cui fu abolita la tortura
e tracciata in gran parte la strada nazionale da Cagliari a Sassari —
le squadriglie dei malviventi parvero meno feroci nelle loro gesta.
Durante il lungo periodo in cui Lamarmora percorse l’isola da un capo
all’altro per i suoi studi prediletti, egli non venne molestato da
masnade di ladri e di assassini. L’unico suo incontro coi banditi
(avvenuto nell’aprile del 1823, sulla strada fra Nuoro e Siniscola)
lo resero convinto che le masnade non erano ingorde di rapina, poichè
rispettarono l’oro che portava seco — come lui stesso racconta.
Tuttavia la guerra ai malviventi fu continuata con ardore dal Governo;
nè mancarono valorosi cittadini che si distinsero nel perseguitarli.
Nel Gennaio del 1836, per il valore spiegato nella caccia dei
banditi, fu data una medaglia d’oro (dono del Sovrano) a Don Girolamo
Berlinguer, capitano dei Barracelli.
Salì in fama a quei tempi il bonorvese Peppe Bonu, uno dei più popolari
banditi dell’isola, e sul quale correvano bizzarre leggende. La
generosità, unita al coraggio e alla destrezza, aveva fatto di costui
un semi-eroe. Temerario all’eccesso e di una forza erculea, egli
dava molto da pensare alle regie milizie; e non potendo il Governo
impadronirsene per mezzo delle armi, pensò ricorrere al solito premio
in danaro ed alla impunità: il premio in danaro da sborsarsi per intero
a chi dava vivo o morto il Bonu, e per metà a colui che avrebbe ucciso
qualcuno della sua banda; l’impunità (meno male!) ragguagliata questa
volta a un delitto punibile con venti anni di galera.
Peppe Bonu non era un malfattore volgare; fu accertato che molti
delitti si mantellavano col suo nome; e il bandito ne fu così sdegnato,
che si decise a scortare in persona la _diligenza_ nel transito di
Campeda, per tutelare la vita e gli averi dei viaggiatori, temendo che
altri in suo nome li assalisse.
Da pochi mesi era emanato il decreto della _taglia_ sulla testa del
bandito bonorvese, quando verso il 1838 circolò la notizia della sua
morte. Mentre Peppe Bonu, nel _Pianu de murtas_, dormiva placidamente
sotto un albero, venne ucciso a tradimento da un tal Rosas, della
fazione dei Piu, suoi nemici.
Altro bandito di quei tempi, coraggioso e temuto, era il bonorvese
Giovanni Biosa; il quale ebbe l’audacia di strappare il proprio padre
(pur bandito) dalle mani dei carabinieri che lo avevano arrestato.
Furti continui, seguiti da misteriose uccisioni (commesse dentro città
e nei dintorni di Sassari) fecero sospettare di una squadriglia segreta
di malfattori, negli ultimi anni del governo assoluto. E questa volta
non trattavasi di banditi, ma di una lega di malandrini, regolata sulla
base degli odierni _grassatori_ della Barbagia: di giorno erano artisti
ed operai in apparenza onesti e tranquilli — la notte si univano per
commettere le ribalderie, servendo di strumento a cittadini creduti
galantuomini. Fin dal 1836 questi delitti si sospettarono perpetrati
per invidiosi dispetti, o per vessazioni del francese Uxel; il quale
aveva fondato a Sassari uno stabilimento di sanse, a breve distanza
dalla chiesa di S. Paolo. La mente direttiva non era sarda — sardo era
il braccio che eseguiva il mandato di sangue.
Tra il 1841 e il 1842 non vi fu quasi giorno in cui non venisse
consumato un delitto di sangue. I malfattori scorrazzavano per
l’isola, e fra essi i terribili banditi corsi Stefano il _Serpente_,
il Quartara, il Tengone, il _Santa Lucia_. Nel 1842 ne furono rimandati
una ventina al Governo francese.
Nell’intento di purgare la società, verso questo tempo, i cittadini
discoli venivano arruolati nel Reggimento sardo; ed il governo
piemontese, volendo ingrossare le fila dei malfattori isolani, mandava
in Sardegna seicento cattivi soggetti, col titolo di _operai di
punizione_!
Il bandito più celebre che chiuse il periodo del regime assoluto
fu l’algherese Agostino Alvau. Di costui ci darà qualche ragguaglio
Giovanni Tolu, nella sua narrazione.
*
* *
Ed eccoci giunti sulla soglia del 1848, l’anno delle agognate riforme,
che dovevano far crollare il vecchio governo assoluto per aprire l’era
novella di tempi più civili.
Pur troppo è destino dei popoli, che nei grandi rivolgimenti politici,
nel passaggio repentino dall’uno all’altro regime di governo, vi abbia
sempre chi approfitti del fermento della situazione, o per avidità di
guadagno, o per sfogo di qualche antica vendetta, o per libidine di mal
fare, servendo questo o quel potente, nella speranza dell’impunità. Non
parve vero ai tristi della campagna e della città di poter mantellare
gli istinti feroci sotto la larva di una lotta politica.
Io sorvolerò sulla storia di questi avvenimenti, perchè uscirei di
carreggiata.
Il Municipio di Sassari, vivamente impressionato dalle scene di sangue
a cui assisteva, ricorse il 22 ottobre 1849 al presidente dei Ministri,
esponendogli, con foschi colori _i continui, e in questi ultimi giorni
spaventevolmente cresciuti delitti ed attentati alla vita e proprietà
dei pacifici cittadini_.
Il 1850 fu anno tristo per sanguinosi avvenimenti. Con l’allontanamento
da Sassari del tribuno Antonico Satta (partito nel giugno del 1849) non
furono spenti i rancori, come si sperava. Si ebbe nel giugno la strage
così detta dei _Saba e Careddu_ alle porte della città; si ebbe l’anno
seguente, nel lunedì di carnevale, l’altra strage dei _Saba_ e dei
_Macioccu_ all’uscita del teatro; e le scene sanguinose si ripeterono
di tanto in tanto fino al 1855 — anno in cui il cholera mieteva a
Sassari oltre 5000 vittime, spegnendo molti odî e molti tristi, e
svelando le trame dei numerosi delitti, che da quasi un ventennio si
erano macchinati, o compiuti, dentro ai laberinti misteriosi dello
stabilimento di San Paolo.
Il primo decennio del governo costituzionale (dal 1849 al 1859) fu
memorabile per stragi e per odî di parte, mantellati sempre dalle lotte
politiche, le quali non servirono che di pretesto.
Ed è appunto in questo periodo che compariscono sulla scena i quattro
banditi famosi: Pietro Cambilargiu, Antonio Spano, Antonio Maria
Derudas, e quel Giovanni Tolu, che, inseguito per trent’anni dalla
giustizia, fu da questa assolto nelle Assise di Frosinone.
*
* *
L’antico bandito sardo, conosciuto per l’odio implacabile verso
i soli nemici e le spie, per la ripugnanza al furto, la fierezza
del carattere, la generosità cavalleresca, è da un pezzo scomparso
dall’isola.
Di simili banditi (per vero non troppo numerosi!) si occuparono in ogni
tempo, con pietosa simpatia, storici e letterati insigni, nell’intento
di mettere in rilievo quella fierezza e quella generosità, che pure in
mezzo alle ferocie li rendeva talvolta degni di compianto, se non di
ammirazione.
Ne citerò alcuni, per non tediare più oltre il lettore.
Lo storico Pasquale Tola esaltò la magnanimità di Salvatore Anchita
verso il suo nemico Francesco Brundano. Dopo aver riportato nel suo
_Dizionario biografico_ l’episodio da me altrove citato, scrive:
«— Esempio di generosità d’animo, da cui traspare quanto negli uomini
stessi rotti al mal fare sia potente il sentimento dell’onore: raggio
di virtù che brilla talvolta in mezzo alla fosca luce dei più enormi
delitti.»
Sulle pagine del Tola s’inspirò Gavino Cossu, che scrisse un romanzo
storico in due volumi col titolo: _gli Anchita e i Brundanu_.
L’infaticabile frate Vittorio Angius ha voluto scrivere più d’una
pagina pietosa, tanto in favore di Leonardo Marzeddu, che si diede
alla macchia dopo aver vendicato il suo onore oltraggiato — quanto di
Giovanni Fais, che il Valery chiama un _Leonida_.
L’erudito marchese di San Filippo scrisse e stampò una storia romantica
su Peppe Bonu di Bonorva, la quale parve una leggenda, e venne
riprodotta in parecchi giornali di Torino.
Il padre Bresciani, che volle visitare più volte la Sardegna, nel suo
libro _Dei costumi sardi_ ha dedicato parecchie pagine entusiastiche
ai banditi sardi, la maggior parte dei quali (egli afferma nel 1846) lo
erano per vendetta d’onore.
Questo scrittore rileva un particolare. Egli dice: quando un bandito
sardo è sorpreso nella foresta da qualche carabiniere che gli grida:
_ferma, il re!_ — egli risponde togliendosi con riverenza il berretto:
— _Rispetto il re, ma gli consacro la tua testa!_ — E postosi dietro un
albero fa fuoco sul carabiniere. Il Bresciani a questo punto esclama:
— _Che laconismo! e che fiera alterezza di cuore!_ (A me, invece, pare
fuori luogo il suo entusiasmo sopra un fatto che non credo vero!)
Parlando delle paci fatte nel 1840 per intervento dei missionari, il
Bresciani cita un venerando pastore, il quale si ridusse ad abbracciare
un nemico che gli aveva ucciso il figlio. (Caso non troppo comune in
Sardegna!)
Lo stesso scrittore riporta un altro episodio storico, narratogli
a Cagliari da un giudice della Reale Udienza. Un famoso bandito,
inseguito da due carabinieri, cacciossi per caso dentro un ovile,
dove, insieme a molti armati, si trovava l’uomo a cui aveva ucciso
il fratello. In omaggio alla sacra ospitalità, il pastore lo accolse
nella capanna, e intimò ai carabinieri di allontanarsi, se volevano
salva la vita. Informata del caso la Giustizia, fu subito spedito un
messo al pastore (padre di due figli di recente condannati a morte)
proponendogli la libertà di essi, se si risolveva a cedere il bandito
accolto nel suo ovile. Il pastore rifiutò sdegnosamente. Giustiziato
uno dei figli, fu rinnovata la proposta per la liberazione dell’altro;
ma il vecchio diede al messo questa fiera risposta: — Dirai al giudice,
che il sardo ha più cara la fede che i propri figliuoli!» — Quando
apprese la morte del secondo figlio il poveretto svenne.
A proposito di questo fatto il Bresciani cita un caso avvenuto in
Corsica al tempo in cui Paoli combatteva per la indipendenza dell’isola
sua. Un popolano corso, cieco d’ira, aveva ucciso colle proprie mani
l’unico suo figlio sedicenne, solo perchè questi, dopo aver concessa
l’ospitalità ad un bandito, lo cedette per denaro ad un carabiniere.
«I sardi, che tanto ritennero delle condizioni del mondo antico
(conchiude il Bresciani) hanno di queste esagerazioni, riputandole
diritto, dovere, e stretta osservanza della ragione delle genti.»
*
* *
E mi pare che le citazioni storiche da me riportate siano sufficienti
per dare un’idea del colore dei tempi.
Ho esposto a larghi tratti il quadro dei principali avvenimenti
di sangue che afflissero il Logudoro nel lungo periodo di quattro
secoli. Mi accorgo però che la mia tela ha tinte troppo fosche, ed è
incompleta; poichè non ho potuto riportare che i fatti crudi, quali li
estrassi da documenti ufficiali. In riscontro alle nequizie dei banditi
da me segnalate, le carte di Archivio non registrano virtù alcuna, nè
le intime cause che determinarono il traviamento di tanti infelici,
trascinati assai spesso al delitto dalla trista condizione dei tempi
miseri e corrotti.
Negli scaffali della Giustizia si riscontrano unicamente le colpe,
non le virtù dei disgraziati; e questo forse succede, perchè l’uomo è
nato cattivo, e la virtù realmente non esiste. Come l’ombra non è che
l’assenza della luce, così la virtù non è che l’assenza del vizio. La
società, insomma, pare non pretenda che il solo freno delle passioni,
convinta che l’uomo riescirà sempre a fare il bene, sempre quando potrà
astenersi dal fare il male.
Ho esposto in altro libro il sistema usato dallo storico e dal poeta,
quando vogliono fabbricare i grandi benemeriti e i grandi delinquenti:
— dei primi essi registrano le sole virtù, dei secondi non rivelano
che i soli vizi. In pochi, però, la coscienza di voler ritrarre l’uomo
qual’è, col fardello del bene o del male, fornitogli dai tempi, dagli
uomini, o da madre natura.
Perchè questo? forse perchè il popolo ha bisogno di commuoversi
dinanzi a quanto esce dalla cerchia dei fatti comuni: esso sdegna le
mediocrità, per esaltarsi alle azioni dei grandi buoni o dei grandi
cattivi. L’evangelista Giovanni lo ha detto chiaro nell’_Apocalisse_:
«— Deciditi: sii freddo, o sii caldo; ma se tu sarai tiepido, ovvero nè
freddo nè caldo, ti rigetterò dal mio seno!»
Fra i molti banditi che nacquero belva — come Pietro Cambilargiu e
Francesco Derosas — non mancarono i disgraziati, che pure in mezzo
alle ferocie ebbero slanci di generosità magnanima, di virtù vera, di
singolare rettitudine d’intelletto.
Nella storia di Salvatore Anchita, di Francesco Brundanu, di Leonardo
Marceddu, di Giovanni Fais, di Peppe Bonu, e di Giovanni Tolu non fanno
difetto gli sprazzi di luce che rischiarano azioni generose, delle
quali tacciono i documenti Ufficiali. Questo silenzio è spiegabile;
poichè la giustizia non sa leggere che nel _Codice penale_, e non sa
pesare nella sua bilancia che le sole colpe degli sventurati! — Ed
è forse per reazione che i grandi poeti (come Byron e come Schiller)
vollero idealizzare con splendore di colorito le gesta avventurose di
corsari e di briganti.
Bisogna, dopo tutto, convenire, che l’uomo ha un fondo malvagio.
Non è questione di alti o bassi strati sociali: — l’ignoranza e
il pregiudizio salgono tutti i gradini. Abbiamo veduto come nei
traviamenti dei secoli passati incorsero nobili e plebei, e come
talvolta si ebbero esempi di volgo nobile e di nobiltà plebea.
Nelle gesta delittuose vi hanno due cavallerie: quella _rusticana_ e
quella incivilita. La prima, per sua natura, è apertamente audace —
la seconda, all’incontro, nobilmente accorta: forse perchè ha troppi
guanti — e i guanti, assai spesso, non servono che a nascondere le mani
sporche.
Io non voglio fermarmi sul numero infinito dei delinquenti volgari, che
battono la città e la campagna: sono essi i delinquenti d’ogni tempo,
d’ogni paese, e parlano ogni lingua. Ripeto solo, che Giovanni Tolu,
nel suo complesso di bene e di male, è l’_ultimo bandito sardo_.
Il bandito sardo — giova ricordarlo, perchè il giornalismo italiano
pare si ostini a non volerlo rilevare! — non è un masnadiero, non è
un brigante, non è un grassatore, non è un fabbro di _ricatti_. Ed è
solamente per dimostrarlo, che ho voluto aderire a scrivere la storia
di Giovanni Tolu.
I tempi or sono cambiati. Colla nuova Italia è sottentrato un altro
brigantaggio, che al piombo, al pugnale, ai grimaldelli ha sostituito
il libello, la truffa, e i brogli bancari.
Dobbiamo tuttavia ardentemente sperare, che questa nuova forma di
delinquenza inguantata, la quale sfugge così spesso alle leggi, abbia
fatto il suo tempo. Ad ogni modo, lusinghiamoci di non trovarci per
anco nel tristo caso di ripetere la frase tagliente, ch’ebbe sulle
labbra Giovanni Prati negli ultimi anni di sua vita: «— Dappoichè ho
conosciuto i galantuomini d’oggi, ho preso a stimare i ladri antichi!»
_Sassari, maggio 1896._