PENSIERI PRELIMINARI.

Io interrogo il mio lettore, sia egli debole o potente, grande o piccolo,

principe o suddito, cattolico o protestante, e dico: crede egli vero o

falso, utile o dannoso all'umana società il precetto di carità universale,

d'amor del prossimo, racchiuso nell'epigrafe che ho posta in fronte del

presente opuscolo?

Se lo crede falso e dannoso, chiuda il mio libretto; non ho altro da

aggiungere.

Se lo crede utile e vero, gli domando se gli è avviso che questo precetto,

nel modo istesso che è insegnato dal Vangelo ed accettato egualmente dalla

fede e dalla ragione, sia stato preso per norma, ne' diciotto secoli che

conta il Cristianesimo, dai legislatori, dai principi, dai potenti, dalle

moltitudini, da quanti infine ebbero o si tolsero potestà di scriver

leggi, e stabilire ordini che reggessero l'umana famiglia?

La carità, l'amor del prossimo, il non fare agli altri quel che non si

vorrebbe fosse fatto a noi, primo fra i precetti de' popoli cristiani dopo

quello che si riferisce alla divinità, ha esso esistito ed esiste in

parole, o è applicato ai fatti?

E se più che altrimenti esistesse in parole, quali ne sono le cause? quali

le conseguenze?

​E se queste conseguenze fossero tristi e dolorose per tutti, non è egli

egualmente dovere ed interesse di tutti il cercare di sottrarvisi,

combattendo le loro cause?

Queste interrogazioni che dirigo al lettore, le ho fatte soventi volte a

me medesimo: e guardando al passato ed al presente, alle leggi, alle

consuetudini, agli usi della civiltà cristiana in tutta la sua durata, m'è

sembrato trovarvi una frequente e flagrante violazione del suo principio;

di vederla travagliarsi, soffrire, lacerarsi, ed andar a rischio di

perdersi per un sillogismo falsato, del quale la maggiore e la minore non

avean che fare praticamente colla conseguenza.

E lasciando molti altri casi che non fanno alla questione che intendo

trattare, ho trovato, a cagion d'esempio, che sul fatto degli Israeliti la

civiltà cristiana faceva questo strano sillogismo.

La fede cristiana mi ordina di amare senza distinzione tutti gli uomini.

Gli Ebrei sono uomini.

Dunque io li odio, li perseguito e li tormento.

Lo scopo del breve scritto che offro al pubblico, è diretto a cooperare,

per quanto me lo concedono le mie povere forze, alla restaurazione del

detto sillogismo; a rimetterne i termini nella loro vera e razionale

relazione.

Non avendo potestà di far molto, mi è sembrato dovere l'adoprarmi almeno

come potevo, onde fra le tante applicazioni che rimangono a farsi del

principio cristiano, si venisse intanto a questa. Quanto alle altre,

facciamoci animo: le menti ed i cuori vengono ogni dì più sentendone

l'importanza e il bisogno.

La civiltà cristiana presenta nel lasso degli ultimi cent'anni un fatto

che apre il campo a gravi meditazioni. Nell'ultima metà del secolo scorso,

essa parve rinnegare ​ in massa il suo principio, e mettersi incerta ed

anelante in traccia di principj nuovi.

La rivoluzione, le sue guerre, quelle di Napoleone, l'abuso della vittoria

che l'avea prostrato, il dispotismo senza esempio stabilito dai vincitori,

la reazione ora aperta ora segreta e sempre travagliosa de' popoli, un

mal'essere, un'irritazione generale; ecco ciò che essa trovava.

Sotto fallaci apparenze d'una civiltà superficiale, non era forse mai

stato tempo in cui la politica avesse più intimamente rinnegato il

principio cristiano.

Ma la dura lezione non è stata senza frutto.

Sembra che la Società si venga avvedendo che il mondo morale come il

materiale è retto da grandi ed elementari leggi, e che in esse soltanto

può trovar ordine e riposo; che il travagliarsi per trovar modi di

reggimento, istituzioni, sistemi ec., è opera gettata, se gli uomini non

si convincono dell'importanza ed utilità di dette leggi, e non le seguono;

e fra queste, la prima è quella della carità e dell'amor del prossimo.

Questo convincimento già trionfa nella teoria. Quindi la tendenza alla

restituzione delle nazionalità.

Perchè una nazione non deve imporre ad un'altra quel giogo che non

vorrebbe per sè.

Quindi lo sviluppo del principio del diritto comune, le istituzioni, le

leggi d'uguaglianza civile.

Perchè un principe non deve torre ad altri il suo diritto, come non

amerebbe che gli fosse tolto il suo ec. ec.

Accettato sinceramente il principio in teoria, si può argomentare che non

siam molto discosti della sua applicazione.

Affrettiamola coi voti e coll'opera, e noi Cristiani intanto che ci

travagliamo onde ottener giustizia per noi, rendiamola agli altri; e non

tormentiamo gl'Israeliti come non vorremmo esser noi tormentati ed

oppressi. ​ A chi, sorridendo, m'interrogasse, se io intendo rifare il

catechismo pe' fanciulli; io risponderei che, se mi bastassero le forze,

vorrei non tanto far questo, quanto trovar modo onde quel catechismo che

gli uomini appresero quand'eran fanciulli, lo rammentassero talvolta

allorchè, fatti adulti, vien loro data potestà di promulgar leggi e farle

eseguire, e sta in essi il condurre gli uomini alla felicità, come

l'immergerli nella sventura.

L'emancipazione degli Israeliti, il termine di quella lunga e dolorosa

serie di patimenti, d'oltraggi e d'ingiustizie che ebbero a soffrire per

tanti secoli, non in vista del principio cristiano ma invece colla

manifesta sua violazione, in conseguenza della cecità, de' pregiudizi,

dell'ignoranza, e talvolta, purtroppo! in virtù di cause alle quali una

scusa è ancor più irreperibile; l'emancipazione degli Israeliti è un fatto

oramai incominciato, e che per la condizione de' tempi si può virtualmente

tener per compiuto.

A Pio IX era serbata questa santa e sapiente manifestazione di giustizia e

di carità, che si deve certamente annoverare fra i più importanti e

benefici atti del suo pontificato, come quello che consacra il principio

atto più d'ogni altro a mantenere la concordia e la pace tra gli uomini, e

condurre al trionfo della verità: il principio della tolleranza.

La tolleranza, come tutte le massime vere, utili e sante, ha avuto ed ha

purtroppo ancora i suoi oppugnatori; perchè essa non serve nè la superbia,

nè gli odj, nè la violenza, nè la cupidigia, e toglie anzi agli uomini il

poter dare sfogo a questi loro perversi appetiti: e coloro che appunto

vollero aver piena libertà di sfogarli, conobbero non aver altro modo onde

coonestarli e nasconderne la bruttezza, se non col coonestare le loro ​

passioni coll'apparenza dell'amore del vero e dello zelo per la religione,

e professare l'intolleranza.

E questi furono tra i nemici della tolleranza i più perversi. Altri ve ne

furono di meno perversi, e forse talvolta (tanto è inscrutabile l'umana

coscienza!) incolpabili; quelli dico, che opprimendo, perseguitando ed

usando violenza a chi nella fede e nel culto dissentisse da loro, non lo

fecero per nessuna rea passione, ma per la falsa opinione che fosse questa

la miglior via onde procurare il trionfo ed il regno delle loro opinioni e

della verità, ed opera meritoria e grata all'Onnipotente, il punire coloro

che non la professassero.

Gli uni e gli altri poi combatterono i loro Avversari, amici e cultori

della tolleranza, coll'accusa d'essere o nemici o indifferenti alla fede

che pure apparentemente professavano; ed ebbero spesso sovr'essi il

vantaggio che procura presso le moltitudini una fervente e clamorosa

espressione di zelo per le cose più sante ed auguste, e spesso li

ridussero a ritirarsi dal campo e tacere, pel timore d'essere creduti

appunto nemici o indifferenti a queste sante ed auguste cose.

Ciò è accaduto sempre in tutte le età, tanto nelle cose sacre come nelle

profane, nelle religioni, nelle sette, nelle scuole, nelle parti

politiche; ed ha ottenebrato il mondo di calamità infinite.

A coloro che coonestano l'intolleranza col pretesto di zelo per la

religione, guidati da interessi e passioni private, col fine d'ottener

potenza o ricchezza ad una setta, o rendere prepotente un partito, è

inutile addurre ragionamenti. Codesti motivi hanno radice nella perversità

del cuore, ed a ciò le ragioni non possono rimediare. A quelli invece che

sono intolleranti per difetto di raziocinio, conservando tuttavia cuor

retto e virtuose intenzioni, non è difficile dimostrare ch'essi sono in

errore, ​ e che quest'errore li conduce inevitabilmente al termine opposto

a quello cui tendono i loro disegni.

La tolleranza può essere applicata in due modi: o alle opinioni, o agli

uomini che la professano.

La tolleranza applicata alle opinioni, è giusta e razionale ove queste

sieno non pienamente fondate sopr'una certezza, e perciò disputabile. Ove

invece si tratti d'opinioni certe, o tenute per tali, e perciò incapaci di

controversia, la tolleranza non tanto non è conveniente, ma sarebbe la

cosa più irrazionale del mondo, sarebbe sciocchezza e puerilità.

Chi mai, per cagion d'esempio, potrebbe, per quanto professasse la

tolleranza, applicarla ad un conteggio aritmetico? E se si pretendesse che

un abile computista, dopo aver fissata la cifra finale che risulta da un

conto esatto, ammettesse che è cosa indifferente l'aggiungervi o il

sottrarne una sola unità; non sarebbe stravaganza o pazzia?

E non sarebbe, dall'altro canto, uguale stravaganza o pazzia il pretendere

che intorno a tante questioni non definite nè dimostrate ancora circa il

mondo materiale ed il metafisico, altri dovesse irremissibilmente seguire

la nostra opinione?

Circa le opinioni, dunque, o indubitatamente certe, o che un profondo e

sincero convincimento ci fa considerar come tali, la tolleranza è

irrazionale, ripugnante, ed assurda.

Ma per quello che spetta agli uomini che le professano, la tolleranza è

stretto dovere di giustizia, e condizione indispensabile al trionfo della

verità; siccome al contrario, l'intolleranza è assolutamente ingiusta, e

mantenitrice ostinata dell'errore.

La tolleranza è dovere di stretta giustizia, perchè non è concesso a

nessun occhio umano lo scrutare l'intimo ​ del cuore e della coscienza

dell'altro uomo; pesarne le virtù e le colpe, giudicarne gli effetti,

conoscerne le forze e le reticenze, gl'impulsi e le inerzie; definire

dove, se, quanto e sino a che punto operino i pregiudizi, le sensazioni,

le idee preconcette, fonti d'ignoranza invincibile; e dove invece

incominci l'azione delle passioni, degli affetti interessati, della

resistenza volontaria, calcolata e viziosa, alle manifestazioni

dell'intelletto e della ragione, fonti d'un'ignoranza o d'una negazione

colpevole.

Non essendo, dunque, dato agli uomini di far questa distinzione, nè di

conoscere perciò o la colpa, o il grado di colpa, in che sia caduto

chicchessia in materia d'opinioni, non possono aver modo nè regola per

conoscere se meriti punizione, ed in qual grado la meriti.

Da ciò ne viene, per necessaria conseguenza, che ogni qualvolta

oltraggiano, tormentano o contristano in qualsivoglia modo gli uomini per

il solo motivo delle loro opinioni, o sono assolutamente ingiusti e

crudeli, se codesti uomini al cospetto di Dio e della propria coscienza

non sono colpevoli: ove poi tali realmente fossero, sono ingiusti e

crudeli egualmente, perchè il dare un gastigo alla cieca, senza avere un

criterio certo per poter conoscerne l'opportunità e la misura, è non

minore nè meno pericolosa ingiustizia.

Se queste deduzioni sono vere (e, quanto a me, le tengo per irrecusabili),

ne nasce la necessaria conseguenza, che al solo occhio divino essendo

chiari ed aperti i misteri del cuore umano, a Dio solo è riservato il

giudizio, la punizione o la ricompensa in fatto di credenza. Egli solo

saprà giudicare se fu sincera o finta, virtuosa o colpevole, la sua fede;

e, pel contrario, che ogniqualvolta gli uomini vogliono esercitare

l'ufficio riserbato e possibile al solo Iddio, e farsi interpreti del suo

giudizio, usurpano un'autorità ​ che non hanno, occupano e violano i

diritti degli altri uomini: e questo modo d'agire, che con un solo

vocabolo vien detto intolleranza, è assolutamente contrario alla

giustizia, agli esempi ed ai comandamenti di Gesù Cristo, e conducente non

al trionfo del vero, ma all'ostinata diuturnità dell'errore.

Eppure, questo è precisamente il modo tenuto da secoli cogli Israeliti;

non dirò a nostra vergogna, perchè la generazione presente lo detesta

generalmente oramai; e Pio IX, con quella sapienza resa cotanto vigile ed

operosa dalla carità evangelica che lo infiamma, lo ha solennemente

condannato, stendendo la mano a quei poveri afflitti, come l'ha stesa a

tanti altri: ma a vergogna certamente delle generazioni passate, che così

crudelmente ed ostinatamente lo tennero.

Per quanto l'oppressione del popolo d'Israele sia fatto noto ed

incontestato; per quanto l'universale aborra oggidì dalle antiche sevizie;

non è tuttavia fuor di proposito il farne conoscere brevemente alcuni

particolari, ignorati per avventura dai più: e dando uno sguardo alla

dolorosa storia dei loro patimenti, mostrare quale sia stata la loro

condizione sino al momento presente.

Dell'Emancipazione civile degl'Israeliti · 第 3 / 13 题