La mia confidenza nell'avvenire aumentava di giorno in giorno. Non mi
ricordavo quasi più di nulla. La mia anima troppo affaticata si
dimenticava di soffrire. In certe ore di completo abbandono tutto si
dileguava, si distendeva, si fondeva, si immergeva nella fluidità
originale, diveniva irriconoscibile. Poi, dopo questi strani
dissolvimenti ulteriori, mi pareva che un altro principio di vita
entrasse in me, che un'altra forza mi possedesse.
Una moltitudine di sensazioni involontarie, spontanee, inconscienti,
istintive componeva la mia esistenza reale. Tra l'esterno e l'interno
si stabiliva un giuoco di minime azioni e di minime reazioni
istantanee che fremevano in infinite ripercussioni; e ciascuna di
queste ripercussioni incalcolabili si convertiva in un fenomeno
psichico stupendo. Tutto il mio essere veniva alterato da ciò che
passava nell'aria, da un soffio, da un'ombra, da un bagliore.
Le grandi malattie dell'anima come quelle del corpo rinnovellano
l'uomo; e le convalescenze spirituali non sono meno soavi e meno
miracolose di quelle fisiche. D'avanti a un arbusto fiorito, d'avanti
a un ramo coperto di minute gemme, d'avanti a un rampollo nato su un
vecchio tronco quasi estinto, d'avanti alla più umile fra le grazie
della terra, alla più modesta tra le trasfigurazioni della primavera,
io mi soffermavo, semplice, candido, attonito!
Uscivo spesso con mio fratello, al mattino. In quell'ora tutto era
fresco, facile, libero. La compagnia di Federico mi purificava e mi
fortificava come la buona brezza selvaggia. Aveva allora ventisette
anni Federico; aveva vissuto quasi sempre nella campagna, d'una vita
sobria e laboriosa; pareva portare in sè raccolta la mite sincerità
terrestre. Egli possedeva la Regola. Leone Tolstoi, baciandolo su la
bella fronte serena, lo avrebbe chiamato suo figliuolo.
Andavamo per i campi senza meta, di rado ragionando. Egli lodava la
fertilità dei nostri dominii, mi spiegava le innovazioni introdotte
nelle culture, mi mostrava i miglioramenti. Le case dei nostri
contadini erano larghe, ariose, linde. Le nostre stalle erano piene di
un bestiame sano e ben pasciuto. Le nostre cascine erano in un ordine
perfetto. Spesso, nel cammino, egli s'arrestava per osservare una
pianta. Le sue mani virili erano di una delicatezza estrema quando
toccavano le piccole foglie verdi in cima ai rametti novelli. Talvolta
passavamo attraverso un frutteto. I peschi, i peri, i meli, i ciliegi,
i prugni, gli albicocchi portavano su le loro braccia milioni di
fiori; giù per la trasparenza dei petali rosei ed argentei, la luce si
cangiava quasi direi in una umidità divina, in una cosa
indescrivibilmente vaga e benigna; tra i minimi intervalli delle
ghirlande leggere, il cielo aveva la vivente dolcezza di uno sguardo.
Egli diceva, imaginando il pensile tesoro futuro, mentre io lodavo i
fiori:
--Vedrai, vedrai i frutti.
"Io li vedrò" ripetevo dentro di me. "Vedrò cadere i fiori, nascere le
foglie, crescere i frutti, colorirsi, maturarsi, distaccarsi." Questa
assicurazione, già passata per la bocca di mio fratello, aveva per me
un'importanza grave, come se si riferisse a non so quale felicità
promessa e attesa, la quale a punto dovesse svolgersi in quel periodo
del parto arboreo, nel tempo che corre tra il fiore e il frutto.
"Prima che io abbia manifestato il mio proposito, a mio fratello par
già naturale che io rimanga omai qui, nella campagna, con lui, con
nostra madre; poiché egli dice che io vedrò i frutti dei suoi alberi.
Egli è _sicuro_ che io li vedrò! Dunque è proprio vero che è
ricominciata una vita nuova per me, e che questo sentimento ch'io ho
dentro di me non m'inganna. In fatti, tutto ora si compie con una
facilità strana, insolita, con un'abbondanza d'amore. Come amo
Federico! Non l'ho mai amato così." Tali erano i miei soliloquii
interiori, un po' slegati, incoerenti, qualche volta puerili per una
singolare disposizione d'animo che mi portava a vedere in qualunque
fatto insignificante un segno favorevole, un pronostico benigno.
Il gaudio mio più intenso era nel sapermi lontano dalle cose passate,
lontano da certi luoghi, da certe persone, inaccessibile. Assaporavo
talvolta la pace della campagna primaverile raffigurandomi lo spazio
che mi divideva dal mondo oscuro dove io avevo tanto sofferto e di
dolori tanto cattivi. Una paura indefinita mi stringeva ancora,
talvolta, e mi faceva cercare con sollecitudine intorno a me le prove
della sicurtà presente, mi spingeva a mettere il braccio sotto il
braccio di mio fratello, a leggere negli occhi di lui l'affetto
indubitabile e tutelare.
Io confidavo in Federico, ciecamente. Avrei voluto essere da lui non
soltanto amato ma dominato; avrei voluto cedere la primogenitura a lui
più degno e star sommesso al suo consiglio, riguardarlo come la mia
guida, obedirgli. Al suo fianco non avrei più corso il pericolo di
smarrirmi, poiché egli conosceva la via diritta e camminava per quella
con un passo infallibile; ed egli anche aveva il braccio possente e mi
avrebbe difeso. Era l'uomo esemplare: buono, forte, sagace. Nulla per
me uguagliava in nobiltà lo spettacolo di quella giovinezza devota
alla religione del "conscientemente bene operare", dedicata all'amore
della Terra. Parevano i suoi occhi aver assunto un limpido color
vegetale dalla contemplazione assidua delle cose verdi.
--Gesù della Gleba--io lo chiamai un giorno, sorridendo.
Era un mattino pieno d'innocenza, uno di quei mattini che danno
imagine delle albe primordiali nell'infanzia della Terra. Sul limite
di un campo, mio fratello parlava a un gruppo di agricoltori. Parlava
in piedi, avanzando di tutto il corpo gli astanti; e il suo gesto
calmo dimostrava la semplicità delle sue parole. Uomini vecchi
incanutiti nella saggezza, uomini maturi già prossimi al limitare
della vecchiaia ascoltavano quel giovine. Tutti portavano su i loro
corpi nodosi la traccia della grande comune opera. Poiché nessun
albero era da presso, poiché il frumento era umile nei solchi, le loro
attitudini apparivano integre nella santità della luce.
Come mi vide muovere verso di lui, mio fratello licenziò i suoi uomini
per venirmi incontro. Allora spontanea mi uscì dalle labbra la
salutazione:
--Gesù della Gleba, osanna!
Egli aveva per tutti gli esseri vegetali una diligenza infinita. Nulla
sfuggiva alle sue pupille acute, quasi onniveggenti. Nelle nostre
corse mattutine, si soffermava ad ogni tratto per liberare da una
chiocciola, da un bruco, da una formica una piccola foglia. Un giorno,
senza badarci, camminando, battevo le erbe con la punta del bastone; e
le teneri cime verdi recise ad ogni colpo s'involavano. Egli ne
soffriva perchè mi tolse di mano il bastone ma con un gentile atto; ed
arrossì, pensando forse che quella sua misericordia mi sarebbe parsa
una esagerata morbidezza sentimentale. Oh quel rossore su quel volto
così maschio!
Un altro giorno, mentre spezzavo a un melo qualche ramo fiorito,
sorpresi nelli occhi di Federico un'ombra di rammarico. Subito
tralasciai, ritrassi le mani, dicendo:
--Se ti dispiace.....
Egli si mise a ridere forte.
--Ma no, ma no.... Spoglia pure tutto l'albero.
Intanto il ramo già rotto, ritenuto da alcune delle sue vive fibre,
penzolava lungo il fusto; e, proprio, quella frattura umida di linfa
aveva un aspetto di cosa dolente; e quei fiori esili, un po'
carnicini, un po' bianchi, simili a ciocche di rose scempie, che
portavano un germe omai condannato, avevano all'aria un tremolio
incessante.
Io dissi allora, come ad attenuare la crudezza di quella manomessione:
--È per Giuliana.
E, strappando le ultime fibrille vive, distaccai il ramo già rotto.