II.

La mia confidenza nell'avvenire aumentava di giorno in giorno. Non mi

ricordavo quasi più di nulla. La mia anima troppo affaticata si

dimenticava di soffrire. In certe ore di completo abbandono tutto si

dileguava, si distendeva, si fondeva, si immergeva nella fluidità

originale, diveniva irriconoscibile. Poi, dopo questi strani

dissolvimenti ulteriori, mi pareva che un altro principio di vita

entrasse in me, che un'altra forza mi possedesse.

Una moltitudine di sensazioni involontarie, spontanee, inconscienti,

istintive componeva la mia esistenza reale. Tra l'esterno e l'interno

si stabiliva un giuoco di minime azioni e di minime reazioni

istantanee che fremevano in infinite ripercussioni; e ciascuna di

queste ripercussioni incalcolabili si convertiva in un fenomeno

psichico stupendo. Tutto il mio essere veniva alterato da ciò che

passava nell'aria, da un soffio, da un'ombra, da un bagliore.

Le grandi malattie dell'anima come quelle del corpo rinnovellano

l'uomo; e le convalescenze spirituali non sono meno soavi e meno

miracolose di quelle fisiche. D'avanti a un arbusto fiorito, d'avanti

a un ramo coperto di minute gemme, d'avanti a un rampollo nato su un

vecchio tronco quasi estinto, d'avanti alla più umile fra le grazie

della terra, alla più modesta tra le trasfigurazioni della primavera,

io mi soffermavo, semplice, candido, attonito!

Uscivo spesso con mio fratello, al mattino. In quell'ora tutto era

fresco, facile, libero. La compagnia di Federico mi purificava e mi

fortificava come la buona brezza selvaggia. Aveva allora ventisette

anni Federico; aveva vissuto quasi sempre nella campagna, d'una vita

sobria e laboriosa; pareva portare in sè raccolta la mite sincerità

terrestre. Egli possedeva la Regola. Leone Tolstoi, baciandolo su la

bella fronte serena, lo avrebbe chiamato suo figliuolo.

Andavamo per i campi senza meta, di rado ragionando. Egli lodava la

fertilità dei nostri dominii, mi spiegava le innovazioni introdotte

nelle culture, mi mostrava i miglioramenti. Le case dei nostri

contadini erano larghe, ariose, linde. Le nostre stalle erano piene di

un bestiame sano e ben pasciuto. Le nostre cascine erano in un ordine

perfetto. Spesso, nel cammino, egli s'arrestava per osservare una

pianta. Le sue mani virili erano di una delicatezza estrema quando

toccavano le piccole foglie verdi in cima ai rametti novelli. Talvolta

passavamo attraverso un frutteto. I peschi, i peri, i meli, i ciliegi,

i prugni, gli albicocchi portavano su le loro braccia milioni di

fiori; giù per la trasparenza dei petali rosei ed argentei, la luce si

cangiava quasi direi in una umidità divina, in una cosa

indescrivibilmente vaga e benigna; tra i minimi intervalli delle

ghirlande leggere, il cielo aveva la vivente dolcezza di uno sguardo.

Egli diceva, imaginando il pensile tesoro futuro, mentre io lodavo i

fiori:

--Vedrai, vedrai i frutti.

"Io li vedrò" ripetevo dentro di me. "Vedrò cadere i fiori, nascere le

foglie, crescere i frutti, colorirsi, maturarsi, distaccarsi." Questa

assicurazione, già passata per la bocca di mio fratello, aveva per me

un'importanza grave, come se si riferisse a non so quale felicità

promessa e attesa, la quale a punto dovesse svolgersi in quel periodo

del parto arboreo, nel tempo che corre tra il fiore e il frutto.

"Prima che io abbia manifestato il mio proposito, a mio fratello par

già naturale che io rimanga omai qui, nella campagna, con lui, con

nostra madre; poiché egli dice che io vedrò i frutti dei suoi alberi.

Egli è _sicuro_ che io li vedrò! Dunque è proprio vero che è

ricominciata una vita nuova per me, e che questo sentimento ch'io ho

dentro di me non m'inganna. In fatti, tutto ora si compie con una

facilità strana, insolita, con un'abbondanza d'amore. Come amo

Federico! Non l'ho mai amato così." Tali erano i miei soliloquii

interiori, un po' slegati, incoerenti, qualche volta puerili per una

singolare disposizione d'animo che mi portava a vedere in qualunque

fatto insignificante un segno favorevole, un pronostico benigno.

Il gaudio mio più intenso era nel sapermi lontano dalle cose passate,

lontano da certi luoghi, da certe persone, inaccessibile. Assaporavo

talvolta la pace della campagna primaverile raffigurandomi lo spazio

che mi divideva dal mondo oscuro dove io avevo tanto sofferto e di

dolori tanto cattivi. Una paura indefinita mi stringeva ancora,

talvolta, e mi faceva cercare con sollecitudine intorno a me le prove

della sicurtà presente, mi spingeva a mettere il braccio sotto il

braccio di mio fratello, a leggere negli occhi di lui l'affetto

indubitabile e tutelare.

Io confidavo in Federico, ciecamente. Avrei voluto essere da lui non

soltanto amato ma dominato; avrei voluto cedere la primogenitura a lui

più degno e star sommesso al suo consiglio, riguardarlo come la mia

guida, obedirgli. Al suo fianco non avrei più corso il pericolo di

smarrirmi, poiché egli conosceva la via diritta e camminava per quella

con un passo infallibile; ed egli anche aveva il braccio possente e mi

avrebbe difeso. Era l'uomo esemplare: buono, forte, sagace. Nulla per

me uguagliava in nobiltà lo spettacolo di quella giovinezza devota

alla religione del "conscientemente bene operare", dedicata all'amore

della Terra. Parevano i suoi occhi aver assunto un limpido color

vegetale dalla contemplazione assidua delle cose verdi.

--Gesù della Gleba--io lo chiamai un giorno, sorridendo.

Era un mattino pieno d'innocenza, uno di quei mattini che danno

imagine delle albe primordiali nell'infanzia della Terra. Sul limite

di un campo, mio fratello parlava a un gruppo di agricoltori. Parlava

in piedi, avanzando di tutto il corpo gli astanti; e il suo gesto

calmo dimostrava la semplicità delle sue parole. Uomini vecchi

incanutiti nella saggezza, uomini maturi già prossimi al limitare

della vecchiaia ascoltavano quel giovine. Tutti portavano su i loro

corpi nodosi la traccia della grande comune opera. Poiché nessun

albero era da presso, poiché il frumento era umile nei solchi, le loro

attitudini apparivano integre nella santità della luce.

Come mi vide muovere verso di lui, mio fratello licenziò i suoi uomini

per venirmi incontro. Allora spontanea mi uscì dalle labbra la

salutazione:

--Gesù della Gleba, osanna!

Egli aveva per tutti gli esseri vegetali una diligenza infinita. Nulla

sfuggiva alle sue pupille acute, quasi onniveggenti. Nelle nostre

corse mattutine, si soffermava ad ogni tratto per liberare da una

chiocciola, da un bruco, da una formica una piccola foglia. Un giorno,

senza badarci, camminando, battevo le erbe con la punta del bastone; e

le teneri cime verdi recise ad ogni colpo s'involavano. Egli ne

soffriva perchè mi tolse di mano il bastone ma con un gentile atto; ed

arrossì, pensando forse che quella sua misericordia mi sarebbe parsa

una esagerata morbidezza sentimentale. Oh quel rossore su quel volto

così maschio!

Un altro giorno, mentre spezzavo a un melo qualche ramo fiorito,

sorpresi nelli occhi di Federico un'ombra di rammarico. Subito

tralasciai, ritrassi le mani, dicendo:

--Se ti dispiace.....

Egli si mise a ridere forte.

--Ma no, ma no.... Spoglia pure tutto l'albero.

Intanto il ramo già rotto, ritenuto da alcune delle sue vive fibre,

penzolava lungo il fusto; e, proprio, quella frattura umida di linfa

aveva un aspetto di cosa dolente; e quei fiori esili, un po'

carnicini, un po' bianchi, simili a ciocche di rose scempie, che

portavano un germe omai condannato, avevano all'aria un tremolio

incessante.

Io dissi allora, come ad attenuare la crudezza di quella manomessione:

--È per Giuliana.

E, strappando le ultime fibrille vive, distaccai il ramo già rotto.

L'Innocente · 第 19 / 72 题