Il primo ricordo è questo.
Era di aprile. Eravamo in provincia, da alcuni giorni, io e Giuliana e
le nostre due bambine Maria e Natalia, per le feste di Pasqua, in casa
di mia madre, in una grande e vecchia casa di campagna, detta La
Badiola. Correva il settimo anno dal matrimonio.
Ed erano già corsi tre anni da un'altra Pasqua che veramente m'era
parsa una festa di perdono, di pace e d'amore, in quella villa bianca
e solinga come un monasterio, profumata di violacciocche; quando
Natalia, la seconda delle mie figliuole tentava i primi passi, uscita
allora allora dalle fasce come un fiore dall'invoglio, e Giuliana si
mostrava per me piena d'indulgenza, se bene con un sorriso un po'
malinconico. Io era tornato a lei, pentito e sommesso, dopo la prima
grave infedeltà. Mia madre, inconsapevole, con le sue care mani aveva
posto un ramoscello d'olivo a capo del nostro letto e aveva riempita
la piccola acquasantiera d'argento che pendeva dalla parete.
Ma ora, in tre anni, quante cose mutate! Tra me e Giuliana era
avvenuto un distacco definitivo, irreparabile. I miei torti verso di
lei s'erano andati accumulando. Io l'aveva offesa nei modi più
crudeli, senza riguardo, senza ritegno, trascinato dalla mia avidità
di piacere, dalla rapidità delle mie passioni, dalla curiosità del mio
spirito corrotto. Ero stato l'amante di due tra le sue amiche intime.
Avevo passato alcune settimane a Firenze con Teresa Raffo,
imprudentemente. Avevo avuto col falso conte Raffo un duello in cui il
mio disgraziato avversario s'era coperto di ridicolo, per talune
circostanze bizzarre. E nessuna di queste cose era rimasta ignota a
Giuliana. Ed ella aveva sofferto, ma con molta fierezza, quasi in
silenzio.
C'erano stati pochissimi dialoghi tra noi, e brevi, in proposito; nei
quali io non avevo mai mentito, credendo con la mia sincerità
diminuire la mia colpa agli occhi di quella dolce e nobile donna che
io sapevo intellettuale.
Anche sapevo che ella riconosceva la superiorità della mia
intelligenza e che scusava in parte i disordini della mia vita con le
teorie speciose da me esposte più d'una volta in presenza di lei a
danno delle dottrine morali professate apparentemente dalla
maggioranza degli uomini. La certezza di non essere giudicato da lei
come un uomo comune alleggeriva nella mia conscienza il peso dei miei
errori. "Anch'ella dunque--io pensavo--comprende che, essendo io
diverso dagli altri ed avendo un diverso concetto della vita, posso
giustamente sottrarmi ai doveri che gli altri vorrebbero impormi,
posso giustamente disprezzare l'opinione altrui e vivere nella
assoluta sincerità della mia natura eletta."
Io era convinto di essere non pure uno spirito eletto ma uno spirito
_raro_; e credevo che la _rarità_ delle mie sensazioni e dei miei
sentimenti nobilitasse, _distinguesse_ qualunque mio atto. Orgoglioso
e curioso di questa mia rarità, io non sapevo concepire un sacrificio,
un'abnegazione di me stesso, come non sapevo rinunciare a
un'espressione, a una manifestazione del mio desiderio. Ma in fondo a
tutte queste mie sottigliezze non c'era se non un terribile egoismo;
poiché, trascurando gli obblighi, io accettavo i benefizi del mio
stato.
A poco a poco, in fatti, di abuso in abuso, io era giunto a
riconquistare la mia primitiva libertà col consenso di Giuliana, senza
ipocrisie, senza sotterfugi, senza menzogne degradanti. Io mettevo il
mio studio nell'esser leale, a qualunque costo, come altri nel
fingere. Cercavo di confermare in tutte le occasioni, tra me e
Giuliana, il nuovo patto di fraternità, di amicizia pura. Ella doveva
essere la mia sorella, la mia migliore amica.
Una mia sorella, l'unica, Costanza, era morta a nove anni lasciandomi
in cuore un rimpianto senza fine. Io pensavo spesso, con una profonda
malinconia, a quella piccola anima che non aveva potuto offrirmi il
tesoro della sua tenerezza, un tesoro da me sognato inesauribile. Fra
tutti gli affetti umani, fra tutti gli amori della terra, quello
_sororale_ m'era sempre parso il più alto e il più consolante. Io
pensavo spesso alla grande consolazione perduta, con un dolore che la
irrevocabilità della morte rendeva quasi mistico. Dove trovare, su la
terra, un'altra sorella?
Spontaneamente, questa aspirazione sentimentale si volse verso
Giuliana.
Sdegnosa di mescolanze, ella aveva già rinunziato ad ogni carezza, a
qualunque abbandono. Io già da tempo non provavo più né pur l'ombra
d'un turbamento sensuale, standole accanto; sentendo il suo alito,
aspirando il suo profumo, guardando il piccolo segno bruno ch'ella
aveva sul collo, io rimanevo nella più pura frigidità. Non mi pareva
possibile che quella fosse la donna medesima che un giorno io aveva
veduto impallidire e mancare sotto la violenza del mio ardore.
Io le offersi dunque la mia fraternità; ed ella accettò,
semplicemente. Se ella era triste, io era più triste ancora, pensando
che noi avevamo sepolto il nostro amore per sempre, senza speranza di
resurrezione; pensando che le nostre labbra non si sarebbero forse
unite mai più, mai più. E, nella cecità del mio egoismo, mi parve che
ella dovesse in cuor suo essermi grata di quella mia tristezza che io
già sentivo immedicabile, e mi parve che ella dovesse anche esserne
paga e consolarsene come d'un riflesso del lontano amore.
Ambedue un tempo avevamo sognato non pur l'amore ma la passione fino
alla morte, _usque ad mortem_. Ambedue avevamo creduto al nostro sogno
e avevamo proferito più d'una volta, nell'ebrezza, le due grandi
parole illusorie: _Sempre! Mai!_ Avevamo perfino creduto all'affinità
della nostra carne, a quell'affinità rarissima e misteriosa che lega
due creature umane col tremendo legame del desiderio insaziabile; ci
avevamo creduto perchè l'acutezza delle nostre sensazioni non era
diminuita nè pure dopo che, avendo noi procreato un nuovo essere,
l'oscuro Genio della specie aveva raggiunto per mezzo di noi il suo
unico intento.
L'illusione era caduta; ogni fiamma era spenta. La mia anima (lo
giuro) aveva pianto sinceramente su la ruina. Ma come opporsi a un
fenomeno necessario? Come evitare l'inevitabile?
Era dunque gran ventura che, morto l'amore per le necessità fatali dei
fenomeni e quindi senza colpa di alcuno, noi potessimo ancora vivere
nella stessa casa tenuti da un sentimento nuovo, forse non meno
profondo dell'antico, certo più elevato e più singolare. Era gran
ventura che una nuova illusione potesse succedere all'antica e
stabilire tra le nostre anime uno scambio di affetti puri, di
commozioni delicate, di squisite tristezze.
Ma, in realtà, questa specie di retorica platonica a qual fine
tendeva? Ad ottenere che una vittima si lasciasse sacrificare
sorridendo.
In realtà, la nuova vita, non più conjugale ma fraterna, si basava
tutta su un presupposto: su l'assoluta abnegazione della _sorella_. Io
riconquistavo la mia libertà, potevo andare in cerca delle sensazioni
acute di cui avevano bisogno i miei nervi, potevo appassionarmi per
un'altra donna, vivere fuori della mia casa e trovare _la sorella_ ad
aspettarmi, trovare nelle mie stanze la traccia visibile delle sue
cure, trovare sul mio tavolo in una coppa le rose disposte dalle sue
mani, trovare da per tutto l'ordine e l'eleganza e il nitore come in
un luogo abitato da una Grazia. Questa mia condizione non era
invidiabile? E non era straordinariamente preziosa la donna che
consentiva a sacrificarmi la sua giovinezza, paga soltanto di essere
baciata con gratitudine e quasi con religione su la fronte altera e
dolce?
La mia gratitudine talvolta diveniva così calda che si espandeva in
una infinità di delicatezze, di premure affettuose. Io sapevo essere
il migliore dei fratelli. Quando ero assente, scrivevo a Giuliana
lunghe lettere malinconiche e tenere che spesso partivano insieme con
quelle dirette alla mia amante; e la mia amante non avrebbe potuto
esserne gelosa, allo stesso modo che non poteva esser gelosa della mia
adorazione per la memoria di Costanza.
Ma, se bene assorto nell'intensità della mia vita particolare, io non
sfuggivo alle interrogazioni che di tratto in tratto mi sorgevano
dentro. Perchè Giuliana persistesse in quella meravigliosa forza di
sacrificio, bisognava ch'ella mi amasse d'un sovrano amore; e,
amandomi e non potendo essere se non la mia _sorella_, doveva portar
chiusa in sè una disperazione mortale.--Non era dunque un forsennato
l'uomo che immolava, senza rimorso, ad altri amori torbidi e vani
quella creatura così dolorosamente sorridente, così semplice, così
coraggiosa?--Mi ricordo (e la perversione mia di quel tempo mi
stupisce), mi ricordo che tra le ragioni che io dissi a me stesso per
acquietarmi, questa fu la più forte: "La grandezza morale risultando
dalla violenza dei dolori superati, perchè ella avesse occasione
d'essere eroica era necessario ch'ella soffrisse quel ch'io le ho
fatto soffrire."
Ma un giorno io m'avvidi ch'ella soffriva anche nella sua salute;
m'avvidi che il suo pallore diveniva più cupo e talvolta si empiva
come di ombre livide. Più d'una volta sorpresi nella sua faccia le
contrazioni d'uno spasimo represso; più d'una volta ella fu assalita,
in mia presenza, da un tremito infrenabile che la scoteva tutta e le
faceva battere i denti come nel ribrezzo di una febbre subitanea. Una
sera, da una stanza lontana mi giunse un grido di lei, lacerante; e io
corsi, e la trovai in piedi, addossata a un armario, convulsa, che si
torceva come se avesse inghiottito un veleno. Mi afferrò una mano e me
la tenne stretta come in una morsa.
--Tullio, Tullio, che cosa orribile! Ah, che cosa orribile!
Ella mi guardava, da presso; teneva fissi nei miei occhi i suoi occhi
dilatati, che mi parvero nella penombra straordinariamente larghi. E
io vedevo in quei larghi occhi passare, come a onde, la sofferenza
sconosciuta; e quello sguardo continuo, intollerabile, mi suscitò d'un
tratto un terrore folle. Era di sera, era il crepuscolo, e la finestra
era spalancata, e le tende si gonfiavano sbattendo, e una candela
ardeva su un tavolo, contro uno specchio; e, non so perchè, lo
sbattito delle tende, l'agitazione disperata di quella fiammella, che
lo specchio pallido rifletteva, presero nel mio spirito un significato
sinistro, aumentarono il mio terrore. Il pensiero del veleno mi
balenò; e in quell'attimo ella non potè frenare un altro grido; e,
fuori di sè per lo spasimo, si gittò sul mio petto perdutamente.
--Oh Tullio, Tullio, aiutami! aiutami!
Agghiacciato dal terrore io rimasi un minuto senza poter proferire una
parola, senza poter muovere le braccia.
--Che hai fatto? Che hai fatto? Giuliana! Parla, parla.... Che hai
fatto?
Sorpresa dalla profonda alterazione della mia voce, ella si ritrasse
un poco e mi guardò. Io dovevo avere la faccia più bianca e più
sconvolta della sua, perchè ella mi disse rapidamente, smarritamente:
--Nulla, nulla. Tullio, non ti spaventare. Non è nulla, vedi.... Sono
i miei soliti dolori.... Sai, è è una delle solite crisi.... che
passano. Càlmati.
Ma io, invasato dal terribile sospetto, dubitai delle sue parole. Mi
pareva che tutte le cose intorno a me rivelassero l'avvenimento
tragico e che una voce interna mi accertasse: "_Per te, per te ha
voluto morire. Tu, tu l'hai spinta a morire._" E io le presi le mani e
sentii che erano fredde, e vidi scendere dalla sua fronte una goccia
di sudore....
--No, no, tu m'inganni--proruppi--tu m'inganni. Per pietà, Giuliana,
anima mia, parla, parla! Dimmi: che hai.... Dimmi, per pietà: che
hai.... _bevuto_?
E i miei occhi esterrefatti cercarono in torno, su i mobili, sul
tappeto, dovunque, un indizio.
Allora ella comprese. Si lasciò cadere di nuovo sul mio petto e disse,
rabbrividendo e facendomi rabbrividire, disse con la bocca contro la
mia spalla (mai, mai dimenticherò l'accento indefinibile), disse:
--No, no, no, Tullio; no.
Ah, che cosa nell'universo può uguagliare l'accelerazione vertiginosa
della nostra vita interiore? Noi rimanemmo in quell'atto, nel mezzo
della stanza, muti; e un mondo inconcepibilmente vasto di sentimenti e
di pensieri si agitò dentro di me, in un sol punto, con una lucidità
spaventevole. "_E se fosse stato vero?_" chiedeva la voce. "_Se fosse
stato vero?_"
Un sussulto incessante scoteva Giuliana, contro il mio petto; ed ella
ancora teneva celata la faccia; ed io sapeva che ella, pur soffrendo
ancora nella sua povera carne, non ad altro pensava che alla
_possibilità_ del fatto da me sospettato, non ad altro pensava che al
mio folle terrore.
Una domanda mi salì alle labbra: "Hai tu mai avuta _la tentazione?_" E
poi un'altra: "Potrebbe essere che tu cedessi _alla tentazione?_" Nè
l'una nè l'altra proferii; e pure mi parve ch'ella intendesse. Ambedue
oramai eravamo dominati da quel pensiero di morte, da quell'imagine di
morte; ambedue eravamo entrati in una specie di esaltazione tragica,
dimenticando l'equivoco che l'aveva generata, smarrendo la conscienza
della realtà. Ed ella a un tratto si mise a singhiozzare; e il suo
pianto chiamò il mio pianto; e mescolammo le nostre lacrime, ahi me!,
che erano così calde e che non potevano mutare il nostro destino.
Seppi, dopo, che già da alcuni mesi la travagliavano malattie
complicate della matrice e dell'ovaia, quelle terribili malattie
nascoste che turbano in una donna tutte le funzioni della vita. Il
dottore, col quale volli avere un colloquio, mi fece intendere che per
un lungo periodo io doveva rinunziare a qualunque contatto con la
malata, anche alla più lieve delle carezze; e mi dichiarò che un nuovo
parto avrebbe potuto esserle fatale.
Queste cose, pure affliggendomi, mi alleggerirono di due inquietudini:
mi persuasero che io non avevo colpa nello sfiorire di Giuliana e mi
diedero un modo semplice di poter giustificare d'avanti a mia madre la
separazione di letto e gli altri mutamenti avvenuti nella mia vita
domestica. Mia madre a punto era per arrivare a Roma dalla provincia,
dove ella, dopo la morte di mio padre, passava la maggior parte
dell'anno con mio fratello Federico.
Mia madre amava molto la giovine nuora. Giuliana era veramente per lei
la sposa ideale, la compagna _sognata_ pel suo figliuolo. Ella non
riconosceva al mondo una donna più bella, più dolce, più nobile di
Giuliana. Ella non concepiva che io potessi desiderare altre donne,
abbandonarmi in altre braccia, dormire su altri cuori. Essendo stata
amata per venti anni da un uomo, sempre con la stessa devozione, con
la stessa fede, _sino alla morte_, ella ignorava la stanchezza, il
disgusto, il tradimento, tutte le miserie e tutte le ignominie che si
covano nel talamo. Ella ignorava lo strazio che io avevo fatto e
facevo di quella cara anima immeritevole. Ingannata dalla
dissimulazione generosa di Giuliana, credeva ancora nella nostra
felicità. Guai s'ella avesse saputo!
Io era ancora in quell'epoca sotto il dominio di Teresa Raffo, della
violenta avvelenatrice che mi dava imagine dell'amasia di Menippo.
Ricordate? Ricordate le parole di Apollonio a Menippo nel poema
inebriante? "_O beau jeune homme, tu caresses un serpent; un serpent
te caresse!_"
Il caso mi favorì. Per la morte d'una zia, Teresa fu costretta ad
allontanarsi da Roma e a rimanere assente qualche tempo. Io potei con
una insolita assiduità presso mia moglie riempire il gran vuoto che la
"Biondissima" partendo lasciava nelle mie giornate. E non era ancora
svanito in me il turbamento di quella sera; e qualche cosa di nuovo,
indefinibile, da qualche sera ondeggiava tra me e Giuliana.
Poiché le sofferenze fisiche di lei aumentavano, io e mia madre
potemmo con molta fatica ottenere che ella si sottoponesse
all'operazione chirurgica richiesta dal suo stato. L'operazione
portava per séguito trenta o quaranta giorni di assoluto riposo nel
letto e una convalescenza prudente. Già la povera malata aveva i nervi
estremamente indeboliti ed irritabili. I preparativi lunghi e
fastidiosi la estenuarono e la esasperarono al punto che ella più
d'una volta tentò di gittarsi giù dal letto, di ribellarsi, di
sottrarsi a quel supplizio brutale che la violava, che l'umiliava, che
l'avviliva....
--Di'--mi chiese un giorno, con la bocca amara--se tu ci pensi, non
hai ribrezzo di me? Ah, che brutta cosa!
E fece un atto di disgusto su sé medesima; e s'accigliò, e si
ammutolì.
Un altro giorno, mentre io entravo nella sua stanza, ella si accorse
che un odore mi aveva ferito. Gridò, fuori di sé, pallida come la sua
camicia:
--Vattene, vattene, Tullio. Ti prego! Parti. Ritornerai quando sarò
guarita. Se tu rimarrai qui, mi prenderai in odio. Sono odiosa così;
sono odiosa.... Non mi guardare.
E i singhiozzi la soffocarono. Poi, in quello stesso giorno, dopo
qualche ora, mentre io tacevo credendo ch'ella fosse per assopirsi,
uscì in queste parole oscure, con l'accento strano di chi parla in
sogno:
--_Ah, se davvero l'avessi fatto! Era un buon suggerimento_....
--Che dici, Giuliana?
Ella non rispose.
--A che pensi, Giuliana?
Non rispose se non con un atto della bocca, che voleva essere un
sorriso e non poté.
Mi parve di comprendere. E un'onda tumultuosa di rammarico, di
tenerezza e di pietà mi assalse. E tutto avrei dato perché ella avesse
potuto leggermi l'anima, in quel momento, perché ella avesse potuto
raccogliere intera la mia commozione irrivelabile, inesprimibile e
quindi vana. "Perdonami, perdonami. Dimmi quello che io debbo fare
perché tu mi perdoni, perché tu dimentichi tutte le cattive cose....
Io tornerò a te, non sarò d'altri che di te, per sempre. Te sola
veramente io ho amata, nella vita; amo te sola. Sempre la mia anima si
volge a te, e ti cerca, e ti rimpiange. Te lo giuro: lontano da te,
non ho provato mai nessuna gioia sincera, non ho avuto mai un attimo
di pieno oblio; mai, mai: te lo giuro. Tu sola, al mondo, hai la bontà
e la dolcezza. Tu sei la più buona e la più dolce creatura che io
abbia mai sognata: sei l'Unica. E ho potuto offenderti, ho potuto
farti soffrire, ho potuto farti pensare alla morte come a una cosa
desiderabile! Ah, tu mi perdonerai, ma io non potrò mai perdonarmi; tu
dimenticherai, ma io non dimenticherò. Sempre mi parrà d'essere
indegno; né pure con la devozione di tutta la mia vita mi parrà di
averti compensata. Da ora innanzi, come un tempo, tu sarai la mia
amante, la mia amica, la mia sorella; come un tempo, tu sarai la mia
custode, la mia consigliera. Io ti dirò tutto, ti svelerò tutto. Sarai
la mia anima. E guarirai. Io, io ti guarirò. Tu vedrai di quali
tenerezze io sarò capace per medicarti.... Ah, tu le conosci.
Ricòrdati! Ricòrdati! Anche allora tu fosti malata e me solo volesti
per medicarti; e io non mi mossi mai dal tuo capezzale, né di giorno,
né di notte. E tu dicevi:--Sempre Giuliana _se ne ricorderà_,
sempre.--E tu avevi le lacrime negli occhi, e io te le bevevo
tremando.--Santa! Santa!--Ricordati. E quando ti leverai, quando sarai
convalescente, andremo laggiù, torneremo a Villalilla. Tu sarai ancora
un poco debole, ma ti sentirai tanto bene. E io ritroverò la mia
gaiezza d'una volta, e ti farò sorridere, ti farò ridere. Tu
ritroverai quelle tue belle risa che mi rinfrescavano il cuore; tu
ritroverai quelle tue arie di fanciulla deliziose, e porterai ancora
la treccia giù per le spalle come mi piaceva. Siamo giovani.
Riconquisteremo la felicità, se tu vorrai. Vivremo, vivremo...." Così,
dentro di me, le parlavo; e le parole non uscivano dalle mie labbra.
Pur essendo commosso e avendo gli occhi umidi, io sapevo che la
commozione era passeggera e che quelle promesse erano fallaci. E anche
sapevo che Giuliana non si sarebbe illusa e che mi avrebbe risposto
con quel suo tenue sorriso sfiduciato, già altre volte comparsole su
le labbra. Quel sorriso significava: "Sì, io so che tu sei buono e che
vorresti non farmi soffrire; ma tu non sei padrone di te, non puoi
resistere alle fatalità che ti trascinano. Perché vuoi tu che io
m'illuda?"
Tacqui, in quel giorno; e nei giorni che seguirono, pur ricadendo più
volte nella stessa confusa agitazione di ravvedimenti e di propositi e
di sogni vaghi, non osai parlare: "Per tornare a lei, tu devi
abbandonare le cose in cui ti compiaci, la donna che ti corrompe. Ne
avrai la forza?" Io rispondevo a me stesso: "Chi sa!" E aspettavo di
giorno in giorno questa forza che non veniva; aspettavo di giorno in
giorno un evento (non sapevo quale) che provocasse la mia risoluzione,
che me la rendesse inevitabile. E m'indugiavo a imaginare, a sognare la
nostra vita nuova, la lenta rifioritura del nostro amore legittimo, il
sapore strano di certe sensazioni rinnovate. "Noi andremmo dunque
laggiù, a Villalilla, nella casa che conserva le nostre più belle
memorie; e saremmo noi due soltanto, perchè lasceremmo Maria e Natalia
con mia madre alla Badiola. E la stagione sarebbe mite; e la
convalescente si appoggerebbe sempre al mio braccio, pei sentieri
conosciuti, dove ogni nostro passo risveglierebbe una memoria. Ed io
vedrei di tratto in tratto sul suo pallore diffondersi qualche lieve
fiamma subitanea; ed ambedue saremmo, l'uno verso l'altra, un poco
timidi; sembreremmo qualche volta pensierosi; eviteremmo qualche volta
di guardarci negli occhi. Perchè? E un giorno, sentendo più forte la
suggestione dei luoghi, io ardirei parlarle delle nostre più folli
ebrezze di quei primi tempi.--Ti ricordi? Ti ricordi? Ti ricordi?--E a
poco a poco ambedue sentiremmo in noi il turbamento crescere, divenire
insostenibile; e ambedue, nel tempo medesimo, perdutamente, ci
stringeremmo, ci baceremmo in bocca, crederemmo venir meno. Ella, ella
sì verrebbe meno; e io la sosterrei nelle mie braccia chiamandola con
nomi suggeriti da una tenerezza suprema. Ella riaprirebbe gli occhi,
leverebbe tutto il velo del suo sguardo, fisserebbe un istante su me la
sua stessa anima; mi parrebbe trasfigurata. E così saremmo ripresi
dall'antico ardore, rientreremmo nella grande illusione. Ambedue saremmo
tenuti da un pensiero unico, assiduo; saremmo agitati da un'ansietà
inconfessabile. Io le chiederei tremando:--_Sei guarita?_--Ed ella dal
suono della mia voce comprenderebbe la domanda celata in quella domanda.
E risponderebbe, senza potermi nascondere il brivido:--_Non ancora!-_-E
la sera, dividendoci, rientrando nelle nostre stanze separate, ci
sentiremmo morire d'angoscia. Ma una mattina, con uno sguardo
impreveduto, i suoi occhi mi direbbero:--_Oggi, oggi...._--Ed ella,
paventando quel divino e terribile momento, con qualche pretesto puerile
mi sfuggirebbe, protrarrebbe la nostra tortura. Direbbe ella:--Usciamo;
usciamo....--Usciremmo: in un pomeriggio velato, tutto bianco, un poco
snervante, un poco soffocante. Cammineremmo a fatica. Comincerebbero a
cadere, su le nostre mani, sul nostro viso, gocce di pioggia tiepide
come lacrime. Io direi, con la voce alterata:--Rientriamo.--E, presso la
soglia, all'improvviso, la prenderei su le mie braccia, la sentirei
abbandonarsi come esanime, la porterei su per le scale senza avvertire
alcun peso.--Dopo tanto! Dopo tanto!--La violenza del desiderio sarebbe
in me attenuata dalla paura di farle male, di strapparle un grido di
dolore.--Dopo tanto!--E i nostri esseri, all'urto di una sensazione
divina e terribile, non provata né imaginata mai, si struggerebbero. Ed
ella, dopo, mi parrebbe quasi morente, con la faccia tutta molle di
pianto, pallida come il suo guanciale."
Ah, così mi parve, morente mi parve, quella mattina, quando i dottori
l'addormentavano col cloroformio ed ella, sentendosi sprofondare
nell'insensibilità della morte, due o tre volte tentò di alzare le
braccia verso di me, tentò di chiamarmi. Io uscii dalla stanza,
sconvolto; e intravidi i ferri chirurgici, una specie di cucchiaio
tagliente, e la garza e il cotone e il ghiaccio e le altre cose
preparate su un tavolo. Due lunghe ore, interminabili ore, aspettai,
esacerbando la mia sofferenza con l'eccesso delle imaginazioni. E una
disperata pietà strinse le mie viscere d'uomo, per quella creatura che
i ferri del chirurgo violavano non soltanto nella carne miserabile ma
nell'intimo dell'anima, nel sentimento più delicato che una donna
possa custodire:--una pietà per quella e per le altre, agitate da
aspirazioni indefinite verso le idealità dell'amore, illuse dal sogno
capzioso di cui il desiderio maschile le avvolge, smanianti
d'inalzarsi, e così deboli, così malsane, così imperfette, uguagliate
alle femmine brute dalle leggi inabolibili della Natura; che impone a
loro il diritto della specie, sforza le loro matrici, le travaglia di
morbi orrendi, le lascia esposte a tutte le degenerazioni. E in quella
e nelle altre, rabbrividendo per ogni fibra, io vidi allora, con una
lucidità spaventevole, vidi la piaga originale, la turpe ferita sempre
aperta "che sanguina e che pute"....
Quando rientrai nella stanza di Giuliana, ella era ancora sotto
l'azione dell'anestetico, senza conoscenza, senza parola: ancora
simile a una morente. Mia madre era ancora pallidissima e convulsa. Ma
pareva che l'operazione fosse riuscita bene; i dottori parevano
soddisfatti. L'odore del jodoformio impregnava l'aria. In un canto, la
monaca inglese empiva di ghiaccio una vescica; l'assistente ravvolgeva
una fascia. Le cose tornavano nell'ordine e nella calma, a poco a
poco.
L'inferma rimase a lungo in quel sopore; la febbre comparve
leggerissima. Nella notte però ella fu presa da spasimi allo stomaco e
da un vomito infrenabile. Il laudano non la calmava. E io, fuori di
me, allo spettacolo di quello strazio inumano, credendo ch'ella
dovesse morire, non so più che dissi, non so più che feci. Agonizzai
con lei.
Nel giorno seguente, lo stato dell'inferma migliorò; e poi, di giorno
in giorno, andò ancora migliorando. Le forze lentissimamente
tornavano.
Io fui assiduo al capezzale. Mettevo una certa ostentazione nel
ricordare a lei, con i miei atti, l'infermiere d'una volta; ma il
sentimento era diverso, era sempre _fraterno_. Spesso io avevo lo
spirito preoccupato da qualche frase d'una lettera della amante
lontana, mentre leggevo a lei qualche pagina d'un libro preferito.
L'Assente era indimenticabile. Talora però, quando nel rispondere a
una lettera mi sentivo un po' svogliato e quasi tediato, in certe
strane pause che nella lontananza ha anche una passione forte, io
credevo questo un indizio di disamore; e ripetevo a me stesso: "Chi
sa!"
Un giorno, mia madre disse a Giuliana, in mia presenza:
--Quando ti leverai, quando ti potrai muovere, andremo tutti insieme
alla Badiola. Non è vero, Tullio?
Giuliana mi guardò.
--Sì, mamma--risposi, senza esitare, senza riflettere.--Anzi, io e
Giuliana andremo a Villalilla.
Ed ella di nuovo mi guardò; e sorrise, d'un sorriso impreveduto,
indescrivibile, che aveva una espressione di credulità quasi
infantile, che somigliava un poco a quello d'un bambino malato a cui
sia fatta una grande insperata promessa. Ed abbassò le palpebre; e
continuò a sorridere, con gli occhi socchiusi che vedevano qualche
cosa lontana, molto lontana. E il sorriso s'attenuava, s'attenuava,
senza estinguersi.
Quanto mi piacque! Come l'adorai, in quel momento! Come sentii che
nulla al mondo vale la semplice commozione della bontà!
Una bontà infinita emanava da quella creatura e mi penetrava tutto
l'essere, mi colmava il cuore. Ella stava nel letto supina, rialzata
da due o tre guanciali; e la sua faccia dall'abbondanza dei capelli
castagni un poco rilasciati acquistava una finezza estrema, una specie
d'immaterialità apparente. Aveva una camicia chiusa intorno al collo,
chiusa intorno ai polsi; e le sue mani posavano sul lenzuolo, prone,
così pallide che soltanto le vene azzurre le distinguevano dal lino.
Presi una di quelle mani (mia madre era già uscita dalla stanza); e
dissi sotto voce:
--Torneremo dunque.... a Villalilla.
La convalescente disse:
--Sì.
E tacemmo, per prolungare la nostra commozione, per conservare la
nostra illusione. Sapevamo ambedue il significato profondo che
nascondevano quelle poche parole scambiate sotto voce. Un acuto
istinto ci avvertiva di non insistere, di non definire, di non andare
oltre. Se avessimo parlato ancora, ci saremmo trovati d'avanti alle
realtà inconciliabili con l'illusione in cui le nostre anime
respiravano e a poco a poco s'intorpidivano deliziosamente.
Quel torpore favoriva i sogni, favoriva gli oblii. Passammo un intero
pomeriggio quasi sempre soli, leggendo a intervalli, chinandoci
insieme su la stessa pagina, seguendo con gli occhi la stessa riga.
Avevamo là qualche libro di poesia; e noi davamo ai versi una
intensità di significato, che non avevano. Muti, ci parlavamo per la
bocca di quel poeta affabile. Io segnavo con l'unghia le strofe che
parevano rispondere al mio sentimento non rivelato.
Je veux, guidé par vous, beaux yeux aux flammes douces,
Par toi conduit, o main où tremblera ma main,
Marcher droit, que ce soit par des sentiers de mousses
Ou que rocs et cailloux encombrent le chemin,
Oui, je veux marcher droit et calme dans la Vie....
Ed ella, dopo aver letto, si riabbandonava per un poco su i guanciali,
chiudendo gli occhi, con un sorriso quasi impercettibile.
Toi la bonté, toi le sourire,
N'es tu pas le conseil aussi,
Le bon conseil loyal et brave....
Ma io vedevo sul suo petto la camicia secondare il ritmo del respiro
con una mollezza che incominciava a turbarmi come il fievole profumo
di ireos esalato dai lenzuoli e dai guanciali. Desiderai ed aspettai
che ella, sorpresa da un subitaneo languore, mi cingesse il collo con
un braccio e congiungesse la sua guancia alla mia così ch'io sentissi
sfiorarmi dall'angolo della sua bocca. Ella pose l'indice affilato su
la pagina e segnò con l'unghia il margine, guidando la mia lettura
commossa.
La voix vous fut connue (et chère?)
Mais à présent elle est voilée
Comme une veuve désolée....
Elle dit, la voix reconnue,
que la bonté c'est notre vie....
Elle parle aussi de la gloire
D'être simple sans plus attendre,
Et de noces d'or et du tendre
Bonheur d'une paix sans victoire.
Accueillez la voix qui persiste
Dans son naïf épithalame.
Allez, rien n'est meilleur à l'âme
Que de faire une âme moins triste!
Io le presi il polso; e chinando il capo lentamente, fino a porre le
labbra nel cavo della sua mano, mormorai:
--Tu.... potresti dimenticare?
Ella mi chiuse la bocca e pronunziò la sua gran parola:
--Silenzio.
Entrò mia madre annunziando la visita della signora Tàlice, in quel
punto. Io lessi nel volto di Giuliana il fastidio, e anch'io fui preso
da un'irritazione sorda contro l'importuna. Giuliana sospirò:
--Oh mio Dio!
--Dille che Giuliana riposa--io suggerii a mia madre con un accento
quasi supplichevole.
Ella mi accennò che la visitatrice aspettava nella stanza contigua.
Bisognò riceverla.
Questa signora Tàlice era d'una loquacità maligna e stucchevole. Mi
guardava di tratto in tratto con un'aria curiosa. Come mia madre per
caso, nel corso della conversazione, disse ch'io tenevo compagnia alla
convalescente dalla mattina alla sera quasi di continuo, la signora
Tàlice esclamò con un tono d'ironia manifesta, guardandomi:
--Che marito perfetto!
La mia irritazione crebbe così che mi risolsi, con un pretesto
qualunque, ad andarmene.
Uscii di casa. Incontrai per le scale Maria e Natalia che tornavano
accompagnate dalla governante. Mi assalirono secondo il solito, con
un'infinità di moine; e Maria, la maggiore, mi diede alcune lettere
che aveva prese dal portiere. Tra queste riconobbi subito la lettera
dell'Assente. E allora mi sottrassi alle moine, quasi con impazienza.
Giunto su la strada, mi soffermai per leggere.
Era una lettera breve ma appassionata, con due o tre frasi d'una
eccessiva acutezza, quali sapeva trovare Teresa per agitarmi. Ella mi
faceva sapere che sarebbe stata a Firenze tra il 20 e il 25 del mese e
che avrebbe voluto incontrarmi là "come l'altra volta." Mi prometteva
notizie più esatte pel convegno.
Tutti i fantasmi delle illusioni e delle commozioni recenti
abbandonarono a un tratto il mio spirito, come i fiori d'un albero
scosso da una folata gagliarda. E come i fiori caduti sono per
l'albero irrecuperabili, così furono per me quelle cose dell'anima: mi
divennero estranee. Feci uno sforzo, tentai di raccogliermi; non
riuscii a nulla. Mi misi a girare per le strade, senza scopo; entrai
da un pasticciere, entrai da un libraio; comprai dolci e libri
macchinalmente. Scendeva il crepuscolo; s'accendevano i fanali; i
marciapiedi erano affollati; due o tre signore dalle loro carrozze
risposero al mio saluto; passò un amico a fianco della sua amante che
portava tra le mani un mazzo di rose, camminando presto e parlando e
ridendo. Il soffio malefico della vita cittadina m'investì; risuscitò
le mie curiosità, le mie cupidige, le mie invidie. Arricchito in
quelle settimane di continenza, il mio sangue ebbe come un'accensione
subitanea. Alcune imagini mi balenarono lucidissime dentro. L'Assente
mi riafferrò con le parole della sua lettera. E tutto il mio desiderio
andò verso di lei, senza freno.
Ma quando il primo tumulto si fu placato, mentre risalivo le scale
della mia casa, compresi tutta la gravità di quel che era accaduto, di
quel che avevo fatto; compresi che veramente, poche ore prima, avevo
riallacciato un legame, avevo obbligata la mia fede, avevo data una
promessa, una promessa tacita ma solenne a una creatura ancora debole
e inferma; compresi che non avrei potuto senza infamia ritrarmi. E
allora io mi rammaricai di non aver diffidato di quella commozione
ingannevole, mi rammaricai di essermi troppo indugiato in quel
languore sentimentale! Esaminai minutamente i miei atti e i miei detti
di quel giorno, con la fredda sottigliezza d'un mercante subdolo il
quale cerchi un appiglio per sottrarsi alla stipulazione di un
contratto già concordato. Ah, le mie ultime parole erano state troppo
gravi. Quel "Tu potresti dimenticare?" pronunziato con quell'accento,
dopo la lettura di quei versi, aveva avuto il valore di una conferma
definitiva. E quel "Silenzio" di Giuliana era stato come un suggello.
"Ma" io pensai "questa volta ha ella proprio creduto al mio
ravvedimento? Non è ella stata sempre un poco scettica a riguardo dei
miei buoni moti?" E rividi quel suo tenue sorriso sfiduciato, già
altre volte comparsole sulle labbra. "Se ella dentro di sé non avesse
creduto, se anche la sua illusione fosse caduta subitamente, allora
forse la mia ritirata non avrebbe molta gravità, non la ferirebbe né
la sdegnerebbe troppo; e l'episodio rimarrebbe senza conseguenza, e io
rimarrei libero come prima. Villalilla rimarrebbe nel suo sogno." E
rividi l'altro sorriso, il sorriso nuovo, impreveduto, credulo, che le
era comparso su le labbra al nome di Villalilla. "Che fare? Che
risolvere? Come contenermi?" La lettera di Teresa Raffo mi bruciava
forte.
Quando rientrai nella stanza di Giuliana, m'accorsi al primo sguardo
che ella _mi aspettava_. Mi parve lieta, con gli occhi lucidi, con un
pallore più animato, più fresco.
--Tullio, dove sei stato?--mi domandò ridendo.
Io risposi:
--Mi ha messo in fuga la signora Tàlice.
Ella seguitò a ridere, d'un limpido riso giovenile che la
trasfigurava. Io le porsi i libri e la scatola delle confetture.
--Per me?--esclamò, tutta contenta, come una bambina golosa; e si
affrettò ad aprire la scatola, con piccoli gesti di grazia, che
risollevavano nel mio spirito lembi di ricordi lontani.
--Per me?
Prese un _bonbon_, fece l'atto di portarlo alla bocca, esitò un poco,
lo lasciò ricadere, allontanò la scatola; e disse:
--Poi, poi....
--Sai, Tullio--m'avvertì mia madre--non ha ancora mangiato nulla. Ha
voluto aspettarti.
--Ah, non t'ho ancora detto....--proruppe Giuliana, divenuta
rosea--non t'ho ancora detto che c'è stato il dottore, mentre eri
fuori. Mi ha trovata molto meglio. Potrò alzarmi giovedì. Capisci,
Tullio? Potrò alzarmi giovedì....
Soggiunse:
--Fra dieci, fra quindici giorni al più, potrò anche mettermi in
treno.
Soggiunse, dopo una pausa pensosa, con un tono minore:
--Villalilla!
Ella non aveva dunque pensato ad altro, non aveva sognato altro. Ella
_aveva creduto_; _credeva_. Io duravo fatica a dissimulare la mia
angoscia. Mi occupavo, con soverchia premura, forse, dei preparativi
pel suo piccolo pranzo. Io medesimo le misi su le ginocchia la
tavoletta.
Ella seguiva tutti i miei movimenti con uno sguardo carezzevole che mi
faceva male. "Ah, se ella potesse indovinare!" D'un tratto, mia madre
esclamò, candidamente:
--Come sei bella stasera, Giuliana!
In fatti, un'animazione straordinaria le avvivava le linee del volto,
le accendeva gli occhi, la ringiovaniva tutta quanta. All'esclamazione
di mia madre, ella arrossì; e un'ombra di quel rossore le rimase per
tutta la sera su le gote.
--Giovedì mi alzerò--ripeteva.--Giovedì, fra tre giorni! Non saprò più
camminare....
Insisteva col discorso su la sua guarigione, su la nostra partenza
prossima. Chiese a mia madre alcune notizie su lo stato attuale della
villa, sul giardino.
--Io piantai un ramo di salice vicino alla peschiera, l'ultima volta
che ci fummo. Ti ricordi, Tullio? Chi sa se ce lo ritroverò....
--Sì sì--interruppe mia madre, raggiante--ce lo ritroverai; è
cresciuto; è un albero. Domandalo a Federico.
--Davvero? Davvero? Dimmi dunque, mamma...
Pareva che quella piccola particolarità in quel momento avesse per lei
un'importanza incalcolabile. Ella divenne loquace. Io mi meravigliavo
ch'ella fosse così a dentro nell'illusione, mi meravigliavo ch'ella
fosse così trasfigurata dal suo sogno. "Perché, perché questa volta
ella _ha creduto_? Come mai si lascia così trasportare? Chi le dà
questa insolita fede?" E il pensiero della mia infamia prossima, forse
inevitabile, mi agghiacciava. "Perché inevitabile? Non saprò dunque
mai liberarmi? Io _debbo_, io _debbo_ mantenere la mia promessa. Mia
madre è testimone della mia promessa. A qualunque costo, la manterrò."
E con uno sforzo interiore, quasi direi con una scossa della
conscienza, io uscii dal tumulto delle incertezze; e mi rivolsi a
Giuliana, per un moto dell'anima quasi violento.
Ella mi piacque ancora, eccitata com'era, vivace, giovine. Mi
rammentava la Giuliana d'un tempo, che tante volte in mezzo alla
tranquillità della vita famigliare io aveva sollevata d'improvviso su
le mie braccia, come preso da una follia repentina, e portata di corsa
nell'alcova.
--No, no, mamma; non mi far più bere--ella pregò, trattenendo mia
madre che le versava il vino.--Già ho bevuto troppo, senza
accorgermene. Ah questo Chablis! Ti ricordi, Tullio?
E rise, guardandomi dentro le pupille, nell'evocare il ricordo d'amore
su cui ondeggiava il fumo di quel delicato vino amaretto e biondo
ch'ella prediligeva.
--Mi ricordo--io risposi.
Ella socchiuse le palpebre, con un leggero tremolio dei cigli. Disse
poi:
--Fa caldo qui. È vero? Ho gli orecchi che mi scottano.
E si strinse la testa fra le palme, per sentire il bruciore. Il lume,
che ardeva a lato del letto, rischiarava intensamente la lunga linea
del viso; faceva rilucere tra il folto de' capelli castagni alcuni
fili d'oro chiaro, ove l'orecchio piccolo e fine, acceso alla sommità,
traspariva.
A un punto, mentre io aiutavo a sparecchiare (mia madre era uscita, e
la cameriera anche, per un momento, e stavano nella stanza attigua),
ella chiamò sotto voce:
--Tullio!
E, con un gesto furtivo attirandomi, mi baciò su una gota.
Ora, non doveva ella con quel bacio riprendermi interamente, anima e
corpo, per sempre? Quell'atto, in lei così sdegnosa e così fiera, non
significava che ella voleva tutto obliare, che aveva già tutto obliato
per rivivere con me una vita nuova? Avrebbe potuto ella riabbandonarsi
al mio amore con più grazia, con maggior confidenza? La sorella
ridiventava l'amante a un tratto. La sorella impeccabile aveva
conservato nel sangue, nelle più segrete vene, la memoria delle mie
carezze, quella memoria organica delle sensazioni, così viva nella
donna e così tenace. Ripensando, quando mi ritrovai solo, ebbi
interrottamente alcune visioni di giorni lontani, di sere lontane. "Un
crepuscolo di giugno, caldo, tutto roseo, navigato da misteriosi
profumi, terribile ai solitarii, a coloro che rimpiangono o che
desiderano. Io entro nella stanza. Ella è seduta presso alla finestra,
con un libro sulle ginocchia, tutta languida, pallidissima,
nell'attitudine di chi sia per venir meno.--Giuliana!--Ella si scuote,
si risolleva.--Che fai?--Risponde:--Nulla. E un'alterazione
indefinibile, come una violenza di cose soffocate, passa nei suoi
occhi troppo neri." Quante volte, dal giorno della triste rinunzia,
ella aveva patito nella sua povera carne quelle torture? Il mio
pensiero s'indugiò intorno alle imagini suscitate dal piccolo fatto
recente. La singolare eccitazione mostrata da Giuliana mi rammentò
certi esempi della sua sensibilità fisica straordinariamente acuta. La
malattia, forse, aveva aumentata, esasperata quella sensibilità. Ed io
pensai, curioso e perverso, che avrei veduto la debole vita della
convalescente ardere e struggersi sotto la mia carezza; e pensai che
la voluttà avrebbe avuto quasi un sapore di incesto. "Se ella ne
morisse?" pensai. Certe parole del chirurgo mi tornavano alla memoria,
sinistre. E, per quella crudeltà che è in fondo a tutti gli uomini
sensuali, il pericolo non mi spaventò ma mi attrasse. Io m'indugiai ad
esaminare il mio sentimento con quella specie di amara compiacenza,
mista di disgusto, che portavo nell'analisi di tutte le manifestazioni
interiori le quali mi paressero fornire una prova della malvagità
fondamentale umana. "Perchè l'uomo ha nella sua natura questa orribile
facoltà di godere con maggiore acutezza quando è consapevole di
nuocere alla creatura da cui prende il godimento? Perchè un germe
della tanto esecrata perversione sàdica è in ciascun uomo che ama e
che desidera?"
Questi pensieri, più che il primitivo spontaneo sentimento di bontà e
di pietà, questi pensieri obliqui mi condussero in quella notte a
raffermare il mio proposito in favore della illusa. L'Assente mi
avvelenava anche di lontano. Per vincere la resistenza del mio
egoismo, ebbi bisogno di contrapporre all'imagine della deliziosa
depravazione di quella donna l'imagine di una nuova rarissima
depravazione che io mi promettevo di coltivar con lentezza nella
onesta securità della mia casa. Allora, con quell'arte quasi direi
alchimistica che io aveva nel combinare i varii _prodotti_ del mio
spirito, analizzai la serie degli "stati d'animo" speciali in me
determinati da Giuliana nelle diverse epoche della nostra vita comune,
e ne trassi alcuni elementi i quali mi servirono a construrre un nuovo
stato, fittizio, singolarmente adatto ad accrescere l'intensità di
quelle sensazioni che io voleva esperimentare. Così, per esempio, allo
scopo di rendere più acre quel "sapore d'incesto" che m'attraeva
eccitando la mia fantasia scellerata, io cercai di rappresentarmi i
momenti in cui più profondo era stato in me il "sentimento fraterno" e
più schietta mi era parsa l'attitudine di sorella in Giuliana.
E chi s'indugiava in queste miserabili sottigliezze di maniaco era
l'uomo medesimo che poche ore innanzi aveva sentito il suo cuore
tremare nella semplice commozione della bontà, al lume di un sorriso
impreveduto! Di tali crisi contradittorie si componeva la sua vita:
illogica, frammentaria, incoerente. Erano in lui tendenze d'ogni
specie, tutti i possibili contrarii, e tra questi contrarii tutte le
gradazioni intermedie e tra quelle tendenze, tutte le combinazioni.
Secondo il tempo e il luogo, secondo il vario urto delle circostanze,
d'un piccolo fatto, d'una parola, secondo influenze interne assai più
oscure, il fondo stabile del suo essere si rivestiva di aspetti
mutevolissimi, fuggevolissimi, strani. Un suo speciale stato organico
rinforzava una sua speciale tendenza; e questa tendenza diveniva un
centro di attrazione verso il quale convergevano gli stati e le
tendenze direttamente associati; e a poco a poco le associazioni si
propagavano. Il suo centro di gravità allora si trovava spostato e la
sua personalità diventava un'altra. Silenziose onde di sangue e d'idee
facevano fiorire sul fondo stabile del suo essere, a gradi o un
tratto, anime nuove. Egli era _multanime_.
Insisto su l'episodio perchè veramente segna il punto decisivo.
La mattina dopo, al risveglio, non conservavo se non una nozione
confusa di quanto era accaduto. La viltà e l'angoscia mi ripresero
appena ebbi sotto gli occhi un'altra lettera di Teresa Raffo, con cui
ella mi confermava il convegno a Firenze pel 21, dandomi istruzioni
precise. Il 21 era sabato, e giovedì 19 Giuliana si levava per la
prima volta. Io discussi a lungo, con me stesso, tutte le possibilità.
Discutendo, incominciai a transigere. "Sì, non c'è dubbio: è
necessaria una rottura, è inevitabile. Ma in che modo io romperò? con
quale pretesto? Posso io annunziare il mio proposito a Teresa con una
semplice lettera? La mia ultima risposta era ancora calda di passione,
smaniosa di desiderio. Come giustificare questo mutamento subitaneo?
Merita la povera amica un colpo tanto inaspettato e brutale? Ella mi
ha molto amato, mi ama; ha sfidato per me, un tempo, qualche pericolo.
Io l'ho amata.... l'amo. La nostra grande e strana passione è
conosciuta; invidiata anche; insidiata anche.... Quanti uomini
ambiscono a succedermi! Innumerevoli." Numerai rapidamente i rivali
più temibili, i successori più probabili, considerandone le figure
imaginate. "C'è forse a Roma una donna più bionda, più affascinante,
più desiderabile di lei?" La stessa accensione repentina, avvenuta la
sera innanzi nel mio sangue, mi percorse tutte le vene. E il pensiero
della rinunzia volontaria mi parve assurdo, inammissibile. "No, no,
non avrò mai la forza; non vorrò, non potrò mai."
Sedata la turbolenza, proseguii il vano dibattito, pur avendo in fondo
a me la certezza che, giunta l'ora, non avrei potuto non partire. Ebbi
però il coraggio, uscendo dalla stanza della convalescente, essendo
ancora tutto vibrante di commozione, ebbi il supremo coraggio di
scrivere a quella che mi chiamava: "Non verrò." Inventai un pretesto;
e, mi ricordo bene, quasi per istinto lo scelsi tale che a lei non
sembrasse troppo grave.--Speri dunque che ella non curi il pretesto e
t'imponga di partire?--chiese qualcuno dentro di me. Non sfuggii a
quel sarcasmo; e un'irritazione e un'ansietà atroci s'impadronirono di
me, non mi diedero tregua. Facevo sforzi inauditi per dissimulare, al
conspetto di Giuliana e di mia madre. Evitavo studiosamente di
trovarmi solo con la povera illusa; e ad ogni tratto mi pareva di
leggere nei suoi miti umidi occhi il principio di un dubbio, mi pareva
di veder passare qualche ombra su la sua fronte pura.
Il giorno di mercoledì ebbi un telegramma imperioso e minaccioso (non
era quasi aspettato?): "O tu verrai o non mi vedrai più. Rispondi." E
io risposi: "Verrò."
Subito dopo quell'atto, commesso con quella specie di sovreccitazione
inconsciente che accompagna tutti gli atti decisivi della vita, io
provai un particolare sollievo, vedendo gli avvenimenti determinarsi.
Il senso della mia irresponsabilità, il senso della necessità di ciò
che accadeva ed era per accadere divennero in me profondissimi. "Se,
pur conoscendo il male che io faccio e pur condannandomi in me
medesimo, io non posso fare altrimenti, segno è che obbedisco a una
forza superiore ignota. Io sono la vittima di un Destino crudele,
ironico ed invincibile."
Nondimeno, a pena misi il piede su la soglia della stanza di Giuliana,
sentii piombarmi sul cuore un peso enorme; e mi soffermai, vacillante,
fra le portiere che mi nascondevano. "Basterà ch'ella mi guardi per
indovinar tutto", pensai smarrito. E fui sul punto di tornare in
dietro. Ma ella disse, con una voce che non m'era mai parsa tanto
dolce:
--Tullio, sei tu?
Allora feci un passo. Ella gridò, vedendomi:
--Tullio, che hai? Ti senti male?
--Una vertigine.... M'è passata già--risposi; e mi rassicurai
pensando: "Ella non ha indovinato."
Ella, in fatti, era inconsapevole; e a me pareva strano che così
fosse. Dovevo io prepararla al colpo brutale? Dovevo parlare
sinceramente o architettare qualche menzogna pietosa? O pure dovevo
partire all'improvviso, senza avvertirla, lasciandole in una lettera
la mia confessione? Qual era il modo preferibile per rendere meno
grave a me lo sforzo e meno cruda in lei la sorpresa?
Ahimè, nel dibattito difficile, per un tristo istinto io mi
preoccupavo d'alleggerir me più che lei. E certo avrei scelto il modo
della partenza improvvisa e della lettera, se non mi avesse trattenuto
il riguardo per mia madre. Era necessario risparmiare mia madre,
sempre, ad ogni patto. Anche questa volta non sfuggii al sarcasmo
interiore. "Ah, ad _ogni_ patto? Che cuore generoso! Ma pure, via, è
così comodo per te il vecchio patto, ed anche sicuro.... Anche questa
volta, se tu vorrai, la vittima si sforzerà di sorridere sentendosi
morire. Confida in lei, dunque, e non ti curare d'altro, cuore
generoso."
L'uomo trova nel sincero e supremo disprezzo di sé medesimo qualche
volta, veramente, una particolare gioia.
--A che pensi, Tullio?--mi domandò Giuliana, con un gesto ingenuo
appuntandomi l'indice tra l'uno e l'altro sopracciglio come per
fermare il pensiero.
Io le presi quella mano, senza rispondere. E il silenzio stesso, che
parve grave, bastò a modificare di nuovo l'attitudine del mio spirito;
la dolcezza che era nella voce e nel gesto della inconsapevole mi
ammollì, mi suscitò quel sentimento snervante da cui hanno origine le
lacrime; che si chiama _pietà di sé_. Provai un acuto bisogno d'essere
compassionato. Nel tempo medesimo qualcuno mi suggeriva dentro:
"Approfitta di questa disposizione d'animo, senza fare per ora alcuna
rivelazione. Esagerandola, tu puoi facilmente giungere fino al pianto.
Tu sai bene che straordinario effetto abbia su una donna il pianto
dell'uomo amato. Giuliana ne sarà sconvolta; e tu sembrerai essere
travagliato da un dolore terribile. Domani poi, quando tu le dirai la
verità, il ricordo delle lacrime ti rialzerà nell'animo di lei. Ella
potrà pensare:--Ah dunque per questo ieri piangeva così dirottamente.
Povero amico!--E tu non sarai giudicato un egoista odioso; ma
sembrerai aver combattuto con tutte le tue forze in vano contro chi sa
qual potere funesto; sembrerai essere tenuto chi sa da quale morbo
immedicabile e portare nel tuo petto un cuore lacerato. Approfitta,
dunque, approfitta."
--Hai qualche cosa _sul cuore_?--mi domandò Giuliana, con una voce
sommessa, carezzevole, piena di confidenza.
Io tenevo il capo chino; ed ero, certo, commosso. Ma la preparazione
di quel pianto _utile_ distrasse il mio sentimento, ne arrestò la
spontaneità e ritardò quindi il fenomeno fisiologico delle lacrime.
"Se io non potessi piangere? Se non _mi venissero_ le lacrime?" pensai
con uno sgomento ridicolo e puerile, come se tutto dipendesse da quel
piccolo fatto materiale che la mia volontà non bastava a produrre. E
intanto qualcuno, sempre il medesimo, soffiava: "Che peccato! Che
peccato! L'ora non potrebbe essere più favorevole. Nella stanza ci si
vede appena. Che effetto, un singhiozzo nell'ombra!"
--Tullio, non mi rispondi?--soggiunse Giuliana, dopo un intervallo,
passandomi la mano su la fronte e su i capelli perché io alzassi la
faccia.--A me tu puoi dire tutto. Lo sai.
Ah, veramente, dopo d'allora io non ho mai più udita una voce umana di
quella dolcezza. Né pure mia madre ha mai saputo parlarmi così.
Gli occhi mi si inumidirono, e io sentii tra i cigli il tepore del
pianto. "Questo, questo è il momento di prorompere." Ma non fu se non
una lacrima; e io (umiliante cosa ma pur vera; e in simili meschinità
mimiche si rimpicciolisce la maggior parte delle commozioni umane nel
manifestarsi) io alzai il viso perché Giuliana la scorgesse e provai
per qualche attimo un'ansietà smaniosa temendo che nell'ombra ella non
la scorgesse luccicare. Quasi per avvertirla, ritirai il fiato in
dentro, forte, come si fa quando si vuol contenere un singhiozzo. Ed
ella avvicinando il suo volto al mio per guardarmi da presso, poiché
rimanevo muto, ripetè:
--Non rispondi?
E intravide; e, per accertarsi, mi afferrò la testa e me l'arrovesciò,
con un gesto quasi brusco.
--Piangi?
La sua voce era mutata.
E io mi liberai all'improvviso, mi levai per fuggire, come uno che non
possa più reggere la piena dell'affanno.
--Addio, addio. Lasciami andare, Giuliana. Addio.
E uscii dalla stanza, a precipizio.
Quando fui solo, ebbi disgusto di me.
Era la vigilia d'una solennità per la convalescente. Qualche ora dopo,
come mi ripresentai a lei per assistere al piccolo pranzo consueto, la
ritrovai in compagnia di mia madre. A pena mi vide, mia madre esclamò:
--Dunque domani, Tullio, giorno di festa.
Io e Giuliana ci guardammo, ambedue ansiosi. Poi parlammo del domani,
dell'ora in cui ella avrebbe potuto alzarsi, di tante minute
particolarità, con un certo sforzo, un poco distratti. E io
m'auguravo, dentro di me, che mia madre non si assentasse.
Ebbi fortuna, perché una sola volta mia madre uscì e rientrò quasi
subito. Nel frattempo, Giuliana rapidamente mi chiese:
--Che avevi, dianzi? Non me lo vuoi dire?
--Nulla, nulla.
--Vedi, così tu mi guasti la festa.
--No, no. Ti dirò.... ti dirò.... poi. Non ci pensare, ora; ti prego.
--Sii buono!
Mia madre rientrava con Maria e Natalia. Ma l'accento con cui Giuliana
aveva proferito quelle poche parole bastò per convincermi che ella non
sospettava la verità. Pensava ella forse che quella tristezza mi
venisse da un'ombra del mio passato incancellabile e inespiabile?
Pensava che io fossi torturato dal rammarico di averle fatto tanto
male e dal timore di non meritare tutto il suo perdono?
Fu ancora una commozione viva, la mattina dopo (per compiacere il
desiderio di lei aspettavo nella stanza prossima), quando mi sentii
chiamare dalla sua voce squillante.
--Tullio, vieni.
Ed entrai; e la vidi in piedi, che sembrava più alta, più snella,
quasi fragile. Vestita d'una specie di tunica ampia e fluida, a lunghe
pieghe diritte, ella sorrideva, esitando, reggendosi a pena, tenendo
le braccia discoste dai fianchi come per cercare l'equilibrio,
volgendosi ora a me ora a mia madre.
Mia madre la guardava con una indescrivibile espressione di tenerezza,
pronta a sorreggerla. Io stesso tendevo le mani, pronto a sorreggerla.
--No, no--ella pregò--lasciatemi, lasciatemi. Non cado. Voglio andare
da me fino alla poltrona.
Ella avanzò il piede, fece un passo, pianamente. Aveva nel viso il
candore d'una gioia infantile.
--Bada, Giuliana!
Fece ancora due o tre passi; poi, assalita da uno sbigottimento
repentino, dal timor pànico di cadere, esitò un attimo tra me e mia
madre, e si gittò nelle mie braccia, sul mio petto, abbandonandosi con
tutto il suo peso, sussultando come se singhiozzasse. Ella rideva, in
vece, un poco soffocata dall'ansia; e, come ella non portava busto, le
mie mani la sentirono tutta esile e pieghevole a traverso la stoffa,
il mio petto la sentì tutta palpitante e morbida, le mie nari
aspirarono il profumo dei suoi capelli, i miei occhi rividero sul suo
collo il piccolo segno bruno.
--Ho avuto paura--ella diceva interrottamente, ridendo e ansando--ho
avuto paura di cadere.
E, come ella arrovesciava la testa verso mia madre per guardarla,
senza staccarsi da me, io scorsi un poco della sua gengiva esangue e
il bianco degli occhi e qualche cosa di convulso in tutto il viso. E
conobbi che tenevo fra le braccia una povera creatura inferma,
profondamente alterata dall'infermità, con i nervi indeboliti, con le
vene impoverite, forse insanabile. Ma ripensai la sua trasfigurazione
in quella sera del bacio inaspettato; e l'opera di carità e d'amore e
d'ammenda, a cui rinunziavo, ancora una volta m'apparve bellissima.
--Conducimi tu alla poltrona, Tullio--ella diceva.
Sostenendola col mio braccio alle reni, io la condussi piano piano;
l'aiutai ad adagiarsi; disposi su la spalliera i cuscini di piume, e
mi ricordo che scelsi quello di tono più squisito perché ella vi
appoggiasse la testa. Anche, per metterle un cuscino sotto i piedi,
m'inginocchiai; e vidi la sua calza di colore gridellino, la sua
pianella esigua che nascondeva poco più del pollice. Come in _quella
sera_, ella seguiva tutti i miei movimenti con uno sguardo
carezzevole. E io m'indugiavo. Accostai un piccolo tavolo da tè, sopra
ci posai un vaso di fiori freschi, qualche libro, una stecca d'avorio.
Senza volere, mettevo in quelle mie premure un po' di ostentazione.
L'ironia ricominciò. "Molto abile! Molto abile! È utilissimo quel che
fai, sotto gli occhi di tua madre. Come potrà ella sospettare, dopo
avere assistito a queste tue tenerezze? Quel po' di ostentazione,
anche, non guasta. Ella non ha la vista troppo acuta. Séguita,
séguita. Tutto va a meraviglia. Coraggio!"
--Oh come si sta bene qui!--esclamò Giuliana con un sospiro di
sollievo, socchiudendo i cigli.--Grazie, Tullio.
Qualche minuto dopo, quando mia madre uscì, quando rimanemmo soli,
ella ripetè, con un sentimento più profondo:
--Grazie.
E alzò una mano verso di me, perché io la prendessi nelle mie. Essendo
ampia la manica, nel gesto il braccio si scoperse fin quasi al gomito.
E quella mano bianca e fedele, che portava l'amore, l'indulgenza, la
pace, il sogno, l'oblio, tutte le cose belle e tutte le cose buone,
tremò un istante nell'aria verso di me come per l'offerta suprema.
Credo che nell'ora della morte, nell'attimo stesso in cui cesserò di
soffrire, io rivedrò quel gesto solo; fra tutte le imagini della vita
passata innumerabili, rivedrò unicamente quel gesto.
Quando ripenso, non riesco a ricostruire con esattezza la condizione
nella quale mi trovai. Posso affermare che anche allora io comprendevo
l'estrema gravità del momento e lo straordinario valore degli atti che
si compivano ed erano per compiersi. La mia perspicacia era, o mi
pareva, perfetta. Due processi di conscienza si svolgevano dentro di
me, senza confondersi, bene distinti, paralleli. In uno predominava,
insieme con la pietà verso la creatura che io stava per colpire, un
sentimento di acuto rammarico verso l'offerta ch'io stava per
respingere. Nell'altro predominava insieme con la cupa bramosia verso
l'amante lontana, un sentimento egoistico esercitato nel freddo esame
delle circostanze che potevano favorire la mia impunità. Questo
parallelismo portava la mia vita interna ad una intensità e ad una
accelerazione incredibili.
Il momento decisivo era venuto. Dovendo partire al dimani, non potevo
temporeggiare più oltre. Perché la cosa non sembrasse oscura e troppo
subitanea, era necessario in quella mattina stessa, a colazione,
annunziare la partenza a mia madre e addurre il pretesto plausibile.
Era necessario anche, prima che a mia madre, dare l'annunzio a
Giuliana perché non accadessero contrattempi pericolosi. "E se
Giuliana prorompesse, al fine? Se, nell'impeto del dolore e dello
sdegno, ella rivelasse a mia madre la verità? Come ottenere da lei una
promessa di silenzio, un nuovo atto di abnegazione?" Fino all'ultimo
io discussi, dentro di me. "Comprenderà subito, alla prima parola? E
se non comprendesse? Se ingenuamente mi chiedesse la ragione del mio
viaggio? Come risponderei? Ma ella comprenderà. È impossibile che ella
non abbia già saputo da qualcuna delle sue amiche, da quella signora
Tàlice, per esempio, che Teresa Raffo non è a Roma."
Le mie forze cominciavano già a cedere. Non avrei potuto più a lungo
sostenere l'orgasmo che cresceva di minuto in minuto. Mi risolsi, con
una tensione di tutti i miei nervi; e, poiché ella parlava, desiderai
che ella medesima mi offrisse l'opportunità di scoccare la freccia.
Ella parlava di molte cose specialmente future, con una volubilità
insolita. Quel non so che di convulso in lei, già da me notato prima,
mi pareva più palese. Io stavo ancora in piedi, dietro la poltrona.
Fino a quel momento avevo evitato il suo sguardo movendomi ad arte per
la stanza, sempre dietro la poltrona, ora occupato a fermare le tende
della finestra, ora a riordinare i libri nella piccola scansia, ora a
raccogliere di sul tappeto le foglie cadute da un mazzo di rose
disfatto. Stando in piedi, guardavo la riga dei suoi capelli, i suoi
cigli lunghi e ricurvi, la lieve palpitazione del suo petto, e le sue
mani, le sue belle mani che posavano su i bracciuoli, prone come in
quel giorno, pallide come in quel giorno quando "soltanto le vene
azzurre le distinguevano dal lino".
Quel giorno! Non era trascorsa né pure una settimana. Perché pareva
dunque tanto remoto?
Stando in piedi dietro di lei, in quella tensione estrema, come in
agguato, io pensai che forse ella sentiva per istinto sul suo capo la
minaccia; e credetti indovinare in lei una specie di vago malessere.
Ancora una volta mi si strinse il cuore, intollerabilmente.
A un punto, in fine, ella disse:
--_Domani_, se starò meglio, tu mi porterai su la terrazza,
all'aria....
Io interruppi:
--_Domani_ non sarò qui.
Ella si scosse al suono strano della mia voce. Io soggiunsi, senza
attendere:
--Partirò....
Soggiunsi ancora, con uno sforzo per snodare la lingua, raccapricciato
come uno che debba iterare il colpo per finire la vittima:
--Partirò per Firenze.
--Ah!
Ella aveva compreso a un tratto. Si volse con un moto rapido, si torse
tutta su i cuscini per guardarmi; e io rividi, per quella torsione
violenta, il bianco de' suoi occhi, la sua gengiva esangue.
--Giuliana!--balbettai, senza sapere che altro dirle, chinandomi verso
di lei, temendo ch'ella venisse meno.
Ma ella abbassò le palpebre, si ricompose, si ritrasse, si restrinse
in sé stessa, come presa da un gran freddo. Rimase così qualche
minuto, con gli occhi chiusi, con la bocca serrata, immobile. Soltanto
la pulsazione visibile della carotide nel collo e qualche contrazione
convulsiva nelle mani davano indizio della vita.
Non fu un delitto? Fu il _primo_ dei miei delitti; e non il minore,
forse.
Partii, in condizioni terribili. La mia assenza durò più di una
settimana. Quando tornai e nei giorni che seguirono il mio ritorno, io
stesso mi meravigliavo della mia sfrontatezza quasi cinica. Ero
posseduto da una specie di malefizio che aboliva in me ogni senso
morale e mi rendeva capace delle peggiori ingiustizie, delle peggiori
crudeltà. Giuliana anche questa volta mostrava una forza prodigiosa;
anche questa volta aveva saputo tacere. E m'appariva chiusa nel suo
silenzio come in un'armatura adamantina, impenetrabile.
Andò con le figlie e con mia madre alla Badiola. Le accompagnava mio
fratello. Io rimasi a Roma.
Da quel tempo incominciò per me un periodo tristissimo, oscurissimo,
il cui ricordo ancora mi riempie di nausea e d'umiliazione. Tenuto da
quel sentimento che meglio di ogni altro rimescola il fango essenziale
nell'uomo, io patii tutto lo strazio che una donna può fare di
un'anima fiacca, appassionata e sempre vigile. Accesa da un sospetto,
una terribile gelosia sensuale divampò in me disseccando tutte le
buone fonti interiori, alimentandosi di tutto il fecciume che posava
nell'infimo della mia sostanza bruta.
Teresa Raffo non m'era parsa mai desiderabile come ora che non potevo
disgiungerla da una imagine fallica, da una sozzura. Ed ella si valeva
del mio stesso disprezzo per inacerbire la mia brama. Agonie atroci,
gioie abiette, sottomissioni disonoranti, patti vili proposti ed
accettati senza rossore, lacrime più acri di qualunque tossico,
frenesie improvvise che mi spingevano sul confine della demenza,
cadute nell'abisso della lussuria così violente che mi lasciavano per
lunghi giorni istupidito, tutte le miserie e tutte le ignominie della
passione carnale esasperata dalla gelosia, tutte io le conobbi. La mia
casa mi divenne estranea; la presenza di Giuliana mi divenne
incresciosa. Intere settimane passavano, talvolta, senza che io le
rivolgessi una parola. Assorto nel mio supplizio interiore, io non la
vedevo, non la udivo. In certi momenti, levando gli occhi su lei, mi
meravigliavo del suo pallore, della sua espressione, di certe
particolarità del suo volto, come di cose nuove, inaspettate, strane;
e non giungevo a riconquistare intera la nozione della realtà. Tutti
gli atti della sua esistenza m'erano ignoti. Io non provavo alcun
bisogno d'interrogarla, di sapere; non provavo per lei alcuna
inquietudine, alcuna sollecitudine, alcun timore. Una durezza
inesplicabile mi fasciava l'anima contro di lei. Anche, talvolta, io
avevo contro di lei una specie di vago rancore, inesplicabile. Un
giorno la sentii ridere; e il suo riso m'irritò, mi fece quasi ira.
Un altro giorno palpitai forte, udendola cantare da una stanza
lontana. Cantava l'aria di Orfeo:
Che farò senza Euridice?
Era la prima volta, dopo lungo tempo, che ella cantava così, movendosi
per la casa; era la prima volta che io la riudiva, dopo lunghissimo
tempo.--Perché cantava? Era dunque lieta? A quale affetto del suo
animo rispondeva quell'effusione insolita?--Un turbamento
inesplicabile mi vinse. Andai verso di lei senza riflettere,
chiamandola per nome.
Vedendomi entrare nella sua stanza, ella si stupì; rimase per un poco
attonita, in una sospensione manifesta.
--Canti?--io dissi, per dire qualche cosa, impacciato, meravigliato io
stesso del mio atto straordinario.
Ella sorrise d'un sorriso incerto, non sapendo che rispondere, non
sapendo quale contegno assumere davanti a me. E mi parve di leggere
nei suoi occhi una curiosità penosa, già altre volte da me notata
fuggevolmente: quella curiosità compassionevole con cui si guarda una
persona sospettata di follia, un ossesso. In fatti, nello specchio di
contro io scorsi la mia imagine; rividi il mio volto scarno, le mie
occhiaie profonde, la mia bocca tumida, quell'aspetto di febricitante
che avevo già da qualche mese.
--Ti vestivi per uscire?--le domandai, ancora impacciato, quasi
peritoso, non sapendo che altro dimandare, volendo evitare il
silenzio.
--Sì.
Era di mattina; era di novembre. Ella stava in piedi, presso a un
tavolo ornato di merletti su cui rilucevano sparse le innumerevoli
minuterie moderne destinate alla cura della bellezza muliebre. Portava
un abito di vigogna oscuro; e teneva ancora in mano un pettine di
tartaruga bionda con la costola d'argento. L'abito, di foggia
semplicissima, secondava la svelta eleganza della persona. Un gran
mazzo di crisantemi bianchi le saliva di sul tavolo all'altezza della
spalla. Il sole dell'estate di San Martino scendeva per la finestra; e
nella luce vagava un profumo di cipria o d'essenza che io non seppi
riconoscere.
--Qual'è, ora, il tuo profumo?--le domandai. Ella rispose:
--_Crab-apple_.
Io soggiunsi:
--Mi piace.
Ella prese di sul tavolo una fiala e me la porse. E io la fiutai a
lungo per fare qualche cosa, per avere il tempo di preparare un'altra
qualunque frase. Non riuscivo a dissipare la mia confusione, a
riconquistare la mia franchezza. Sentivo che ogni intimità fra noi due
era caduta. Ella mi pareva _un'altra donna_. E intanto l'aria di Orfeo
mi ondeggiava ancora su l'anima, m'inquietava ancora.
Che farò senza Euridice?
In quella luce dorata e tepida, in quel profumo così molle, in mezzo a
tutti quegli oggetti improntati di grazia femminile, il fantasma della
melodia antica pareva svegliare il palpito d'una vita segreta,
spandere l'ombra d'un non so che mistero.
--Com'è bella l'aria che tu cantavi dianzi!--io dissi, obbedendo
all'impulso che mi veniva dalla inquietudine.
--Tanto bella!--ella esclamò.
E una domanda mi saliva alle labbra: "Ma perchè cantavi?" La
trattenni; e ricercai dentro di me la ragione di quella curiosità che
mi pungeva.
Successe un intervallo di silenzio. Ella scorreva con l'unghia del
pollice su i denti del pettine, producendo un leggero stridore.
(Quello stridore è una particolarità chiarissima nel mio ricordo).
--Tu ti vestivi per uscire. Séguita dunque--io dissi.
--Non ho da mettermi che la giacca e il cappello. Che ora è?
--Manca un quarto alle undici.
--Ah, già così tardi?
Ella prese il cappello e il velo; e si mise a sedere davanti allo
specchio. Io la guardavo. Un'altra domanda mi salì alle labbra; "Dove
vai?" Ma trattenni anche questa, benché potesse sembrare naturale. E
seguitai a guardarla attento.
Ella mi riapparve quale era in realtà: una giovine signora
elegantissima, una dolce e nobile figura, piena di finezze fisiche, e
illuminata da intense espressioni spirituali; una signora adorabile,
insomma, che avrebbe potuto essere un'amante deliziosa per la carne e
per lo spirito. "S'ella fosse veramente l'amante di qualcuno?" allora
pensai. "Certo è impossibile ch'ella non sia stata molte volte
insidiata e da molti. Troppo è noto l'abbandono in cui la lascio;
troppo son noti i miei torti. S'ella avesse ceduto a qualcuno? O se
anche stesse per cedere? S'ella giudicasse alfine inutile e ingiusto
il sacrificio della sua giovinezza? S'ella fosse alfine stanca della
lunga abnegazione? S'ella conoscesse un uomo a me superiore, un
seduttore delicato e profondo che le insegnasse la curiosità del nuovo
e le facesse dimenticare l'infedele? Se io avessi già perduto
interamente il suo cuore, troppe volte calpestato senza pietà e senza
rimorso?" Uno sgomento subitaneo m'invase; e la stretta dell'angoscia
fu così forte che io pensai: "Ecco, ora le confesso il mio dubbio. La
guarderò in fondo alle pupille dicendole:--Sei ancora _pura_?--E saprò
la verità. Ella non è capace di mentire." "Non è capace di mentire?
Ah, ah, ah! Una donna!... Che ne sai tu? Una donna è capace di tutto.
Ricordatene. Qualche volta un gran manto eroico è servito a nascondere
una mezza dozzina di amanti. Sacrificio! Abnegazione! Apparenze,
parole. Chi potrà mai conoscere il vero? Giura, se puoi, su la fedeltà
di tua moglie: non dico su quella d'oggi ma soltanto su quella
anteriore all'episodio della malattia. Giura in perfetta fede, se
puoi." E la voce maligna (ah, Teresa Raffo, come operava il vostro
veleno!), la voce perfida mi agghiacciò.
--Abbi pazienza, Tullio--mi disse, quasi timidamente,
Giuliana.--Mettimi questo spillo qui, nel velo.
Ella teneva le braccia alzate e arcuate verso la sommità della testa,
per fermare il velo; e le sue dita bianche cercavano invano
d'appuntarlo. La sua attitudine era piena di grazia. Le sue dita
bianche mi fecero pensare: "Quanto tempo è che noi non ci stringiamo
la mano! Oh le forti e calde strette di mano che ella mi dava un
tempo, come per assicurarmi che non mi serbava rancore di nessuna
offesa! Ora forse la sua mano è impura?" E, mentre le appuntavo il
velo, provai una repulsione istantanea al pensiero della possibile
impurità.
Ella si levò, e io l'aiutai anche a indossare la giacca. Due o tre
volte i nostri occhi s'incontrarono fugacemente; ma ancora una volta
io lessi nei suoi una specie di curiosità inquieta. Ella forse
domandava a sé stessa: "Perchè è entrato qui? Perchè si trattiene? Che
significa quella sua aria smarrita? Che vuole da me? Che gli accade?"
--Permetti.... un momento--disse, e uscì dalla stanza.
L'udii che chiamava miss Edith, la governante. Come fui solo,
involontariamente i miei occhi andarono alla piccola scrivania
ingombra di lettere, di biglietti, di libri. M'avvicinai; e i miei
occhi vagarono per un poco su le carte, come tentati di scoprire....
"che cosa? forse _la prova?_" Ma scossi da me la tentazione bassa e
sciocca. Guardai un libro che aveva una coperta di stoffa antica e tra
le pagine una daghetta. Era il libro in lettura, sfogliato a metà. Era
il romanzo recentissimo di Filippo Arborio, _il Segreto_. Lessi sul
frontespizio una dedica, di pugno dell'autore:--_A voi, Giuliana
Hermil, _TVRRIS EBVRNEA_, indegnamente offro. F. Arborio. Ognissanti
'85_.
Giuliana dunque conosceva il romanziere? Quale attitudine aveva lo
spirito di Giuliana verso colui? Ed evocai la figura fine e seducente
dello scrittore, quale io l'aveva veduta in luoghi publici qualche
volta. Certo, egli poteva piacere a Giuliana. Secondo alcune voci che
erano corse, egli piaceva alle donne. I suoi romanzi, pieni d'una
psicologia complicata, talora acutissima, spesso falsa, turbavano le
anime sentimentali, accendevano le fantasie inquiete, insegnavano con
suprema eleganza il disdegno della vita comune. _Un'agonia, la
Cattolicissima, Angelica Doni, Giorgio Aliora, Il Segreto_ davano
della vita una visione intensa come d'una vasta combustione dalle
figure di bragia innumerevoli. Ciascuno dei suoi personaggi combatteva
per la sua Chimera, in un duello disperato con la realtà.
Non aveva questo straordinario artista, che i suoi libri mostravano
quasi direi sublimato in essenza spirituale pura, non aveva egli
esercitato il suo fascino anche su me? Non avevo io chiamato quel suo
_Giorgio Aliora_ un libro "fraterno?" Non avevo io ritrovato in
qualcuna delle sue creature letterarie certe strane rassomiglianze col
mio essere intimo? E se a punto questa nostra affinità strana gli
agevolasse l'opera di seduzione forse intrapresa? "Se Giuliana gli si
abbandonasse, avendogli a punto riconosciuta qualcuna di quelle
attrazioni medesime per cui io mi feci un tempo da lei adorare?"
pensai, con un nuovo sgomento.
Ella rientrò nella stanza. Vedendo quel libro tra le mie mani, disse
con un sorriso confuso, con un po' di rossore:
--Che guardi?
--Conosci Filippo Arborio?--io le domandai subito, ma senza alcuna
alterazione di voce, con il tono più calmo e più ingenuo ch'io seppi.
--Sì,--ella rispose, franca.--Mi fu presentato in casa Monterisi. È
venuto anche qualche volta qui, ma non ha avuto occasione
d'incontrarti.
Una domanda mi salì alle labbra. "E perché tu non me ne hai parlato?"
Ma la trattenni. Come avrebbe ella potuto parlarmene, se da molto
tempo io col mio contegno aveva interrotto tra noi ogni scambio di
notizie e di confidenze amichevoli?
--È assai più semplice dei suoi libri--ella soggiunse, disinvolta,
mettendosi i guanti con lentezza.--Hai letto _Il Segreto_?
--Sì, l'ho già letto.
--T'è piaciuto?
Senza riflettere, per un bisogno istintivo di rilevare davanti a
Giuliana la mia superiorità, io risposi:
--No. È mediocre.
Ed ella disse al fine:
--Io vado.
E si mosse per uscire. Io la seguii fino all'anticamera, camminando
nel solco del profumo ch'ella lasciava dietro di sé fievolissimo, a
pena a pena sensibile. D'avanti al domestico, ella disse soltanto:
--A rivederci.
E con un passo leggero varcò la soglia.
Io tornai alle mie stanze. Apersi la finestra, mi affacciai per veder
lei nella strada.
Ella andava, col suo passo leggero, sul marciapiede dalla parte del
sole: diritta, senza mai volgere il capo da nessuna banda. L'estate di
San Martino diffondeva una doratura tenuissima sul cristallo del
cielo; e un tepore quieto addolciva l'aria, evocava il profumo assente
delle violette. Una tristezza enorme mi piombò sopra, mi tenne
abbattuto contro il davanzale; a poco a poco divenne intollerabile.
Rare volte nella vita avevo sofferto come per quel dubbio che faceva
crollare d'un tratto la mia fede in Giuliana, una fede durata per
tanti anni; rare volte la mia anima aveva gridato così forte dietro
un'illusione fuggente. Ma dunque era proprio, senza riparo, fuggita?
Io non potevo, non volevo persuadermene. Tutta la mia vita d'errore
era stata accompagnata dalla grande illusione, che rispondeva non pure
alle esigenze del mio egoismo, ma a un mio sogno estetico di grandezza
morale. "La grandezza morale risultando dalla violenza dei dolori
superati, perché ella avesse occasione d'essere eroica era necessario
ch'ella soffrisse quel ch'io le ho fatto soffrire." Questo assioma con
cui molte volte ero riuscito a placare i miei rimorsi, s'era
profondamente radicato nel mio spirito, generandovi un fantasma ideale
dalla parte migliore di me assunto in una specie di culto platonico.
Io dissoluto obliquo e fiacco mi compiacevo di riconoscere nel cerchio
della mia esistenza un'anima severa diritta e forte, un'anima
incorruttibile; e mi compiacevo d'esserne l'oggetto amato, per sempre
amato. Tutto il mio vizio, tutta la mia miseria e tutta la mia
debolezza si appoggiavano a questa illusione. Io credevo che per me
potesse tradursi in realtà il sogno di tutti gli uomini
intellettuali:--essere costantemente infedele ad una donna
costantemente fedele.
"Che cerchi? Tutte le ebrezze della vita? Esci, va, inèbriati. Nella
tua casa, come un'imagine velata in un santuario, la creatura
taciturna e memore aspetta. La lampada, dove tu non versi mai una
stilla d'olio, rimane sempre accesa." Non è questo il sogno di tutti
gli uomini intellettuali?
Anche: "In qualunque ora, dopo qualunque fortuna, ritornando, tu la
ritroverai. Ella era sicura del tuo ritorno ma non ti racconterà la
sua attesa. Tu poserai il capo su le sue ginocchia; ed ella ti passerà
lungo le tempie l'estremità delle sue dita, per magnetizzare il tuo
dolore."
Ben un tal ritorno era nel mio presentimento: il ritorno finale, dopo
una di quelle catastrofi interne che trasformano un uomo. E tutte le
mie disperazioni venivano temperate da un'intima confidenza
nell'indefettibile rifugio; e in fondo a tutte le mie abiezioni
scendeva un qualche lume dalla donna che per amore di me e _per opera
mia_ aveva raggiunto il sommo dell'altezza corrispondendo
perfettamente a una forma delle mie idealità.
Bastava un dubbio a distruggere ogni cosa in un attimo?
Io riandai tutta la scena passata tra me e Giuliana, dal momento del
mio ingresso nella stanza al momento della sua uscita.
Pur attribuendo gran parte dei miei moti intimi a uno speciale stato
nervoso transitorio, non potei dissipare la strana impressione
esattamente espressa dalle parole: "Ella mi pareva _un'altra donna_."
Certo, una qualche novità era in lei. Ma quale? La dedica di Filippo
Arborio non aveva più tosto un significato rassicurante? Non
riaffermava a punto l'impenetrabilità della TVRRIS EBVRNEA?
L'appellativo glorioso era stato suggerito a colui o semplicemente
dalla fama di purezza che avvolgeva il nome di Giuliana Hermil o anche
da un tentativo d'assalto fallito e forse da una rinunzia all'assedio
intrapreso. La Torre d'avorio doveva essere dunque ancora intatta.
Ragionando così per medicare il morso del sospetto, io provavo in
fondo a me una vaga ansietà, quasi temessi l'insorgere improvviso
d'una qualche obbiezione ironica. "Tu sai: la pelle di Giuliana è
straordinariamente bianca. Ella è proprio _pallida come la sua
camicia_. L'appellativo sacro potrebbe anche nascondere un significato
profano...." Ma quell'_indegnamente_? "Eh, eh, quanti cavilli!"
Un impeto iroso d'insofferenza interruppe quel dibattito umiliante e
vano. Mi ritrassi dalla finestra, scossi le spalle, feci due o tre
giri per la stanza, apersi un libro macchinalmente, lo respinsi. Ma
l'ambascia non diminuiva. "In somma" pensai fermandomi come per
affrontare un avversario invisibile "tutto questo a che conduce? O
ella è già caduta, e la perdita è irreparabile; o ella è in pericolo,
e io nel mio stato presente non posso intervenire per salvarla; o ella
è pura con la forza di serbarsi pura, e allora nulla è mutato. In ogni
caso, io non ho alcuna _azione_ da compiere. Ciò che è, è necessario;
ciò che sarà, sarà necessario. Questa crisi di sofferenza passerà.
Bisogna aspettare. I crisantemi bianchi sul tavolo di Giuliana,
dianzi, com'erano belli! Uscirò per comprarne di simili in gran
quantità. Il convegno con Teresa è oggi alle due. Mancano quasi tre
ore.... Non mi disse ella, l'ultima volta, che voleva trovare il
caminetto acceso? Sarà il _primo fuoco_ d'inverno, in una giornata
così tiepida. Ella è in una settimana di bontà, mi pare. Se durasse!
Ma io alla prima occasione provocherò Eugenio Egano." Il mio pensiero
seguì il nuovo corso, con qualche arresto repentino, con deviamenti
improvvisi. Tra le stesse imagini della voluttà prossima mi balenò
un'altra imagine impura, quella temuta, quella a cui volevo sfuggire.
Alcune pagine ardite e ardenti della _Cattolicissima_ mi tornarono
alla memoria. E dall'uno spasimo sorgeva l'altro. E io confondevo, se
bene con una diversa sofferenza, nella medesima contaminazione le due
donne e nel medesimo odio Filippo Arborio ed Eugenio Egano.
La crisi passò, lasciandomi nell'animo una specie di vaga disistima
mista di rancore verso la _sorella_. Io mi allontanai sempre più, mi
feci sempre più duro, più incurante, più chiuso. La mia trista
passione per Teresa Raffo divenne sempre più esclusiva, occupò tutte
le mie facoltà, non mi diede un'ora di tregua. Io era veramente un
ossesso, un uomo invaso da una diabolica follia, corroso da un morbo
ignoto e spaventevole. I ricordi di quell'inverno sono confusi nel mio
spirito, incoerenti, interrotti da strane oscurità, rari.
In quell'inverno non incontrai mai a casa mia Filippo Arborio; poche
volte lo vidi in luoghi publici. Ma una sera lo trovai in una sala
d'armi; e là ci conoscemmo, fummo presentati l'uno all'altro dal
maestro, scambiammo qualche parola. La luce del gas, il rimbombo del
tavolato, il tintinno e il luccichio delle lame, le varie pose
incomposte o eleganti degli schermitori, lo scatto rapido di tutte
quelle gambe inarcate, l'esalazione calda e acre di tutti quei corpi,
i gridi gutturali, le interiezioni veementi, gli scoppi di risa
ricompongono con una singolare evidenza nel mio ricordo la scena che
si svolgeva intorno a noi mentre eravamo l'uno al conspetto dell'altro
e il maestro pronunziava i nostri nomi. Rivedo il gesto con cui
Filippo Arborio si levò la maschera mostrando il viso acceso, tutto
rigato di sudore. Tenendo da una mano la maschera e dall'altra il
fioretto, s'inchinò. Ansava troppo, affaticato e un po' convulso, come
chi non ha la consuetudine dell'esercizio muscolare. Istintivamente,
pensai ch'egli non era un uomo temibile sul terreno. Affettai anche
una certa alterigia; a studio non gli rivolsi né pure una parola che
si riferisse alla sua celebrità, alla mia ammirazione; mi contenni
come mi sarei contenuto verso un qualunque ignoto.
--Dunque--mi chiese il maestro sorridendo--per domani?
--Sì, alle dieci.
--Vi battete?--fece l'Arborio con una curiosità manifesta.
--Sì.
Egli esitò un poco; quindi soggiunse:
--Con chi?, se non sono indiscreto.
--Con Eugenio Egano.
M'accorsi ch'egli desiderava di sapere qualche cosa di più, ma che lo
tratteneva il mio contegno freddo e in apparenza disattento.
--Maestro, un assalto di cinque minuti--io dissi, e mi volsi per
andare nello spogliatoio. Giunto su la soglia, mi soffermai a guardare
in dietro e scorsi l'Arborio che aveva ripreso a schermire.
Un'occhiata mi bastò per conoscere ch'egli era mediocrissimo in quel
giuoco.
Quando incominciai l'assalto col maestro, sotto gli occhi di tutti i
presenti, s'impadronì di me una particolare eccitazione nervosa che
raddoppiò la mia energia. E sentivo su la mia persona lo sguardo fisso
di Filippo Arborio.
Dopo, nello spogliatoio, ci ritrovammo. La stanza troppo bassa era già
piena di fumo e d'un odore umano acutissimo, nauseante. Tutti là
dentro, nudi, nelle larghe cappe bianche, si strofinavano il petto, le
braccia, le spalle, con lentezza, fumando, motteggiando ad alta voce,
dando sfogo nel turpiloquio alla loro bestialità. Gli scrosci della
doccia si alternavano con le grasse risa. E due o tre volte, con un
indefinibile senso di repulsione, con un sussulto simile a quello che
mi avrebbe dato un violento urto fisico, io intravidi il corpo smilzo
dell'Arborio, a cui i miei occhi andavano involontariamente. E di
nuovo l'imagine odiosa si formò.
Non ebbi, dopo d'allora, altra occasione d'avvicinare colui e né pure
d'incontrarlo. Né me ne curai. Né in séguito fui colpito da alcuna
apparenza sospetta nella condotta di Giuliana. Di là dal cerchio
sempre più angusto in cui mi agitavo, nulla era per me chiaramente
sensibile, intelligibile. Tutte le impressioni estranee passavano sul
mio spirito come gocciole d'acqua su una lastra arroventata, o
rimbalzando o dissolvendosi.
Gli eventi precipitarono. Su lo scorcio di febbraio dopo un'ultima e
vergognosa prova, avvenne tra me e Teresa Raffo la rottura definitiva.
Io partii per Venezia, solo.
Rimasi là circa un mese, in uno stato di malessere incomprensibile; in
una specie di stupefazione che le caligini e i silenzii della laguna
addensavano. Non altro conservavo in me che il sentimento della mia
esistenza isolata, tra i fantasimi inerti di tutte le cose. Per lunghe
ore non altro sentivo che la fissità grave, schiacciante, della vita e
il piccolo battito di un'arteria nella mia testa. Per lunghe ore mi
teneva quel fascino strano che esercita su l'anima come su i sensi il
passaggio continuo e monotono di qualche cosa indistinta.
Piovigginava. Le nebbie su l'acqua prendevano talvolta forme lugubri,
camminando come spettri con un passo lento e solenne. Spesso nella
gondola, come in una bara, io trovavo una specie di morte imaginaria.
Quando il rematore mi chiedeva in che luogo dovesse condurmi, io
facevo quasi sempre un gesto vago; e comprendevo dentro di me la
disperata sincerità delle parole: "_Dovunque, fuori del mondo!_"
Tornai a Roma negli ultimi giorni di marzo. Avevo della realtà un
senso nuovo, come dopo una lunga eclisse della conscienza. Una
timidezza, uno smarrimento, una paura senza ragione mi prendevano
talvolta all'improvviso; e mi sentivo debole come un fanciullo.
Guardavo intorno a me di continuo, con un'attenzione insolita, per
riafferrare il significato vero delle cose, per coglierne i giusti
rapporti, per rendermi conto di ciò che era mutato, di ciò che era
scomparso. E, come a poco a poco rientravo nell'esistenza comune, si
ristabiliva nel mio spirito l'equilibrio, si ridestava qualche
speranza, risorgeva la cura dell'avvenire.
Trovai Giuliana molto abbattuta di forze, alterata nella salute,
triste come non mai. Poco parlammo e senza guardarci dentro alle
pupille, senza aprire i nostri cuori. Ambedue cercavamo la compagnia
delle due bambine; e Maria e Natalia in una felice inconsapevolezza
riempivano i silenzii con le loro fresche voci. Un giorno Maria
domandò:
--Mamma, andremo quest'anno, per Pasqua, alla Badiola?
Io risposi, invece della madre, senza esitare:
--Sì, andremo.
Allora Maria si mise a saltare per la stanza, in segno di gioia,
trascinando la sorella. Io guardai Giuliana.
--Vuoi che andiamo?--le chiesi, timido, quasi con umiltà.
Ella consentì col capo.
--Vedo che tu non stai bene--soggiunsi. Anche io non sto bene....
Forse la campagna.... la primavera....
Ella era distesa in una poltrona, tenendo le mani bianche posate lungo
i bracciuoli; e la sua attitudine mi ricordò un'altra attitudine:
quella della convalescente nel mattino della levata ma dopo
l'annunzio.
Fu decisa la partenza. Ci preparammo. Una speranza luceva nel profondo
della mia anima, e io non osavo mirarla.