Leo non poteva decidersi a coricarsi. Faceva molto caldo, in camera
sua. Aprì la finestra e passò sul lungo balcone. Chiuse ermeticamente
le finestre del salotto e quella della camera di donna Costanza.
Era mezzanotte; ogni tramestio era venuto meno nell'Hôtel. Un po' di
lume lunare scendeva di sbieco nella via, sbattendo sulla facciata del
palazzo di fronte un angolo di pallore luminoso. I colombi dormivano,
appollaiati dietro la corona. Giù nel nero della viottola transitavano
scorrazzando delle piccole forme feline, inseguentesi con delle acute
note miagolanti di feroce amore. Da un giardino non lontano giungeva
ad intervalli una indefinita tenuità soave di olezzi e di canti
d'usignuoli... Parve a Leo che giù in fondo alla via, in prossimità
d'un lento e cauto passo, una finestra si andasse aprendo adagio adagio
con ogni cautela.
Tutto ciò lo irritava, senza ch'egli ne sapesse il perchè. Il suo
sigaro gli parve cattivo, lo gettò via. Un vago scontento lo invadeva,
assieme al pensiero di quanto fosse uggiosa la sua solitudine in quel
momento. Ripensava, con una beffarda ironia, a tutti gli incidenti
di quella bizzarra, insulsissima gita. Tutto ciò era stupido in
complesso. Si sentiva vagamente deluso e chiedeva a sè stesso s'egli
non vi figurasse in modo un po' ridicolo, dopo tutto. Come aveva potuto
lasciare che la cosa s'impiantasse a quel modo? Si adirava ora seco
stesso, per esser stato sì obbediente, sì docile allo spirito delle
ingiunzioni di donna Costanza.... Ovvero... fino a qual limite si
stendevano queste ingiunzioni. E se invece?...
Pensò ad un tratto a Peppino Tremiati. Rivide la sua snella persona,
il suo volto lungo e magro, pensò alla celata ironia del suo sguardo.
Pensò a ciò che aveva detto, a ciò che direbbe di lui e di donna
Costanza. Si morse le labbra, sotto l'impressione d'un dubbio brutale
che si accampava dinanzi alla sua esperienza mondana. Si rammentò uno
degli assiomi favoriti di Peppino Tremiati... per l'appunto. O la donna
colpevole o l'uomo imbecille!... Ora; egli rispettava infinitamente
donna Costanza, non poteva ammettere neppur col pensiero ch'ella
fosse... ciò che diceva Tremiati, ma se per caso, se, dopo tutto,
Leonardo Folgardi fosse, egli... ciò che diceva Tremiati?
Leonardo Folgardi si recò all'altra estremità del balcone. Si appoggiò
col dorso alla balaustra di sasso, dirimpetto alla finestra di donna
Costanza.
Guardò e pensò: le gelosie, i vetri, poi le imposte. Dietro le imposte,
la camera. Nella camera... lei.
Il suo pensiero turbato, sconvolto, divampò come una fiamma d'incendio.
— Ella dormiva certamente a quell'ora.... Era stata tanto stanca, sul
ripiano dello scalone. Eppure, all'ultimo momento, che energia suprema,
inattesa, aveva subitamente ravvivato tutto l'esser suo!
L'_essere_ di quella donna, la sua bellezza sì grave e sì pura, la sua
dolcezza pensosa, come assopita, dove si suscitava a un tratto incerta,
velata, una larva di passione che pareva sempre in fuga.
Sulla calma fondamentale dei sentimenti ch'egli aveva sempre avuto per
lei, passò un nuovo, caldo soffio di tempesta. Egli provò un beffardo
pentimento d'averla amata così... sì a lungo...
Derise fieramente sè stesso per la sua pazienza, per l'annientamento
in cui s'era adagiato, della sua contemplazione di devoto. Ebbe un
violento, cattivo ardore di brama.
Colle mani tremanti brancicò le persiane, ne tentò le forti sbarre.
Ma combaciavano perfettamente, tutto era serrato, tutto sfidava il
rabbioso volere delle sue mani. Allora pensò ad un vecchio dramma di
Dumas che nessuno più legge ora, nè ode. Pensò che avrebbe dovuto fare
come Antony.
Senonchè, egli non era Antony. Era un uomo di quarant'anni, saggio e
posato... E poi: far saltare un cristallo, sollevare un manubrio, a
proposito di donna Costanza!
Sorrise dinanzi all'idea schiacciante di quell'assurdo. Sorrise e
ritrasse le mani da quella persiana. Ma la tempesta non si ritrasse sì
tosto dal cuor suo, ed egli lasciò che imperversasse.
Disse solo vagamente: domani, quella parola sì vasta, sì vacua. Certo,
domani egli non sarebbe più com'era stato oggi. Domani, in un modo o
nell'altro egli punirebbe quella donna!
Punirla?... Ma di che?... D'aver avuta tanta fiducia in lui?
Rimase immobile a lungo in una perplessità crudele, profondamente
umiliante per lui. Poichè è duro sempre, per un uomo di quarant'anni,
il momento in cui egli chiede a sè stesso, se ha presa la vera o la
falsa via dell'amore. Poichè ne ha fatta molta ormai e non ha più il
tempo di ritornare sui suoi passi.
Ripetè ancor febbrilmente, con tutte le animosità e il desiderio di un
fanciullo la parola: domani. Risolvette di mancare alla sua promessa,
di chiedere imperiosamente all'amica il perchè di quella gita. Sentì il
bisogno di essere severo, aspro per lei, di chiederle conto della sua
attesa, dei lunghi anni perduti, del languore inerte in cui ella aveva
assopito il cuore, addormentati i sensi di lui. Si sentì ribelle, e un
odio si levò nel suo cuore.... Pure, forse solo in quel momento egli
amò completamente donna Costanza.
Rientrò in camera. — Si addormentò solo a giorno fatto e si destò nelle
tarde ore del mattino. Si vestì in fretta, scese a terreno e chiese di
donna Costanza.
Con sua somma sorpresa udì ch'ella era escita due ore prima, verso le
otto.
— Sola? a piedi?
— A piedi e sola.
— Non aveva lasciata ambasciata alcuna per lui?
— Sì. Aveva lasciato il buon giorno e la preghiera di non attenderla a
colazione.
Leo non volle tradire, davanti all'ossequiosa faccia del portinajo,
l'ingrata sorpresa di quell'informazione.
— Sta bene, — disse. E passò nella _salle à manger_.
Sedette a un tavolino e ordinò qualcosa.
Ma non mangiò guari. Guardava ora la seggiola vicina, ora l'uscio
d'entrata. Ad ogni muover del battente provava una scossa, si attendeva
a veder tosto incorniciata nel vano quell'alta, elegante persona. Ma
no... era sempre qualcun'altro e una sorda collera ribolliva nel cuore
di lui. Ogni tanto, con un violento sforzo, cercava di acquietarsi, col
pensiero di un capriccio, di uno scherzo di lei. Tornerebbe fra poco,
confusa, sorridendo, vantandosi delle sue prodezze. Gli venne l'idea
di andarla a cercare, doveva esser poco lungi, nei pressi dell'Hôtel.
Abbreviò la colazione, escì in fretta, girò a lungo nei pressi
dell'Hôtel. Poi tornò frettolosamente all'_Italia_... forse ella era
venuta durante la sua assenza...
Si arrestò davanti alla stolida faccia del guardaporte che sollevava il
suo berretto gallonato.
— La signora?
— Non è tornata.
Sentì qualcosa di molto freddo che gli sfiorava il cuore. Passò oltre,
salì lentamente le scale e si avviò verso la sua camera.
La cameriera gli tenne dietro ed aprì l'uscio.
La prima cosa che colpì lo sguardo di Leo fu, al centro del tavolino,
il mazzo di rose ch'egli aveva il giorno avanti donate a donna
Costanza. Accanto alle rose, una lettera indirizzata a lui.
— Chi ha recato quei fiori e quella lettera? — chiese impetuosamente
alla donna.
— Io... — rispose questa, — per ordine della signora Varalli. Stamane,
prima di escire, mi disse di portarli in camera sua, ma non prima del
tocco. Ora è il tocco e mezzo.
Egli tacque un istante, come tace un uomo quando ha ricevuto sulla nuca
un colpo violento. Poi disse:
— Sta bene, andate pure.
Quando fu solo, aperse quella lettera. Donna Costanza gli scriveva così:
_Amico Carissimo_,
«Avete promesso di non meravigliarvi di nulla e di non chieder
nulla. Perciò vi scrivo.
«Ora, vi prego di perdonarmi il dolore che proverete udendo ch'io
lascio definitivamente voi, gli amici ed il mondo. Mi faccio
monaca.
«Ciò parrà a molti una follìa. Può essere che lo sia. Ma la mia
vita e l'anima mia hanno d'uopo di ciò, per l'appunto, nulla di
meno sarebbe bastevole nè giovevole per me. Di ciò sono, oggi,
profondamente convinta. Quali, quanti siano i motivi di questa mia
risoluzione, come si sia creata, invigorita in me, sarebbe lungo,
inutile il dirvi. Di questo solo vi accerto, che la tempesta fu
forte, troppo forte per me... che ho bisogno di toccare un porto,
anche prima che sia finito il viaggio. Non accuso nè il caso, nè me
stessa, nè persona alcuna, mi congedo dal mondo senza amarezza di
sorta.... Stanca soltanto... con un assoluto bisogno di riposo.
«Prima di scordarmi, un quarto d'ora prima, il nostro piccolo mondo
riderà un poco di me. Ma questo che m'importa? Ero tra la guerra e
la pace, ho eletta la pace, ero malata, mi guarisco con una vecchia
ricetta, che ora non si usa più, ma che per certe anime giova
ancora. Avrei potuto far altre cose, ma ho scelto di far questa: un
matrimonio di capriccio... con Dio, ecco tutto. Ma credo che non ci
pentiremo... nè io... nè lui.
«Fra molti, foste il mio migliore amico. Ier l'altro quando mi
offriste voi stesso, pensai che vi dovevo qualcosa, e risolsi di
darvi quanto mi restava di vita nel mondo. Perciò passai con voi la
giornata di ieri. Credevo che fosse più facile passarla così, tutta
con voi. Ma ora so che non tornerò più indietro. È l'una di notte,
scrivo e vi odo passeggiare sul balcone.
«Siete il primo a sapere della mia risoluzione, ditela pure a
tutti, anche a Tremiati. Non temete, non diventerò nè pettegola, nè
bigotta. Non cercate nè di vedermi, nè di scrivermi, ma pensate a
me con affetto.
«Tutto ciò è molto: _old style_, veramente. Povera Rita, come
piangeva, nevvero?
«Rammentatevi di me, questo sì. Se vi garba, comprate la mia
cavallina nera. Amerei saperla in mani vostre. Vi ringrazio di
tutto. Non mi difendete quando mi accuseranno... quando udrete i
loro perchè della mia risoluzione. Non importa, sapete? tutto ciò
che finisce è si breve!...
«Addio, amico carissimo. Se vi ho fatto del male, perdonatemi. Mi
pare però di non avervene fatto... tanto. — Ho fatto testamento; a
voi lascio le nostre rose del viaggio.
«Buona notte, Leo.»