I.

Le ultime note del duetto di Tristano e Isotta, sollevate da una

esecuzione delicata e intelligente a tutte le vertigini del sogno, si

rifrangevano nel loro molle abbandono di petali e di perle sulle pareti

della sala patrizia che tante note aveva già raccolte e tanti sogni in

sue secolari vicende. Le lampadine elettriche dalla vôlta del soffitto

istoriato versavano attraverso calici di fiori una luce discreta

sulla bellezza delle donne; e queste nel fascino della musica d’amore

palpitavano lievemente, ricordando o sperando. Un sottile rivo di linfa

inturgidiva le gole nude tra i merletti; sguardi carichi di languore

si abbandonavano alla morbidezza del desiderio, appena velati dalle

palpebre, in un cadere pudico e lento di cortina.

— I sentimenti elementari sono pur sempre il grande trionfo della

musica.

Così disse un signore alto, dai capelli grigi ben pettinati,

giovanilmente snello ancora nella aggiustatezza dell’abito nero ornato

all’occhiello da una gardenia, al suo vicino più giovane e più piccolo

la cui testa bruna impomatata e lucida arieggiava una noce di cocco

posata su un trespolo.

— Principalmente l’amore, — rispose l’altro con voce gutturale

accompagnando le parole a un movimento inavvertito delle spalle

strette e spioventi che gli faceva risalire la giubba sul collo nella

goffaggine di una linea ereditaria che i migliori sarti non riescivano

a vincere.

— Già! l’amore, e dell’amore le due espressioni fondamentali: ebbrezza

e spasimo. È interessante seguirne l’altalena sul volto delle signore.

La grossa marchesa col suo mezzo secolo di esperienza è la più

commossa. Non vorrei trovarmele vicino questa sera. Ma la graziosa

marchesina sua nipote è adorabile.

— E poco adorata, almeno dal marito.

— Appunto per questo l’amore trascendentale di Tristano e Isotta deve

essere per lei una rivelazione pericolosa. Un amore fuori del comune.

— Come deve piacere alle donne sentimentali.

— Ma se non ve ne sono più! Del resto piace anche alle altre poichè

ognuna se lo accomoda a suo talento e molte invece di morire con

Tristano ricominciano con.... Arturo. È forse il caso della signora

vestita di lilla che sta guardandoci in questo momento.

— Me o te?

— Entrambi.

— Non è la X?

— Proprio lei.

— Non sai che si conserva meravigliosamente? Quanti anni potrà avere?

— Ogni notte di San Silvestro aggiunge un anno ai mortali; certe donne

invece hanno il privilegio di scalarne uno ad ogni nuovo amante e

allora, capirai, è difficile fare il conto.

Risero. Il signore alto di mezza età, che portava una corona chiusa

nel suo stemma, di un riso sottile un po’ fesso; l’altro con una specie

di chioccolamento grasso non molto dissimile dal rumore di un sacco di

scudi rivoltati.

— Io in fatto di aritmetica femminile preferisco la più semplice: i

vent’anni, per esempio, della marchesina. Non c’è nulla da scalare lì.

— E quant’è carina stasera con quell’abito bianco verginale che nulla

mostra e tutto rivela! È come le vetrine delle modiste alla moda dove

si avverte che i prodotti migliori si trovano all’interno.

Risero di nuovo, il vecchio signore aristocratico e il giovane plebeo

arricchito, nella comunanza di una vita che alle antiche divisioni

nobiliari ha sostituito l’eguaglianza del denaro, spinti dalla

necessità di sostenersi a vicenda, l’uno democratizzandosi con grazia

forzata, tentando l’altro di salire col balzo di un paio di generazioni

audaci a raggiungere le conquiste di nove secoli.

— Che musica divina! — esclamò la signora vestita di lilla senza

rivolgersi particolarmente a nessuno, per sfogo proprio, socchiudendo

gli occhi sopra una visione che ella sola poteva vedere.

La grossa marchesa esclamò pure con un sospiro profondissimo:

— Ah! quel Wagner come doveva conoscerlo l’amore!

Un ufficiale delle Guide che stava in piedi vicino alla signora vestita

di lilla cercando da qualche tempo sulla punta de’ suoi baffi rispose a

caso:

— La pratica non gli doveva mancare.

— La pratica non basta, — soggiunse la grossa marchesa, — ci vuole il

temperamento.

L’ufficiale tornò a scandagliare i suoi baffi in silenzio.

Fu la signora dall’abito lilla che riprese:

— Non credo al temperamento amoroso di Wagner. Pensare che l’amore

di una donna gli ispirò questa musica e che egli abbandonò poi

l’ispiratrice e la sostituì e la sconfessò quasi nelle memorie della

sua vita.... Non ha letto il terzo volume della “Vita„?

— No, non l’ho letto, — rispose l’ufficiale direttamente interpellato;

— ma come interpretare le parole di Wagner stesso il quale disse che

non avendo mai gustata la vera felicità dell’amore volle con Tristano

innalzare un monumento a questo bellissimo fra tutti i sogni?

— Ritenendolo niente altro che sogno.

— Sognare, vivere, essere, non essere... tutte parole che perdono ogni

significato quando si ama.

— Ma se non si ama! Se non si sa amare! — ribattè con ostinazione la

bella signora.

— Si potrebbe scrivere d’amore se l’amore non esistesse?

— L’amore lo creano i poeti.

— I poeti tuttavia sono uomini.

— Ma uomini sognatori.

— Ogni amante è sognatore.

— Forse, a un dato istante, ma poi distrugge da sè il proprio sogno.

Non è vero? Neghi se può.

— Qualche volta, — insinuò il giovane lentamente, — il primo strappo al

velo dell’illusione è invece la donna che lo fa. Dica se non è vero?

La bella signora si pose il fazzoletto sulle labbra per nascondere un

sorriso che non avrebbe voluto mostrare in quel momento. L’ufficiale

allora le si fece più da presso e la conversazione continuò tra loro

due, isolando la marchesa che si buttò dietro le spalle senza saper

bene dove andava a cadere una frase di sfogo.

— Quella lo ha bevuto il filtro.... e lo dà a bere!

Un cachinno mordace vellicò le spalle della grossa signora facendola

voltare di botto. I suoi occhi accesi incontrarono gli occhietti miopi

di un piccolo essere quasi gobbo ma così insolente nella sua sventura

che la barba da fauno, compiacentemente accarezzata dalla mano scarna

sulla quale brillava un solitario diamante, tremava e sussultava sempre

in una specie di ebbrezza convulsa.

— Voi che siete poeta spiegatemi un po’ questa faccenda del filtro. Non

lo ha mica chi vuole!

Il cachinno si alzò di un tono nella barba irrequieta e qualche parola

stava per accompagnarlo quando la marchesa impazientita soggiunse:

— È poi diventata così magra che non si capisce come possa interessare

ancora gli uomini.

— Eh! Eh! — fece il gobbetto.

— Non è la vostra opinione?

— La mia opinione, cara ed eccelsa amica, se pur volete attribuirle un

qualsiasi valore, è che agli uomini piacciono tanto le magre quanto

le grasse; le grasse per quello che vedono, le magre per quello che

sperano.

— Ma la bocca, guardate quella bocca tra due parentesi....

Rispose il gnomo con pupille scintillanti di malizia:

— Non è tra parentesi che si dicono quasi sempre le parole più

significative?...

In appoggio all’assioma egli si curvò all’orecchio della marchesa

mormorando qualche cosa che dovette porla di buon umore perchè diede

subito col suo ventaglio un piccolo colpo secco tra la mano e la barba

del fauno audace.

I dialoghi si annodavano e si snodavano così nell’ampia sala smuovendo

i gruppi, accostando le simpatie, dando esca alla curiosità; mobili,

leggeri, superficiali, privi di interesse qual si conviene ad una

società bene educata; e scialbi, tranne le brevi osservazioni maligne

scambiate rapidamente o le piccole frasi a doppio senso gustate con

lentezza dagli uomini che si piacevano a scrutarne l’effetto sul

volto delle signore, come già ne erano andati indagando la commozione

suscitata dal duetto di Tristano e Isotta.

Quella sera più del consueto tale disposizione erotica fermentava

nell’ampio salotto accolta dalle signore, non solo, ma quasi

incoraggiata con una disinvoltura equivoca, con una sfida al pudore

dove erano in proporzioni per lo meno eguali una certa spavalderia

di emancipazione ed un oscuro rimescolìo di sensi eccitati. A tratti

qualche parola pronunciata qua e là avrebbe potuto dare appigli ad

argomenti diversi, ma l’attenzione non si arrestava. Nessuno voleva

occuparsi di cose serie notoriamente noiose. Il piacere era nell’aria;

era nel volto sornione dei vecchi, era negli occhi pronti dei giovani,

era nel palpito che faceva ondeggiare i leggerissimi veli sul seno alle

signore e rendeva le loro labbra un poco aride e inquiete, mentre tutta

la persona eretta in posa di sfinge si offriva sicura all’indagine.

Stava appeso alla parete principale del salotto un grande arazzo

rappresentante la sete dei Crociati sotto Gerusalemme. Le due teste

avvicinate della signora vestita di lilla e dell’ufficiale delle guide

ne mascheravano il gruppo di mezzo dove era un soldato morto di una

verità impressionante; e per tutto all’ingiro giacevano corpi straziati

dallo spasimo, pupille rivolte al Cielo nella disperazione di un’ultima

preghiera; ed elmi, scudi, lancie denudate sotto la luce gialla del

sole, in vista delle mura fantastiche smerlate sopra un cielo di

cobalto che i punti dell’arazzo picchiettavano minutamente.

Ma il piacere dell’istante si moltiplicava intorno alla strage

trapassata; similmente passeggiano gli amanti nei viali di un cimitero

abbandonato. Luceva il desiderio come ala iridata di farfalla in

certe pupille tremule inesperte, mentre cauto se ne stava appiattato

in fondo ad altre nell’occulto ansare della febbre che rade la

superficie di uno stagno; e vivido balzando da altre ancora correva

incontro all’occasione colla sfacciataggine di una girandola accesa

improvvisamente.

A un certo punto, poichè divisi erano i gruppi ma un filo invisibile

li legava sì che tutti sobbalzavano se uno dei capi veniva scosso, la

curiosità si rivolse ad una discussione sorta fra la padrona di casa ed

uno de’ suoi ospiti a proposito di un libro recentemente processato per

accusa pornografica. Quell’argomento fu come una scudisciata sui lombi

di poledri liberi. Tutti si slanciarono, chi difendendo, chi accusando.

Buona parte delle signore protestò di non avere letto il libro, ma

tutte ne erano edotte: la marchesa che sola non ne sapeva nulla se

ne informò premurosamente dalla giovane signora vestita di bianco, la

quale potè darle schiarimenti precisi per averlo letto, disse, senza

accorgersene.

Alcuni uomini dalle attigue sale si fecero sulla soglia del gran

salotto ascoltando. La padrona di casa che aveva preso l’attitudine

della lettrice scandolezzata citava abbondantemente per giustificare

la propria indignazione; il suo competitore citava anche di più,

citava passi di libri antichi, di libri celebri che non erano stati

processati, invocando i diritti della natura, la libertà del pensiero,

l’arte.... Negli angolucci remoti, dietro paralumi color di rosa,

grosse parole cadevano in piccole orecchie.

Una tensione nervosa turbava oramai uomini e donne; più avanti di così

non si poteva andare. Eppure sembrava che per una occulta attrazione

malsana fermarsi non fosse possibile. L’aria era satura di tutta la

leggerezza, di tutta la volgarità che quelle persone educate sapevano

una per una nascondere quando fosse necessario, ma che riunite insieme

si accalorava, esalando ognuna l’intimo istinto fino a formarne un

vapore denso di nausee inafferrabili, ondeggiante fra l’arazzo storico

e i bronzi antichi, saliente su per i serici cortinaggi nel tremolio

degli specchi a raggiungere i preziosi dipinti della vôlta, pallidi

sotto il raggio lunare delle lampadine elettriche.

Nascosta nell’ombra del piano dove si era intrattenuta fino allora a

sfogliare musica una persona, una donna, soffriva di quell’afa fino

ad averne mozzo il respiro. Nata e vissuta in quella società non era

la prima volta che la assaliva il sentimento nostalgico di sentirsi

straniera, ma il concorso delle circostanze sembrava quella sera

aggravarlo di tutti i fondi impuri vanamente celati sotto l’orpello

delle belle maniere e più che mai stridente la sua sensibilità gemeva

nell’urto fra tanta ricchezza di decorazioni e sì povero, sì meschino,

sì basso palpito d’anime.

— Se nemmeno il Tribunale ha diritto di far cessare lo scandalo, che

cosa dobbiamo fare noi donne oneste?

A tale interrogazione profferita con petulanza dalla padrona di casa la

persona si alzò nell’ombra del piano, per parlare, per dire una parola

che le bruciava le labbra, ma nel medesimo istante, dal lato opposto

della sala, una voce d’uomo calma e severa rispose:

— La sola cosa da fare è non parlarne affatto.

La persona si scostò allora dal piano, uscì dall’ombra, guardò in fondo

alla sala meravigliata colui che aveva saputo alzare una protesta

collo stesso pensiero, quasi colle stesse parole che ella stava per

pronunciare, che appunto ella voleva dire essere in tali casi il

silenzio la migliore difesa del pudore. Guardò, vide un volto ignoto,

meglio del volto sentì l’anima nella voce, e fra tanta gente nota ed

amica, là dove si era svolta fino allora la sua esistenza, tra gli

oggetti famigliari che costituivano il suo mondo, quell’ignoto, quello

solo, le parve che da altri mondi, da altre vite venisse a recarle un

verbo inutilmente sognato poichè in lui solo si era ripercosso il grido

di rivolta della sua sensibilità offesa, in lui solo.

Di nuovo i gruppi si suddivisero, riprese il parlottare a voce bassa;

le signore più giovani incominciarono a girare offrendo tazze di thè e

sorrisi; molti uomini si dispersero nelle altre sale; qualcuno consultò

l’orologio furtivamente; la signora vestita di lilla trasse pure

furtivamente dalla borsetta a maglie d’oro che le pendeva al braccio

un minuscolo oggetto che si fece passare sulle guancie e sul collo.

Nel vano di una finestra la signora dall’abito bianco rispondeva alle

insistenze di un giovinotto che la stringeva da presso:

— No, domani non posso.

— Dopo domani?

— Nemmeno.

— Allora, quando?

Passò un vassoio di gelati. La padrona di casa ne offerse ad una

vecchia signora della quale nessuno si occupava.

— A Parigi, a Parigi, bisogna andare a Parigi. Cosa volete mai trovare

qui da noi! — strillava di mezzo a un crocchio il milionario plebeo

dalla testa a noce di cocco. — L’Italia è l’ultima delle nazioni.

— Quando torneranno di moda gli abiti a _volants!_

— Grazie, non prendo thè, non potrei dormire.

— La terza in prima fila, vestita da libellula.

— Il quindici per cento, scherzi?

— Non porto busti al di sotto delle cinquanta lire.

A un tratto sull’incrocio delle frasi che volavano di gruppo in gruppo

si alzò da una delle sale adiacenti un suono di voci alte e concitate

come di rissa. Tacquero le ciarle per incanto e si affollarono gli

usci.

Sulle prime non si comprese bene di che cosa si trattasse. Una voce

angosciosa gridò:

— Ritiri quella parola, la prego.

Una voce secca rispose:

— Non ritiro nulla.

Allora la voce di prima pronunciò una frase che andò perduta nel

tumulto di sedie rovesciate e di esortazioni: basta! basta!

Qualcuna fra le signore si spaventò. Il signore alto dai capelli

grigi che rispondeva al titolo di principe, facendo loro baluardo del

proprio braccio, riuscì ad allontanarle respingendole verso il salotto

principale.

— Calma, calma, non sarà cosa seria.

Ma si voleva sapere. Un tumulto simile in quell’appartamento signorile

era troppo fuori delle abitudini. La padrona di casa si mostrava

indignatissima:

— Ma che credono, di essere in piazza?

— E chi grida infine? Odo la voce del tenente....

— No, piuttosto del barone....

— Forse una querela di giuoco....

Il milionario plebeo irruppe improvvisamente nel gruppo femminile che

il principe aveva allontanato dal campo di battaglia.

— E così? E così?

— Pare impossibile, — chiocciò il giovane sollevando le spalle strette

e allargando le braccia con tutti i segni della sorpresa.

— Che avviene dunque?

— Una sfida, nientemeno.

— Una sfida? — esclamò il principe enfiando le narici.

— E per una sciocchezza, questo è l’assurdo.

— Chi? Chi? — chiesero ansiose le signore stringendosi intorno al

narratore. — Chi deve battersi? Perchè?

— Una sciocchezza, una sciocchezza, — continuava a ripetere il giovine

scuotendo da destra a sinistra la testa impomatata. — Si parlava

di cappelli tirolesi, figuratevi! Qualcuno nominò il Trentino. “Che

Trentino! disse il barone. Il Trentino politicamente e normalmente non

esiste; è un paese bastardo„. Allora quel signore nuovo, quello che fu

presentato questa sera, credo, quel Moena, gli fu addosso con un balzo

gridando: “Ritiri subito la parola _bastardo_ che è un insulto ad una

delle più nobili terre italiane„. Naturalmente il barone non volle

ritirar nulla. L’altro, ostinandosi, pretendeva che ritirasse. A un

secondo diniego del barone l’insensato grida: “È bastardo chi rinnega

il proprio paese„. “Faccia il nome se osa!„, urlò il barone. E il suo

nome gli fu gettato sul volto come un guanto.

— Ooh! — fecero le signore.

Il vecchio principe, un po’ pallido, chiese:

— Non si è tentato di intervenire?

— Certamente; ma quel Moena sembrava un pazzo. Non fu possibile

fargli intendere la ragione. Pensare che l’origine di tutto ciò è un

cappello....

— Cioè, cioè, — interruppe il principe.

— Sì, capisco, ma via, non era il caso di fare una simile quarantottata

proprio la prima volta che si è presentati in una casa.

Tutti approvarono. Una signora che portava al collo ventimila lire di

perle e altrettante le baluccicavano in brillanti soggiunse:

— Per un paese poi che nessuno conosce.

Intanto nel piccolo salotto dove era avvenuta la sfida, rimasto vuoto,

due signori si disponevano ad accompagnar fuori Moena che alterato in

volto e pallidissimo sembrava non vedere nulla intorno a sè. Il biasimo

della elegante società che si era allontanata da lui, offesa ne’ suoi

sentimenti superficiali dall’impeto di uno sdegno giudicato di cattivo

gusto, lo cingeva di una zona ostile; si sentiva rinnegato, bandito per

sempre, e la furia che pochi istanti prima gli aveva fatto ribollire il

sangue nelle vene si congelava in una sensazione di amarezza infinita.

Lieve un fruscìo di gonna ed un sommesso accento lo arrestarono sulla

soglia mentre usciva.

— Mi permetta, signore, di ringraziarla per la sua nobile difesa di una

terra che amo. Qualunque sia l’impressione che ella riporterà di questa

serata sappia che un cuore italiano l’ha compresa.

Uno sguardo ricambiato colla rapidità inconsapevole di due fanali che

si urtano nella notte; una stretta di mano senza sentire la mano; un

volo d’anime. Non altro.

Rogo d'amore · 第 5 / 20 题