CAPITOLO XXI.

_Lodovico XII, re di Francia, perde il Milanese, ove è riconosciuto

Massimiliano Sforza, ottavo duca._

Dopo la vittoria di Agnadello, il re di Francia Lodovico XII aveva

ottenuta dall'imperatore Massimiliano l'investitura del ducato di

Milano collo sborso di centocinquantacinquemila scudi d'oro[330].

Così quell'augusto parve che sagrificasse i due suoi cugini germani,

Massimiliano e Francesco Sforza, spogliandoli di quel diritto ch'ei

medesimo aveva dato ad essi nell'investitura di Lodovico il Moro,

loro padre. Ma se le circostanze momentanee consigliarono un tal

partito, in forza della lega di Cambray, considerata per un mostro

politico; cambiate queste, ben tosto gl'interessi di ciascun potentato

ripigliarono il loro vigore; e nello Sforza preferì cesare un principe

stretto parente e protetto da lui, ad un rivale formidabile, quale

era il re di Francia. (1510) Il papa Giulio II, staccatosi dalla lega,

unitosi co' Veneziani, teneva segrete pratiche cogli Svizzeri, a fine

di scacciare dal Milanese i Francesi, o d'inquietarli per lo meno.

Quella nazione bellicosa e confinante, cinta da montagne altissime,

poteva con improvvise incursioni sorprendere, e, rispinta, ancora

ricoverarsi fralle rupi native fuori da ogni pericolo di offesa. Dopo

di avere gli Svizzeri occupata Bellinzona nella rivoluzione in cui

Lodovico il Moro fu preso, resi padroni di quella rôcca, in addietro

posseduta dai duchi di Milano, non solamente si videro arbitri di

invadere la sottoposta pianura del Milanese, ma formarono disegno

di occuparne una porzione. Il papa, che aveva già l'animo rivolto

a Parma e Piacenza, città state sempre unite al ducato di Milano, a

fine di staccarle ed appropriarsele come città comprese anticamente

nell'esarcato di Ravenna, e nella donazione che la contessa Matilde

aveva fatta alla Santa Sede, adescò gli Svizzeri a staccare altresì

dal ducato medesimo Lugano, Locarno e Mendrisio, tre distretti i più

vicini alle Alpi. Animò i Grigioni ad acquistar Bormio e la Valtellina.

Il principal motore presso gli Svizzeri fu Matteo Scheiner, uomo

di nascita plebea, dapprincipio maestro di scuola, indi curato, poi

canonico di Sion, piccola città del Vallese, uomo di una impetuosa

eloquenza e di un carattere violento, ostinato ed appassionatamente

nemico dei Francesi, fatto per le armate più che pel sacerdozio, il

quale, per testimonianza di Varilas, sforzò col ferro alla mano il suo

capitolo a nominarlo coadiutore; e fatto indi vescovo di Sion, rese

celebre il suo nome per le imprese militari e per la somma influenza

che ebbe presso gli Svizzeri, e conseguentemente negli affari di que'

tempi, nei quali gli Svizzeri avevano moltissima parte; uomo perfine,

che dal papa, per sempre più rendersi amici gli Svizzeri, fu creato

cardinale, e dagli scrittori chiamasi _il cardinale di Sion_. Nel

mese di settembre del 1510 gli Svizzeri fecero una incursione dal

ponte della Tresa a Varese. I Francesi erano sparsi nei presidii di

Brescia, Peschiera e altre fortezze, che ora sono dello Stato veneto.

Cinquecento lance stavano a fronte dell'esercito veneziano. Altre

cento lance francesi erano passate ausiliarie del duca di Ferrara,

minacciato dal papa, il quale aveva accordato co' Veneziani ch'essi

non gl'impedirebbero d'impadronirsi di quella città, togliendola

agli Estensi. Il qual progetto non riuscì allora a Giulio II; ma

ottantasette anni dopo, cioè nel 1597, Clemente VIII Aldobrandino

lo ridusse a compimento. I Francesi non aveano quindi forze bastanti

per impedire simili scorrerie degli Svizzeri; i quali, dopo di avere

saccheggiate le terre, si ricoverarono prima dell'inverno sulle loro

Alpi. (1511) Ma l'anno seguente, cioè 1511, sedicimila, secondo il

Guicciardini, o venticinquemila Svizzeri, secondo il Prato, scesero

dalle loro montagne, occuparono di bel nuovo Varese, s'innoltrarono

a Gallarate, a Rho, e si presentarono fin sotto le mura di Milano

il giorno 14 dicembre 1511. Ma non avendo costoro artiglieria,

non passarono più oltre; anzi, incamminatisi verso la loro patria,

lasciarono devastate od arse le terre di Bresso, Affori, Niguarda,

Cinisello, Desio, Barlassina, Meda ed altre. Queste incursioni

rendevano sempre più deboli le intraprese de' Francesi contro i

Veneziani e contro del papa, che già consideravasi come aperto nemico

del re di Francia. Quai fossero i pensieri di papa Giulio II in

quest'affare, si vede nel Guicciardini[331]. «Aveva il pontefice, dice

egli, propostosi nell'animo, e in questo fermati ostinatamente tutti

i pensieri suoi non solo di reintegrare la Chiesa di molti Stati, i

quali pretendeva appartenersegli, ma oltre a questo, di cacciare il re

di Francia di tutto quello possedeva in Italia, movendolo la occulta

ed antica inimicizia che avesse contro lui, o perchè il sospetto avuto

tanti anni si fosse convertito in odio potentissimo, o la cupidità

della gloria di essere stato, come diceva poi, liberatore d'Italia dai

barbari». I Francesi non aveano nell'Italia se non mille e trecento

lance e ducento gentiluomini[332], parte a Brescia, parte a Bologna,

parte a Faenza.

Il governatore di Milano e comandante delle armate francesi nell'Italia

era il gran maestro Carlo d'Amboise di Chaumont, il quale, nel 1505,

era succeduto al signore Du Benin; e questi aveva avuti due altri

prima di lui, il maresciallo Trivulzio o il cardinale di Rohan. Questo

quarto governatore morì di malattia in Coreggio il 10 marzo 1511, e

venne trasportato solennemente in Milano il 31 di esso mese. Il Prato

ci descrive quel corredo funebre. Due cavalli coperti di velluto nero,

ricamato d'oro, portavano il sarcofago, similmente coperto, con sopra

la collana d'oro di San Michele. Precedevano cinque cavalli coperti

sino a terra di velluto nero. Sul primo eravi un paggio con in mano

la lancia: sul secondo, altro paggio portando un bastone dorato; sul

terzo, un simile con mazza dorata; sul quarto il paggio aveva sul capo

l'elmo dorato, e nella mano lo stocco; il quinto cavallo era a sella

vuota, collo stocco pendente dall'arcione, ed era condotto a mano.

Veniva poi la cassa di piombo, portata e coperta come ho scritto;

seguitavanla i soldati e cortigiani, tutti in lutto con abiti sino

a terra, e con certi cappucci in capo, con cui _quasi elefanti mi

sembravano_, dice il Prato. Indi seguivano quattromila poveri, vestiti

di nuovo, con torce nere in mano; poi quanti preti e frati v'erano in

Milano, venivangli dietro con torce in mano. Il Duomo, ove la pompa

finì, era tutto coperto di panni funebri, ed ornato di torce in sì

gran numero, che una non era più di due braccia discosta dalle altre.

Stavano alle porte alcuni che gettavano denaro ai poveri. La funzione

fu magnifica. Il cadavere poi privatamente fa trasportato in Francia.

Tali singolarità meritano luogo nella storia, perchè ci rappresentano

i costumi ed il lusso dei tempi. L'onorare le ceneri de' trapassati

sembra cosa quasi naturale all'uomo, poichè sino da' più rimoti secoli

se ne scorgono lo tracce; e le nazioni selvagge eziandio ne hanno dato

esempio; l'estinguere questo pietoso sentimento sarebbe difficilissimo

e forse un cattivo progetto. Il limitare la profusione di tai pompe

sembra conforme ad una saggia legislazione. Se questo affetto poi

di preservare la spoglia e perpetuar la memoria delle persone che

ci furono care, si rivolga in favor delle belle arti, animando la

scultura, merita incoraggiamento e lode. Nel secolo XVI cominciò tra

noi una severa e poca avveduta vigilanza contra siffatti monumenti, e

se ciò non fosse stato, avremmo assai più ornati i nostri sacri templi

di riconoscenti memorie dei cittadini e del progresso delle belle arti,

che non abbiamo.

Poichè Giulio II ebbe mancato di fede al re di Francia, staccandosi

dalla lega ed unendosi coi Veneziani, movendo gli Svizzeri, ed

accostandosi agli Spagnuoli, alcuni cardinali, o partitanti della

Francia, o malcontenti per la vita assai più militare che ecclesiastica

del sommo pontefice, si radunarono in Pisa, ove si andava formando un

concilio per deporlo, e dichiarar vacante la Santa Sede. In Pisa non

si credendo eglino bastevolmente sicuri, passarono alcuni cardinali

a Milano colla idea di quivi congregare il concilio. Come fossero

accolti, lo scrive il Guicciardini[333]. «Ma a Milano i cardinali,

seguitandoli per tutto il dispregio e l'odio dei popoli, avrebbero

avute le medesime o maggiori difficoltà; perchè il clero milanese, come

se in quella città fossero entrati, non cardinali della chiesa romana,

soliti a essere onorati e quasi adorati per tutto, ma persone profane

ed esecrabili, si astenne subitamente da sè stesso dal celebrare gli

uffizi divini, e la moltitudine, quando apparivano in pubblico, gli

malediceva, gli scherniva palesemente con parole e gesti obbrobriosi,

e sopra gli altri il cardinale di Santa Croce, riputato autore di

questa cosa». Il cardinale Santa Croce, spagnuolo, era uno dei primi

autori di tale scisma. I nostri ecclesiastici, immediatamente dopo la

loro venuta, cessarono di celebrare le sacre funzioni, considerando

come soggetta all'interdetto la terra ove abitavano questi prelati.

Il governo comandò loro di continuare nel solito ministero, ed il

Prato ci avvisa che i monaci Benedettini, Cisterciensi e Lateranesi,

per non aver voluto ubbidire, ebbero i militari posti ad alloggiare

sulle loro terre. (1512) Il giorno 4 gennaio 1512 si radunò nel

Duomo questo concilio. Il cardinale di Santa Croce cantò la messa

pontificale: il cardinale Sanseverino ed un altro cardinal francese

servivano da diacono e suddiacono; v'erano altri due cardinali

assistenti, e ventisette colle mitre bianche in testa, altri vescovi,

ed altri abbati. Trattossi di portare giudizio su papa Giulio; ed eravi

per notaio, che scriveva gli atti del concilio, un messer Ambrogio

Bolfraffo. Tenne varie sessioni questo concilio, ed in una del giorno

21 d'aprile venne dichiarato il sommo pontefice sospeso dalla sua

dignità papale. Di tutto ciò fa menzione il Prato.

Nè già i pericoli che stavano d'intorno a Giulio II limitavansi a

questa scarsa e dispregiata congregazione, già dal papa scomunicata

e resa obbrobriosa o ridicola ai popoli. Il pericolo assai maggiore

stava risposto nel valor militare del duca di Nemours Gastone di

Foix, nipote per parte di madre del re Luigi XII, fatto governatore e

capitano generale dopo la morte del gran maestro di Amboise. Questo

giovine eroe, all'età di soli ventidue anni, mostrò i talenti di un

gran generale. Dal Milanese vola a soccorrere Bologna, assediata da don

Pietro di Navarra e la sorprende prima ch'egli abbia nemmeno notizia

ch'ei marciasse a quella vòlta; lo pone in fuga, batte la retroguardia

di lui; rende libera Bologna. Coglie il momento di questa impresa

il conte Luigi Avogadro, e, profittando della assenza dei Francesi,

apre le porte di Brescia a' Veneziani, i quali occupano Bergamo e

s'innoltrano sino al Mincio. Al momento parte Gastone dal Bolognese,

si affronta al Mincio coi nemici, che gliene disputano il passo, e li

disperde; si presenta a Bergamo e la prende; si presenta a Brescia,

e se ne rende padrone; e tutta questa maravigliosa serie di fatti si

eseguisce in pochi giorni. Il 29 febbraio prese Bergamo, il 1.º di

marzo prese Brescia; al qual proposito il Guicciardini scrive[334]. «Fu

celebrato per queste cose per tutta la Cristianità con somma gloria

il nome di Fois che con la ferocia e celerità sua avesse in tempo di

quindici dì costretto l'esercito ecclesiastico e spagnuolo a partirsi

dalle mura di Bologna, rotto alla campagna Giampagolo Baglione con

parte delle genti dei Veneziani, ricuperata Brescia con tanta strage

de' soldati e del popolo, di maniera che, per universale giudizio,

si confermava non avere già parecchi secoli veduta Italia nelle opere

militari una cosa somigliante».

Questa presa di Brescia servì di argomento al signor di Belloy per

la tragedia che intitolò: _Gaston et Bayard_, nella quale l'Avogadro

apparisce come un ribelle del suo legittimo sovrano e traditore della

patria, e gl'italiani vi figurano miseramente il personaggio di gente

senza virtù alcuna. I Bresciani da ottantatre anni vivevano sudditi

della repubblica veneta: quando nel 1509, furono assoggettati alla

forza dell'armi francesi. Il conte Avogadro tentò di liberare sè

stesso e la patria da un giogo straniero, e riconsegnarsi al nativo

suo principe. Il governo poi che i Francesi facevano della di lui

patria, suggeriva di liberarla da quella infelicità[335]. Il grado

di longitudine sotto cui siamo nati su questa sferoide, non dovrebbe

cagionare diversità di partiti: l'uomo virtuoso e dabbene è patriota

de' suoi simili sparsi per ogni clima, ed è forestiere al suo vicino

malvagio e vizioso. L'infelice conte Avogadro terminò miseramente i

suoi giorni sul patibolo, ed i suoi figli, tradotti a Milano, per mano

del carnefice finirono pure la vita. V'è chi incolpa Gastone di Foix

di avere voluto contemplare la morte di questi infelici che avrebbero

un nome glorioso, qualora avessero avuta la fortuna delle armi, e

sarebbero stati coronati da quella gloria medesima che ottennero di

que' tempi alcuni Francesi scacciando gl'Inglesi che avevano occupate

le province della Francia. Il saccheggio di Brescia recò poi a Milano

la pestilenza, che per due anni vi restò.

Dopo ch'ebbe di volo sottomesse le città di Bergamo e Brescia, il duca

di Nemours Gastone di Foix passò per Milano; indi rapidamente marciò

a Ravenna. È celebre la battaglia che vi si diè il 11 d'aprile, che in

quell'anno fu il giorno di Pasqua, cioè quaranta giorni dopo la presa

di Brescia; ed è notissima non meno la morte che vi trovò Gastone, dopo

di avere riportata una compiuta vittoria; nè appartiene alla storia

ch'io mi son limitato a scrivere, la precisa narrazione di tai fatti.

Marc'Antonio Colonna comandava nella città di Ravenna; il vicerè di

Napoli Pietro di Navarra aveva il comando degli Spagnuoli; sotto di lui

serviva Fabrizio Colonna. I collegati pontificii erano millesettecento

uomini di armi e quattordicimila fanti. Usarono allora i pontificii de'

carri falcati[336]. I Francesi avevano, sotto il comando del duca di

Nemours, il marchese di Ferrara e il cardinale Sanseverino. Oltre il

duca di Foix, che vi fu ucciso, rimasero sul campo il signor d'Allegre

con suo figlio, il signor Molard, sei capitani tedeschi, il capitano

Maugiron, il barone di Grammont, e più di duecento gentiluomini di

nascita distinta. Se tale sciagura non veniva a rovesciare tutt'i

disegni de' Francesi, il papa Giulio II correva rischio grande di

perdere lo Stato, e di ubbidire al sinodo tenutosi in Milano. Ma una

giornata cambiò totalmente l'aspetto degli affari, e il languente

comando de' Francesi passò nelle mani del signor De la Palisse, che può

essere collocato nella serie de' governatori di Milano, ed è il sesto.

La spoglia del duca di Nemours venne trasportata a Milano e sospesa

entro di un sarcofago di piombo fra una colonna e l'altra nel Duomo,

siccome eranlo i duchi di Milano. La cassa venne coperta come lo erano

le altre pure, con uno strato magnifico di broccato soprarizzo, dice

il Prato: eranvi ricamati i gigli d'oro; pendeva la spada pontificia

col fodero d'oro acquistata a Ravenna; v'erano collocati all'intorno il

vessillo del papa e quindici altre bandiere prese in quella battaglia.

Ma lo spirito feroce di partito e la superstizione non lasciarono

tranquille le ceneri di questo giovine eroe; gli Svizzeri, i quali,

come or ora vedremo, s'impadronirono in breve di Milano, entrati

nel Duomo, sormontandosi l'un l'altro, scomposero, rovesciarono quel

monumento, e le spoglie vennero disperse. Cambiatasi poi nuovamente la

fortuna, e ritornati i Francesi, fu innalzato un mausoleo magnifico di

marmo alla memoria di questo principe, e collocato nella chiesa delle

monache di Santa Marta. Di questo mausoleo ora non ne rimane che la

statua, sotto della quale si legge l'iscrizione seguente:

SIMVLACRVM GASTONIS FOXII

GALLICARVM COPIARVM DVCTORI

QVI IN RAVENNATE PRAELIO CECIDIT ANNO

MDXII

CVM IN AEDE MARTAE RESTITVENDA

EIVS TVMVLVS DIRVTVS SIT

HVIVSCE COENOBII VIRGINES

AD TANTI DVCIS IMMORTALITATEM

HOC IN LOCO COLLOCANDVM CVRAVERE

ANNO MDLXXIV[337]

I bassirilievi che adornavano la tomba, vennero, non saprei per qual

destino, rotti e divisi; alcuni se ne veggono nella deliziosa villa di

Castellazzo, altri sono presso alcuni privati. Sempre più si conosce

che un buon libro è il solo monumento durevole, col quale un uomo sia

sicuro di tramandare ai secoli venturi la memoria di sè medesimo:

i marmi, gli edifizi, le pubbliche fondazioni, tutto si scompone e

disperde; ma Orazio aveva ragione di scrivere, ch'egli s'innalzava un

monumento co' versi suoi più durevole de' bronzi[338].

Dopo la battaglia di Ravenna, in cui si disse che rimanessero morti

sul campo ottomila fanti e mille cavalieri pontificii, e prigionieri

il vicerè di Napoli don Pietro di Navarra, il cardinale dei Medici,

il marchese di Pescara, Fabrizio Colonna, il marchese di Padule, il

figlio del principe di Melfi, don Giovanni Cardona ed altri; l'armata

francese, sebbene vincitrice, si trovò totalmente rovinata, che il

cavaliere Bayard, nella lettera citata, assicura[339] che in cento anni

di tempo la Francia non poteva risarcire la perdita che aveva fatta.

Dopo questa tal battaglia, il papa Giulio II sempre più si strinse

co' Veneziani per discacciare i Francesi, i quali a nome del concilio

avevano cercato di occupar la Romagna. L'interesse dei Veneziani

consigliavali a dar mano alla rovina dei Francesi per ricuperare

Brescia e il restante della terra-ferma, e collocar sul trono di

Milano un principe da cui non dovessero temere invasione. Innoltrò

il papa i suoi maneggi coll'imperatore Massimiliano per restituire

il ducato di Milano a Massimiliano Sforza, cugino dell'imperatore

medesimo. L'imperatore, con un proclama, richiamò alla patria tutti i

Tedeschi che militavano nell'armata francese; e questi abbandonando

i loro stipendi, resi poco sicuri, e sempre più s'indebolirono le

forze comandate dal signor De la Palisse. Dall'attività di papa Giulio

II gli Svizzeri, incessantemente animati, scesero questi nuovamente

in Italia; e profittando della confusione e debolezza de' Francesi,

occuparono i tre baliaggi di Lugano, Locarno e Mendrisio, i quali

continuarono a possedere gli Svizzeri dappoi, come al presente. I

Grigioni s'impadronirono di Chiavenna, Bormio e della Valtellina,

attualmente possedute da essi. Il papa occupò Parma e Piacenza[340].

In questo stato di cose il signor De la Palisse si ricoverò a Pavia,

città forte, e abbandonò Milano. Il consiglio generale de' novecento

si radunò per dare le ordinarie provvidenze alla città, e porre qualche

riparo alla pestilenza che l'affliggeva. Gli Svizzeri, sotto il comando

del cardinale di Sion, invadono lo Stato in nome della _Santa Lega_:

occupano Cremona, indi Lodi: si unisce al cardinale svizzero il vescovo

di Lodi Ottaviano Sforza, cugino di Massimiliano. Milano riconosce la

Santa Lega il giorno 16 giugno: il giorno 20 giugno entra il vescovo di

Lodi in Milano come luogotenente del duca Massimiliano. Il papa libera

la città di Milano dall'interdetto, in cui la considerava incorsa per

esservisi ricoverati i cardinali suoi nemici. L'assoluzione venne il

giorno 6 di luglio, e quella fu l'ottava volta in cui Milano si trovò

in siffatta circostanza[341]. I Francesi, non essendo numerosi a segno

di custodire Pavia, l'abbandonarono, e per la fine del 1512 non ve ne

rimasero se non ne' castelli di Milano e di Cremona.

Massimiliano Sforza dall'età di nove anni sino al vigesimoprimo

era stato esule dalla patria e ricoverato sotto la protezione

dell'imperator Massimiliano, suo cugino. Egli, scortato dal cardinale

di Sion e dagli Svizzeri, entrò solennemente in Milano il giorno 29

dicembre 1512. L'ingresso si fece al solito da porta Ticinese con

più di cento gentiluomini che lo precedevano, usciti ad incontrarlo

con un abito uniforme, composto dei colori medesimi che il duca aveva

scelti per sue livree, cioè pavonazzo, giallo e bianco. I gentiluomini

però, oltre l'essere vestiti di seta, erano altresì ricamati d'oro;

per lo che non si potevano confondere coi domestici del duca. Il

duca cavalcava vestito di raso bianco trinato d'oro; portavangli il

baldacchino i dottori di collegio. Cesare Sforza, fratello naturale del

duca, portava immediatamente avanti di esso la spada ducale sguainata.

Lo seguitavano il vescovo Valese cardinale di Sion, e i legati del re

de' Romani, del re di Spagna e di altri sovrani. Non mancarono a tal

funzione i soliti archi trionfali. Egli finalmente andò a risedere

nella corte ducale; giacchè il castello, nel quale solevano alloggiare

i duchi, era in potere de' Francesi. Il potere ducale Massimiliano lo

ricevette dagli Svizzeri; e, come dice Guicciardini[342]. «Il cardinale

(Sedunense lo chiama il Guicciardini, ed è il vescovo di Sion), in nome

pubblico degli Svizzeri gli pose in mano le chiavi ed esercitò quel

dì, che fu degli ultimi di dicembre, tutti gli atti che dimostravano

Massimiliano ricevere la possessione da loro; il quale fu ricevuto con

incredibile allegrezza di tutti i popoli per il desiderio ardentissimo

di avere un principe proprio, e perchè speravano avesse a essere

simile all'avolo o al padre, la memoria dell'uno dei quali per sue

eccellentissime virtù era chiarissima in quello Stato, nell'altro il

tedio degli imperi forestieri aveva convertito l'odio in benevolenza».

(1513) Giulio II, il primo motore degli avvenimenti dei tempi suoi,

quel papa che, coll'usbergo sul petto e l'elmo in capo, diresse

l'assedio della Mirandola, e vi entrò per la breccia, terminò la sua

vita la notte dal 20 al 21 di febbraio del 1513. Questo colpo cambiò

nuovamente le combinazioni politiche di Europa. I Veneziani, che tre

anni prima, per ricuperare la terra ferma occupata da' Francesi,

uniti coll'imperatore, avevano cedute al papa le città marittime

della Romagna, ascoltarono le proposizioni che fece loro la Francia,

la quale prometteva ad essi la terraferma, Verona, Vicenza, Brescia,

Bergamo e Crema, e con tali condizioni si collegarono con Lodovico XII

nel trattato di Blois 13 marzo[343]. Con tale nuova confederazione si

obbligavano i Veneziani ad assistere il re per ricuperare il Milanese;

ed il re obbligavasi ad aiutare la repubblica per riacquistare le terre

della Romagna perdute colla lega di Cambray[344]. Contro del papa si

mossero parimenti gli Spagnuoli; ed il vicerè di Napoli s'impadronì

di Parma e di Piacenza, sebbene per poco, costretto a restituirle

al papa[345]. Mentre si andava disponendo nella Francia una nuova

invasione nel Milanese, a respingere la quale forza era rivolgere

le spalle a' Veneziani collegati colla Francia, il duca Massimiliano

Sforza si abbandonava alla molle lascivia, che appena si perdona ai

principi sicuri nel loro Stato. Per festeggiare il soggiorno che la

marchesa di Mantova faceva in corte col nostro duca, ad altro non

pensava egli che a giuochi ed a pompe, quasi ch'ei fosse nel seno della

pace. Fece fare, fra le altre cose, un torneamento; il che accadde

il giorno 13 febbraio 1513, dimenticandosi che nel castello stavano

i Francesi. Il duca vide, per le palle di cannone ch'essi gli fecero

piovere sulla corte, che aveva inopportunamente scelto il tempo ed il

luogo[346]. Questo principe non sembra che avesse alcuna energia nè

elevazione d'animo; egli spensieratamente portava il titolo di duca, e

in mezzo all'umiliazione propria ed alla miseria de' sudditi pensava

a passar giocondamente il suo tempo. Donava feudi, donava regalie,

regalava denaro, roba a tutti i suoi favoriti con profusione, in guisa

che aveva sempre l'erario esausto. Donò a Girolamo Morone la contea di

Lecco: la città di Vigevano al cardinale di Sion; Rivolta e la Ghiara

d'Adda ad Oldrado Lampugnano. Coteste sue profusioni facevansi da

esso lui, «come se nulla fossero» dice il Prato, il quale si esprime

a tal proposito così: «ma poco delle dicte cose curandosi il duca

nostro, facea, como dice il proverbio, manco roba, manco affanni;

et solo attendeva a piaceri; unde essendo venuto a Milano la moglie

del marchese di Mantova con alquante sue zitelle, o per meglio dire

ministre di Venere, tanto piacere de conviti e de balli e de altri che

io non scrivo, se prendeva assieme con lo effeminato vicerè di Spagna,

che era una cosa a ogni sano judicio biasimevole, et non so se me dica

una parola, tuttavia, essendo dicta da Salomone, nella Cantica, la

posso dire anch'io».[347] _Veh tibi terra cuius rex est puer_; così il

Prato. Ma chi è fanciullo a ventun'anni, non è giunto mai a diventar

uomo. Questa scioperatezza dovea ricadere a danno dei sudditi, ai quali

forza era d'imporre maggiori aggravii; e non osandolo fare da sè, il

duca Massimiliano, prima di accrescere la gabella del sale di trenta

soldi ogni staio, ne impetrò dal papa il permesso; della qual supplica

ho letta io stesso una copia scritta di quei tempi e conservata nella

signorile raccolta dei manoscritti nell'insigne archivio Belgioioso

d'Este, e dice così:[348] _Beatissime Pater: — Manifesta est et satis

nota apud S. V. immoderata nimium longe lateque dominandi ambitio, et

aliena indebite usurpandi cupiditas Gallorum regis, adeo ut non modo

principatum Mediolanensem, verum et universae Italiae subjugandae

omnibus votis aspirare videatur_; e conclude alla fine: _quare ad

B. V. confugere cogor pro re quae (sic) in evidentem totius Italiae

commodum cedet et mihi et tam immensae pubblicae necessitati consulet;

etiam supplicando quatenus, in praemissis opportune providendo, B. V.

auctoritate Apostolica qua fungitur, motu proprio, ex certa scientia

et de plenitudine potestatis etiam absolutae, licentiam potestatem et

auctoritatem indulgere dignetur in universa ditione ducatus Mediolani

imponendi praedictas additiones solidorum triginta pro stario salis

etc._[349]. Nè ciò bastando, delegò il duca Bernardino ed Enea Crivelli

per esigere dai feudatarii uno straordinario tributo[350]. Vendè

persino i due canali navigabili, il Naviglio grande e quello della

Martesana alla città di Milano[351]. In un sol mese vendette tante

regalie, che ne incassò dugentomila ducati; alienazioni tutte fatte in

ragione del sette per cento[352]. Impose nuovi aggravi sopra le terre

irrigate[353]. I sudditi, al paragone del governo francese, conobbero

quanto avessero peggiorato sotto di questo sventato principe naturale.

Lodovico XII, re di Francia, ne' tredici anni che signoreggiò nel

Milanese non impose alcuna taglia nè tributo straordinario. Fu un buon

principe, moderato nelle spese, popolare, amante dell'ordine e della

giustizia. Egli piantò nel Milanese quel sistema di governo che durò

sino a' tempi nostri. Questo monarca, prima di regnare, era dominato

dall'amore; la gioventù, la grazia, la bellezza lo seducevano: poichè

salì sul trono, seppe frenarsi, e nobilmente signoreggiare sopra di sè

medesimo. Ei meritò dai posteri il glorioso nome di _Padre del popolo_.

Il paragone colla spensierata condotta del duca Massimiliano era

svantaggioso pel successore.

Non sarà discaro a' miei lettori, s'io sottopongo al loro sguardo lo

specchio delle spese fisse che si facevano sotto il duca Massimiliano

dall'erario ducale. Questo prezioso aneddoto, siccome molt'altri, fu da

me tratto dall'insigne collezione poc'anzi ricordata[354].

_Spese dello stato di Milano sotto il duca

Massimiliano Sforza._

Pensioni agli Svizzeri ducati 100,000

Alle guardie de' castelli di Milano, Cremona, Novara,

guardia della corte, e capitano di giustizia » 72,000

Alla gente d'armi » 74,600

Alla compagnia del Bregheto, computata la provvisione

sua » 3,000

Al signor Manfredo da Coreggio, per esso e cavalli cento » 6,800

Alla casa ducale, computata la stalla » 26,000

Spese delli cavallari » 8,000

Agli oratori e famigli cavallanti » 12,000

Alla munizione e lavoreri ducali » 12,000

Alle guardie delle fortezze, oltre le dette disopra » 6,000

Spese straordinarie » 25,000

Officiali salariati » 25,000

Vestiario del duca » 30,000

Spese di sanità » 4,000

Elemosine ducali » 2,000

Staffieri del duca » 660

Trombetti » 540

Interessi passivi di debiti » 10,000

Ristauri per guerra e peste » 6,000

Lettere e bollettini di esenzione » 2,000

Beneplacito del duca » 5,000

A conto del signor duca di Bari » 3,350

Legna e altro per la cancelleria ducale e camera » 2,000

Al signor Giovanni e a Maddalena Lucrezia per suo vivere » 1,700

Annuali ed obblazioni » 500

———————

Ducati 438,150

Le rendite poi del duca a quel tempo veggonsi nel codice medesimo[355]

ascendenti a scudi d'oro del sole 499,660, soldi 64, denari 8. Ora

computati gli scudi del sole come erano, una mezza doppia, e i ducati

in valore di un gigliato, apparisce che il duca aveva ogni anno una

spesa eccedente di più di ventiquattromila ducati, quand'anche nelle

spese di capriccio ei non avesse ecceduto.

I Francesi adunque, nel numero di dugento uomini d'armi e ventimila

fanti, sotto il comando di Luigi De la Trémouille e del maresciallo

Trivulzio, superate le Alpi, scesero verso lo stato di Milano. A tal

nuova i Veneziani si accostarono e si resero padroni di Pizzighettone,

di Martinengo e di Cremona. Molti fra i sudditi del duca, malcontenti

del governo di un tal principe, bramavano di ritornare sotto il

dominio del re Lodovico XII. Un tumulto popolare si eccitò in Pavia,

un simile contemporaneamente comparve in Alessandria. Già queste due

città non avevano aspettato l'arrivo dei Francesi per considerarsi

suddite della Francia. Messer Sacramoro Visconti, che aveva il comando

degli sforzeschi posti a bloccare il castello di Milano, lasciava

segretamente che entrassero di notte le vettovaglie ai Francesi del

presidio; il che scoperto, egli si ricoverò nella Francia, ed ebbe

dal re la collana, pregevolissima allora, dell'ordine di San Michele.

Insomma le cose andavano come forz'era pure che andassero sotto di un

principe sfornito di mente e di cuore che lo innalzassero sugli uomini

volgari, e lo mostrassero degno di comandare agli altri uomini. Gli

Svizzeri però vollero sostenere questo duca, e con ciò conservarsi non

solamente i baliaggi che avevano occupati, ma il dominio del Milanese,

che realmente esercitavano già sotto il nome del duca Massimiliano. Si

radunarono ne' contorni di Novara nel numero di diecimila, a quanto

scrive il Guicciardini[356], o settemila, come scrive il Prato; e il

giorno 6 di giugno del 1513 assalirono l'armata francese con tanto

impeto e sì impensatamente, che, quasi per sorpresa, impadronitisi

dell'artiglieria de' nemici, la rivoltarono contro dei Francesi

medesimi; e questo arditissimo impeto sgomentò talmente i Francesi (i

quali s'immaginarono essere sopraggiunta una nuova armata di patriotti

svizzeri), che senza consiglio si abbandonarono alla fuga; e da un

drappello di fantaccini, senza cavalleria, senza artiglieria, venne

siffattamenie distrutto un corpo di armata, che si contarono rimasti

sul campo ben diecimila de' Francesi, ed il rimanente con somma

sollecitudine ripassò le Alpi. Così gli svizzeri in quel luogo medesimo

ove tredici anni prima erano stati accusati di aver tradito il padre,

avendo a fronte lo stesso Trivulzio, in quello stesso luogo, e contro

del generale medesimo, col loro valore mantennero lo Stato al figlio

Massimiliano Sforza, ripararono l'onore delle loro armi e della fedeltà

loro. Il Prato attribuisce quella sciagura de' Francesi al disprezzo

che imprudentemente essi fecero de' loro nemici; non supponendo

possibile ch'essi ardissero di provocar l'armata francese. Attribuisce

però singolarmente allo sbigottimento che ebbe colla sorpresa il

comandante supremo La Trémouille, il poco onore che in quella giornata

si fecero le armi francesi; e il Trivulzio, costretto a fuggire cogli

altri, andava ripetendo, a quanto il Prato scrive: «Noi fuggiamo et

la victoria è nostra». Nella Francia La Trémouille vide, «non senza

carico di vituperio», cassato il suo nome dalla lista dei stipendiati,

«la qual cosa non avvenne al Trivulzio; ma sia come si voglia, la fuga

fu vituperosa»[357]. Gli svizzeri raccolsero in quella giornata un

prezioso bottino, avendo perduti i Francesi tutti i loro attrezzi. Dopo

un tal fatto i Veneziani sgombrarono il paese; ritornarono le cose come

se nulla fosse accaduto; e il duca, acceso d'una passione degna del suo

animo, si recò a stanziare nei contorni di Pavia per vagheggiare una

mugnaia che vi stava domiciliata[358].

La gloria delle armi francesi non poteva essere riparata nell'Italia

con nuovo esercito, poichè gl'Inglesi, avendo allora appunto mossa la

guerra a Lodovico XII, ei doveva adoperare le sue forze per impedire

i progressi di trentamila Inglesi e ventitremila Tedeschi, i quali

erano spediti nella Francia da Enrico VIII e Massimiliano Cesare

collegati. Quindi i pochi Francesi che stavano al presidio dei castelli

di Milano e di Cremona, esausti di munizioni e di viveri, oppressi

da miserie, disperando soccorso, cedettero le fortezze ed uscirono,

salve le persone e robe loro. Il castello di Milano per tal modo venne

in potere dello Sforza il giorno 19 novembre 1513, e da quel giorno

non rimase più dominazione alcuna nell'Italia al re Lodovico XII.

(1514) Ma lo Sforza altro di duca non conservò che il titolo; vivendo

egli meschinamente come un ostaggio sotto la tutela degli Svizzeri,

e sopra tutto del terribile Cardinale di Sion, il quale col nome del

duca adoperava ogni mezzo per cavar danaro dai popoli, abbandonati ad

un'anarchia militare; e così senza alcun memorabile avvenimento passò

l'anno 1514. (1515) L'anno seguente 1515 incominciò colla morte del re

Lodovico XII senza figli, e colla incoronazione di Francesco I, l'avo

paterno del quale era zio paterno del defunto, anche egli discendente

dalla principessa Valentina Visconti. Il nuovo re era nel ventesimo

primo anno dell'età sua. Trovò la Francia in pace pel trattato seguito

poco prima della morte di Lodovico XII. Il suo primo pensiero fu

di ricuperare il milanese; ed a fine di radunare nell'erario quanto

bastasse alla spedizione, pose, con esempio infausto, in vendita le

cariche della giudicatura della Francia. Si collegò nuovamente co'

Veneziani. Dichiarò reggente del governo la duchessa d'Angouleme

sua madre; e si dispose a venire egli stesso alla testa della sua

armata nel Milanese. Il duca prese al suo stipendio, in qualità di

capitano delle genti d'armi, Prospero Colonna. E come tutto ciò che

dà idea de' costumi di quei tempi deve aver luogo nella mia storia,

così io non ometterò un magnifico convito che il Colonnese imbandì in

quella occasione, e di cui ci lasciò memoria il Prato. Ciò seguì il

giorno 20 di febbraio 1515. Il duca e i cortigiani furono invitati,

ed inoltre trentasei _damiselle milanesi_, dice il Prato. Fabbricò

apposta un superbo salone di legno, riccamente dorato e dipinto, e

dagli architetti fu stimato _cosa notandissima_, come dice il nostro

scrittore. Quattro ore durò la mensa. Si continuava il costume di

servire in piatti separati ciascuno degli invitati. Ognuno avea una

pernice, un fagiano, un pavone, un pesce, ec.; contemporaneamente

dinanzi a ciascuno si riponeva una finta pernice, un fagiano, un

pavone, un pesce finti, o di marzapane, o d'altra materia, dorati,

inargentati, ec., e vi furono abbondanti e deliziose pastiglie ed acque

odorose. In fine della cena comparve un finto gioielliere che recava

collane, braccialetti ed altri vezzi di gemme e d'oro; presentò le sue

preziose merci alle damigelle, come se cercasse venderle; ed allora il

Colonnese s'intromise quasi volesse rendersi mediatore dei contratti, e

con generosa urbanità regalò ciascuno delle convitate senza far mostra

di regalarle. Ciò veramente fu materia di non picciolo valore, e dice

il Prato che venisse fatto al solo fine «per potere la sua amata senza

biasimo d'infamia con le proprie mani presentare». Il che dimostra

quanto venissero rispettate le damigelle e il costume. Cose siffatte

sembrano romanzesche; ma contemplate saggiamente dimostrano una nazione

ingentilita e generosa. La mattina vegnente ciascuna delle invitate

ricevette un canestro inargentato con entro la colazione. Al duca fece

egli recare venticinque carichi di selvaggiume.

Poco giovava alla difesa dello Stato la scelta di un magnifico

e galante generale; conveniva avere un'armata; e gli Svizzeri

s'impegnarono a difenderlo colla paga di trecentomila ducati.

Comparvero in Milano dodici commissari per ricevere anticipatamente

la promessa paga. Il duca pubblicò una imposizione per riscuotere

dai sudditi questa eccessiva tassa. Sotto il regno di Lodovico XII

non s'era mai pagato, se non i tributi costituzionali. Un'arbitraria

tassazione, per tal modo dispoticamente comandata, commosse gli animi

de' cittadini. L'editto si pubblicò il giorno 8 di giugno del 1515.

Sembrò questa una vera oppressione. La città fece presentare le sue

preghiere al cardinal di Sion, precipuo motore di simili risoluzioni;

ma l'inflessibile prelato non diè orecchio a verun moderato partito.

La città si pose in tumulto; alcuni Svizzeri furono uccisi; alcuni

milanesi pure rimasero morti in una zuffa alla sala della piazza

de' Mercanti. E come si avvicinavano i Francesi, ed il partito de'

malcontenti con tale notizia si rianimava, così il duca fu costretto

con nuovo proclama a disdire l'imposta taglia. Si entrò a trattare.

La città di Milano comprò dal duca il Vicariato di provvisione, la

giudicatura delle strade e quella delle vettovaglie collo sborso di

cinquantamila ducati, di che stesero pubblico documento il giorno 11

di luglio 1515 i notai Stefano da Cremona e Paolo da Balsamo. Da quel

contratto ebbe origine poi la nomina che la città di Milano presentava

al principe od al suo luogotenente, di alcuni cittadini, dai quali

esso trasceglieva che gli era in grado alle accennate cariche, che

cominciarono allora ad essere privativamente appoggiate ai così detti

patrizi milanesi. Con questi cinquantamila ducati, cioè colla sesta

parte soltanto della somma loro promessa, ritornarono i commissari

svizzeri al loro paese. Nella dieta nazionale si pose in deliberazione,

se meglio convenisse l'accettare le pensioni che offeriva con molta

istanza il re Francesco, ovvero proseguire all'impegno di mantenere

Massimiliano Sforza duca di Milano; ed il secondo prevalse, avendo gli

Svizzeri profittato più de' Francesi nemici colla recente sconfitta

data loro presso Novara, di quanto ne avrebbero ottenuto se fossero

stati loro alleati. A ciò s'aggiunse poi la considerazione, che, fin

tanto che Massimiliano Sforza rappresentava il personaggio di duca di

Milano, non sarebbe mancata occasione e mezzo di costringere la città

allo sborso della promessa paga, e di maggiori ancora. In pochi giorni

quarantamila Svizzeri scesero dai loro monti, e si radunarono verso

Novara. Il cardinale di Sion tanto dispoticamente e con tanta atrocità

comandava in Milano, che, sospettando egli di Ottaviano Sforza, cugino

del duca e vescovo di Lodi, che avesse delle pratiche co' nemici,

nulla rispettando il carattere di consanguinità col sovrano, nè la

persona del vescovo, crudelmente per mero sospetto lo fece torturare

con quattordici tratti di corda; il che narrato viene dal Prato, e

dalla cronaca manoscritta di Antonio Grumello, pavese[359]. Il Prato

nota persino il giorno in cui ciò avvenne, che fu il 21 di maggio

1515, e racconta che il vescovo spontaneamente veniva al castello per

corteggiare il duca, quando quivi fu arrestato, rinchiuso nella ròcca,

ed aspramente torturato a fine di chiarirsi se egli mai avesse tramato

contro lo Stato. Dopo due settimane, non risultando dai processi altro

che la innocenza del vescovo cugino del duca, fu il vescovo tradotto

nella Germania, d'onde l'infelice prelato passò a Roma. Tali erano i

costumi e le opinioni d'allora; tali i pensieri di un cardinale, di

un vescovo di Sion, verso d'un figlio d'un sovrano, di un vescovo, di

un innocente. Gli uomini presso a poco son sempre stati gli stessi;

ma questo presso a poco è il vantaggio della generazione vivente.

Invidii chi non sa la storia i tempi antichi. Benediciamo Dio, noi,

di vivere in un secolo in cui le passioni e i vizi degli uomini sono

(almeno in apparenta) meno atroci, e meno sfacciatamente insultano la

virtù. Racconta il Prato che il duca Massimiliano, vedendo il duca

di Bari Francesco (questi era fratello minore del duca, che regnò

dopo lui; ed il titolo di duca di Bari alla casa Sforza era proprio

del secondogenito) starsene pensieroso, appoggiato ad una finestra,

improvvisamente se gli avventò dicendogli: «Monsignore, io so che voi

mirate a farvi duca di Milano; ma cavatevelo dalla fantasia, che io

vi prometto da leale signore che io vi farò morire». A tale minaccia,

senza dubbio non meritata, rispose il fratello colla riverenza ch'ei

doveva al suo signore; ma il duca, sospettoso, ingiusto, depresso,

timido, violento, non meritava certo di essere sovrano.

Storia di Milano, vol. 2 · 第 15 / 21 题