_Di Matteo I, di Galeazzo I e d'Azzone Visconti, signori di
Milano._
La storia d'un paese repubblicano può paragonarsi ad una vasta
pittura che rappresenti un grande ammasso di oggetti variati, sulla
quale scorre lo sguardo, incerto talora quali delle figure meritano
un'attenzione distinta; alcuni oggetti veggonsi appena illuminati,
altri indicati appena in lontananza; e nella memoria non rimane poi
se non un tutt'insieme. Laddove la storia d'un paese soggetto ad un
principe si rassomiglia ad un quadro storiato, di cui le figure tutte
servono al risalto del principale ritratto, che a sè chiama i primi
sguardi dello spettatore, nella mente di cui rimangono le tracce
distinte della fisionomia rappresentata e della disposizione del
quadro. Mutata la forma tumultuosa ed instabile della nostra città;
assoggettata questa alla signoria de' Visconti, i costumi, la felicità,
la pace, la guerra, la povertà o la ricchezza diventarono dipendenti
della buona o cattiva indole del sovrano, sul quale principalmente
convien fissare lo sguardo. (1311) I Torriani vennero per sempre
scacciati, siccome dissi, dalla città. Matteo Visconti collo sborso di
quarantamila fiorini d'oro, l'anno 1311, nel mese di luglio, ottenne
dal re dei Romani, Enrico di Lucemburgo, un diploma col quale lo creò
vicario imperiale nella città e contado di Milano. Diciassette anni
prima, Matteo istesso era stato creato vicario imperiale dall'augusto
Adolfo, non di Milano soltanto, ma di tutta la Lombardia, come mero
e misto imperio. Il re Enrico doveva abbandonare la Lombardia, ed
inoltrarsi verso Roma, ove ricevette la corona imperiale. Egli aveva in
animo di sottomettere il regno di Napoli, ma gli mancavano i danari;
non è quindi meraviglia che, volendo egli trar profitto dalla carica
di vicario dell'Impero, la concedesse un uomo che gli dovea tutto,
cioè Matteo Visconti. (1313) Passò poi quel buon imperatore nella
Toscana, ove, a Buonconvento, morì il 24 agosto 1313. La controversa
cagione della di lui morie non è un oggetto appartenente alla storia di
Milano. L'arcivescovo di Milano era uno della casa della Torre, cioè
Cassone della Torre; e doveva vivere esule dalla sua patria, seguendo
il destino della sua famiglia. Egli dalla Francia, ove stavasene
ricoverato presso del papa, si portò a Pavia, città che allora non
era dominata dai Visconti, e l'anno 1314 da Pavia scrisse a Matteo
Visconti una lettera che comincia così:[1] _Cassonus etc. Viris utinam
providis Mattheo Vicecomiti, vicario et rectori, sive capitaneo,
potestati, sapientibus et antianis, consiliariis, consulibus, consilio,
Communi civitatis Mediolani, et Galeatio, Luchino, etc._; indi espone
i mali fatti ai possessi arcivescovili, e conclude:[2] _ut ideo tu
Mattheus Vicecomes, et ilii ut supra nominati, nisi vos emendavetis
de praedictis, in perpetuum excomunicamus, anathematizamus, omnique
commercio humano ac ecclesiastica sepultura atque sacris ordinibus
privamus_[3]. Pare che questo sia stato il primo annunzio degli anatemi
che vennero scagliati dappoi. Matteo era un uomo acuto e pacato.
Poco a poco stese la sua dominazione su Piacenza, Bergamo, Novara
e qualche altra città. (1215) Pavia era una città forte, nemica di
Milano quasi da trecento anni. Matteo Visconti fece comparire le sue
armi sotto Pavia, le quali intrapresero dalla parte di Milano un finto
attacco, a rispingere il quale incautamente accorsero tutte le forze
del presidio. Frattanto un altro corpo di militi di Matteo, assistito
da' corrispondenti ch'erano nella città, entrò dall'opposta parte in
Pavia, guidato da Stefano Visconti, uno dei figli di Matteo; e così
Pavia diventò dei Visconti l'anno 1315, e si assicurò Matteo che da
quella vicina e forte città l'arcivescovo Cassone della Torre non
gli avrebbe più scritte di tai lettere. I Pavesi, un secolo e mezzo
prima, avevano avuta gran parte nella rovina di Milano. Ne' meschini
tuguri ove stavano appiattati i nostri maggiori a Noceto e Vigentino,
risuonavano ancora i singulti degli avviliti cittadini, che temevano
non incendiassero i Pavesi anche que' tristi ricoveri. Matteo Visconti
risparmiò ogni danno possibile ai Pavesi, fabbricò un castello col
quale assicurarsi quella signoria, e ne confidò il comando a Luchino
suo figlio. Matteo non era punto atroce, e pensava alla stabile
grandezza del suo casato. Le sue armi erano confidate a' suoi figli.
Non sembra ch'egli fosse in conto alcuno uomo da guerreggiare; Marco
Visconti comandava Alessandria e Tortona, Galeazzo comandava Piacenza,
Luchino Pavia, e Lodrisio, cugino di Matteo, comandava Bergamo. I figli
suoi avevano ardor militare e perizia; e l'estensione del dominio n'è
la prova; poichè in breve furono assoggettate Piacenza, Bergamo, Lodi,
Como, Cremona Alessandria, Tortona, Pavia, Vercelli e Novara; e così
Matteo signoreggiava undici città, compresa Milano.
Non poteva piacere al papa la signoria de' Visconti per le ragioni che
altrove ho indicate. Il papa, sebbene rifugiato nella Francia, sempre
aveva in vista l'Italia. Dopo la morte di Enrico di Lucemburgo gli
elettori nella Germania formarono due partiti, e furono incoronati re
di Germania e de' Romani Federico d'Austria e Lodovico di Baviera. Il
papa Clemente V aveva inalberata una pretensione, che fu poi cagione
di una lunga guerra fra l'Impero ed il sacerdozio. Pretendeva quel
papa che il giuramento che solevano gl'imperatori pronunziare nella
incoronazione fatta dal sommo pontefice, fosse un giuramento di fedeltà
e di vassallaggio. (1317) Questa opinione la sosteneva anche il suo
successore Giovanni XVII; e in conseguenza spedì, l'anno 1317, due
frati nella Lombardia, i quali in di lui nome dichiararono invalide le
elezioni di Federico e di Lodovico: pubblicarono vacante l'Impero, e
comandarono che non ardisse alcuno di arrogarsi il titolo di vicario
imperiale. La cosa era chiara che si aveva di mira Matteo Visconti, la
di cui pieghevole politica non urtava mai, e secondava anzi i tempi.
Matteo cessò di chiamarsi vicario imperiale, e assunse il titolo
di _signor generale di Milano e suo distretto_[4]. Forse il papa e
l'arcivescovo Cassone della Torre si aspettavano minore compiacenza; e
quindi speravano un pretesto per venire ad un'aperta rottura. Matteo,
da saggio, abbandonò una parola per non compromettere la dominazione.
L'arcivescovo era esule; ma non sappiamo che potesse darsene colpa a
Matteo; poichè forse non v'era atto di autorità che lo allontanasse
dalla diocesi, in cui non si credeva però sicuro l'arcivescovo, sotto
la signoria de' rivali della sua famiglia. Non vedendo quindi Cassone
della Torre speranza alcuna di ritornare al possesso della sua sede
arcivescovile, cercò del papa il patriarcato di Aquilea, e il papa
glielo conferì. Poichè Matteo Visconti seppe essere vacante la sede
metropolitana, maneggiò la cosa in modo, che gli ordinari passarono
ad eleggere arcivescovo Giovanni Visconti, altro figlio di Matteo.
Cassone della Torre era stato parimenti eletto dagli ordinari l'anno
1308, senza che il papa Clemente V vi facesse opposizione. Questo
era il metodo delle elezioni praticato sempre nella nostra chiesa,
prima che Urbano IV, di propria autorità, eleggesse l'arcivescovo
Ottone Visconti, l'anno 1262. Con tutto ciò il papa non badò punto
alla canonica elezione fatta dagli ordinari, e in Avignone consacrò
arcivescovo di Milano certo frate francescano, per nome Aicardo.
L'elezione che aveva fatta il papa dell'arcivescovo Ottone poteva
comparire in qualche modo giustificata, attesa la discordia degli
ordinari, che da più anni lasciavano sprovveduta dal pastore la chiesa
milanese. Ma questa noncuranza d'una elezione regolare e canonica non
poteva comparire altrimenti che una ostilità. Matteo Visconti era
cauto, moderato; ma non era pusillanime. Non permise mai che frate
Aicardo ponesse il piede ne' suoi Stati.
Matteo Visconti aveva cinque figli: Galeazzo, Luchino, Marco, Stefano
e Giovanni, creato arcivescovo. Sebbene Galeazzo, Luchino e Stefano
abbiano mostrato valor militare in ogni occasione presentandosi ai
nemici, Marco però li superava, e aveva i talenti d'un buon generale.
Fu spedito dal padre a tentare la conquista di Genova; e l'impresa
non riuscì, perchè il re Roberto di Napoli vi trasportò una flotta ed
un'armata in soccorso. Non però abbandonò sì tosto quell'impresa Marco
Visconti, che anzi, avendogli fatto intimare il re che sciogliesse
tosto l'assedio, poichè altrimenti sarebbe venuto ad attaccarlo alle
porte di Milano, Marco gli fece dire per risposta, che non occorreva
andar tanto lontano, giacchè egli era pronto a riceverlo ivi alle
porte di Genova[5]. Il re Roberto era collegato col papa; e, portatosi
egli in Avignone, Matteo Visconti fu uno de' principali oggetti che
si trattarono in tal conferenza. Egli veniva accusato[6] _de pessimis
criminibus, et de haeresi, licet non foret noxius_[7]. Il cardinale
Berengario, vescovo tusculano, fu destinato a formare il processo
a Matteo Visconti, ed ivi in Avignone quel cardinale riferì in
concistoro, che risultava dall'asserzione di testimonii degni di fede,
essere Matteo Visconti gravemente diffamato come reo di sacrilegi,
delitti ed eccessi. La fama di tali accuse giunse a Milano; e Matteo,
per calmare la procella, cominciò a permettere che frate Aicardo fosse
dal clero riconosciuto per arcivescovo; e così rinunziò al dritto
acquistato da Giovanni suo figlio, già canonicamente eletto alla
medesima sede. (1319) Oltre ciò, volendo dare un pubblico attestato
insigne della sua divozione alla Chiesa, ricuperò il rinomatissimo
tesoro di Monza che nei passati guai era stato depositato in pegno
al tempo di Napo Torriano; e colle sue mani, la vigilia del Natale
dell'anno 1319, lo portò in Monza e lo depositò sull'altare di
quella chiesa di San Giovanni. Questo tesoro consisteva in corone e
calici d'oro gemmati; e convien dire che fosse veramente un tesoro,
poichè veniva stimato allora ventiseimila fiorini d'oro[8]. Ma questa
pieghevolezza di Matteo Visconti non bastò a concigliarli l'aderenza
del papa, il quale voleva esclusi i Visconti dalla dominazione,
assoggettato l'Impero, e dipendente l'Italia. Giovanni XXII spedì
nella Lombardia ii cardinale Bertrando del Poggetto in qualità di
legato[9], il quale dichiarò l'Impero vacante; nulla l'elezione di
Lodovico il Bavaro; creò vicario imperiale il re Roberto di Napoli;
comandò a tutto il clero di Lombardia di ubbidire al nuovo vicario
imperiale; e finalmente intimò a Matteo Visconti di doversi presentare
in Avignone al papa per rendergli conto dei delitti che gli erano
imputati. L'affare era serio, perchè era già in marcia alla volta della
Lombardia un'armata di francesi, comandata dal conte del Maine, in
nome del nuovo vicario il re Roberto di Napoli. Matteo, richiamando
Galeazzo da Piacenza, Marco da Genova, e Luchino da Pavia, radunò
tutte le sue forze, le quali consistevano in cinquemila cavalli e
quarantamila fanti[10]. Il comando venne affidato a Galeazzo e non a
Marco, fors'anco perchè non si doveva decidere la questione colle armi.
Marciò l'armata sino verso Sesia nel Piemonte, ove si trovò in faccia i
nemici. Pose le sue tende Galeazzo, indi spedì al conte del Maine due
botti d'argento, che si dicevano piene di generoso vino; facendogli
dire ch'ei provava sommo rincrescimento nel vederselo nemico, sì per
l'ossequio ch'ei professava alla casa di Francia, quanto per essere
stato ei medesimo onorato del cingolo della milizia dal conte di
Valois, di lui padre. I due eserciti non si offesero, anzi i Francesi
dopo due giorni piegarono le tende, e, ripassate le Alpi, tornarono
alla loro patria, lasciando la Lombardia come prima. Si credette da
alcuni che le due botti fossero ripiene di monete, e che Matteo con
quelle armi si fosse difeso. Per quanto miti fossero i ripieghi di
Matteo, il papa non voleva in conto alcuno nè tregua nè pace; anzi da
lui si voleva annientato nell'Italia il potere nascente de' Visconti.
Il papa spedì un breve in cui diceva che, quantunque Matteo Visconti
avesse deposto il titolo di vicario imperiale, nondimeno aveva osato
chiamarsi signore di Milano; e in pena di questo disprezzo della Santa
Sede lo scomunicò. Ordinò che la scomunica si pubblicasse in tutte
le chiese, e citò nuovamente Matteo a comparire in Avignone a dire
le sue discolpe[11]. Il cardinale legato Bertrando del Poggetto, da
Asti, ove si era domiciliato, spedì a Milano certo Ricano di Pietro,
suo cappellano, incaricato di consegnare il breve. Ma appena era
il cappellano disceso nell'albergo, si vide attorniato da un grosso
numero di sgherri, i quali l'obbligarono a rimontare tosto a cavallo, e
partirsene: di che se ne lagnò il cardinal legato in una sua enciclica:
individuando che nemmeno si era voluto permettere che facesse
abbeverare i cavalli, e il cappellano e i suoi seguaci dovettero
lasciare a mezzo il loro pranzo, facendogli persino difficoltà dalla
gran fretta di ripigliare il cappello, che aveva deposto, e scortandoli
direttamente fuori dello Stato senza permetter loro di parlare con
alcuno[12]. Se il cardinal legato trovava biasimevole Matteo, perchè
si riparava da un colpo mortale da esso slanciatogli, doveva almeno
non lagnarsi della moderazione istessa con cui se n'era riparato.
(1320) Il cardinale Bertrando del Poggetto, il giorno 3 settembre
1320, nella chiesa de' Francescani in Asti, nuovamente scomunicò
Matteo, e nuovamente lo citò a comparire in Avignone. Matteo cercava
pure le vie d'un accomodamento; ma le condizioni che si proponevano
erano inammissibili da un uomo che era sovrano, e talmente sovrano,
che veniva considerato come un re della Lombardia, siccome dice il
Villani[13]. Si voleva che rinunciasse al governo di Milano; che
riconoscesse per suo signore Roberto re di Napoli; e che i signori
della Torre ritornassero alla loro patria[14]. Queste proposizioni
non piacquero a Matteo nè alla città di Milano. Il papa continuava a
citare Matteo Visconti; pubblicava incessantemente i monitorii, e in
essi gli rinfacciava i delitti: i quali consistevano in esazioni fatte
sul clero, giurisdizione esercitata sopra persone ecclesiastiche,
autorità adoperata nelle elezioni de' superiori de' conventi. (1321)
Poi nel 1321, il giorno 20 di febbraio, lo stesso papa Giovanni XXII,
con sua bolla, pubblicata dal nostro conte Giulini[15], condannò
Matteo a pagare diecimila marche d'argento; nuovamente lo scomunicò,
e lo dichiarò decaduto da tutt'i beni, feudi, onori, ragioni, ec., e
dice che così lo sentenziava:[16] _Tum quia reatus sacrilegii cognitio
et punitio ad ecclesiasticum forum spectat, tum etiam quia, vacante
Imperio, sicut et nunc vacare dignoscitur, ad nos et apostolicam Sedem
pertinet excedentium hujusmodi in Imperio existentium ausus comprimere,
oppressionem tollere, ac lassis et oppressis justitiam ministrare_.
Poco dopo andò più avanti il papa; scomunicò anche i figli di Matteo,
pose all'interdetto le città possedute dai Visconti, ordinò agli
inquisitori di processarlo, e il breve comincia così:[17] _Profanus
hostis, et impius auctor immanis scelerum et culparum, Mathaeus
Vicecomes de Mediolano, partium Lombardiae radibus populator, etc._[18]
(1322). Gl'inquisitori citarono Matteo a doversi presentare al loro
tribunale il giorno 25 febbraio 1322 in una nominata chiesa, presso
Alessandria. Vi comparve il di lui figlio Marco, con grande comitiva di
cavalli e fanti e bandiere spiegate. Gl'inquisitori si trasportarono
a Valenza, ove condannarono Matteo, come reo di venticinque delitti,
molti de' quali consistevano in avere Matteo imposto carichi anche
al clero, ed avere esercitata giurisdizione sopra i beni, i corpi
e le persone ecclesiastiche. Se gli faceva delitto perchè avesse
impedito che le chiese del milanese pagassero tassa al cardinale
legato ed alla camera apostolica. Altro delitto se gl'imputava d'aver
impedita l'emigrazione per la Crociata. Indi fra le sue colpe due se
ne ricordano le quali meritano riflessione; cioè d'aver posto argine
all'Inquisizione, e d'avere pregato per liberare l'infelice Mainfreda,
che fu, malgrado le sue preghiere, bruciata viva, siccome narrai al
capitolo nono. Concludeva la narrazione de' delitti, asserendo che
Matteo negava la risurrezione de' corpi; aveva da' suoi progenitori
ereditato il veleno dell'eresia, era collegato co' scismatici, sentiva
male de' sacramenti, disprezzava l'autorità delle chiavi, e aveva
fatto lega co' demonii, più volte da lui esecrabilmente invocati.
Quindi si sentenziava Matteo Visconti eretico, i suoi beni mobili
ed immobili confiscati; veniva privato del cingolo della milizia,
dichiarato incapace di nessun ufficio pubblico, degradato da ogni
dignità ed onore, e nominato perpetuamente infame, dando la facoltà a
chiunque di arrestarlo. Inoltre i figli di Matteo, e persino i figli
de' suoi figli vennero dichiarati incapaci perpetuamente di qualunque
ufficio, di qualunque dignità e di qualunque onore. La sentenza è del
giorno 14 marzo 1322, data nella chiesa di Santa Maria di Valenza, e
la pronunziarono frate Aicardo, arcivescovo di Milano, frate Barnaba,
frate Pasio da Vedano, frate Giordano da Montecucco, frate Onesto da
Pavia, domenicani inquisitori, alla presenza del cardinale legato[19].
Il cardinal legato, in Asti, pubblicò una remissione plenaria, non
solamente della pena, ma della colpa de' peccati, a chiunque prendesse
le armi, e marciasse sotto lo stendardo che ivi fece inalberare, alla
distruzione di Matteo Visconti e de' fautori suoi:[20] _Fecit portare
vexillum sanctae Ecclesiae super solarium de domo; praedicatum fuit
ibi, quilibet vir et mulier, qui vellet sequi dictum vexillum ad
destruendum dictum Mathaeum et coadjutores ejus, liber et mundus sit
tam a culpa, quam a poena_[21]; e nella cronaca di Pietro Azario si
legge che le maledizioni furono estese sino alla quarta generazione da
quel cardinale legato:[22] _Sententias excommunicationis proferendo,
thesauris Ecclesiae apertis et undequaque stipendio perquisito contra
praefatum dominum Mathaeum et sequaces, usque in quartum gradum suarum
progeniarum_[23].
In quale misero stato si ritrovasse, dopo tutto ciò, Matteo Visconti,
è facile l'immaginarselo. Molti dei nobili, per la naturale invidia
d'una nascente potenza, aderivano al legato. Altri tremavano per
obbedire ad un eretico scomunicato; e il popolo tutto era inorridito
per l'anatema e l'interdetto pronunziati sopra della città. Il Corio
riferisce quell'epoca, ed io mi servirò delle parole di lui. I nobili
adunque «di continuo interponevano littere al legato, ed in altro non
havevano il pensiere se non excogitare in quale modo Matteo con li
figlioli potessino rimovere dal governo dil milanese imperio. Mattheo
da questa hora avante più non si volse intromettere de veruna cosa
concernente al Stato suo, ma in tutto ne le mano de Galeazzo renuntiò
il dominio, grandemente condolendosi de la lite quale contra la Chiesia
cognosceva moltiplicare, ed anche perchè non altramente da li cittadini
milanesi se haveva a guardare come da pubblici e capitali inimici,
inde tutto il pensiere suo puose, con devotione a visitare li templi,
et ultimamente un giorno avante alo altare de la chiesia maggiore
havendo facto convocare il clero, e pervenuti alla presenzia di quello
con alta voce cominciò a dire _Credo in Deum Patrem_, e disse tutto
lo symbolo, lo quale fornito, levando il capo, cridava che questa era
la sua fede, la quale haveva tenuto tutto il tempo della vita sua, e
che qualunque altra cosa gli era imposto, con falsitate lo accusavano,
e da ciò ne fece conficere un pubblico instrumento[24]». Il Rainaldi
confessa che in quei processi vi è stata della parzialità:[25] _Certe
fidei censores studio partium nimium commotos in percellendis sententia
haereseos Gibillinis aliquibus constat_[26]; e il papa Benedetto XII,
diciannove anni dopo, con sua bolla del 7 maggio 1341, dichiarò e
sentenziò iniqui e nulli i processi fatti nel 1322:[27] _Processus,
et sententias supradictas, ex certis causis legittimis atque justis
repertis in eis, inique factos invenimus existere, atque nullos ipsos
processus et sententias per archiepiscopum, Paxium, Jordanem, Honestum
et Barnabam praefactos, et eorum quemlibet super praemissis, communiter
vel divisim, contra Johannem et Luchinum praedictos_ (erano allora
quei due figli di Matteo signori tranquilli di dodici città) _habitos
atque latos, et quaecumque secuta sunt ex eisdem vel ob eos, de ipsorum
Fratrum nostrorum consilio, et authoritate apostolica, inique facta
ac nulla atque irritata declaramus_[28]. Comunque fossero i processi,
certo è che un séguito di tante angustie oppresse l'animo di Matteo,
già indebolito anche dalla non più vegeta età di sessantadue anni;
e dopo breve malattia, nella canonica di Crescenzago, tre miglia
lontano da Milano, finì i suoi giorni il 24 di giugno dello stesso
anno 1322, poco più di tre mesi dopo della sentenza. I figli tennero
per alcuni giorni occulta la di lui morte; anzi si facevano entrare
medici e cibi nella stanza, come se Matteo tuttora fosse vivo; e ciò
si fece per aver modo almeno di salvare le di lui ceneri, e riporle
certamente in luogo ove alcuno non potesse insultarle «per paura dil
pontifice, che il cadavere non facesse remanere insepulto», dice il
Corio. Qual carattere abbia fatto di Matteo il Fiamma, si è veduto
nel capitolo precedente. La fisonomia di Matteo era piacevole: due
begli occhi cerulei, vivaci, carnagione bianca, tratti del volto fini
e gentili. Egli non si mostrò crudele giammai. Ebbe il raro talento di
sopportare in pace la fortuna contraria, e il talento più raro ancora
di non ubbriacarsi coi favori di lei. Nessuna prova egli diede mai di
valor militare, e tutti i successi felici delle sue armi si debbono
al coraggio ed al talento di Luchino, di Galeazzo, e sopra gli altri
di Marco, suoi figli. Di quest'ultimo l'Azario dice:[29] _qui omnes
alios probitate excedebat_[30], e si vede che credette di significare
prodezza. Per altro in Matteo non si conosce alcuno di que' tratti
sovrani che indicano le anime grandi, capaci d'innalzarsi al sublime.
Egli si limitò sempre a pensieri proporzionali alla sua condizione
presente, e preferì la prudenza all'eroismo. La grandezza della sua
casa singolarmente si deve a lui: ma piuttosto per una combinazione
di circostante, che per un ardito progetto ch'ei ne avesse immaginato.
Matteo è stato un buon uomo, un buon padre, un buon principe, accorto,
giudizioso; ma non l'ho chiamato Matteo Magno, perchè quel titolo è
consacrato per distinguere quelle anime vigorosamente energiche, le
quali, slanciatesi oltre la sfera comune degli uomini, formano un'epoca
della felicità, della coltura e dei progressi della ragione negli
annali del genere umano.
Se la guerra contro di Matteo Visconti fosse stata mossa per motivi
personali, colla di lui morte sarebbe terminata, ed avrebbe Milano
nuovamente goduta la tranquillità; ma l'oggetto della ostilità era
di opprimere una nascente potenza; e perciò Galeazzo I, al quale
Matteo aveva rinunziato avanti di morire il governo dello Stato, si
trovò esposto alle persecuzioni, più animose ancora di quelle che
afflissero gli ultimi anni della vita di suo padre. Già vedemmo che
Galeazzo, coll'inquietudine sua incautamente indisponendo i Milanesi,
era stato cagione della perdita della signoria, del ritorno de'
Torriani e dell'esilio a cui soggiacque la sua casa. La sperienza
di venti anni che erano trascorsi, non aveva reso molto prudente
Galeazzo; il quale, nell'anno medesimo in cui morì Matteo, perdette
il dominio di Piacenza per un'inconsideratezza appena perdonabile nel
primo bollore della gioventù. Il signor Vessuzio Lando era uno dei
primari nobili di Piacenza, distinto per il valore, per i costumi e
per le ricchezze; egli aveva in moglie la signora Bianchina Landi,
bellissima giovine, che amava teneramente il suo sposo. Galeazzo
credette, con poca accortezza, di renderla infedele, ed essa informò
il caro sposo dell'insidie che se gli tessevano; e così il Lando,
unitosi al cardinal legato Bertrando del Poggetto, occupò Piacenza a
nome del papa. In quella sorpresa corse gran rischio d'essere preso il
giovine Azzone, figlio di Galeazzo, il quale trovavasi in Piacenza,
con Beatrice d'Este, di lui madre. Questa virtuosa donna lo salvò,
sottraendolo con poca scorta, al primo avviso ch'ebbe della sorpresa;
indi ebbe la fermezza di rimanere esposta al rischio degl'insulti nel
suo palazzo, acciocchè non si dubitasse della partenza d'Azzone, e
frattanto egli profittasse del tempo per salvarsi; anzi andava ella
gettando delle monete ai vincitori, e così fece perdere più lungo
tempo. Ma quando s'avviddero poi che in nessun ripostiglio si trovava
il giovine principe, troppo tardi s'accorsero del pietoso inganno
della principessa madre, la virtù della quale venne rispettata dai
nemici, i quali onorevolmente la scortarono fuori di Piacenza. Galeazzo
I non aveva insomma le virtù di suo padre, e perciò, quantunque in
Milano avesse un forte partito che lo sosteneva malgrado gli anatemi,
fu egli costretto di fuggirsene il giorno 9 dicembre di quell'anno
1322; sebbene un mese dopo vi rientrò come privato, e prima del
terminar di quell'anno, a grido generale del popolo, venne proclamato
signore di Milano il giorno 29 dicembre. Ma il papa non lo lasciò
tranquillo. Pubblicò una bolla per cui ordinò a tutto il clero di
Milano che immediatamente uscisse dalla città, e non si accostasse
a quella per lo spazio di tre miglia. Ognuno s'immaginerà qual
turbamento doveva nel popolo cagionare questa novità, che toglieva
la possibilità d'assistere ai sacri misteri, privava i moribondi
del soccorso dei ministri dell'altare, ed esiliava dalla patria i
cittadini nei quali stava comunemente collocata la maggiore confidenza
e venerazione. Nè quivi pure ebbe confine la controversia. Fece il papa
predicare nell'Inghilterra, nella Francia e nell'Italia un'indulgenza
generalissima in beneficio di chiunque prendesse le armi contro de'
Visconti; e così venne a formare una Crociata contro di essi, come
si era fatto contro de' Saraceni. L'armata dei crocesignati già
aveva occupato alcuni borghi del milanese. La comandava Raimondo di
Cardona, nipote del cardinal legato Bertrando del Poggetto. Le cose
de' Visconti andavano alla peggio. (1323) Il giorno 13 giugno 1323
l'esercito sacro s'impadronì dei sobborghi di Milano, e singolarmente
quelli di porta Nuova, porta Renza e porta Comacina furono in preda
alla licenza dei crocesignati, che, violando le donne, passando a fil
di spada gli uomini e distruggendo colle fiamme le case, portarono gli
eccessi al colmo[31]. Nella città però essi non poterono entrare. La
città era bloccata, e ci riferisce il Corio che i Fiorentini ch'erano
nell'esercito pontificio, il giorno del loro santo protettore san
Giovanni Battista, fecero correre il palio sotto le mura di Milano[32];
sorta d'insulto che talvolta si usava per dimostrare che non si temeva
in verun conto dell'inimico, non credendosi in lui coraggio nemmeno di
uscire per interrompere i giuochi degli assedianti. Talvolta ancora
si usò di contare moneta sotto le mura nemiche, ponendo una preziosa
officina, che non può sottrarsi con celerità, sotto gli occhi de'
nemici, in segno di disprezzo. Tale era la condizione de' Visconti,
che pareva inevitabile la totale loro rovina. Due cose però concorsero
ad impedirla; il valore, l'attività, la condotta militare di Marco
Visconti, e la riunione degli interessi di Lodovico il Bavaro con quei
de' Visconti. Il papa dichiarava vacante l'impero; pretendeva di far
egli frattanto l'ufficio dell'imperatore; creava vicario imperiale
Roberto, re di Napoli. Lodovico di Baviera, che si considerava
imperatore legittimo, non poteva preservare il regno italico e impedire
l'intrusione di questo preteso vicario imperiale, se non soccorrendo
i Visconti; poichè da solo non aveva forze bastanti per tentare
l'impresa. Infatti Lodovico il Bavaro aveva spedito ai Visconti un
corpo di truppe comandate dal conte di Mährenstädten. L'instancabile
papa Giovanni XXII non bilanciò punto a scomunicare Lodovico di
Baviera, incolpandogli fra le altre cose l'aiuto ch'egli aveva dato
ai Visconti. Il Rainaldi, che ne pubblicò la bolla, così ridette:[33]
_Non deerant tamen Ludovico plures rationes; quae ipsius gesta apud
plerosque excusarent. Controversiam de Imperio cum Federico austriaco
jam direptam ferro. Mediolanum vero defensum non ut Galeatio haeretico
studeret, sed ut assereret, sibi Imperii jura, neque a Roberto Siciliae
rege amplissimam Imperii provinciam nunquam forte recuperandam occupari
pateretur. Non his tamen Johannes a meditato consilio revocatus
est_[34]. Lodovico venne così impegnato più che mai a sostenere i
Visconti. L'armata dei Crociati aveva l'interno vizio d'un'armata
combinata di drappelli di varii principi e di varie nazioni; basta il
tempo per indebolirla colle gelosie, le rivalità e i sospetti. (1324)
Nel giorno 28 di febbraio 1324 a Vaprio venne potentemente battuta.
Il generale Raimondo di Cardona fu preso: egli era nipote, siccome
dissi, del cardinal legato; Simone della Torre restò ucciso sul campo;
Enrico di Fiandra se ne fuggì a piedi; molti rimasero sul campo; molti,
fuggendo, s'affogarono nell'Adda; insomma la vittoria fu compita per
i Visconti. Marco Visconti voleva profittare del momento, e marciare
a sloggiare da Monza i crocesignati che vi avevano trovato ricovero.
Ei conosceva che l'opinione decide nella guerra più che la forza
fisica; che le battaglie non si vincono per aver ridotto l'inimico
all'impossibilità di continuare la contesa, ma per lo spavento che gli
si è potuto imprimere; e che, assalendo una armata nel punto in cui
gli uomini sono sgomentati per una rotta, la vittoria è sicura. Così
pensava Marco; ma il primogenito Galeazzo, forse perchè il progetto
era del fratello, non lo volle secondare. I crocesignati in Monza
si premunirono, ripresero animo, si prepararono una difesa contro
di qualunque insulto; e Marco, deridendo Galeazzo, gli diceva poi:
«Fratello, va a Monza che si vuol rendere». Otto mesi di blocco dovette
spendere Galeazzo per averla. Infine poi, dopo di avere sofferti tutti
i mali della fame e della libidine militare, Monza si rese il giorno 10
dicembre 1324; e così Galeazzo vide terminar la Crociata mossa contro
di lui.
Mentre era Monza bloccata e abbandonata in preda alla violenza che
usavano questi avanzi di un'armata collettizia, i canonici di San
Giovanni di quel borgo avevano somma inquietudine che le rapine non
si estendessero sopra del pregevolissimo tesoro della loro chiesa;
il quale allora, siccome dissi, era valutato ventiseimila fiorini
d'oro, oltre il pregio delle cose sacre antiche. Deputarono quindi
quattro canonici del loro ceto, ai quali commisero di pensare a un
sicuro nascondiglio, ed ivi riporlo. Fecero giurar loro un inviolabile
secreto, da non rivelarsi se non in punto di morte. Poichè da essi fu
eseguita la commissione, e il tesoro collocato, non si sapeva dove,
il capitolo obbligò i quattro depositari del secreto a partirsene, e
separatamente frattanto vivere altrove; acciocchè non potesse colle
minacce, e fors'anco colle torture, costringersi alcun d'essi a
parlare, e in potere di que' licenziosi non rimanesse alcun presso
cui fosse il secreto. Pensare non si poteva più cautamente, eppure
Monza perdette il tesoro. Uno de' quattro canonici, che aveva nome
Aichino da Vercelli, stavasene in Piacenza, ove venne a morte, e
palesò il secreto a frate Aicardo, arcivescovo di Milano. Da esso ne
fu bentosto informato il vigilantissimo cardinale legato, Bertrando
del Poggetto; il quale non perdè tempo, e incaricò Emerico, camerlingo
di santa Chiesa, che trovavasi in Monza, di trasmettergli quel tesoro,
siccome eseguì puntualmente, e indi fu trasportato in Avignone, dove
dimorava il papa, d'onde, venti anni dopo, signoreggiando Luchino,
venne restituito l'anno 1344. Io lascerò al chiarissimo signor canonico
teologo don Antonio Francesco Frisi la cura di verificare se la
restituzione siasi fatta senza alcuna perdita. Il valore dell'oro e
delle gemme che oggidì ivi si mostrano, non giunge fors'anco a duemila
fiorini d'oro. Egli, che con varie dissertazioni ba illustrate le
antichità di Monza, ci renderà istrutti esattamente anche di ciò nella
dissertazione che si è proposto di pubblicare sul tesoro di quella
chiesa.
Poichè Galeazzo ebbe Monza in suo potere, e si vide liberato dalla
Crociata, pensò tosto a rendere quei luogo munito in avvenire contro
simili accidenti. Importava molto il non avere alla distanza di sole
dieci miglia da Milano un borgo facilmente prendibile, e nel quale
i nemici, con molto numero d'armati, potessero sostenersi per alcuni
mesi, siccome poco anzi era accaduto. (1325) Per tal motivo Galeazzo I,
l'anno 1325, fabbricò un castello in Monza, di cui vedesi anche oggidì
la torre rovinosa. Il modo col quale fece quel principe fabbricare
quella torre ci prova sempre più quanto poco ei rassomigliasse al buon
Matteo suo padre. Veggonsi anche al dì d'oggi le prigioni orrende,
destinate a far soffrire l'umanità, calandovi gli uomini come entro
un sepolcro per un buco della vôlta; ove discesi posavano sopra di un
pavimento convesso e scabroso, tanto vicino alla vôlta da non potervisi
reggere in piedi. Così egli aveva immaginato il modo di aggiugnere
all'angustia, alla privazione della libertà, al timore dell'avvenire,
al maligno alimento del cibo e dell'aria, anche il tormento di far
succedere una positura dolorosa ad un'altra dolorosa. Galeazzo I questa
unica memoria ci lasciò come sovrano, poichè la signoria di lui fu
breve, e la cagione la troviamo nella domestica discordia. Marco, che
col suo valore aveva conservato e difeso lo Stato, non poteva soffrire
il fasto di Galeazzo I, a cui il padre aveva lasciata la signoria. La
distanza che passa fra un sovrano ed un suddito, rendeva insopportabile
a Marco la sua condizione. I principi cadetti delle due case sovrane,
sono educati sin dalle fasce a venerare nel primogenito il venturo
signore: ma a ciò non era disposto dall'educazione l'animo di Marco.
La dominazione di Matteo Visconti, loro padre, fu tanto eventuale,
precaria ed incerta, che nessun uomo, per illuminato ch'ei fosse,
avrebbe potuto con ragione antivedere s'egli avrebbe finito come
privato, siccome nacque, ovvero qual principe, siccome avvenne. Perciò
la disparità fra i fratelli sopragiunse come un avvenimento impensato,
il quale doveva eccitare la vampa delle passioni nei cadetti. Giovanni
era di carattere mite, e la condizione sua d'ecclesiastico moderava
l'invidia. Luchino aveva egli pure la prudenza di accomodarsi ai tempi.
Stefano aveva moglie e figli. Marco era quello che più si mostrava
intollerante. Egli s'era fatto conoscere e stimare dagli stipendiati
tedeschi, spediti da Lodovico il Bavaro, onde non gli fu cosa difficile
l'indurre quell'eletto imperatore a venire nell'Italia, per celebrare
le incoronazioni a Milano ed a Roma. Si pretende ch'egli trovasse il
modo d'irritare l'animo di quell'augusto contro de' suoi fratelli,
e contro di Galeazzo I singolarmente, supponendogli dei maneggi col
papa Giovanni XXII, dal quale, siccome ho detto, Lodovico era stato
maltrattato. (1327) Quello che sappiamo di certo si è che, nel giorno
17 di maggio dell'anno 1327, Lodovico il Bavaro entrò solennemente
in Milano, accompagnato da quattromila cavalli. Egli e la regina
Margherita, sua moglie, stavano sotto di un baldacchino. Andarono a
prendere alloggio nel palazzo del Broletto vecchio, cioè dove oggidì
trovasi la corte; e il giorno ultimo di maggio Lodovico fu incoronato
in Sant'Ambrogio. Il giorno 5 di luglio, per ordine del nuovo re
d'Italia, vennero arrestati Galeazzo, Luchino e Giovanni. Azzone,
figlio di Galeazzo, ebbe la medesima sventura. Stefano Visconti, morì
improvvisamente nella notte precedente. Gli arrestati vennero collocati
nelle nuove carceri della torre di Monza, ove Galeazzo fu il primo a
far prova dell'architettura che aveva così malamente raffinata. Il re
ebbe dalla città il dono di cinquantamila fiorini d'oro, e partì da
Milano alla volta di Roma il giorno 5 d'agosto, avendo nel suo séguito
Marco Visconti. Questa serie di fatti, e quello che accadde dappoi, ci
rendono verosimile l'opinione che Marco avesse parte della sciagura
de' fratelli. Galeazzo lo credeva; e andava dicendo: «Marco ferisce
sè medesimo;» e ciò risaputosi da Marco, in contraccambio diceva:
«Galeazzo vuol esser solo, e solo si regga.» Sperava forse Marco di
ottenere dal nuovo augusto la signoria di Milano; ma anche allora si
dovette conoscere che nelle altercazioni domestiche è facile il recare
danno ad altri; ma difficilissimo il trarne bene per noi. Lodovico
formò un consiglio di ventiquattro cittadini, e vi pose a presedere
suo luogotenente il conte Guglielmo Monforte. Così diede nuova forma al
governo della città; mentre i tre fratelli ed un nipote giacevano nello
squallore della torre di Monza, e Marco, confuso, negletto, e forse
disprezzato, languiva nella folla de' cortigiani che accompagnavano
Lodovico a Roma. L'annientamento della sua famiglia di riverbero aveva
abbassato Marco Visconti, il quale, non avendo più speranza alcuna di
rialzarsi col favore di Lodovico, si rivolse a Castruccio Antelminelli,
signore di Lucca, uomo potente e celebre nella storia di que' tempi, ed
Amico de' Visconti; e col di lui mezzo ottenne dall'imperatore, debole
e bisognoso di soccorso, la liberazione dei suoi congiunti, i quali
erano in Monza custoditi da truppe bavaresi. Marco tentò poi di avere
una sovranità sulla città di Pisa, ma gli andò il colpo a vuoto. Egli
ritornossene a Milano, sempre impetuoso ed impaziente di non vedervisi
sovrano; sintanto che, il giorno 8 di settembre dell'anno 1329, cadde
da una delle finestre della corte ducale, alcuni dicono dopo di aver
sofferta una morte violenta, e l'Azario dice:[35] _de cujus morte
certum ignoratur_[36].
Si cerca come siasi fatta l'incoronazione di Lodovico in Milano,
poichè trattavasi di consacrare uno scomunicato in una città posta
all'interdetto. L'arcivescovo Aicardo era assente; e, come aderente
al papa Giovanni XXII, non avrebbe mai osato di venire a Milano nel
tempo in cui vi si trovava il re de' Romani Lodovico. Bonincontro
Morigia, autore che allora vivea, ci dice[37], che Lodovico creò
arcivescovo di Milano Guido Tarlati, vescovo di Arezzo, e che questi
lo incoronò, assistendovi alcuni pochi vescovi, cioè Federico Maggi,
vescovo di Brescia, Arrigo, vescovo di Trento e alcuni altri ben pochi,
essendosi ritirati gli altri vescovi, per non concorrere a incoronare e
riconoscere un principe che dal papa era scomunicato e non riconosciuto
imperatore. Il Muratori non credette che Guido Tarlati facesse le
funzioni d'arcivescovo[38]. Il conte Giulini è dell'opinione del
Muratori. L'autorità di questi due eruditi uomini è presso me di gran
peso; ma nè l'uno nè l'altro dicono la ragione del loro dissenso. Il
Muratori s'accontenta d'asserire che Bonincontro Morigia[39] _a vero
longe abest_; il conte Giulini s'appoggia all'aulorità del Muratori.
Io ingenuamente confesso che le asserzioni loro non mi persuadono
abbastanza, per abbandonare il testimonio d'un autore contemporaneo;
tanto più che, essendo sempre stato lontano della sua sede frate
Aicardo, e dovendosi la consacrazione in Milano fare dall'arcivescovo,
niente vi trovo d'incredibile se Lodovico, che aveva in Trento
deposto il papa come eretico, e che in Roma ne fece creare un nuovo,
altrettanto facesse in Milano creando un arcivescovo; sebbene in
séguito quel posticcio metropolitano non abbia più nemmeno preteso di
conservarsene il titolo.
Della improvvisa morte di Stefano Visconti (dal quale discesero
Barnabò, Galeazzo II e i tre duchi Visconti, siccome vedremo) varie
sono le opinioni degli autori; alcuni attribuendola a veleno, altri
ad eccesso di vino; tutti però sono d'accordo nel riconoscerla
improvvisa[40]. Il mausoleo di Stefano vedesi nella Chiesa di
sant'Eustorgio, nella cappella di san Tommaso d'Aquino; lavoro il
quale probabilmente si fece verso la metà del secolo decimoquarto.
Poichè allora, oltre l'incertezza nella quale trovavasi la signoria
de' Visconti, anche l'interdetto avrà impedito questi onori funebri;
molto più a Stefano Visconti, scomunicato, perchè figlio di Matteo,
quantunque egli non abbia mai avuto parte nel governo dello Stato
e nelle dispute col papa. Quel mausoleo merita d'esser osservato,
per avere idea della magnificenza de' Visconti in que' tempi; e in
quella chiesa medesima merita più d'ogni altra cosa osservazione il
nobilissimo deposito di marmo cui stanno le reliquie di san Pietro
martire; opera che è delle prime e delle più antiche per servire
d'epoca al risorgimento delle arti, e da cui si può conoscere quanto
fossero già onorate e risorte verso la metà del suddetto secolo
decimoquarto. Le figure e i bassorilievi sono di un'artista pisano, che
travagliò con una maestria e grazia affatto insolita a' suoi tempi.
Galeazzo I fu liberato dal _forno_ (che tal nome aveva l'orrido
suo carcere di Monza) il giorno 25 di marzo 1328. Furono parimenti
resi liberi Luchino, Giovanni ed Azzone. Egli per più di otto mesi
aveva dovuto soffrire que' mali istessi che aveva immaginati per gli
altri. S'incamminò nella Toscana per ricoverarsi presso dell'amico e
benefattore Castruccio; ma nella prigionia aveva tanto sofferto, che in
Pescia, nel contado di Luca, morì il giorno 6 d'agosto dell'anno 1328,
all'età d'anni cinquantuno. Cinque anni durò la combattuta signoria di
Galeazzo I; giacchè, dopo il principio di luglio del 1327, da che fu
posto in carcere, nulla gli rimase più che fare nel governo. Il Corio
ce lo descrive di statura mediocre, di bella carnagione, di faccia
rotonda, e robusto della persona; ei lo qualifica liberale, magnifico
coraggioso, prudente, e parco nel parlare, ma eloquente e colto nel
poco che diceva. Il Corio sarebbe un cattivo giudice del colto ed
eloquente modo di parlare. Galeazzo fece perdere lo Stato alla sua casa
colla sua imprudente condotta vivendo suo padre. Perdette Piacenza
per avere imprudentemente tentata la signora Bianchina Landi. Lasciò
per più mesi in preda al saccheggio militare Monza, che avrebbe potuta
liberare al momento, ascoltando un opportuno parere; tutto ciò dimostra
che prudente era ben poco. Il carcere di Monza non lascia luogo a
crederlo sensibile ed umano. Non sappiamo che egli abbia commesse
crudeltà; ma nemmeno ebbe egli mai sicurezza bastante per commetterne;
e forse per la sua gloria è un bene ch'ei non abbia mai posseduto
senza contrasto il sommo potere; onde dobbiamo collocarlo nella classe
numerosa ed oscura de' principi di nessuna fama. Ei venne tumulato
in Lucca, ove il suo amico Castruccio ne fece celebrare la pompa con
magnificenza.
Lodovico il Bavaro, entrato che fu in Roma, intese come nuovamente
papa Giovanni XXII dalla Francia l'avesse scomunicato e dichiarato
illegittimo cesare[41]. Quindi, vedendo anche il popolo di Roma
assai malcontento del papa, che stavasene in Avignone, sentenziò
che il papa Giovanni (ch'ei non altrimenti nominava se non col suo
primo nome, cioè Giacomo da Euse, e come altri dicono, d'Ossa) come
scismatico, profano ed eretico, era cassato, rifiutato; e che non
più alcuno dovesse riconoscerlo per pontefice. Poscia, il giorno 12
maggio 1328, radunatisi in San Pietro il clero e i capi di Roma, venne
proclamato papa frate Pietro di Corvaria, che prese il nome di Nicolò
V, e il popolo lo riconobbe come vero papa. Frate Nicolò da Fabriano
allora recitò una solenne orazione, di cui il tema fu questo:[42]
_Reversus Petrus ad se dixit: venit Angelus Domini et liberavit nos
de manu Herodis, et de omnibus factionibus Judaeorum._ Questo Pietro
di Corvaria era francescano, e i Francescani accusavano il papa
XXII di avere delle opinioni sulla visione beatifica; il che anche
venivagli rimproverato dai teologi di Parigi, censurando tre omelie
da lui pubblicate. Il papa prima di morire ritrattò quelle sue private
opinioni. Di Pietro di Corvaria ne scrivono bene alcuni, qualificandolo
buono, pio e quasi contro sua voglia diventato antipapa[43]. Egli
terminò poi i suoi giorni in Avignone in carcere, dopo di aver chiesto
perdono a Giovanni papa. Ciò avvenne perchè Lodovico ogni giorno di
più s'andava indebolendo; e la ragione era la medesima per cui la
maggior parte de' re de' Romani dalla Germania entrarono fortissimi
nell'Italia, e videro tutto da principio piegarsi; indi poco a poco
svanirono le forze loro. Nelle diete de' principi di Germania molte
volte si pensò a far cadere la dignità cesarea sopra di un principe
che non avesse forze da opprimere. Eletto che egli era, secondo le
leggi dell'Impero, ciascun sovrano della Germania era obbligato a
scortare il nuovo augusto alla spedizione romana colle sue armi.
Quindi il nuovo eletto scendeva le Alpi comandando una rispettabile
armata, e si trovava arbitro dell'Italia. S'innoltrava a Roma. L'armata
cominciava a soffrire un clima infuocato. Le malattie, il tedio della
spedizione, l'amore della patria, la mancanza de' viveri facevano che,
un dopo l'altro, i principi prendessero congedo dal nuovo augusto,
più sollecito degli Stati propri e de' propri sudditi, che d'altro
pensiero. E quindi vediamo molti Cesari costretti a ricorrere ai
maneggi, ai partiti, alle brighe per protrarre la loro dominazione
e soggiornare più a lungo nell'Italia. Così dovette fare Lodovico,
forzato, per non inimicarsi Castruccio, ad accordare la libertà ai
Visconti; laonde (1320), per ottenere sessantamila fiorini d'oro,
che gli erano necessari per pagare lo stipendio alle truppe tedesche
che gli rimanevano, dovette vendere ad Azzone Visconti il vicariato
imperiale; il che avvenne il giorno 15 di gennaio dell'anno 1329.
Indi il falso papa Niccolò V creò cardinale della santa romana chiesa
Giovanni Visconti, zio di Azzone, e lo costituì legato apostolico nella
Lombardia, invece di Bertrando del Poggetto. Quasi tutto il clero e
popolo di Milano si gettò dal partito di papa Niccolò; e molti frati,
francescani singolarmente, declamando nelle prediche, annunziavano
al popolo che Giovanni, ossia Giacomo da Euse, non era altrimenti
pontefice, ma era anzi un eretico, uno scomunicato, un pessimo omicida;
e che il solo vero e legittimo papa era il saggio, il pio, il virtuoso
Niccolò V. Queste grida potevano sedurre la moltitudine, e piaceva
ai Visconti che ella così fosse persuasa; ma gli uomini un poco
informati non potevano dubitare che il legittimo papa era Giovanni XXII
canonicamente eletto e riconosciuto, vivo e sano, focoso e imprudente
bensì, ma non mai eretico, nè legittimamente deposto. L'affare però era
serio per papa Giovanni, e tale ch'ei facilmente perdeva ogni influenza
sull'Italia, se non piegava a tempo siccome fece, riconciliandosi coi
Visconti, e liberando finalmente i Milanesi dagl'interdetti che da
otto anni erano stati pronunziati. La data del breve è del giorno 15
settembre 1329, in Avignone[44]: e il mediatore dì questa pace fu il
marchese d'Este. L'imperatore Lodovico fremeva contro Azzone. Venne
colle sue armi sotto Milano; ma egli era troppo indebolito, e nulla
potè occupare. Il Fiamma ci ha trasmesso la cantilena che i Milanesi
dalle mura ripetevano:[45] _die et nocte clamabant in vituperium
Bavari: O Gabrione, ebrione, bibe, bibe, hò, hò, Babii Babo_[46].
Cosa volessero significare quelle voci ultime, e quel _Gabrione_ non
lo sappiamo. Egli è certo che non si parlava latino, anzi da più di
cinquantanni s'era cominciato anche a scrivere volgare italiano, e
probabilmente il Fiamma ha guastato il senso traducendolo nel suo
barbaro latino. In quell'occasione è probabile che, uscendo i Milanesi
dalla porta Ticinese, abbiano battuti gl'Imperiali; poichè le monache,
le quali sino a quel tempo si chiamavano _le signore bianche sotto il
muro_, cambiarono dappoi il nome, e si chiamarono _Della Vittoria_,
denominazione che attualmente ancora conservano.
Azzone Visconti, unico figlio di Galeazzo I e di Beatrice d'Este, era
diventato, siccome dissi, vicario imperiale, al prezzo di sessantamila
fiorini d'oro. Ma poichè egli fu rappacificato col sommo pontefice
(da cui non era conosciuto Lodovico per imperatore), il titolo di
vicario eragli di nessun uso; perchè dato da chi non poteva più
considerarsi da Azzone come munito della facoltà di concederlo. Perciò
egli ottenne la signoria di Milano dal consiglio generale della città,
il giorno 14 marzo 1330; e così si ritrovò sovrano e principe senza
contrasto alcuno. Azzone veramente meritava d'essere il primo della
sua patria; e già mentre signoreggiava Galeazzo I, di lui padre, s'era
guadagnato un nome distinto nella milizia, avendo egli acquistato
borgo San Donnino[47], aiutato il Bonacossi a battere i Bolognesi, ed
assistito Castruccio Antelminelli a battere i Fiorentini. Azzone in
quest'incontro non dimenticò di far correre il palio sotto le mura di
Firenze, per bilanciare il trattamento che i crocesegnati fiorentini
avevano fatto, due anni prima, ai Milanesi. Allora fu che egli acquistò
la stima e l'amicizia di Castruccio; il che poi fu cagione per cui egli
e il padre e gli zii riacquistarono, siccome dissi, la libertà.
Appena si trovò Azzone alla testa d'uno Stato tranquillo, ch'ei pensò
a circondare di mura la città. Le antiche di Massimiano Erculeo, cioè
quelle che sono parallele al sotterraneo condotto delle acque e delle
chiaviche, erano state demolite al tempo di Federico I. Le mura di
Azzone si fabbricarono al luogo medesimo in cui si formò il terrapieno,
ossia il _fossato_, nell'assedio di Barbarossa, e s'innalzarono nelle
parti della città che ancora oggidì chiamansi _Terraggio_, con vocabolo
che nasce dalla barbara latinità, per indicare un terrapieno, ossia un
rialzamento di terra e di legna, ad oggetto di preservare i cittadini
dalle incursioni e dagl'insulti dei nemici. Celebrò Azzone le sue nozze
con Caterina di Savoia, figlia del conte Lodovico, e magnificamente le
celebrò. Azzone stese la signoria sopra Bergamo, Vercelli, Vigevano,
Treviglio, Pizzighettone, Pavia, Cremona e Borgo San Donnino; e ciò nei
primi due anni del suo principato. Indi diventò signore di Como; prese
Lecco; fabbricò il bel ponte sull'Adda, che anche oggidì vi si ammira;
s'impadronì di Lodi e Crema. A lui premeva anche Piacenza, ma ella
era posseduta dal papa, col quale non conveniva di urtare. Francesco
Scotti ambiva d'avere Piacenza, ed Azzone non lo stornò dall'impresa.
L'ebbe Francesco; e allora il Visconti si pose in campo, la tolse
all'usurpatore del dominio pontificio; e così, colla rispettosa
apparenza di vendicare la Santa Sede, riacquistò Piacenza, che Galeazzo
I, suo padre, aveva imprudentemente perduta. Azzone ebbe pure Brescia
in dominio; e mentre così andava dilatando lo Stato, più per dedizione
e per accordi, che per violenza delle armi, egli introduceva nella
città una pulizia ed un ordine sconosciuto nei tempi rozzi precedenti.
Abbellì egli le strade, e sbratolle dalle sozzure; all'acque di
pioggia, che prima le allagavano, diè sfogo con opportuno scolo
nelle cloache; dettò provvide e moderate leggi per la conservazione
dell'ordine civile: tutto insomma fu rianimato dalla cura indefessa di
quel buon principe.
La gloria e la felicità di Azzone erano un tormento atroce nell'animo
di Lodovico, ossia Lodrisio Visconti, cugino in quarto grado del
principe. Lodrisio era buon soldato; pareva che fosse trasfusa in
lui l'anima orgogliosa e forte di Marco. Già vedemmo come Lodrisio
fosse celato in sua casa da Matteo, nel giorno in cui scoppiò la
sollevazione contro del re Enrico. Veduto pure abbiamo come Matteo
gli avesse dato il comando di Bergamo. Morto che fu Matteo, nessun
caso più si faceva di Lodrisio. Lo Scaligero, signore di Verona,
aveva licenziata una di quelle compagnie militari che prendevano in
quei tempi servizio indifferentemente; e che pronte erano ad uccidere
e devastare dovunque, in favore di chi voleva più pagarle. Lodrisio
assoldò questa truppa, per tentare il colpo di scacciare il cugino,
e collocarsi sul trono. Entrò nel milanese e fece guasto largamente;
e coll'improvvisa intrusione, sbigottì e sorprese. Ma Lodrisio aveva
preso a combattere contro di un principe che era buon soldato e che era
amatissimo da tutti i sudditi. Nobili, popolari, tutti a gara corsero
intorno di Azzone; cercando quanti erano capaci di portare armi, di
combattere volontari per lui. Lodrisio si era attendato a Parabiago, e
la sua armata era composta di duemila e cinquecento militi, ciascuno
de' quali aveva due altri combattenti a cavallo di suo séguito; in
tutto settemila e cinquecento cavalli. Aveva di più un buon numero di
fanti e di balestrieri; il che formava un corpo d'armata poderosa per
quei tempi: uomini tutti veterani e di somma bravura nel mestiero delle
armi. L'armata d'Azzone andò a raggiungere l'inimico, e talmente lo
distrusse, che la giornata 21 febbraio 1339 è notata ancora ai tempi
nostri nei calendari del paese, e se ne celebra la commemorazione.
Dopo lunghissimo conflitto, in cui Luchino Visconti rimase ferito,
più di tremila uomini e settecento cavalli restaron morti sul campo;
duemila e cento cavalli furono presi; e fra i combattenti ben pochi
furono quei che restarono illesi e senza ferita. Tanto ostinata fu la
battaglia in cui, per colmo della vittoria, Lodrisio istesso rimase
prigioniero d'Azzone! Federico I poneva i prigionieri sulla torre
contro Crema, gli faceva impiccare, o per clemenza, loro faceva cavar
gli occhi. Federico II li conduceva nudi, legati a un palo, in trionfo,
poi, trasportandoli nel regno di Napoli, li consegnava al carnefice.
Azzone non incrudelì contro alcuno de' prigionieri; e Lodrisio istesso,
che pure meritava la morte come un suddito ribelle, fu umanamente
trasportato prigioniero a San Colombano. Questa battaglia famosa di
Parabiago viene riferita da due nostri cronisti che allora vivevano;
da Galvaneo Fiamma e da Bonincontro Morigia; i quali, per rendere più
maraviglioso il loro racconto, asserirono d'essersi veduto da molti
sant'Ambrogio che stara in alto, e con una sferza nelle mani andava
combattendo per Azzone Visconti. La chiesa milanese però non adottò
tal visione, e unicamente attribuì alla protezione del santo l'esito
fortunato della vittoria[48]; anzi ora più nemmeno se ne celebra la
messa. Al luogo della battaglia presso Parabiago s'innalzò una chiesa
dedicata a sant'Ambrogio; la quale nel secolo passato fu distrutta,
per edificare la più grandiosa che oggidì vi si osserva. Tutte le
immagini di sant'Ambrogio che hanno la destra armata d'uno staffile,
sono posteriori all'anno 1339, ossia all'epoca della battaglia
di Parabiago. Si cominciò, sulla tradizione di questa visione, a
rappresentare il saggio, prudente e mansuetissimo nostro pastore con
volto furibondo, in atto di sferzare; e si è portata l'indecenza al
segno di rappresentarlo sopra di un cavallo, a corsa sfrenata, colla
mitra e piviale, e la mano armata di flagello in atto di fugare un
esercito, e schiacciare co' piedi del cavallo i soldati caduti a terra.
Il volgo poi favoleggiò e crede tuttavia che ciò significhi la guerra
di sant'Ambrogio cogli Ariani; coi quali il santo pastore non adoperò
mai altre armi che la tolleranza, la carità, l'esempio e le preghiere.
Sarebbe cosa degna de' lumi di questo secolo, se nelle nuove immagini
ritornassimo ad imitare le antiche; togliendo la ferocia colla quale
calunniamo il pio pastore. Nelle monete milanesi da me vedute, le prime
che portano quest'iracondia da pedagogo, sono posteriori di quindici
anni alla battaglia; e le mie di Azzone, di Luchino e di Giovanni hanno
sant'Ambrogio in atto di benedire. Il conte Giulini ne riferisce una
di Luchino collo staffile, ch'ei dice tratta dal museo di Brera[49]:
ora non credo che vi si trovi quella moneta; almeno nel museo di Brera
a me non è accaduto di riscontrarla. Come mai questo fatto d'armi si
rendesse tanto celebre, e come nei giorni fausti siasi tanto distinto
il 21 febbraio, e nessuna menzione trovisi fatta del giorno, ben più
memorando, 29 di maggio, in cui l'anno 1176 venne totalmente battuto
Federico I dai Milanesi; potrebbe essere il soggetto d'un discorso. Nel
primo caso un ribelle che non aveva sovranità o Stati, fu sconfitto da
un principe che dominava dieci città; nel secondo una povera città, che
aveva sofferto i mali estremi, sconfisse un potentissimo imperatore che
avea fatto tremare la Germania, l'Italia e la Polonia. Nel primo caso
si combatte per ubbidire più ad Azzone che a Lodrisio; nel secondo si
combattè per esser liberi, o per essere schiavi. Pare certamente che
meritasse celebrità assai maggiore la giornata 29 di maggio. Ma la
fortuna ha molta parte nel distribuire la celebrità. Ê vero che una
nascente repubblica nel secolo duodecimo non aveva nè l'ambizione nè
i mezzi che poteva avere un gran principe nel secolo decimoquarto, per
tramandare ai posteri un'epoca gloriosa.
Le dieci città sulle quali dominava Azzone Visconti erano Milano,
Pavia, Cremona, Lodi, Como, Bergamo, Brescia, Vigevano, Vercelli e
Piacenza. Oltre le fabbriche pubbliche, delle mura, de' ponti, delle
strade, questo principe rifabbricò ed ornò, in modo maraviglioso per
que' tempi, il palazzo già innalzato dal di lui avo Matteo I, dove
ora sta la regia ducal corte. Il Fiamma, autore allora vivente, ce
ne dà una magnifica idea. V'era un gran numero di sale e di stanze,
tutte fregiate di assai pregevoli pitture. Il gran salone era sopra
tutto ammirato per le pitture eccellenti; il fondo era d'un bellissimo
azzurro; e le figure e l'architettura erano d'oro. Quel salone
rappresentava il tempio della Gloria, cd è strana la riunione degli
eroi che vi si vedevano dipinti; Ettore ed Attila; Carlomagno ed
Enea; Ercole ed Azzone Visconti. La storia era poco conosciuta in quei
tempi, e le idee della gloria e dell'eroismo non erano chiare. Queste
pitture erano opera del famoso Giotto, che diede vita alla pittura,
giacente da mille anni; e il Vasari ci attesta ch'ei da Firenze venne
a Milano[50], e vi lasciò bellissime opere[51]. È anche probabile che
vi lavorasse Andrino da Edesia, pavese, uno de' più antichi ristoratori
della pittura che viveva in quel secolo[52]. Nè la sola pittura
era premiata e promossa da questo buon principe, tanto più degno di
stima, quanto che allora appena spuntava l'aurora delle belle arti.
Egli invitò e protesse Giovanni Balducci, pisano, esimio scultore per
quei tempi, di cui si può conoscere il valore nell'arca di marmo di
San Pietro martire, poco fa da me ricordata[53]. Col mezzo di questi
artisti, i primi del loro tempo, Azzone abbellì la sua corte, e insegnò
ai nobili un genere di lusso colto ed utilissimo ai progressi delle
belle arti. La torre di San Gottardo è il solo avanzo che ci rimane per
avere un'idea del gusto dell'architettura di Azzone; ed è un pregevole
monumento, singolarmente perchè erano i primi passi che si facevano
dalla somma barbarie al nobile ed elegante modo di fabbricare. Anche
un altro motivo rende quella torre degna d'osservazione; ed è che ivi
Azzone fece collocare un orologio che batteva le ore: macchina allora
affatto nuova e sorprendente, dalla quale prese nome la via delle ore,
come anche in oggi viene chiamata. Anticamente eranvi le guardie per
le strade, le quali colle clepsidre, ovvero cogli oriuoli a polvere,
misurando il tempo, ad ogni ora gridavano, avvisando i cittadini come
ancora si suole nella Germania. Questa macchina ingegnosa, che batte
tanti colpi sulla campana quante sono le ore, fu inventata da un monaco
benedettino, inglese, per nome Wallingford, e posta ad uso pubblico in
Londra l'anno 1325. Ma probabilmente allorchè Azzone la collocò sulla
sua torre, ancora non ve n'era alcuna nell'Italia; poichè il famoso
orologio che fece porre in Padova Giovanni Dondi, per cui la famiglia
acquistò il sopranome Dondi Orologio, vi fu collocato cinque anni dopo
morto Azzone, cioè l'anno 1344; e l'orologio in Bologna si conobbe
dopo che era celebre quello di Padova. Così Azzone aveva rivolto
il lusso e la magnificenza verso gli oggetti che tutti animavano il
paese a illuminarsi, a risorgere, ed avanzarsi al buon gusto ed alla
perfezione. Egli amava le curiosità, e aveva nella corte i serragli
di fiere. Leoni, scimmie, babbuini, struzzi, ec., oggetti tanto allora
più rari, quanto meno in quei tempi era la fratellanza e la sicurezza
tra nazione e nazione. Aveva delle vaste uccelliere, coperte di rame,
come si fa ancora presentemente, e queste popolate da uccelli rari e
di paesi lontani. In mezzo al cortile v'era una magnifica peschiera,
entro della quale dalle fauci di quattro leoni, scolpiti in marmo
con nobile lavoro, sgorgava l'acqua limpidissima ed abbondante; e
quest'acqua, la quale presentemente passa coperta sotto della regia
ducal corte, l'aveva Azzone raccolta da due sorgenti ritrovate fuori di
porta Comasina, nel luogo detto alla Fontana, e per canali sotterranei
l'aveva condotta sino al suo palazzo. S'ingannano coloro che confondono
quest'acquedotto col _Seveso_, colla _Cantarana_ o col _Nirone_. Non
so se presentemente potrebbe quell'acqua sgorgare, come prima, entro di
una peschiera; poichè il suolo, colle ripetute demolizioni e fabbriche
accadute in quel palazzo, si è notabilmente innalzato, come si vide
l'anno 1779, allorquando si abbassò la strada che divide il Duomo
dalla Corte, la quale si era alzata più di tre braccia da che venne
fabbricato il Duomo. Il Fiamma ci racconta che in quella peschiera vi
stavano diversi uccelli acquatici, e che eravi in piccolo formato, da
un canto, il porto di Cartagine, con figurine rappresentanti la guerra
Punica. Ciò basta per dare una idea del gusto di quel buon principe,
il quale terminò i suoi giorni il 16 di agosto dell'anno 1339, senza
lasciare figli. Undici anni soli regnò quell'amabile signore, che
gli autori contemporanei, tutti concordemente ci descrivono di bella
figura, di nobile aspetto, grazioso, buono, giusto, e adorato da'
suoi popoli; che rimasero inconsolabili, dovendo perdere un tanto caro
protettore della patria, nell'età ancor fresca di trentasette anni. Più
di tremila persone vestirono il lutto alla di lui morte. La figura di
questo amato principe si vede nel di lui mausoleo, che trovasi presso
del signor conte Carlo Anguissola, nobilissimo amatore delle belle
arti e dell'antichità della patria. Azzone fu il primo che veramente
fosse sovrano; e laddove nessuno dei Torriani, nè Ottone Visconti,
nè Matteo I, nè Galeazzo I ardirono mai di porre il loro nome nella
moneta; la quale anzi sempre fu coniata o col nome solo di Milano
e di sant'Ambrogio, ovvero coll'aggiunta del nome del re de' Romani
o dell'Imperatore; Azzone pose il suo nome e la biscia nelle monete
milanesi. E in ciò è degna d'osservazione la gradazione tenuta; avendo
io delle monete milanesi di Lodovico il Bavaro coniate sul modello di
quelle di Enrico di Lucemburgo; indi una di Lodovico, la quale ha nel
campo unicamente le due lettere A Z. Fu questo il primo tentativo di
Azzone, in seguito a cui, trascurò poi interamente il nome imperiale, e
sostituì il proprio, apponendovi lo stemma del suo casato.