Verso la metà di dicembre Carlo cominciò a non parlar più d'altro che
del Natale. Andrea, tornando dal lavoro, lo vedeva far capolino
dall'uscio socchiuso, col visino roseo pel freddo, cogli occhi lucenti
dalla gioia.
Aspettava il nonno, ansioso di parlare, e gli si precipitava incontro,
cominciando a discorrere tutto ansimante prima d'essere a portata della
voce.
--I ragazzi della scuola mettono la scarpa sotto il focolare la notte di
Natale, ed il Bambino scende giù dal camino tutto vestito d'oro, con un
gran paniere d'oro pieno di strenne. Metteremo anche noi, nevvero, le
scarpe sotto il focolare? Ma soltanto le mie, perchè ai nonni il Bambino
non porta nulla.
Da qualche giorno Andrea aveva tutte le membra infreddolite, e tossiva.
Ma, alla vista del bimbo tutto vispo e contento, si rianimava, parlava
anche lui della strenna di ceppo, per informarsi dei desiderii di Carlo
ed appagarli poi; almeno nel limite del possibile, perchè
l'immaginazione del fanciullo faceva certi voli da mettere in pensiero
anche un nonno milionario.
Sognava una carozzona con due cavalli vivi; una barca grande, da poterla
metterla sul Naviglio ed andarci dentro...
Però, quando il nonno, per condurlo ad idee più pratiche, gli parlava di
cavallini di legno, di soldatini di piombo, il bimbo si esaltava
ugualmente per quelle inezie come pei suoi grandiosi castelli in aria.
Organizzavano il programma della loro festa di Natale, ed il pranzo, che
il fanciullo doveva combinare, per metterci tutte le cose che gli
piacevano meglio. Ogni giorno pensava una nuova lista di piatti
insensati, che il nonno approvava sempre.
Ma l'infreddatura d'Andrea, invece di guarire, andava peggiorando, gli
toglieva l'appetito ed il sonno, lo prostrava. Carlo non capiva gran
cosa, ma soffriva di vedere il suo vecchio a quel modo, e di mangiar
solo.
Una sera era tornato dalla scuola eccitatissimo per le belle cose che
aveva vedute nelle botteghe dei pasticcieri e dei salumai; era più
chiacchierino del solito, e redigeva un _menu_ di pranzo per Natale, in
cui entravano un gran maiale intero con dei fiocchi rossi sul muso e
sulla coda, un pasticcio fatto come il Duomo, e tutte le sontuosità che
i bottegai mettono in mostra per tentare i ricchi.
Andrea si dava da fare intorno alla pentola per nascondere le lacrime
copiose che gli piovevano dagli occhi.
Quel giorno appunto, aveva cominciato a sentire al fianco destro un
dolore pungente, che era andato aumentando d'ora in ora.
Si contorceva, si mordeva le labbra per non gridare; ma lo spasimo era
tale che lo faceva piangere.
Vi sono azioni eroiche, scritte nelle storie, che non hanno costate le
sofferenze inaudite, i prodigi di coraggio, che costò ad Andrea la
cucinatura di quella minestra.
Sperava di resistere finchè il bambino si fosse addormentato. Ma quando
si accostò alla tavola per versare il riso nella scodella, quello sforzo
lieve gli strappò un grido di dolore.
Carlo era già meravigliato del suo silenzio, fu sbalordito addirittura
da quel grido, e sopratutto dalle lacrime che gonfiavano gli occhi del
vecchio.
Non aveva mai visto piangere un adulto, rimase impaurito.
Il nonno gli appariva così differente dal solito, ed il dolore ha sempre
in sè qualche cosa di tanto solenne, che il fanciullo si sentì preso da
una soggezione tutta nuova. Non osava parlare: guardava timidamente il
suo vecchio compagno, e non gli reggeva l'anima di mettersi a mangiare.
Finalmente il male si fece così violento che il pover'uomo si buttò
attraverso il letto, gemendo:
--Ah, non ne posso più. Chiama qualcuno.
Carlo uscì tutto tremante ed andò a bussare all'uscio della stanza
vicina. Fece un grande sforzo, per rivolgere la parola a quella gente
che gli metteva soggezione.
--Il nonno sta male; piange.
--Che cos'ha? domandò la Margherita.
Ma Carlo era già scomparso.
Ella corse nella stanza d'Andrea, gli rivolse due o tre domande, a cui
il vecchio potè rispondere soltanto con un gemito, poi ordinò a suo
marito d'andare in cerca del medico.
Era una buona donna, ma ciarlona, e molto rozza. Mentre applicava dei
pannicelli caldi alla parte indolorita dell'infermo, borbottava:
--È in causa di quel ragazzo che vi siete maltrattato così. Vi logorate
la vita per fargli fare il signore.
E volgendosi a Carlo gli gridava:
--Vedi? È per colpa tua che il nonno è malato. Purchè tu abbia da
mangiare e da bere, eh? E che il povero vecchio s'ammazzi al lavoro, non
importa...
Carlo si stizziva dell'ingiustizia di quei rimproveri. Non capiva che
colpa avesse lui di quella malattia del vecchio. Ne era invece molto
crucciato, e non aveva fatto nulla di cui il nonno avesse dovuto
rimproverarlo. Cercava di connettere l'idea del suo mangiare e bere,
coll'ammazzarsi dell'altro al lavoro; ma non gli riusciva. Guardò la sua
minestra intatta, e disse come per giustificarsi:
--Non ho neppure mangiato io.
--Ecco, i ragazzi non pensano che a mangiare; ma c'è altro a fare ora,
che dar da mangiare a te; ribattè la Margherita, prendendo quella scusa
per una insinuazione.
E tirò via a dire, che i bambini sono tutti egoisti: «e poi,
che costrutto si cava dai sacrifici che si fanno per loro?
Dell'ingratitudine; appena mettono i primi peli al mento si guardano
intorno a cercar moglie, ed i poveri vecchi...
Era il caso d'un suo figliolo, che le aveva tolte le illusioni materne,
ed essa lo rimproverava a tutti i ragazzi, ne faceva una regola
sconsolante, per sfogare la sua pena in qualche modo.
Il medico trovò che il male era grave; si trattava d'una pleurite acuta,
ed era urgente di trasportare il malato all'ospedale la sera stessa.
Quando Carlo vide sollevare di peso il suo nonno, e metterlo nella
portantina, dopo quanto aveva detto la Margherita pensò che fosse una
risoluzione sua di allontanare il vecchio da lui, e la accusò
d'ingiustizia e di crudeltà.
Quella notte, solo nel letto in cui aveva sempre dormito col suo vecchio
parente, ebbe dei sogni agitati. I vicini, dalla stanza accanto, lo
udirono singhiozzare nel sonno, e la Margherita dichiarò che bisognava
dargli sulla voce, perchè non avesse a far scene che finirebbero per
farlo ammalare anche lui.
Ed il mattino entrò presto a pigliarlo, lo tirò per forza in casa sua,
mezzo vestito e mezzo da vestire, e lo buttò a sedere dinanzi ad una
scodella di polenta.
L'intenzione era benevola; ma Carlo era troppo bimbo per poterla
indovinare sotto l'asprezza dei modi.
Il nonno l'aveva abituato ad esser trattato con amore, ad essere
considerato come un amico. Qualunque cosa egli avesse detta, era sempre
ascoltata con deferenza.
La noncuranza apparente della Margherita, la privazione di ogni carezza
gli riescivano dolorose come un maltrattamento; ed aggiunte al rancore
profondo che le serbava per avergli portato via il nonno, gli rendevano
uggiosa la compagnia di quella donna, ed insopportabile la vita presso
di lei.
Cominciavano appunto quel giorno le vacanze di Natale: non poteva
neppure andar a scuola; non sapeva dove stare. Usciva dalla sua stanza
nel cortile, poi rientrava e tornava ad uscire, muto, imbronciato,
intrattabile.
Ogni tanto piagnucolava:
--Voglio andare dal nonno.
--Ci si andrà domenica, gli rispose finalmente la Margherita, e profittò
di quel discorso avviato, per tirar via a dirgli: che il nonno avrebbe
dovuto viziarlo meno, ed insegnargli ad esser un po' più riconoscente
verso i vicini di casa che gli facevano del bene...
--Quand'è domenica? tornò a domandare il bimbo senza darle retta.
--Doman l'altro.
Carlo non aveva idea esatta del tempo; il giorno dopo appena svegliato
disse:
--È domenica?
--No; t'ho detto doman l'altro. Se fosse stato oggi, avrei detto domani,
rispose la Margherita con tuono cattedratico.
--Quand'è doman l'altro? insistè Carlo.
--Domani.
Carlo passò un'altra giornata, triste, malcontento, capriccioso. Mangiò
in silenzio, si lasciò sgridare senza rispondere, piagnucolò senza
motivo; e la mattina seguente, prima che la Margherita entrasse nella
sua camera, ne uscì vestito alla peggio, abbottonato a sghembo, e disse
colla fronte accigliata:
--Oggi è doman l'altro: voglio andare dal nonno.
Per tutta la strada camminò innanzi, voltandosi appena ad ogni cantonata
come per domandare da che parte dovesse dirigersi, poi tirando via
daccapo frettoloso e muto.
Voleva essere il primo a rivedere il nonno; gli dava noia che la
Margherita entrasse con lui; gli tardava di parlargli da solo, di
sedergli sulle ginocchia, di dirgli tutto quello che aveva sul cuore.
Si figurava di trovarlo in una bella stanza, sano ed allegro com'era
stato sempre. Gli avevano detto che all'ospedale lo farebbero guarire,
ed egli lo aveva creduto. Non s'era rassegnato che a quella condizione.
Invece entrando, vide una corsia lunga lunga, con un altare in fondo
come una chiesa, ed una sfilata di letti, quasi tutti occupati da figure
macilente con un berretto bianco; vide le monache con quella vestitura
stravagante, che passavano, come ombre, di letto in letto, parlando
piano, e fermandosi appena; udì quel rumore triste di tossi, di rantoli,
di scodelle urtate, di lamenti, ripercosso dalle vôlte immense; ed ebbe
paura.
Si voltò severamente alla Margherita e le domandò: «Dov'è il nonno?»
coll'accento che deve aver avuto il signore domandando a Caino: «Dov'è
Abele?»
--Numero trentanove, rispose tranquillamente la donna; ed accennò ai
numeri sovrapposti ai letti.
--È in letto? domandò Carlo stupito.
--Sicuro; dove vuoi che sia?
--Allora non l'hanno fatto guarire, avete detto la bugia, ribattè il
bimbo più severo che mai.
E, vinto il primo sgomento, s'affrettò innanzi solo per trovare il nonno
da sè.