Si finiva di pranzare in casa del professor Navaro; un pranzo di soli
uomini ed un pranzo di Natale.
Il nostro ospite ci aveva fatto assaggiare parecchi de' suoi vini di
Sicilia; eravamo tutti di buon umore. Il professore ci spiegava come
serbasse una specie di venerazione per quella festa, perchè era stata da
tempo immemorabile oggetto di culto nella sua famiglia.
Ci narrava di un suo nonno, che aveva accolto, in un Natale remoto, un
nemico della sua casa, semplicemente per non respingere chi bussava alla
sua porta in quel giorno solenne; ci narrava di elemosine rovinose, che
i suoi vecchi avevano fatte con gran danno dei loro interessi, nella
stessa solennità e per le stesse ragioni; e descriveva la pompa che
metteva sua madre nell'addobbo della casa, che ornava tutta di piante
verdi e di fiori, nello scambio dei doni, nel pranzo di Natale, al quale
voleva che tutti i membri della famiglia assistessero, qualunque fosse
la distanza che dovevano percorrere per arrivarci.
Dovevamo appunto a quel culto tradizionale per una consuetudine di
famiglia, il piacere di trovarci là riuniti; perchè ogni anno il
professor Navaro si informava degli studenti che non andavano a far
Natale alle loro case, e li invitava a passarlo con lui e coi suoi
colleghi che, come lui, non avevano famiglia. L'idea che qualcuno
pranzasse solo il giorno di Natale lo commoveva come una disgrazia.
Mentre prendevamo il caffè, entrò il servitore ad annunciare che una
persona, la quale non aveva voluto dare il suo nome, domandava di
parlare al professore. Questi uscì per raggiungere nel salotto il suo
visitatore, e lo vedemmo ricomparire dopo pochi minuti.
Però si sarebbe detto che in quel breve tempo fosse stato, non in una
camera ben chiusa e calda, ma all'aria rigida di quella serata di
dicembre, sotto la neve che fioccava fitta, tanto s'era fatto pallido.
Si rimise a sedere e vedemmo che rabbrividiva tutto.
Bevve due bicchierini di _cognac_ uno sull'altro, come per riscaldarsi,
ci domandò cosa si stava dicendo, ma non diede retta alla risposta e non
prese parte al discorso.
Era distratto. Stava muto e pensoso e guardava fissa la brage del
caminetto, con uno sguardo di ribrezzo, come se fosse stata qualche cosa
d'orribile.
Subivamo tutti l'influenza di quell'improvviso cambiamento d'umore, e,
dopo aver rallentata la conversazione, abbassata la voce, finimmo per
star zitti anche noi, non osando parlare, ed imbarazzati del nostro
silenzio.
Ad un tratto il professore ci guardò cogli occhi ancora stralunati, e
disse:
--Scusate; vi ho fatti ammutolire colla mia aria tragica. Ho ricevuto
dianzi una forte scossa morale. Ho visto un individuo che mi ha
ricordato un caso atroce della mia vita.
Quella scusa non era fatta per rimetterci in allegria, e rimanemmo
ugualmente impacciati e muti. Egli versò dell'altro _cognac_ in giro, ne
bevve appena un sorso, poi si alzò con impeto, e disse risolutamente:
--Volete che vi narri quella storia? Ora ne ho la testa così piena che
non saprei parlar d'altro.
Figurarsi se volevamo! il professor Navaro era il più benvoluto ed il
più ammirato dei nostri insegnanti. Il racconto d'un fatto della sua
vita c'interessava tutti vivamente. E per giunta egli narrava bene, con
facilità di parola da vero Siciliano. Ci stringemmo tutti intorno a lui,
ardenti di curiosità, ed egli cominciò a parlare coll'accento vibrato e
gli occhi luccicanti come se fosse già entrato nel vivo del racconto...
«Nel 1853 studiavo all'università di Messina, ed ero innamorato della
padrona del solo caffè che la polizia borbonica tollerasse. Eravamo in
tre a disputarci le sue grazie, tutti e tre studenti di medicina.
«Uno de' miei rivali era un certo Turiddu, figlio d'un emigrato, al
quale il Governo aveva permesso da poco tempo di rimpatriare, e che,
durante l'esilio, aveva cominciati gli studi universitarî a Parigi.
«Era un buon giovine, di modi aperti, leale, buon patriota; ma quando
entrava a parlare dei grandi scienziati francesi, dei loro studi, delle
loro scoperte, non la finiva più. Nominava Velpéau, Nélaton, Ricord,
come fossero stati suoi colleghi. Aveva frequentate le lezioni di Claude
Bernard, e lo considerava, come era realmente del resto, un luminare
della scienza. Tutto questo però, e neppure la rivalità in amore, non
c'impediva d'essere buoni amici.
«La mia avversione la serbavo tutta per l'altro rivale, Rosario Angherà,
che era, non so bene se figlio o nipote, d'un pezzo grosso, e
frequentava la casa del vescovo. Aveva lo sguardo falso e la parola
melata; non s'abbandonava mai ad impeti di furia nè a sfoghi di
passione. Era insinuante, conciliante, gesuiticamente dolce. Non lo
potevo soffrire.
«Una sera, alla presenza della bella caffettiera, gli misurai un ceffone
che lo sbattè contro il muro. Si fece pallido di rabbia, ma non reagì.
Raccolse il cappello che gli era caduto, e borbottando sommessamente,
uscì dal caffè dove non si fece più vedere.»
Il professor Navaro fece una pausa, durante la quale noi esprimemmo il
nostro biasimo per la condotta di quel gesuita di Rosario, poi riprese:
«Avevamo per professore di patologia un pover'uomo, il quale suppliva
alla scienza che gli mancava, colle ciarle, col tuono dottorale ed
enfatico, e con una gran fede in sè stesso. Lo chiamavamo il dottor
Dulcamara. Però, se i suoi colleghi ed anche gli studenti lo conoscevano
per quel che valeva, in città era riescito a farsi la riputazione d'uno
scienziato. Si dava sempre l'aria d'un uomo assorto in profondi studi,
ne parlava con grande sfoggio di parole tecniche ascoltandole rimbombare
con compiacenza, ed i profani dicevano: Quanto sa quel professore!
«Un giorno lo vedemmo venire in iscuola con un'aria più sibillina e
tronfia del solito.
«Una fortunata occasione, cominciò, una di quelle occasioni che si
offrono soltanto all'uomo che vigila sempre per impadronirsi di ogni
nuova scoperta che possa interessare la scienza, mi permette
d'intrattenervi oggi d'un veleno rarissimo, e di mostrarvene
sperimentalmente gli effetti. È questa certo la prima volta che in
un'università del Regno, e cioè, con carattere scientifico, si presenta
questo preparato, del quale credo che tutti voi ignoriate ancora il
nome. Si chiama il _curare_ ed a me è serbato l'onore di rivelarvene,
pel primo, l'esistenza e le proprietà meravigliose.
«Non so se i miei compagni fossero nello stesso caso, ma per conto mio
era infatti quella la prima volta che sentivo nominare il _curare_ che,
a quei tempi, era ancora una novità in Europa.
«Egli girò lo sguardo intorno lentamente per godere della stupefazione
che era certo d'aver suscitata in noi, poi, pavoneggiandosi nella sua
eloquenza, cominciò a divagare sui selvaggi dell'America del Sud, sulle
loro freccie, _che traversano l'etra a volo_, e vanno a colpire _il
pennuto volante presso le nubi, il fiero bisonte nei labirinti della
foresta, e lo piombano fulminato al suolo_. Poi, chiudendo l'inevitabile
esordio che precedeva sempre le sue trattazioni, concluse:
«--Quelle freccie sono avvelenate col _curare_.
«L'esordio e la perorazione erano la farina del suo sacco; poi recitava
pagine e pagine, più o meno opportunamente scelte, di qualche trattato o
giornale scientifico, e quella era la sostanza della lezione.
«Quel giorno la sostanza prometteva d'essere interessante, e ci faceva
sopportar con pazienza i fronzoli rettorici di cui l'ornava il professor
Dulcamara. Cominciò dal fare una descrizione pomposa della «_fiesta de
las juvias_» (festa del veleno) nella quale si raccolgono le liane
necessarie alla preparazione del _curare_. Narrò le varie ipotesi su
quel preparato, che alcuni credono puramente vegetale, altri suppongono
misto con veleni di formiche e serpenti, e che è tuttora misterioso,
perchè il segreto della composizione ne è serbato ai medici, o piuttosto
agli stregoni delle tribù. Poi si dilungò nella relazione degli effetti
del _curare_, il quale, ingoiato riesce inoffensivo, mentre invece
introdotto nel sangue, sia per iniezione sia per ferita d'arma
avvelenata, è un veleno istantaneo e micidiale.
«--_Ma, araldo mite della fiera e scheletrita mandataria, il curare
riveste la tetra morte colle apparenze soavi del sonno..._ esclamò il
professor Dulcamara esordendo alla parte pratica della lezione; e passò
ad esporre i sintomi particolari di quella morte, che poco dopo potemmo
osservare noi stessi.
«Era il punto culminante della lezione.
«Il professore cavò di tasca una busta, l'aperse solennemente, e ci fece
vedere due freccie colla punta avvelenata, che aveva ricevute in dono da
un viaggiatore reduce dall'America.
«Era trionfante.
«Ordinò al bidello di portargli un coniglio che aveva fatto tener pronto
per lo sperimento, e lo punse leggermente sulla schiena, senza che
l'animale cessasse di guardar in giro co' suoi occhi d'oro fiammante, e
di agitare febbrilmente il nasino roseo in segno di timido sgomento.
«Ma pochi minuti dopo se ne andò cheto cheto in un angolo dell'aula, si
rannicchiò contro il muro, ed abbassò gli orecchi sul dorso come se si
disponesse a dormire. Rimase perfettamente tranquillo, ed a poco a poco
s'accasciò; prima le gambe cedettero, e gli si piegò il capo; poi tutto
il corpo cadde sul fianco completamente paralizzato. Sei minuti dopo
essere stato ferito, il coniglio era morto, senza gridi, nè rantoli, nè
convulsioni che indicassero la menoma sofferenza o una lotta tra la vita
e la morte.
«Durante l'esperimento il professore ci aveva narrati vari esempi,
citando le fonti a cui li aveva attinti, i quali tutti provavano che la
morte per avvelenamento col _curare_, riesce tranquilla e quasi dolce.
Più di tutti ci aveva interessati la relazione della morte di un uomo,
ch'egli aveva letta in una notizia di Watterton sul _curare_, riportata
probabilmente da un giornale. Due Indiani erano a caccia nella foresta;
uno tese l'arco, e scagliò una freccia avvelenata contro una scimmia
rossa che s'era arrampicata ad un albero. Il colpo era quasi
perpendicolare. Là freccia non colpì la scimmia, e nel ricadere ferì
l'Indiano al braccio un po' al disopra del gomito. Egli fu convinto che
tutto era finito per lui. Disse al compagno colla voce commossa e
guardando il suo arco: «Non lo tenderò mai più.» Poi si tolse la scatola
di bambù col veleno, che portava ad armacollo, la pose in terra
coll'arco e le freccie, ci si sdraiò accanto, disse addio all'amico, e
cessò di parlare per sempre.
«Ci eravamo tutti serrati intorno alla tavola del professore sulla quale
era stato trasportato il coniglio morto, e, per combinazione, mi trovavo
accanto al mio rivale Rosario Angherà. Quando me ne avvidi, feci un atto
di ribrezzo e mi restrinsi come per evitare il suo contatto. Ma egli era
intento ad esaminare la seconda freccia avvelenata rimasta nell'astuccio
del professore, mentre questi finiva il racconto del cacciatore, e
citava le parole stesse del Watterton: «Sarà un conforto per le anime
pietose il sapere che la vittima non ha sofferto, perchè il _wourali_, o
_curare_, distrugge dolcemente la vita.»
A questo punto della sua narrazione il nostro ospite pareva stanco: gli
tremava la voce, strascicava lentamente le parole come se gl'increscesse
di pronunciarle, ed era evidente che avrebbe voluto sospendere quel
racconto cominciato con tanto impeto, e che ora gli faceva ribrezzo. Ma
noi lo ascoltavamo tanto avidamente i nostri occhi erano fissi su di lui
con tanta ansietà, rimanevamo così ostinatamente muti quand'egli faceva
una pausa, per timore di distrarlo dall'argomento, che comprese
d'essersi impegnato troppo per retrocedere. Si asciugò il sudore che gli
faceva luccicare il viso, bevve un po' di _cognac_, poi ripigliò:
«La curiosità mi fece vincere l'avversione, e mi avvicinai a Rosario.
Fremevo d'impazienza che egli deponesse quella freccia, per
impadronirmene alla mia volta; e gli stavo sopra per fargli capire che
si sbrigasse. Ma, vedendo che indugiava sempre, gli dissi stizzosamente:
«--Quando avrete finito...
«Egli non si mostrò offeso: mi guardò un minuto, poi torse subito gli
occhi, e, con quella sua falsa mellifluità, mi rispose porgendo la
freccia:
«--Se volete osservarla voi, prendetela pure...
«Ma mentre sporgevo la mano per pigliarla, fece un movimento così
rapido, che la punta mi si conficcò nel palmo.
«Un grido generale, disperato, s'alzò da tutti i petti; tutti gli
sguardi, tutte le braccia si tesero verso di me: esclamazioni d'orrore,
di spavento, di rimprovero, di minaccia, si incrociarono; tutti
parlavano, tutti gesticolavano senza intendersi, mentre il professore
più frenetico di tutti, picchiava disperatamente i pugni sulla tavola
urlando:
«--Disgraziato! l'avete ucciso! l'avete ucciso!«
Sebbene il professor Navaro ci stesse lì dinanzi vegeto e sano a narrare
lo stranissimo caso, noi pure eravamo agitati, come gli studenti di
Messina. Alcuni s'erano alzati ed avvicinati a lui, e gli stavano
intorno appoggiati alle spalliere delle sedie vuote, altri alzavano i
pugni rabbiosi contro l'avvelenatore. Uno studente fece per movere una
domanda, ma parecchie voci l'interruppero:
--Stia zitto; stiamo a sentire.
Superato il ribrezzo che gli inspirava il ricordo dell'atto codardo del
suo nemico, il professor Navaro aveva ripreso il suo accento vivo, e
tirò via a narrare, come se risentisse ancora quelle impressioni, e
vedesse quelle scene.
«Alla prima non avevo capito; la puntura era stata così lieve, che non
avevo pensato alla gravità del caso. Subito però, vedendo il terrore di
tutti, l'idea orrenda della morte m'invase, e, reagendo con tutta la
forza della mia giovine vita, mi posi a gridare:
«--L'amputazione! Bisogna amputare la mano!
«Ma la confusione, l'urlìo, il trambusto erano tali, che non potei
essere udito, e dovetti ripetere più volte:
«--Sentite! sentite! Dacchè non soffro nulla, è segno che il veleno è
localizzato. Amputando la mano si può forse salvarmi.
«Tutto questo era accaduto rapidissimamente; non eran passati due minuti
dacchè ero stato ferito. Eppure, dovendo parlar forte per esser inteso,
sentii di dover fare una certa fatica; ed ancora, la mia voce non suonò
alta in proporzione dello sforzo fatto: l'udirono appena i più vicini, e
furono loro che lo dissero agli altri, e subito si ripetè da tutte le
parti:
«--L'amputazione! L'amputazione! È inutile! Ma chissà? Si può tentare!
«--Un chirurgo! Nella scuola di chirurgia!...
«Parecchi studenti si precipitarono fuori in cerca del chirurgo.
Intanto si continuava a darmi del _rhum_ ed a domandarmi:
«--Che cosa sentite? Soffrite molto?
«No. Non soffrivo punto; ma avevo una gran pena a dirlo. Pareva che la
sede della mia voce fosse scesa in fondo in fondo al petto; l'azione
della gola era insufficiente per attingerla. Risposi una volta o due con
accento fioco, poi la voce non venne più. Movevo le labbra ma non usciva
nessun suono. Intorno dicevano:
«--Oh Dio! Oh Dio! perde la parola; non parla più; il veleno ha già
fatto il suo effetto; non siamo più in tempo per l'amputazione.
«Immaginate l'angoscia che provai a quella sentenza; volevo dire di no;
che provassero ad ogni modo; che s'affrettassero... E non potevo dir
nulla. La mia voce era morta. Intanto sentii una grande spossatezza
invadermi le membra, mi mancarono sotto le gambe, e, se non m'avessero
sorretto, sarei caduto. Mi trascinarono fino alla poltrona del
professore, dove mi adagiarono dicendo:
«--Ha perduti i sensi; è svenuto.
«Io non ero svenuto: feci un altro sforzo per dirlo, ma fu impossibile.
Cercai di accennare colla mano, ma, con infinito terrore, sentii che la
mano rimaneva immobile come di piombo; volli scuotere il capo, ma anche
il congegno del collo non giocava più; avevo perduto la facoltà di
muovermi!
«Atterrito, cercai di dare allo sguardo l'espressione della mia
inenarrabile angoscia, ma lo sguardo non può fare lunghi discorsi, e,
per quanto immenso fosse l'interesse con cui mi osservavano, i miei
compagni, dicevano soltanto:
«--Pare che veda ancora, ma non ci riconosce.
«E mi chiamavano.
«Ah! Ah! nessuno potrà mai dire lo sforzo straordinario di volontà ch'io
facevo per dare un'espressione a' miei occhi. Ma lo spavento interno, la
disperazione non si traducevano neppure nello sguardo.»
Nel ricordare quell'atroce suplizio, il professor Navaro fremeva tutto.
Non poteva più star fermo; passeggiava per la stanza, agitato, nervoso,
asciugandosi il sudore, e gesticolando rabbiosamente. Pareva che
lottasse ancora contro quell'orribile impotenza. Noi gli tenevamo dietro
ansiosamente cogli sguardi interrogatori, smaniosi d'udire la fine di
quel caso meraviglioso e tremendo. Egli respirò due o tre volte forte,
s'appoggiò alle spalle d'un suo collega come per sentire qualche cosa di
caldo e di vivo accanto a sè, e ripigliò quella storia di morte:
«Ad un tratto una parola orrenda mi suonò all'orecchio.
«--L'occhio s'è fatto vitreo. Non vede più.
«Il professore mi prese una mano e ne pizzicò le carni così forte, che
sentii un gran dolore, ma nessun muscolo si contrasse a quella
sofferenza, ed egli, lasciando ricadere il mio braccio, disse:
«--Non sente più nulla.
«Allora mi fecero soffrire delle piccole torture, sempre nella speranza
di risvegliare la mia sensibilità; mi strinsero i lobi degli orecchi
fino allo spasimo, mi strapparono dei capelli, dei peli della barba, mi
bruciarono, mi punsero; io sentivo quei dolori acuti, che aggiunti alla
tortura che provavo, mi irritavano fino alla pazzia, poi udivo ripetere:
«--No; non sente più nulla.
«Il professore mi applicò l'orecchio al petto e disse:
«--Pare che ci sia ancora una lieve pulsazione; ma presto il cuore avrà
cessato di battere; fra pochi minuti sarà morto. Povero giovine! Povero
giovine!
«Nessuna mente umana ha mai immaginato nulla di tanto crudele. Non
potevo nemmeno girare gli occhi, nemmeno chiuderli! Le mie membra erano
impietrite; ero imprigionato vivo in un corpo morto. Se mi si fossero
rizzati i capelli sulla fronte, come si dice che avvenga per senso di
raccappriccio! Se fossero incanutiti! Si sarebbe capito almeno che
qualche cosa viveva in me; che viveva lo spavento; uno spavento
angoscioso, febbrile, furibondo!
«Ma nessun segno esterno tradiva la vita del mio cervello, della mia
volontà, la tortura del mio spirito. Rimanevo impassibile e freddo come
una mummia nelle sue bende secolari.
«Mi sollevarono di peso, e con un immenso mormorio di compassione, mi
portarono, cadavere animato e sensibile, nel gabinetto anatomico, dove
mi stesero sulla tavola.
«Vidi alcuni de' miei compagni che piangevano; altri, allevati
devotamente, si fecero il segno della croce, poi lo ripeterono su di me.
«Un vecchio bidello bisbigliava tutto compunto:
«--_Requiem æterna dona eis, Domine._
«Vidi il povero prof. Dulcamara che si mordeva i pugni ed esclamava con
una convinzione, che in quel momento non mi parve neppur comica:
«--Maledetta la mia scienza!
«Poi vidi una cosa atroce, mostruosa. Una di quelle infamie che
farebbero fremere d'indignazione tutto un popolo, contro le quali
l'umanità si solleva indignata; e non potei fremere nè sollevarmi!
«Rosario Angherà, pallido, piangente, mi venne accanto sospirando:
«--Oh che disgrazia! povero me, che fatalità!
«Si pose in ginocchio accanto al mio cadavere, e, giungendo le mani come
se pregasse perdono, mi susurrò all'orecchio:
«--So che tu vivi, che vedi e che senti: ma non lo dirò. M'hai
schiaffeggiato e m'hai chiamato vile; i vili non salvano i coraggiosi,
ma si vendicano.
«Poi si alzò, e col volto fra le mani, come accasciato dal dolore, uscì,
e tutti lo seguirono.
«Tutte le furie dell'inferno avevano invaso il mio cuore; l'odiavo come
non s'è forse mai odiato sulla terra; smaniavo d'avventarmi contro di
lui, di stringere fra le mie mani il suo collo torto, di strangolarlo,
di sfracellargli coi miei piedi quella testa falsa, ipocrita, malvagia.
E non avevo la potenza neppur di dire:
«--È un omicida.
«Mi sentivo stretto in una guaina di bronzo.
«Rimasi solo in quella cella buia, su quella fredda tavola di marmo
sulla quale erano stati sparati tanti cadaveri.
«M'abbandonavano. Mi credevano morto.
«Allora mi si affacciò alla mente un pensiero pauroso:
«--Se fossi realmente morto? Se la morte fosse così? Che cosa ne
sappiamo noi? Se lo spirito umano non si spegnesse contemporaneamente al
corpo? Se dovesse stargli unito ancora, chissà per quanto tempo, forse
per sempre, assistere alla putrefazione, alla dissoluzione delle
membra?... E poi?...
«A quell'idea, provavo quell'estrema disperazione che ci fa urlare come
belve, dilaniare le carni, che ci trascina al delitto, al suicidio. Mi
ricordai un tetro caso d'una giovine, che, dopo esser stata sepolta come
morta, s'era risvegliata nella fossa; ma a lei almeno erano tornate le
forze per urlare, per dibattersi, e fu trovata col capo sfracellato
contro le pareti della bara; mentre io non potevo nulla per abbreviare
il mio supplizio; mi bruciavo internamente di furore, mi sentivo
impazzire a quelle supposizioni spaventose, e rimanevo tranquillo nella
mia solenne immobilità da idolo.
«Accanto a me, sulla tavola c'era un coltello anatomico. Avevo il capo
rivolto da quella parte e lo vedevo. Mi sarebbe bastato di sporgere una
mano per afferrarlo.
«Con che ardore desiderai quel coltello!
«Pensavo che, forse, una ferita al cervello o al cuore, in una parte
essenzialmente vitale, avrebbe spenta la mia anima viva nel mio corpo
morto. Ma poi chissà? Ad ogni modo non avrei potuto ferire che il corpo,
e quello era già cadavere irrigidito.
«In tutta la mia vita spensierata e giovine, non avevo mai pensato con
tanto solenne spavento alla dualità possibile dell'essere umano; mai
l'idea consolante dell'immortalità dell'anima, s'era presentata ad una
mente d'uomo sotto un aspetto tanto minaccioso e spaventevole.»
A misura che il professore Navaro procedeva nel suo racconto, la sua
eccitazione si comunicava a tutti noi. Senza quasi avvedercene, ci
eravamo rizzati in piedi, e gli stavamo raggruppati intorno dinanzi al
fuoco, che nessuno pensava più a ravvivare.
A momenti ci guardavamo l'un l'altro sbalorditi e dubbiosi, sospettando
che, portata al sommo grado la nostra curiosità, il narratore dovesse
cavarsela collo scioglimento comune a molte novelle fantastiche:
--A questo punto mi svegliai; avevo sognato.
Ma poi uno scoppio di voce appassionata, un sospiro affannoso, un
brivido di raccapriccio del professore, ci attestavano la verità del
fatto, ed accrescevano il nostro interessamento. Il professore continuò:
«Avevo serbate tutte le mie facoltà intellettuali, ma la misura esatta
del tempo mi sfuggiva. L'impazienza angosciosa allungava enormemente i
minuti.
«Mi pareva d'essere rimasto lungamente in quella camera squallida,
quando udii distintamente dei passi che s'avvicinavano rapidissimi, e la
voce di Turiddu che gridava:
«--Lo so di certo. Me l'ha spiegato Claude Bernard. Se fossi stato in
iscuola avrei impedito la circolazione del veleno nel sangue. Ma anche
ora siamo in tempo a salvarlo; non è passato un quarto di ora...
«Un quarto d'ora! M'era parso lungo per lo meno tre ore! Turiddu spinse
l'uscio, ed ansimante, col viso stravolto, corse a me guardandomi con
infinita pietà. Lo seguivano il professore Dulcamara, parecchi studenti,
ed il professore di chirurgia, che erano riesciti a trovare. Questi
disse:
«--Se si fosse potuto amputarlo in tempo...
«--Che! rispose Dulcamara. La morte è venuta istantanea; fu l'affare di
sette minuti.
«--Ma che morte! ribattè Turiddu. Vi giuro che questo giovine è vivo. In
questo corpo immobile, dietro quest'occhio vitreo, con tutte le
apparenze della morte, la sensibilità e l'intelligenza persistono
intere; egli ci vede e ci sente...
«Oh la gioia, la gioia infinita che mi invase in quel momento! Mi parve
che quell'incanto malefico fosse vinto; che in quell'eccesso di giubilo
potessi stendere le braccia al mio salvatore.
«Ma no; nulla. Il piacere, come il dolore mi lasciavano impassibile e
freddo. Intanto il professore tratteneva per le braccia Turiddo, che
dava delle istruzioni ad un compagno, e gli gridava:
«--Cosa dite! cosa dite, figlio mio! Non vedete che è rigido? Che gli
abbiamo punte le carni, gli abbiamo strappati i capelli e non ha dato
segno di dolore?
«--Perchè non può dar segni; ma il dolore lo sente. Il _curare_ non
colpisce che i nervi motori; Navaro è morto parzialmente; i nervi motori
sono morti...
«--Questo è un delirio, tornava a dire il professore.
«E l'altro più affannato che mai:
«--È una verità, professore. Io lo sapevo fin da Parigi. Ne ho parlato
anche a Rosario Angherà. Come mai non se n'è ricordato? Si vede che la
disgrazia l'ha sbalordito. Ma non c'è un minuto da perdere. Ora Navaro è
vivo in un corpo paralizzato. Però in meno di mezz'ora saranno
paralizzati anche i polmoni e morirà asfissiato.
«Queste parole mi spiegarono una sensazione nuova di soffocamento, che
cominciavo a sentire. Era l'asfissia! La morte che avevo invocata prima,
veniva ora che stavano per soccorrermi. Veniva pur troppo, veniva
rapida; e non potevo gridare:
«--Ma presto; affrettatevi.
«Turiddo andò all'uscio, e disse:
«--E non tornano coll'apparecchio per la respirazione artificiale! È il
solo mezzo di salvarlo.
«Aveva già mandato a prendere l'apparecchio! Ebbi ancora un filo di
speranza. Ma soffocavo. Intanto il professore si opponeva energicamente
a quella prova. Era pura testardaggine? Era la vanità di non voler
vedere smentita la sua sentenza? Tornò ad ascoltarmi il petto, poi
disse:
«--Via, sentite. Anche il cuore cessa di battere. Quando mai un uomo può
vivere senza che gli batta il cuore? Ma che scienza può insegnarvi
questo, figlio mio?
«--Vi assicuro, professore, che Claude Bernard...
«--Ma che Bernard! Sono francesate! Gl'Indiani muoiono da centinaia
d'anni col _curare_ come questo mio povero discepolo, e non sono mai
risuscitati.
«--No, no, professore. State a sentire, insisteva Turiddo parlando con
una rapidità febbrile, mentre gli altri studenti erano usciti per
sollecitare a far portare l'apparecchio domandato. State a sentire.
L'elemento nervoso sensitivo, l'elemento nervoso motore, e l'elemento
muscolare, hanno ciascuno la sua autonomia. Uno solo può morire, mentre
gli altri vivono. Navaro non può parlare nè muoversi, ma la sua
sensitività ed i suoi muscoli sono vivi; l'elemento nervoso motore, che
trasmette ai muscoli le manifestazioni della sensitività, è il solo
avvelenato; e per mancanza di quel tramite le manifestazioni sono
impossibili.
«Il prof. Dulcamara alzava le braccia in alto, giungeva le mani,
crollava il capo co' suoi grandi gesti da meridionale, ed esclamava
fuori di sè, andando su e giù per la stanza:
«--Cosa mi tocca sentire! Cosa mi tocca sentire!
«Furono le ultime parole che udii. L'apparecchio per la respirazione
artificiale entrava appunto, quando cessai di vedere, udii ronzarmi
negli orecchi dei suoni confusi, e m'avvidi, disperato, che morivo al
momento in cui stavo per esser richiamato alla vita.»
Conchiudendo queste parole, il professor Navaro respinse noi tutti, che
lo stringevamo davvicino, e s'accostò alla tavola per versarsi un
bicchierino di _cognac_. Ma noi lo seguimmo domandando:
--Ma poi? Non è morto, professore, dacchè è qui a narrarlo. Dica, come
finì?
--Si può figurarselo, riprese con maggior calma, dopo aver bevuto. Dopo
non so quanto tempo, apersi gli occhi, e mi vidi solo con Turiddo, che
mi faceva respirare artificialmente. A quel primo segno di vita egli
mise un grido di gioia e staccò il soffietto... Io ricaddi svenuto.
Allora ricominciò, e dopo più d'un'ora potei muovermi e parlare. La sera
stessa ero completamente guarito, e dopo alcuni giorni stavo anche
meglio di prima.
--Ma, caro Navaro, esclamò un professore di filosofia: io non capisco
nulla. È uno scherzo, un racconto di fantasia alla Poe che ci ha fatto?
Come mai! Avvelenato, morto a mezzodì, e sano la sera?
--Morto, no; lo sarei stato fra pochi minuti, e nessuno avrebbe
sospettato mai che avevo vissuto fin allora: perchè il _curare_
paralizza la circolazione come paralizza tutti i movimenti, perchè, come
s'è detto, agisce sui nervi motori. Ma se colla respirazione artificiale
si riesce in tempo a ravvivare la circolazione ed a mantenerla per un
tempo sufficiente, il _curare_ si elimina per le vie ordinarie e
l'ammalato guarisce. L'importante degli esperimenti di Claude Bernard,
fatti su molti animali e riferiti nel suo libro _La science
experimentale_, sta appunto in questo, d'aver accertato che, per un dato
periodo, prima che la paralisi dei polmoni non abbia prodotta
l'asfissia, quell'essere, che presenta tutti i sintomi della morte, vive
e può essere salvato. Ma io credo d'essere il solo uomo che ha provato
su sè stesso gli effetti di quello strano veleno senza esserne morto.
Più volte mi venne l'idea di pubblicare una memoria su quel caso; ma mi
ripugna di occuparmene.
--E Rosario! quel gesuita di Rosario, domandammo noi, frementi
d'indignazione. Non l'ha ucciso, professore? Non l'ha denunciato?
--Sporsi querela contro di lui per omicidio. Ci fu un principio
d'istruzione. Turiddo dichiarò d'avergli tenuto un lungo discorso sugli
effetti del _curare_, e sulla possibilità di salvare chi ne fosse
avvelenato; io deposi le parole che aveva dette a me quando giacevo come
morto; ma egli negò tutto. Ho già detto che aveva delle alte protezioni.
D'altra parte il professor Dulcamara, che era rimasto molto umiliato dal
trionfo di Turiddo sulla sua scienza, finì col persuadersi che quella
era stata una commedia combinata fra Turiddo e me, e continuò a negare
che un uomo veramente avvelenato col _curare_ potesse riaversi.
Conclusione: Non si fece luogo a procedere, e, circa un mese dopo,
Turiddu ed io fummo invitati dalla polizia borbonica a lasciare la
Sicilia, dove eravamo mal notati all'università di Messina, come
imbevuti di idee liberali, e perturbatori dell'ordine.
«Fu allora che venni in Piemonte, dove terminai gli studi a questa
università di Torino, e, dopo varie vicende, finii, per tornarci col
titolo di professore.
--Ah! è un'infamia che Rosario sia rimasto impunito! disse qualcuno. E
non ne seppe più nulla, professore? Non lo rivide più?
--Lo rividi, rispose il professore un po' turbato. Lo rividi una volta
sola... poco fa. Era la persona che mi domandava in salotto.
A quella rivelazione sorse un grido d'orrore. Tutti ci alzammo, alcuni
cercarono di correre all'uscio, come per far giustizia di quell'uomo. Ma
il professore trattenendoli riprese:
--Ora è molto lontano. Dacchè le cose sono mutate in Sicilia, è mutata
anche la sua fortuna. È venuto qui povero, umile, malandato, a
domandarmi cento lire per pagare il viaggio e tornare in paese.
--E gliele ha date, professore? No?
--Sì, gliele ho date. Ho fatto come i miei vecchi; non ho respinto
neppure il mio assassino il giorno di Natale.
Poi con un sorriso che rimaneva sempre buono, soggiunse, come per
iscusare la sua buona azione.
--Dacchè ho ereditato il loro patrimonio, ed i loro nervi eccitabili,
dovevo pure accettare anche i loro pregiudizi. E la parte passiva
dell'eredità.