SCENA IV.

ARNHOLM _e_ WANGEL.

ARN. (_che li ha seguiti coll’occhio_) Lo conosce bene, lei, quel

giovane?

WAN. Io no.

ARN. E le sembra giusto che stia sempre vicino alle sue figliuole?

WAN. Crede? In verità non me ne sono accorto.

ARN. Questo è male, lei deve farci attenzione invece.

WAN. Ha ragione, ma che posso io? Le mie ragazze sono abituate a

guidarsi da loro stesse e non vogliono ricevere osservazioni nè da me,

nè da Ellida.

ARN. Neppure da lei?

WAN. No, e d’altra parte io non posso esigere da Ellida che si occupi

delle mie figlie. (_interrompendosi_) Ma non era di questo che dovevamo

parlare. Mi dica, ha ben riflettuto su quanto le dissi?

ARN. Dacchè ci siamo lasciati, non ho pensato ad altro.

WAN. E che cosa mi consiglia?

ARN. Caro dottore, a me sembra che lei come medico dovrebbe sapere

meglio di me...

WAN. Se sapesse quanto è difficile per un medico di giudicare del male

di una persona a lui cara.... In questo caso poi non si tratta di una

malattia ordinaria e non è un solito medico, nè le solite medicine che

potranno guarirla.

ARN. Come sta oggi?

WAN. Sono stato or ora nella sua camera e mi parve tranquilla, ma sotto

quel continuo variar di umore si nasconde un mistero che non posso

chiarire e che la rende così incostante, così irrequieta.

ARN. Ciò può dipendere anche dal suo stato d’animo malato.

WAN. Sì in parte ma non è tutto. Ellida appartiene ad una generazione

di marinai. Ecco la vera ragione.

ARN. Davvero, dottore, non comprendo il senso di queste sue parole.

WAN. Non ha mai notato come tutti coloro i quali vivono sul mare

costituiscano una specie di popolo a parte? Si direbbe che essi vivano

della vita stessa del mare. Nei loro pensieri, come nei loro sentimenti

vi è una continua ondulazione, un continuo flusso e riflusso: essi non

si acclimatizzano in nessun altro luogo. Ah! se l’avessi pensato prima:

fu un grande errore il mio di togliere Ellida di laggiù.

ARN. Lei dunque ha finito col persuadersi di ciò.

WAN. Sì, ma avrei dovuto pensarci prima: io lo presentivo senza volerlo

confessare a me stesso, ma l’amavo tanto che da vero egoista, non ho

pensato che a me.

ARN. Eh! In simili casi tutti gli uomini diventano un poco egoisti.

D’altra parte dottore, io non mi sono mai accorto che lei sia un

egoista.

WAN. (_passeggiando con inquietudine per la scena_). Sì, un egoista,

lo fui e lo sono ancora, sono molto più vecchio di lei, potrei farle

da padre e da guida. Il mio dovere era di conoscere tutti i pensieri

di mia moglie. Disgraziatamente non ho fatto nulla di ciò. Non ebbi

energia, volli averla come era, il suo stato si è aggravato ma io non

me ne sono dato pensiero e l’ho condotta qui. Ecco perchè nella mia

disgrazia mi sono ricordato di lei, e l’ho pregata di venir da noi.

ARN. (_guardandosi stupito_) Come, è questa la ragione per cui mi ha

chiamato?

WAN. Sì, ma per carità, non ne faccia parola con alcuno.

ARN. Io mi domando in che cosa posso esserle utile.

WAN. Che vuole, mi sono ingannato: credevo che Ellida in altri tempi

l’avesse amato, che ella l’amasse ancora un poco, segretamente:

credetti che le dovesse recar piacere il riveder lei ed il poter

discorrere con una persona del suo paese che la conobbe quando era

felice.

ARN. Dunque lei alludeva a sua moglie scrivendomi che qui vi era una

persona che mi aspettava la quale sarebbe stata contenta di vedermi.

WAN. E a chi voleva mai che alludessi?

ARN. (_con prontezza_) È vero: lei ha ragione, ma io non avevo compreso.

WAN. È naturale giacchè io mi sono sbagliato.

ARN. E lei poi dice che è un egoista.

WAN. La mia colpa verso Ellida è tanto grande che non posso trascurare

di tentare alcuna cosa che possa far cessare un poco la sua melanconia.

ARN. In che modo spiega il dominio che codesto straniero ha sopra

Ellida?

WAN. Mio caro amico, è inesplicabile!

ARN. Inesplicabile?

WAN. Almeno per ora.

ARN. Crede lei a un’influenza misteriosa?

WAN. Sì e no. L’ignoro e non posso discutere.

ARN. Sia pure, ma è così spaventosa quell’idea strana degli occhi del

bambino?

WAN. (_vivamente_) Alla storia degli occhi io non credo, non voglio

crederci: deve essere un’illusione della sua fantasia e nulla più.

ARN. Ha bene osservato ieri gli occhi di quello straniero? non ha

trovato alcuna rassomiglianza?

WAN. Che le posso dire? Non era ben chiaro quando l’ho veduto. Eppoi

Ellida mi aveva tanto parlato di questa rassomiglianza che non potevo

giudicare imparzialmente.

ARN. Ma e l’altro fenomeno? Quella paura, quella ansietà che si è

impadronita di lei quando tre anni fa, egli si mise in cammino per

venire qui?

WAN. L’immaginazione ha la sua parte in tutto questo: è dall’altro

giorno che Ellida non fa che pensare a quell’uomo, e questo suo stato

non si è manifestato subitamente come essa pretende, bensì dopo aver

saputo dal giovane Lyngstrand che Johnston o Friman, che sia, si era

imbarcato or sono tre anni, per tornar qui nel mese di marzo. Fu in

quel momento che essa credette che il turbamento della sua mente, le

sue torture fossero cominciate appunto in quell’epoca.

ARN. E non è vero?

WAN. No. Da molto tempo essa vi aveva predisposizione e fu solo il caso

che volle avesse una crisi violenta tre anni fa, nel mese di marzo....

ARN. Ah! vede....

WAN. Sì, ma questo si spiega con le circostanze anormali in cui si

trovava: allora era in istato interessante.

ARN. Dunque sintomi contro sintomi.

WAN. (_stringendo i pugni_) E non poterla aiutare e non avere alcun

mezzo per salvarla!

ARN. Se lei potesse deciderla a cambiar cielo, andar via di qui,

portarla a vivere in luoghi che maggiormente le confacciano.

WAN. E crede che non glielo abbia di già proposto? Le offersi di

andarmi a stabilire con lei a Skjoldvik, ma non ha voluto.

ARN. Davvero?

WAN. Mi rispose che sarebbe stato inutile, e credo anch’io che essa

abbia ragione.

ARN. Come.... crede?

WAN. E poi.... ho riflettuto. Io non ho il diritto, per le mie

figliuole, di andarmi a relegare laggiù in quell’angolo perduto

dell’universo. È necessario che viva nel mondo per trovare un marito a

quelle ragazze.

ARN. Maritarle? diggià?

WAN. Sicuro. E d’altra parte io ho anche l’obbligo di soccorrere la mia

povera ammalata, la mia Ellida. Ah! caro Arnholm non so dove batter la

testa: sono fra l’incudine e il martello.

ARN. In quanto a Violetta non deve preoccuparsene....

(_interrompendosi_) Vorrei sapere dove è.... dove sono andati quei due

giovani....

WAN. (_avvicinandosi al pianoforte_) Per quelle tre creature io farei

qualunque sacrificio... sapessi soltanto il come (_Ellida entra dalla

porla di sinistra_).

La donna del mare · 第 42 / 59 题