Entrando nel gran salone splendidamente illuminato, Maurilio s'era
fermato appena fatti pochi passi sul morbido tappeto, come preso da
abbacinamento. Sul volto superbo della marchesa e del suo figliuolo
Ettore stava una scontentezza che si frenava, domata, soggiogata, direi
quasi, dalla espressa volontà del capo della famiglia alla cui autorità
essi piegavano la fronte; Virginia, ella, mostrava una sincera emozione
che la straordinaria e commovente circostanza ben era fatta per
suscitare in un'anima eletta ed amorevole come la sua. Lo strano
contegno tenuto da Maurilio con essa in quell'occasione che abbiamo
narrato, quando ella ebbe appreso dallo zio l'essere del giovane, aveva
avuto da lei la seguente spiegazione: egli conoscendo il segreto della
sua nascita era stato mosso allora a manifestarlesi, e l'emozione
dell'affetto, la timidità, il brusco e quasi sdegnoso fuggire di lei
glie lo avevano impedito. Ella si era fatta viva rampogna d'essersi
allora in quel modo diportata. Una parte di quell'affetto, di quel
trasporto dell'anima che aveva per la memoria della madre, di cui appena
era se ricordava una vaga immagine, aveva sentito rivolgersi verso colui
che ora le si additava fratello. Le parve come se qualche cosa di quella
madre tanto desiderata, rivivesse; ella che, tranne quello dello zio,
non aveva affetti vivaci e teneri intorno a sè, benedisse Iddio di
concederle a compagno, di condurle innanzi chi aveva nelle vene il
medesimo suo sangue materno. Perciò all'entrare di Maurilio fu con
sollecita premura che Virginia fece alcuni passi verso di lui ad
incontrarlo. Il marchese però la prevenne ed accostatosi egli primo al
giovane, lo prese per mano.
— Eccovi qui i vostri più prossimi congiunti dal lato materno:
diss'egli. Questa è vostra zia, la marchesa di Baldissero, questi è
vostro cugino, mio figlio Ettore, due altri miei figliuoli che sono
nell'Accademia Militare conoscerete poi, e questa è vostra sorella
Virginia.
Maurilio fece un inchino alla marchesa che si degnò appena
corrispondergli con un altezzoso cenno del capo; scambiò con Ettore
un'occhiata ed un saluto in cui c'era nulla d'affettuoso nè manco di
cortese; ma tremò da capo a piedi innanzi allo splendido sguardo della
fanciulla che si accostò a lui, tendendogli ambedue le mani.
— Mio fratello! esclamò essa con una voce piena d'emozione ed un accento
che a queste sole due parole dava la significazione di tanti sentimenti
e sensazioni.
Egli prese nelle sue larghe, grosse, volgari manaccie quelle piccole,
esili, bianche, dalla pelle finissima che Virginia gli porgeva, non osò
stringerle, ma le tenne alquanto, sempre più tremante, e invano tentando
di balbettare una parola che esprimesse il suo pensiero.
La scena fu fredda, impacciosa: la presenza della marchesa e del
marchesino versava un gelo che impediva ogni espansione. Maurilio
medesimo era troppo commosso per parlare; nel suo petto non abbastanza
soffocato ancora era quell'amore che tutta aveva dominata la sua
giovinezza, perchè egli osasse, per dir così, andare in fondo al proprio
cuore, perchè osasse aprire il varco a quei sentimenti che gli
sobbollivano con tramestìo confuso nell'anima. Virginia medesima dal
contegno di questo rinvenuto fratello, dal suo aspetto ebbe come una
specie di delusione; sentì quel suo trasporto d'affetto, quasi
risospinto, venirle a ripiombare sull'animo e ritorlo alla dolce
espansione di prima; nello sguardo profondo del giovane il quale pure
aveva qualche cosa di quello che avevano i bellissimi occhi suoi,
Virginia travide alcun che di misterioso, ond'ebbe pressochè paura e
sospetto. Scambiate poche parole di convenevoli quali l'occasione li
suggeriva, nessuno più seppe che cosa dire, e fu il marchesino Ettore
che più impaziente tolse primo il commiato.
— Io sono stato troppo tempo condannato alla immobilità forzata dentro
una camera, diss'egli con amaro sorriso facendo allusione alla sua
appena finita prigionia in Cittadella, perchè ora mi rassegni a star
lungo tempo inchiodato in casa.
Baciò la mano di sua madre, s'inchinò con un rispetto, in cui non c'era
mostra d'affezione, al genitore, strinse la destra a Virginia e
fermatosi un momento innanzi a Maurilio gli disse con un accento di
finissima, velata ironia:
— Mio cugino, _puisque cousin il y a_, a rivederci. Faremo più ampia
conoscenza più tardi: e se potremo andare d'accordo... tanto meglio!
Maurilio non rispose, guardò fiso, seriamente, quasi severamente il
marchesino che girava sui suoi talloni con una sprezzosa leggerezza, e
non gli fece manco un cenno di saluto.
— Signora, disse poi Maurilio accostandosi alla fanciulla più commosso e
tremebondo di prima, non osando levare le pupille sul volto di lei:
signora... mia sorella... Virginia... Vorrei domandarvi un favore.
La donzella vide la commozione del giovane e ne fu commossa ella pure.
— Parlate: disse con un interesse, con una specie di tenerezza che fece
battere il cuore di Maurilio.
— Voi avete bene un ritratto di _nostra_ madre?
— Sì.
— Conducetemi innanzi ad esso, ve ne prego.
Virginia parve esitare un momento. Quel ritratto era appeso nella sua
camera, in faccia al suo letto; le ripugnava a tutta prima introdurre
colà un individuo che appena se aveva cessato d'essere per lei un
estraneo. Un estraneo? Ah no, non doveva esserlo più. Che cosa avrebbe
detto la madre se avesse visto la freddezza diffidente con cui essa
accoglieva il fratello, la madre che con tanta espansione avrebbe aperte
al figliuolo le braccia, la madre che lieta sarebbe stata se di subito
fosse nato fra di loro vivace l'affetto fraterno? Prese ella per mano
Maurilio e gli disse:
— Venite.
Si arrestarono tuttedue, tenendosi per mano, innanzi al quadro in cui la
contessa Aurora era stata rappresentata quando, già colpita dal dolore,
portava nell'anima una ferita insanabile e ne lasciava scorgere le
traccie nel pallore del volto e nella mestizia desolata dello sguardo.
Tuttedue levarono gli occhi, che si rassomigliavano, verso quegli occhi
dipinti, che rassomigliavano ai loro; tuttidue sentirono invadersi da
una tenerezza d'affetto più viva, più cara, più calda. A Maurilio nello
sguardo mite, triste, nobilmente rassegnato, profondamente pensoso del
ritratto, parve scorgere alcun che di quell'inesplicabile, mesta soavità
della sua visione: Virginia pensò alla gioia suprema che avrebbe avuta
sua madre, se ancora viva avesse visto restituirsi al suo amore quel
figliuolo che aveva pianto estinto, e credette vedere nella tela dipinta
medesima, rallegrarsi e balenare soavemente quegli occhi color del mare.
Il giovane giurò a sè stesso che su quella fanciulla, orfana al par di
lui, in cui tante rivivevano delle sembianze materne, avrebbe volto gran
parte di quell'affetto che più non poteva consecrare alla persona viva
della madre, avrebbe per lei ogni cosa tentato, tutto sacrificato, se
occorreva, ogni cosa sofferto per conferire in ogni modo a lui possibile
a renderla felice: la donzella da parte sua promise a sè stessa, e ne
sentì come il dovere, di compensare ella col suo di sorella quell'amore
di madre che questa non aveva potuto mai, non poteva più rivolgere su di
lui, di fargli provare quell'affetto dolcissimo di famiglia onde il
derelitto era stato sin allora per tutta la vita affatto scevro. Le loro
mani, che ancora erano unite, si strinsero, quasi a scambiarsi la mutua
interna promessa fatta dal loro cuore, gli occhi s'incontrarono, ed ella
porgendo la sua fronte china alle labbra di Maurilio, gli disse:
— Fratello mio, potrò finalmente parlare con alcuno di mia madre, ne
parleremo sovente insieme, e ci ameremo com'ella ci avrebbe amati.
Maurilio depose un lieve bacio su quella candida fronte che gli veniva
offerta: era un puro bacio di amor fraterno, era un castissimo bacio
nell'atto e nel pensiero: ma appena le sue labbra ebbero tocco la pelle
finissima di quella fronte leggiadra, uno strano, terribile
sobbollimento si fece nelle vene del giovane. La passione d'amore, che
egli credeva soffocata nel suo cuore, s'aderse di subito, impetuosa,
congiunta con un tumultuoso trasporto di sensi, quale il misero, vissuto
purissimo d'ogni voluttà, non aveva provato mai: una fiamma gli passò
dinanzi agli occhi, quasi accecandolo, la mente sotto l'impulso del
sangue gli si confuse: al suo giovanile ardore, tremendamente
infuocatosi ad un tratto, sorrise procace la bellezza divina che aveva
dinanzi; una temerità sciagurata s'aggiunse ad un avido desiderio: oh
stringere al suo petto quelle mirabili forme, oh baciare con furore
quelle labbra coralline! Le sue braccia frementi si piegarono per
afferrare, serrare in un amplesso tenace quel corpo leggiadramente
elegante. Ma appena sentì il tocco di quelle membra, delle vesti che le
cingevano, la ragione si ridestò e riprese in lui il suo impero: volse
al ritratto uno sguardo confuso, pentito, pieno di vergogna e
supplicante perdono.
— Sono un infame, pensò rattamente fra sè. Oh mi estirperò dal cuore
questo scellerato amore, dovessi strapparne insieme la vita.
Si allontanò da Virginia, impallidito di subito, tremante, affannoso il
respiro, quasi vacillando.
La fanciulla lo guardò con istupore, e con affettuoso interesse gli
domandò:
— Che cos'hai? Tu stai male.
Era la prima volta che Maurilio udiva rivolgersi da lei la dolce parola
_tu_.
— Nulla, rispose, tenendo volti a terra gli occhi. L'emozione di questi
momenti è tanta per la mia anima che mal vi può reggere. Lasciatemi.....
lasciami ritrarre ad esser solo.
Corse a chiudersi nella sua stanza, inorridito di se stesso,
maledicendosi, accusandosi, pensando ogni fatta pazzie, ora piangendo,
ora sdegnandosi, pregando a volta a volta e bestemmiando.
— O madre mia, soccorretemi voi, esclamava dal profondo dell'anima,
aiutatemi, salvatemi, proteggetemi voi!
Ad un tratto un nuovo pensiero glie ne venne che lo fece riscuotersi in
mezzo alla sua dolorosa meditazione. Aveva sempre rivolto l'animo e la
mente a sua madre; e il genitore, perchè lo aveva egli dimenticato, o
meglio trascurato? Nobile di cuore e d'ingegno era egli, a quanto udito
ne aveva, di generoso animo e di virtuosi fatti. Della madre aveva egli
almeno una memoria, una reliquia, quel rosario con cui tante volte certo
aveva ella pregato, ne aveva ora viste le ritratte sembianze, ma del
padre non gli restava nulla, nulla affatto, nè aveva pure alcuno che
glie ne potesse parlare. Ardentissimo desiderio gli nacque di sapere
qualche cosa di più sul conto di lui; domandò se il marchese era
tuttavia in casa e se a lui poteva presentarsi, e venuto in presenza
dello zio espose le sue legittime brame a questo riguardo.
— Avete ragione: rispose il marchese; tutto quello che appartenne a
vostro padre dev'essere prezioso per voi ed è vostra proprietà. Ci ho un
involto delle lettere che egli scrisse a mia sorella, e che questa
teneva carissime: un momento volli distrurle, ma poi me ne trattenni
pensando che avrei amareggiato l'anima di quell'infelice. Quelle carte
debbono essere vostre, e senza indugio ve le rimetto.
Prese da un cassettino del suo stipo un pacco di carte suggellato con
quattro grandi impronte di cera lacca nera e lo consegnò a Maurilio, il
quale lo prese con religioso rispetto e strettolo al seno come se vi
tenesse un tesoro, corse a rinchiudersi di nuovo nella sua camera.
Pose quell'involto di carte sulla tavola innanzi a sè e stette a
contemplarlo a lungo come una cosa sacra, a cui non osasse, credesse una
profanazione accostar la mano. Ecco tutto quanto gli rimaneva di suo
padre! ecco quanto avrebbe potuto aver mai di lui! Di aprire quel plico
e leggere i fogli contenutivi, aveva egli il diritto? Certo che sì. Da
quelle carte doveva sorgere innanzi a lui e prendere forme più precise
quella persona di suo padre, che vagamente soltanto gli si era adombrata
nel racconto statogli fatto delle avventure della madre sua. Una nobile
figura era quella che già aveva intravvista; quanta più venerazione
avrebb'egli avuto per essa, quando più precisamente le si fosse
palesata! Tutto l'amor suo figliale, sinora egli aveva concentrato nel
pensiero della madre soltanto; avrebbe d'or innanzi volto quest'affetto
alla memoria del padre eziandio, nè quell'immenso che sentiva per la
donna a cui doveva la vita se ne sarebbe perciò sminuito pure d'un
punto.
Ruppe finalmente i suggelli ed aprì il plico: una ineffabile commozione
gli faceva tremar la mano. Era la raccolta di tutte le lettere d'amore
che Maurilio Valpetrosa aveva scritte alla marchesina Aurora, dalla
prima in cui le svelava con ardentissime parole l'affetto suo a
quell'ultima che prima di recarsi al duello aveva egli affidata al
tristo Nariccia, e nella quale, dicendo alla moglie d'aver confidenza
nell'ipocrita scellerato che tanto bene aveva saputo fino all'ultimo
ingannarlo, dava alla donna dell'amor suo con parole di tenerezza
infinita l'estremo addio, la benedizione del moribondo.
Nel primo gettar gli occhi su quegli scritti, Maurilio provò una strana
sensazione: non glie ne parve ignota la calligrafia, ma non seppe dirsi
di subito nè come, nè dove, nè quando l'avesse vista mai. Forse non era
che una vaga rassomiglianza: e in quel momento l'emozione del suo animo
fu tanta, che non ebbe agio a considerare freddamente questa
circostanza. Cominciò a leggere quelle lettere con avida curiosità
insieme e con riverente affetto, e l'interesse di quella lettura non gli
lasciò più per allora pensare ad altro. Palpitò alle affocate
espressioni d'una passione che per tanti versi riproduceva quella
ch'egli aveva giurato soffocare nel cuor suo; arrossì ed impallidì a
volta a volta pel tumultuar del sangue; pianse su quell'ultima lettera
dell'amante e marito ucciso in duello, sulla quale rimanevano le traccie
delle amare lagrime versate leggendola dalla vedovata donna.
Gran parte della notte passò egli leggendo e rileggendo quelle carte,
passeggiando per la stanza, la mente confusa per troppo accavallarsi di
pensieri, rifacendo colla sua fantasia quel passato di cui aveva ora
primamente innanzi a sè le traccie, ricostruendo quel doloroso dramma
del quale gli si presentavano ora le linee principali. La figura di
Maurilio Valpetrosa non aveva certo perduto nel concetto del giovane per
quella lettura: aveva preso un aspetto di amorevolezza generosa, di
franca e soave bontà, quale possono avere soltanto le anime elette. Di
tutto quello che veniva apprendendo de' genitori suoi, Maurilio era
fiero, era superbamente lieto.
— Oh padre mio! oh madre! chè non posso io coll'amor mio compensarvi in
parte di quello che avete dovuto soffrire! esclamava egli con dolci
lagrime negli occhi. Ma farò ogni mio possibile sforzo — lo giuro per la
vostra memoria — affine di rendermi in tutto degno di voi!
Una dolce stanchezza ora lo occupava: dall'anima erano partite tutte le
torbide sensazioni, le dolorose e pugnaci emozioni. Un assopimento,
ristoratore tanto della mente e dell'animo, quanto delle membra e dei
sensi, lo invadeva pian piano, come il dolce influsso d'un tepido
ambiente che lo avvolgesse. Egli sedeva al suo scrittoio colle lettere
aperte davanti; prese in mano quell'ultima così mesta e rassegnata e
dignitosa e forte nel suo dolore, la guardò ancora cogli occhi già
imbambolati dal sonno che cadeva, come se volesse imprimersene i
caratteri nel cervello per averli presenti anche nel sogno, la baciò e
poi reclinato il capo sulle braccia e le braccia su quelle carte
preziose, tranquillamente si addormentò.
Fu senza sogni e placido il suo sonno; ma ad un punto, chi l'avesse
mirato dormire, avrebbe visto la fronte corrugarglisi come per dolorosa
subita impressione ricevuta: il suo corpo si riscosse, ed egli svegliato
di botto rizzò il capo e la persona in sussulto. Quanto avesse dormito
non sapeva; ma la candela era di molto consumata. Maurilio si prese il
capo fra le mani e stette un momento come per riconoscersi, come chi ha
ricevuto sul cranio un colpo poderoso e ne rimane per un poco intronato.
Che cosa era successo? Nel più profondo del suo sonno, come se alcuno
avesse potuto susurrarglielo direttamente al cervello, eraglisi
presentato un sospetto circa quella somiglianza di scrittura che fin
dalle prime aveva creduto notare nelle lettere di Valpetrosa. Parve che
quei caratteri, cui egli aveva prima d'addormentarsi così intensamente
osservati, nella quiete della mente prodotta dal sonno, trovassero pure
alla fine quell'angoluccio in cui era riposto il sovvenire di quei
simili già visti dal giovane, e lo tirassero innanzi a presentarglielo
ad un tratto chiaro e preciso.
— Possibile! esclamò egli liberando poi la testa dalla stretta delle sue
mani, ed afferrata una di quelle lettere l'accostò vivamente alla
candela a farci piovere su la luce gialliccia di quella fiammella. Non
c'era da aver dubbio. Come aveva egli fatto a non riconoscer subito una
cosa sì evidente? Quella scrittura era affatto identica a quella della
lettera strappata che a Gian-Luigi era stata posta nelle fascie quando
abbandonato nel pubblico ospizio dei trovatelli, a quella di quell'altro
biglietto che da poco tempo Gian-Luigi aveva acquistato e non aveva
detto dove, lettera e biglietto che pochi giorni prima soltanto Maurilio
aveva potuto minutamente ed attentamente esaminare.
Che voleva dir ciò? Come uno scritto di Valpetrosa era stato messo per
contrassegno di riconoscimento a Gian-Luigi infante? Chi era dunque
colui? Ed egli, Maurilio, chi era? Gli tornò in mente l'apparizione che
aveva avuta al villaggio: ricordò quel segno negativo che aveva creduto
intravvedere. Ma allora?... La conclusione lo spaventò. Che si doveva
fare? Una paura ed una smania nello stesso tempo lo afferrarono, di
venire in chiaro della verità. Decise cercare di Gian-Luigi, rivedere
quegli scritti, confrontarli colle lettere di colui che già non osava
più dire suo padre, ed appurata meglio la cosa risolver poi.
Appena fu venuto il mattino uscì del palazzo e corse all'abitazione di
Quercia: questi dormiva ancora e il domestico non lasciò entrare
Maurilio: gli disse tornasse fra due ore. E giusto due ore o poco più
dopo che il giovane era uscito dal palazzo Baldissero, si presentava
nell'anticamera di questo Padre Bonaventura, chiedendo urgentemente di
parlare al marchese. Il frate veniva senza indugio introdotto e un lungo
colloquio aveva luogo fra il fratello della marchesa Aurora e il
confessore di Nariccia, imperocchè Padre Bonaventura veniva allora
allora dall'aver udito in confessione il vecchio usuraio moribondo.