CAPITOLO XVIII.

Entrando nel gran salone splendidamente illuminato, Maurilio s'era

fermato appena fatti pochi passi sul morbido tappeto, come preso da

abbacinamento. Sul volto superbo della marchesa e del suo figliuolo

Ettore stava una scontentezza che si frenava, domata, soggiogata, direi

quasi, dalla espressa volontà del capo della famiglia alla cui autorità

essi piegavano la fronte; Virginia, ella, mostrava una sincera emozione

che la straordinaria e commovente circostanza ben era fatta per

suscitare in un'anima eletta ed amorevole come la sua. Lo strano

contegno tenuto da Maurilio con essa in quell'occasione che abbiamo

narrato, quando ella ebbe appreso dallo zio l'essere del giovane, aveva

avuto da lei la seguente spiegazione: egli conoscendo il segreto della

sua nascita era stato mosso allora a manifestarlesi, e l'emozione

dell'affetto, la timidità, il brusco e quasi sdegnoso fuggire di lei

glie lo avevano impedito. Ella si era fatta viva rampogna d'essersi

allora in quel modo diportata. Una parte di quell'affetto, di quel

trasporto dell'anima che aveva per la memoria della madre, di cui appena

era se ricordava una vaga immagine, aveva sentito rivolgersi verso colui

che ora le si additava fratello. Le parve come se qualche cosa di quella

madre tanto desiderata, rivivesse; ella che, tranne quello dello zio,

non aveva affetti vivaci e teneri intorno a sè, benedisse Iddio di

concederle a compagno, di condurle innanzi chi aveva nelle vene il

medesimo suo sangue materno. Perciò all'entrare di Maurilio fu con

sollecita premura che Virginia fece alcuni passi verso di lui ad

incontrarlo. Il marchese però la prevenne ed accostatosi egli primo al

giovane, lo prese per mano.

— Eccovi qui i vostri più prossimi congiunti dal lato materno:

diss'egli. Questa è vostra zia, la marchesa di Baldissero, questi è

vostro cugino, mio figlio Ettore, due altri miei figliuoli che sono

nell'Accademia Militare conoscerete poi, e questa è vostra sorella

Virginia.

Maurilio fece un inchino alla marchesa che si degnò appena

corrispondergli con un altezzoso cenno del capo; scambiò con Ettore

un'occhiata ed un saluto in cui c'era nulla d'affettuoso nè manco di

cortese; ma tremò da capo a piedi innanzi allo splendido sguardo della

fanciulla che si accostò a lui, tendendogli ambedue le mani.

— Mio fratello! esclamò essa con una voce piena d'emozione ed un accento

che a queste sole due parole dava la significazione di tanti sentimenti

e sensazioni.

Egli prese nelle sue larghe, grosse, volgari manaccie quelle piccole,

esili, bianche, dalla pelle finissima che Virginia gli porgeva, non osò

stringerle, ma le tenne alquanto, sempre più tremante, e invano tentando

di balbettare una parola che esprimesse il suo pensiero.

La scena fu fredda, impacciosa: la presenza della marchesa e del

marchesino versava un gelo che impediva ogni espansione. Maurilio

medesimo era troppo commosso per parlare; nel suo petto non abbastanza

soffocato ancora era quell'amore che tutta aveva dominata la sua

giovinezza, perchè egli osasse, per dir così, andare in fondo al proprio

cuore, perchè osasse aprire il varco a quei sentimenti che gli

sobbollivano con tramestìo confuso nell'anima. Virginia medesima dal

contegno di questo rinvenuto fratello, dal suo aspetto ebbe come una

specie di delusione; sentì quel suo trasporto d'affetto, quasi

risospinto, venirle a ripiombare sull'animo e ritorlo alla dolce

espansione di prima; nello sguardo profondo del giovane il quale pure

aveva qualche cosa di quello che avevano i bellissimi occhi suoi,

Virginia travide alcun che di misterioso, ond'ebbe pressochè paura e

sospetto. Scambiate poche parole di convenevoli quali l'occasione li

suggeriva, nessuno più seppe che cosa dire, e fu il marchesino Ettore

che più impaziente tolse primo il commiato.

— Io sono stato troppo tempo condannato alla immobilità forzata dentro

una camera, diss'egli con amaro sorriso facendo allusione alla sua

appena finita prigionia in Cittadella, perchè ora mi rassegni a star

lungo tempo inchiodato in casa.

Baciò la mano di sua madre, s'inchinò con un rispetto, in cui non c'era

mostra d'affezione, al genitore, strinse la destra a Virginia e

fermatosi un momento innanzi a Maurilio gli disse con un accento di

finissima, velata ironia:

— Mio cugino, _puisque cousin il y a_, a rivederci. Faremo più ampia

conoscenza più tardi: e se potremo andare d'accordo... tanto meglio!

Maurilio non rispose, guardò fiso, seriamente, quasi severamente il

marchesino che girava sui suoi talloni con una sprezzosa leggerezza, e

non gli fece manco un cenno di saluto.

— Signora, disse poi Maurilio accostandosi alla fanciulla più commosso e

tremebondo di prima, non osando levare le pupille sul volto di lei:

signora... mia sorella... Virginia... Vorrei domandarvi un favore.

La donzella vide la commozione del giovane e ne fu commossa ella pure.

— Parlate: disse con un interesse, con una specie di tenerezza che fece

battere il cuore di Maurilio.

— Voi avete bene un ritratto di _nostra_ madre?

— Sì.

— Conducetemi innanzi ad esso, ve ne prego.

Virginia parve esitare un momento. Quel ritratto era appeso nella sua

camera, in faccia al suo letto; le ripugnava a tutta prima introdurre

colà un individuo che appena se aveva cessato d'essere per lei un

estraneo. Un estraneo? Ah no, non doveva esserlo più. Che cosa avrebbe

detto la madre se avesse visto la freddezza diffidente con cui essa

accoglieva il fratello, la madre che con tanta espansione avrebbe aperte

al figliuolo le braccia, la madre che lieta sarebbe stata se di subito

fosse nato fra di loro vivace l'affetto fraterno? Prese ella per mano

Maurilio e gli disse:

— Venite.

Si arrestarono tuttedue, tenendosi per mano, innanzi al quadro in cui la

contessa Aurora era stata rappresentata quando, già colpita dal dolore,

portava nell'anima una ferita insanabile e ne lasciava scorgere le

traccie nel pallore del volto e nella mestizia desolata dello sguardo.

Tuttedue levarono gli occhi, che si rassomigliavano, verso quegli occhi

dipinti, che rassomigliavano ai loro; tuttidue sentirono invadersi da

una tenerezza d'affetto più viva, più cara, più calda. A Maurilio nello

sguardo mite, triste, nobilmente rassegnato, profondamente pensoso del

ritratto, parve scorgere alcun che di quell'inesplicabile, mesta soavità

della sua visione: Virginia pensò alla gioia suprema che avrebbe avuta

sua madre, se ancora viva avesse visto restituirsi al suo amore quel

figliuolo che aveva pianto estinto, e credette vedere nella tela dipinta

medesima, rallegrarsi e balenare soavemente quegli occhi color del mare.

Il giovane giurò a sè stesso che su quella fanciulla, orfana al par di

lui, in cui tante rivivevano delle sembianze materne, avrebbe volto gran

parte di quell'affetto che più non poteva consecrare alla persona viva

della madre, avrebbe per lei ogni cosa tentato, tutto sacrificato, se

occorreva, ogni cosa sofferto per conferire in ogni modo a lui possibile

a renderla felice: la donzella da parte sua promise a sè stessa, e ne

sentì come il dovere, di compensare ella col suo di sorella quell'amore

di madre che questa non aveva potuto mai, non poteva più rivolgere su di

lui, di fargli provare quell'affetto dolcissimo di famiglia onde il

derelitto era stato sin allora per tutta la vita affatto scevro. Le loro

mani, che ancora erano unite, si strinsero, quasi a scambiarsi la mutua

interna promessa fatta dal loro cuore, gli occhi s'incontrarono, ed ella

porgendo la sua fronte china alle labbra di Maurilio, gli disse:

— Fratello mio, potrò finalmente parlare con alcuno di mia madre, ne

parleremo sovente insieme, e ci ameremo com'ella ci avrebbe amati.

Maurilio depose un lieve bacio su quella candida fronte che gli veniva

offerta: era un puro bacio di amor fraterno, era un castissimo bacio

nell'atto e nel pensiero: ma appena le sue labbra ebbero tocco la pelle

finissima di quella fronte leggiadra, uno strano, terribile

sobbollimento si fece nelle vene del giovane. La passione d'amore, che

egli credeva soffocata nel suo cuore, s'aderse di subito, impetuosa,

congiunta con un tumultuoso trasporto di sensi, quale il misero, vissuto

purissimo d'ogni voluttà, non aveva provato mai: una fiamma gli passò

dinanzi agli occhi, quasi accecandolo, la mente sotto l'impulso del

sangue gli si confuse: al suo giovanile ardore, tremendamente

infuocatosi ad un tratto, sorrise procace la bellezza divina che aveva

dinanzi; una temerità sciagurata s'aggiunse ad un avido desiderio: oh

stringere al suo petto quelle mirabili forme, oh baciare con furore

quelle labbra coralline! Le sue braccia frementi si piegarono per

afferrare, serrare in un amplesso tenace quel corpo leggiadramente

elegante. Ma appena sentì il tocco di quelle membra, delle vesti che le

cingevano, la ragione si ridestò e riprese in lui il suo impero: volse

al ritratto uno sguardo confuso, pentito, pieno di vergogna e

supplicante perdono.

— Sono un infame, pensò rattamente fra sè. Oh mi estirperò dal cuore

questo scellerato amore, dovessi strapparne insieme la vita.

Si allontanò da Virginia, impallidito di subito, tremante, affannoso il

respiro, quasi vacillando.

La fanciulla lo guardò con istupore, e con affettuoso interesse gli

domandò:

— Che cos'hai? Tu stai male.

Era la prima volta che Maurilio udiva rivolgersi da lei la dolce parola

_tu_.

— Nulla, rispose, tenendo volti a terra gli occhi. L'emozione di questi

momenti è tanta per la mia anima che mal vi può reggere. Lasciatemi.....

lasciami ritrarre ad esser solo.

Corse a chiudersi nella sua stanza, inorridito di se stesso,

maledicendosi, accusandosi, pensando ogni fatta pazzie, ora piangendo,

ora sdegnandosi, pregando a volta a volta e bestemmiando.

— O madre mia, soccorretemi voi, esclamava dal profondo dell'anima,

aiutatemi, salvatemi, proteggetemi voi!

Ad un tratto un nuovo pensiero glie ne venne che lo fece riscuotersi in

mezzo alla sua dolorosa meditazione. Aveva sempre rivolto l'animo e la

mente a sua madre; e il genitore, perchè lo aveva egli dimenticato, o

meglio trascurato? Nobile di cuore e d'ingegno era egli, a quanto udito

ne aveva, di generoso animo e di virtuosi fatti. Della madre aveva egli

almeno una memoria, una reliquia, quel rosario con cui tante volte certo

aveva ella pregato, ne aveva ora viste le ritratte sembianze, ma del

padre non gli restava nulla, nulla affatto, nè aveva pure alcuno che

glie ne potesse parlare. Ardentissimo desiderio gli nacque di sapere

qualche cosa di più sul conto di lui; domandò se il marchese era

tuttavia in casa e se a lui poteva presentarsi, e venuto in presenza

dello zio espose le sue legittime brame a questo riguardo.

— Avete ragione: rispose il marchese; tutto quello che appartenne a

vostro padre dev'essere prezioso per voi ed è vostra proprietà. Ci ho un

involto delle lettere che egli scrisse a mia sorella, e che questa

teneva carissime: un momento volli distrurle, ma poi me ne trattenni

pensando che avrei amareggiato l'anima di quell'infelice. Quelle carte

debbono essere vostre, e senza indugio ve le rimetto.

Prese da un cassettino del suo stipo un pacco di carte suggellato con

quattro grandi impronte di cera lacca nera e lo consegnò a Maurilio, il

quale lo prese con religioso rispetto e strettolo al seno come se vi

tenesse un tesoro, corse a rinchiudersi di nuovo nella sua camera.

Pose quell'involto di carte sulla tavola innanzi a sè e stette a

contemplarlo a lungo come una cosa sacra, a cui non osasse, credesse una

profanazione accostar la mano. Ecco tutto quanto gli rimaneva di suo

padre! ecco quanto avrebbe potuto aver mai di lui! Di aprire quel plico

e leggere i fogli contenutivi, aveva egli il diritto? Certo che sì. Da

quelle carte doveva sorgere innanzi a lui e prendere forme più precise

quella persona di suo padre, che vagamente soltanto gli si era adombrata

nel racconto statogli fatto delle avventure della madre sua. Una nobile

figura era quella che già aveva intravvista; quanta più venerazione

avrebb'egli avuto per essa, quando più precisamente le si fosse

palesata! Tutto l'amor suo figliale, sinora egli aveva concentrato nel

pensiero della madre soltanto; avrebbe d'or innanzi volto quest'affetto

alla memoria del padre eziandio, nè quell'immenso che sentiva per la

donna a cui doveva la vita se ne sarebbe perciò sminuito pure d'un

punto.

Ruppe finalmente i suggelli ed aprì il plico: una ineffabile commozione

gli faceva tremar la mano. Era la raccolta di tutte le lettere d'amore

che Maurilio Valpetrosa aveva scritte alla marchesina Aurora, dalla

prima in cui le svelava con ardentissime parole l'affetto suo a

quell'ultima che prima di recarsi al duello aveva egli affidata al

tristo Nariccia, e nella quale, dicendo alla moglie d'aver confidenza

nell'ipocrita scellerato che tanto bene aveva saputo fino all'ultimo

ingannarlo, dava alla donna dell'amor suo con parole di tenerezza

infinita l'estremo addio, la benedizione del moribondo.

Nel primo gettar gli occhi su quegli scritti, Maurilio provò una strana

sensazione: non glie ne parve ignota la calligrafia, ma non seppe dirsi

di subito nè come, nè dove, nè quando l'avesse vista mai. Forse non era

che una vaga rassomiglianza: e in quel momento l'emozione del suo animo

fu tanta, che non ebbe agio a considerare freddamente questa

circostanza. Cominciò a leggere quelle lettere con avida curiosità

insieme e con riverente affetto, e l'interesse di quella lettura non gli

lasciò più per allora pensare ad altro. Palpitò alle affocate

espressioni d'una passione che per tanti versi riproduceva quella

ch'egli aveva giurato soffocare nel cuor suo; arrossì ed impallidì a

volta a volta pel tumultuar del sangue; pianse su quell'ultima lettera

dell'amante e marito ucciso in duello, sulla quale rimanevano le traccie

delle amare lagrime versate leggendola dalla vedovata donna.

Gran parte della notte passò egli leggendo e rileggendo quelle carte,

passeggiando per la stanza, la mente confusa per troppo accavallarsi di

pensieri, rifacendo colla sua fantasia quel passato di cui aveva ora

primamente innanzi a sè le traccie, ricostruendo quel doloroso dramma

del quale gli si presentavano ora le linee principali. La figura di

Maurilio Valpetrosa non aveva certo perduto nel concetto del giovane per

quella lettura: aveva preso un aspetto di amorevolezza generosa, di

franca e soave bontà, quale possono avere soltanto le anime elette. Di

tutto quello che veniva apprendendo de' genitori suoi, Maurilio era

fiero, era superbamente lieto.

— Oh padre mio! oh madre! chè non posso io coll'amor mio compensarvi in

parte di quello che avete dovuto soffrire! esclamava egli con dolci

lagrime negli occhi. Ma farò ogni mio possibile sforzo — lo giuro per la

vostra memoria — affine di rendermi in tutto degno di voi!

Una dolce stanchezza ora lo occupava: dall'anima erano partite tutte le

torbide sensazioni, le dolorose e pugnaci emozioni. Un assopimento,

ristoratore tanto della mente e dell'animo, quanto delle membra e dei

sensi, lo invadeva pian piano, come il dolce influsso d'un tepido

ambiente che lo avvolgesse. Egli sedeva al suo scrittoio colle lettere

aperte davanti; prese in mano quell'ultima così mesta e rassegnata e

dignitosa e forte nel suo dolore, la guardò ancora cogli occhi già

imbambolati dal sonno che cadeva, come se volesse imprimersene i

caratteri nel cervello per averli presenti anche nel sogno, la baciò e

poi reclinato il capo sulle braccia e le braccia su quelle carte

preziose, tranquillamente si addormentò.

Fu senza sogni e placido il suo sonno; ma ad un punto, chi l'avesse

mirato dormire, avrebbe visto la fronte corrugarglisi come per dolorosa

subita impressione ricevuta: il suo corpo si riscosse, ed egli svegliato

di botto rizzò il capo e la persona in sussulto. Quanto avesse dormito

non sapeva; ma la candela era di molto consumata. Maurilio si prese il

capo fra le mani e stette un momento come per riconoscersi, come chi ha

ricevuto sul cranio un colpo poderoso e ne rimane per un poco intronato.

Che cosa era successo? Nel più profondo del suo sonno, come se alcuno

avesse potuto susurrarglielo direttamente al cervello, eraglisi

presentato un sospetto circa quella somiglianza di scrittura che fin

dalle prime aveva creduto notare nelle lettere di Valpetrosa. Parve che

quei caratteri, cui egli aveva prima d'addormentarsi così intensamente

osservati, nella quiete della mente prodotta dal sonno, trovassero pure

alla fine quell'angoluccio in cui era riposto il sovvenire di quei

simili già visti dal giovane, e lo tirassero innanzi a presentarglielo

ad un tratto chiaro e preciso.

— Possibile! esclamò egli liberando poi la testa dalla stretta delle sue

mani, ed afferrata una di quelle lettere l'accostò vivamente alla

candela a farci piovere su la luce gialliccia di quella fiammella. Non

c'era da aver dubbio. Come aveva egli fatto a non riconoscer subito una

cosa sì evidente? Quella scrittura era affatto identica a quella della

lettera strappata che a Gian-Luigi era stata posta nelle fascie quando

abbandonato nel pubblico ospizio dei trovatelli, a quella di quell'altro

biglietto che da poco tempo Gian-Luigi aveva acquistato e non aveva

detto dove, lettera e biglietto che pochi giorni prima soltanto Maurilio

aveva potuto minutamente ed attentamente esaminare.

Che voleva dir ciò? Come uno scritto di Valpetrosa era stato messo per

contrassegno di riconoscimento a Gian-Luigi infante? Chi era dunque

colui? Ed egli, Maurilio, chi era? Gli tornò in mente l'apparizione che

aveva avuta al villaggio: ricordò quel segno negativo che aveva creduto

intravvedere. Ma allora?... La conclusione lo spaventò. Che si doveva

fare? Una paura ed una smania nello stesso tempo lo afferrarono, di

venire in chiaro della verità. Decise cercare di Gian-Luigi, rivedere

quegli scritti, confrontarli colle lettere di colui che già non osava

più dire suo padre, ed appurata meglio la cosa risolver poi.

Appena fu venuto il mattino uscì del palazzo e corse all'abitazione di

Quercia: questi dormiva ancora e il domestico non lasciò entrare

Maurilio: gli disse tornasse fra due ore. E giusto due ore o poco più

dopo che il giovane era uscito dal palazzo Baldissero, si presentava

nell'anticamera di questo Padre Bonaventura, chiedendo urgentemente di

parlare al marchese. Il frate veniva senza indugio introdotto e un lungo

colloquio aveva luogo fra il fratello della marchesa Aurora e il

confessore di Nariccia, imperocchè Padre Bonaventura veniva allora

allora dall'aver udito in confessione il vecchio usuraio moribondo.

La plebe, parte IV · 第 26 / 44 题