— E' bisogna rassegnarvi: disse ad Andrea il signor Defasi, il resistere
non vi serve di nulla, ed anzi non può riuscire che a far peggiori le
vostre condizioni.... Quanto ai vostri figli, s'io ho udito bene, voi li
vorreste accompagnati a qualche ospizio, dove hanno ricovero; ebbene
dite a me quale sia quest'ospizio, e in parola di galantuomo vi prometto
che ve li accompagnerò io stesso.
Andrea fissò in volto il Defasi cogli occhi suoi ancora smarriti. Erano
nel suo sguardo prima una diffidenza ed un sospetto che non la letizia
di aver trovato un aiuto; ma la figura aperta e leale del libraio non
tardò ad inspirare al misero padre tutta quella confidenza che la si
meritava.
— Ebben sì, esclamò Andrea con voce subitamente commossa a tenerezza. La
è padre di certo anco Lei?
Defasi fece sorridendo un cenno affermativo.
— Affido dunque a Lei i miei figli. Faccia la carità di accompagnarli
all'ospizio ***; il mio nome è questo (e glielo disse), e soggiunga
ch'e' son que' piccini che ieri ci vennero ricoverati dietro le istanze
e le raccomandazioni del dottor Quercia.
— Siate tranquillo che farò appuntino: rispose il libraio con quella sua
voce da galantuomo: e troverò modo, se altri non ne avete, di farvi
sapere alcuna volta notizie di loro, ed eziandio di vostra moglie che ho
udito essere a quest'ospedale.
Gli occhi di Andrea s'inumidirono.
— Oh grazie! esclamò egli. Iddio le renderà un tanto bene ch'Ella fa e
farà ad una povera famiglia... Ah se mia moglie potesse ignorare quel
che mi accade!... Per carità, signore, Lei che è sì buono e generoso, se
volesse almanco adoprarsi a prevenirla quella povera donna, ad
apprenderle la mia sventura con qualche riguardo, ad assicurarla che gli
è soltanto un errore, ch'io sono innocente, che presto sarò di nuovo
libero per andarla a vedere. Oh sì lo spero, ne sono certo... Oh
disgraziata mia Paolina! Che colpo avrà da esser questo per lei!
Il signor Defasi promise anche questo: che, accompagnati i bimbi
all'ospizio, sarebbe venuto al letto della madre loro ammalata, e con
quei modi che avrebbe potuto migliori, sarebbe venuto informandola a
grado a grado del disavventuroso avvenimento. Ma, pur troppo, la buona
volontà e i caritatevoli uffici del signor Defasi dovevano essere
inutili a questo riguardo, perchè mentre Andrea staccavasi a gran fatica
dai suoi figliuoli baciandoli ed abbracciandoli con trasporto, cui gli
sgherri posero fine ruvidamente, e camminava tutto pieno di vergogna
verso la prigione; mentre il libraio recavasi coi bimbi all'ospizio e ve
li faceva accogliere, la brutta nuova dell'accaduto penetrava
nell'ospedale, e nel modo più crudo giungeva sino al letto della povera
inferma.
La sorella d'un'ammalata, il cui letto era il più vicino a quello di
Paolina, giungeva all'ospedale ritardata per alcune sue faccende, quando
stava per finire l'ora di ammissione alle visite, quando appunto già ne
usciva coi fanciulli Andrea, e rimaneva testimone di quanto avveniva a
quest'ultimo. Di poi, benchè già fosse proibita l'entrata, questa donna
che era conosciuta di molto da tutti gli attendenti alle cure
dell'ospedale, e la quale aveva realmente bisogno di parlare colla
sorella inferma, otteneva dalla monaca direttrice la grazia di potere
ciò nulla meno entrare nel camerone e stare alcuni pochi minuti
coll'ammalata ch'era venuta a visitare. Fra le prime cose che questa
donna disse fu la narrazione di quanto aveva veduto testè nella strada:
ed una narrazione fatta coi colori accesi che presta una fantasia
vivamente eccitata da fresca e profonda impressione. Descrisse con
colori esagerati (e il fatto per essere pietoso non ne aveva punto
bisogno) il dolore e la resistenza del padre, i pianti dei bambini, le
sevizie degli sgherri; e Paolina udì tutto. Non poteva esserci sbaglio:
un uomo che usciva in quel punto dall'ospedale, con bimbi così e così,
vestiti a quel modo — ed ella con uno sforzo sollevatasi alquanto sul
letto, interrogò ansiosamente la donna intorno a tutto codesto — non
poteva essere altri che il su' uomo. Paolina mandò un grido che pareva
quello d'una persona ferita a morte e si drizzò di scatto a sedere sul
letto: prese a due pugna le coperte e le rigettò, fece la mossa di
slanciarsi giù dal letto, e fu a stento trattenuta dalla suora di carità
che fu lesta ad accorrere.
— Mio marito!... I miei figli! Ella gridava, e non poteva, e non sapeva
gridar altro; e gli occhi le giravano orribilmente smarriti, e i denti
le battevano in una contrazione spaventosa. Ma le forze di resistere
alle braccia della monaca e d'un'altra infermiera venuta in soccorso, le
mancarono ben presto: ricadde supina, facendo moti incomposti colle
mani, pronunziando parole senza senso, e quando un quarto d'ora più
tardi, venne sollecito, secondo la fatta promessa, il sig. Defasi, la
trovò in un pieno parosismo di febbre e di delirio.
E di Andrea intanto che cosa era avvenuto?
La lurida stanzaccia di prigione in cui fu cacciato il marito di
Paolina, era piena zeppa di gente, essendo in essa stati posti molti
degli arrestati la notte scorsa nella riotta all'officina Benda, e fra
questi una nostra antica conoscenza, quel tristo arnese di Marcaccio.
Mancava il Tanasio, perchè la spaccatura della testa ch'egli doveva al
braccio robusto di Bastiano, lo aveva fatto trasportare nella
infermeria. Era la prima volta, per Andrea, ch'ei si trovava in quello
fisicamente e moralmente sconcio ambiente che è la prigione; e codesto
non avviene di certo senza un grande sconvolgimento di tutto l'essere;
aggiungetevi le condizioni in cui si trovava egli personalmente, in cui
era l'animo suo per le sofferte vicende, e facilmente potrete immaginare
come l'infelice non avesse quasi in quel punto la coscienza di sè e di
ciò che gli accadeva dintorno.
Di quanti erano colà dentro egli non riconobbe nessuno; non vide altro
che una turba di uomini, la quale gli parve assai più numerosa di quel
che fosse in realtà; e rimase poco meno che spaventato nel vedere tutta
questa turba serrarglisi dintorno con una curiosità che a lui parve
quasi una ressa minacciosa. Dell'udirsi interpellare da varie parti, da
varie voci, chiamandolo per nome, dandogli in isconci termini uno
sconcio benvenuto. Erano la più parte operai suoi antichi compagni
all'opificio e suoi più recenti alla bettola, i quali tutti mostravano
od ostentavano per la loro condizione presente e per le minaccie della
sorte che li aspettava una spensierata noncuranza od una riagente
allegria, alcuni perchè già avvezzi alla cosa avevano smussato l'animo
così ad ogni rispetto di sè come ad ogni vergogna, alcuni per bravata,
non volendo mostrarsi da meno d'altrui nello sciagurato merito di
quell'infame cinismo.
Marcaccio in quel primo istante non si fece innanzi; e invece si
sottrasse agli sguardi ed all'attenzione di Andrea, che da parte sua era
troppo stordito nella testa per discernere alcun che. Il marito di
Paolina essendo troppo afflitto e desolato per rispondere a
quell'accoglimento sciaguratamente festoso che gli fecero i suoi
compagni di carcere, esso ebbe fine ben presto: Andrea fu lasciato stare
non senza qualche epiteto oltraggioso; e il misero, ritrattosi in un
angolo, buttatosi a sedere sopra un saccone, puntando alle ginocchia i
gomiti e stringendosi colle mani la testa, rimase assorto nel caos
turbinoso dei suoi vari pensieri, dolorosi e paurosi tutti.
Perchè lo avevano arrestato? Era uno dei primi e de' più precisi che gli
si aggirassero nella mente confusa. Una voce segreta gli diceva in fondo
del cuore: «per cagione di quelle false chiavi che tu hai fabbricate.»
Se fosse così, e quando ne lo avrebbero interrogato, che cosa
avrebb'egli dovuto rispondere? Negar tutto: chi poteva provare quella
sua colpa? Non c'era che quell'omiciattolo presente, e poi più tardi era
sopravvenuto _Stracciaferro_; ma e l'uno e l'altro non avrebbero parlato
mai. Sì, ma se nelle sue risposte s'imbrogliasse, egli che non aveva
tanto ingegno da saper mentire? Confessare la verità? Codesto avrebbe
anzi disposto a favor suo l'animo dei giudici. Ma così la colpa era
chiarita assolutamente e certa la punizione. Egli non sapeva di leggi e
non conosceva qual pena gli avesse da toccare, ma forse per mesi ed anco
per anni l'avrebbero tenuto in carcere. A questa idea sentiva batter
tumultuoso il sangue nei polsi della testa. Anni? mesi? Ma egli non
poteva star lì nemmanco una settimana. Aveva sua moglie da andare a
vedere; voleva e doveva non lasciarla morire. Quella sua colpa non
l'aveva egli bastantemente espiata con tutto quello che aveva sofferto?
Gli pareva di sì; ma poi quella medesima voce interna accresceva di
forza per gridargli che a lui si doveva l'assassinio di Nariccia.
Ebbene? e con ciò? diceva nel suo intimo la parte di lui che la faceva
da avvocato difensore: non era egli che avesse preso parte a quel
delitto. Ben gli stava a quell'avaraccio disumano e crudele. Chi lo
rimpiangeva? A cui recava danno la sua morte? Era questa anzi a molti un
vantaggio. Egli se l'era voluta: era di certo una giustizia di Dio; ma
poi di colpo, tutto cambiavasi nell'animo d'Andrea. Sentiva più grave
pesar su di lui la responsabilità di quell'omicidio, parevagli scorgere
sulle sue mani medesime, le macchie di quel sangue che s'era versato.
Si ricordò in quel punto di Marcaccio. Era stato egli il suo demone
tentatore; egli a cui cagione Andrea aveva fallito: oh come giustamente
la pensava Paolina mettendo in guardia suo marito contro le seduzioni di
quel tristo amico, volendolo da quello allontanare! Probabilmente, anzi
sicuramente, a credere d'Andrea, Marcaccio era stato uno degli
assassini: egli, egli onest'uomo fino allora, era dunque amico d'un
ladro e d'un omicida: sentì un tale orrore di sè che tutto si riscosse,
come assalito dal ribrezzo, e mandò tra le palme onde si copriva la
faccia un'esclamazione soffocata che pareva un singhiozzo.
In quella una mano gli si posò leggermente sulla spalla ed una voce ben
nota lo chiamò sommessamente per nome. Andrea levò la testa con un
sussulto e mandò un'esclamazione di terrore. Quel Marcaccio, di cui
stava pensando, gli era davanti accoccolato sul pavimento, la faccia
pochi centimetri lontana dalla sua. Pareva succeduta come una
evocazione. Andrea aveva pensato al suo cattivo genio, e questo eccolo
presentarglisi di botto. Si trasse in là con uno sgomento che non
isfuggì al suo tristo compagno, e s'affrettò soprattutto a levare la sua
spalla dal contatto di quella mano che egli immaginava rea
dell'omicidio.
— Tu! tu qui! esclamò egli con istupore e paura. Che mi vuoi?.... Vuoi
tu ancora trascinarmi a peggiori malanni?
Marcaccio per prima cosa ruppe in un'alta risata, che coprì le ultime
parole di Andrea, poi gli disse:
— Ve' che bell'accoglimento da amico e che faccia che tu mi fai!....
Poverino! Tu sei tanto sbalordito che non sai proprio più quello che ti
peschi... Sì, c'è da far le meraviglie di trovarci in questo luogo, noi
galantuomini che siamo innocenti come l'acqua; ma e' capita sempre così,
i birboni vanno a spasso e fumano il sigaro sotto i portici, e i poveri
diavoli d'onesti vengono qui ad ammuffire su questi miserabili sacconi.
Poi si fe' ancora più presso all'orecchio d'Andrea e gli disse sotto
voce frettolosamente:
— Qui bisogna badar bene alle nostre parole, sai! Abbiamo da parlarci,
ma conviene farlo così piano che nessuno oda pure un soffio, e forte non
ci scappi un solo detto che dia appiglio a qualche supposizione. Qui
dentro sono almeno tre o quattro le spie.
Andrea lo guardò colla faccia d'uomo che non capisce; Marcaccio
ripigliava a più alta voce:
— Se' tu stato pescato eziandio per la gazzarra di ieri sera? Non ti ci
ho visto alla fabbrica. Vedi giustizia! Io mi sono contentato di andarci
a gridare che è tempo di dare un po' meglio di pane al povero popolo,
togliendone ai ricchi che ne han di troppo, e sono ingabbiato come un
merlo, mentre taluni che fecero il diavolo e peggio, se la sgabellarono
tranquillamente. Ah! non ci ho fortuna!
Andrea volse uno sguardo invelenito contro il suo compagno e rispose che
non sapeva il motivo per cui era stato arrestato, ma che supponeva
esserlo per quel fatto a cui lo aveva determinato Marcaccio medesimo due
sere prima. Egli parlava sommesso, non aveva pur nominato di che cosa si
trattasse, e nessuno pareva fare la menoma attenzione ai loro discorsi,
ma pure ciò non bastò a rassicurare il complice d'Andrea.
— Zitto! diss'egli. Queste sono quelle cose di cui t'ho detto non
bisogna discorrere che con infinite precauzioni. Dà retta. Io occupo il
saccone vicino al tuo: stanotte, quando tutti dormiranno, ci faremo
vicini vicini e ci insinueremo pian piano nel tubo dell'orecchio quello
che abbiamo da dirci a vicenda. Per ora basta, e non parliamoci più.
Il marito di Paolina ricadde nelle sue tristi meditazioni. La notte!
Egli era dunque il vero che avrebbe dovuto passare la notte in
quell'orribil luogo? Oh! non sarebbe stato possibile che prima del cader
del giorno qualche cosa avvenisse per cui egli fosse liberato? Dei
momenti ciò sperava, gli pareva quasi una cosa sicura; si diceva che chi
comanda non doveva volere che un uomo, il quale non era mai stato
incarcerato, sul conto del quale non s'era mai trovato nulla da ridire,
stesse pure un minuto di più del bisognevole frammezzo a quelle
muraglie, in quella scellerata compagnia; si lusingava che della sua
colpa nessuno potesse avere, non che prova, un indizio, che lo si
sarebbe quindi ritenuto tosto per affatto innocente, e mandato a
liberare, di quel giorno medesimo, fra poche ore, forse a momenti. Ma
l'illusione era troppo vanamente fondata per poter reggere a lungo.
S'accorgeva di accarezzare una chimera; gli nasceva il sospetto, il
presentimento di quello che era la verità: che cioè quando un povero
diavolo viene incarcerato, lo si dimentica, fino a che il giuoco
dell'ordigno sociale della giustizia non lo riporti a galla, che di lui
quindi nessuno per allora più non si occupava, come se non esistesse al
mondo.
— Sì, dovrò passar qui la notte: diceva egli allora a se stesso, con
cupa rassegnazione. E quante notti!... E se fossi poi condannato?... Oh
a che cosa mai potrebbero condannarmi? Bisognerà ch'io consulti un
avvocato... E Paolina intanto?
Venne la notte. Quando tutti giacevano immersi nel più alto sonno e
suonavano per lo stanzone i fragorosi russamenti de' suoi compagni,
Andrea che non poteva chiuder occhio, vide Marcaccio porre la testa
presso presso alla sua, ed udì come un soffio nell'orecchio che gli
diceva:
— Ora parliamo. Qual è il motivo del tuo arresto?
— Io non ho che un atto solo nella mia vita che mi possa meritare questa
sciagura: quello che mi hai fatto eseguir tu.
— Vuoi dire le chiavi false della casa di Nariccia?
— Sì.
— Oh che credi tu che siavi alcun sospetto di qualche cosa?
— Dopo il colpo di cui fu vittima stanotte messer Nariccia.
— Colpo! Vittima! esclamò con infinito interesse Marcaccio. Oh che, è
successo qualche cosa?
Andrea lo guardò con istupore.
— Non lo sai, o fingi di non saperlo?
— Non so niente.
— Io ho creduto che tu ci avessi parte.
— Niente affatto. Non mi si disse manco che la cosa doveva farsi la
notte scorsa: quel sornione di _Graffigna_ fa sempre così. Ed io fui
arrestato alla fabbrica Benda.
— Tanto meglio: disse Andrea, cui tornò una specie di sollievo sapere
che quell'uomo con cui discorreva non s'era macchiato dell'atroce
delitto, e sentì alquanto scemarsi la ripulsione che aveva a parlargli.
Raccontò a Marcaccio tutto quello che aveva appreso intorno alla sorte
di Nariccia: e ciò che sul mariuolo fece maggior effetto fu l'idea del
vistosissimo bottino che gli assassini dovevano aver fatto.
— Alla croce di Dio! de' bei sacchetti e' li avranno portati via di
colà..... Mi par mill'anni di esser fuori di qui per averne la mia
parte..... chè una buona porzione ce ne viene a noi due..... anche a te
che li hai messi dentro quella casa..... Senza di noi non ci sarebbero
riusciti.
Andrea tornò a provare tutto il ribrezzo ed il rimorso di poc'anzi.
— E tu dunque, riprese a dire Marcaccio, poichè il suo compagno si
taceva; tu temi che per tal cagione t'abbiano arrestato. Or dunque dimmi
un po': all'interrogatorio che cosa conti tu di rispondere?
— Ah non so davvero. Ho paura che leggano subito nel mio turbamento
tutta la verità.
— Bubbole! Ci vuole franchezza e coraggio. Dà retta a me e ringrazia il
tuo santo protettore che ti ha fatto incontrar qui con un amico par mio:
altrimenti tu mi avresti fatta una solenne frittata, rovinato te e
compromesso altrui. Bisogna negare fermo, forte e tutto. Non c'è alcuno
che possa tradirti, perchè nè io nè altri con cui tu avesti da fare puoi
esser certo che aprirà bocca. Non si è tanto gonzi. Tu non hai visto
nulla, tu non sai di nulla, tu non hai sentito di nulla. Non si esce di
lì. Ti terranno un par di settimane a mangiar _gratis_ il pan dello
Stato e la minestra della _Misericordia_ e poi ti daranno il largo....
— Un par di settimane! esclamò spaventato Andrea: oh che io avrei da
rimaner qui cotanto?
L'emozione gli fece dimenticare la prudenza inculcatagli da Marcaccio, e
queste parole furono pronunziate con voce quasi alta.
— Zitto, per amor di Dio! disse il suo compagno serrandogli forte un
braccio. T'ho detto che bisognava parlar tanto piano che neppure le
mosche, se ci fossero, non ci avessero da sentire.... Ora s'è discorso
abbastanza: mettiam berta in sacco e dormiamo.
Marcaccio non tardò in fatti a prendere una parte distinta nel concerto
di russamenti che eseguivano con una specie di foga accanita i
carcerati; ma pel marito di Paolina non ci fu possibilità di chiuder
occhio. Troppo nuove e troppo dolorose erano le impressioni che egli
aveva ricevute, perchè si potesse tanto presto acquetar l'anima sua. La
notte gli parve eterna; ed egli salutò quasi come un amico il primo
fioco barlume di luce che s'insinuò in quel lurido camerone traverso le
inferriate e i ragnateli polverosi dell'alto finestrino.
Comparve poi finalmente Andrea innanzi al giudice istruttore. Gl'indizi
a carico dell'accusato si erano fatalmente accresciuti e fatti gravi.
S'era raccolto da testimonianze che Andrea aveva espresse assai fiere
minaccie prima contro il suo antico principale, il signor Giacomo Benda,
perchè non aveva più voluto accettarlo nella sua officina, e siccome
l'assalto, il saccheggio e l'incendio di quell'opificio conoscevasi
essere il risultamento d'un complotto, era naturalissimo il credere che
questo operaio, amico e compagno indivisibile d'altronde d'uno dei
caporioni della riotta, arrestati _in flagranti_, avesse preso parte
principale ancor esso al complotto medesimo, ed anzi, alla esecuzione di
esso; quanto all'assassinio di Nariccia, Andrea aveva contro di lui la
sua abilità conosciuta di fabbro, e le minaccie ancora più terribili che
nell'osteria di Pelone egli s'era lasciato scappare a più riprese contro
il padrone di casa che gli aveva gettata la famiglia sul lastrico della
strada.
Andrea alle pressanti, accorte, pericolose interrogazioni del giudice
non rispose altrimenti, seguendo il consiglio di Marcaccio, che con
decise negative; ma egli spinse questo metodo ad un eccesso che lo
compromise maggiormente. Timoroso delle conseguenze che da principio
aveva veduto trarre dalle circostanze le più lievi coll'arte induttiva
dell'interrogatore, non essendo abbastanza accorto, nè abbastanza libero
di mente per indovinare o presentire soltanto a qual meta mirassero le
fattegli domande anche le più semplici, egli credette miglior partito
negar sempre e negar tutto. Ma queste sue negazioni non sapevano essere
tanto risolute che non lasciassero scorgere lo sforzo della menzogna; ma
elleno, poco accortamente, volevano escludere anche delle cose e
circostanze che erano provate evidentemente, così che l'impressione del
giudice fu quella affatto di avere innanzi a sè un reo ancora novizio,
ma reo assolutamente dei due gravi delitti che gli si imputavano.
Andrea s'accorse dell'impressione che produceva sul suo interrogatore, e
perdette ancora più la bussola, tanto che, non sapendo oramai più che
farsi, nè che dire, quasi avesse speranza di intenerire quell'uomo e da
lui dipendesse la sua salute, proruppe in confuse supplicazioni quasi
con voce di pianto. Giurò ch'egli ned era andato ad assalire la fabbrica
Benda, nè aveva saputo dell'assassinio di messer Nariccia fuorchè al
mattino; sì, era pur vero, disse, che inconsiderate parole gli erano
sfuggite contro il fabbricante ed il padrone di casa, ma in quel
momento, coll'animo vivamente esagitato, egli aveva detto cose a cui non
pensava, che non aveva per nulla l'intenzione di eseguire; lo
lasciassero andare ch'egli ne aveva gran bisogno: parlò della moglie
moribonda all'ospedale, dei figliuoli all'ospizio, che non per lui, ma
per quei poveretti gli usassero pietà.
Il giudice lo lasciò dire con molta pazienza, ascoltandolo freddamente;
poscia tornando egli a parlare:
— Sentite, gli disse, non vi nascondo che le apparenze sono molto contro
di voi, e che le vostre risposte furono ben lontane dal scemare i
sospetti a vostro riguardo: ma pure ci avete un modo tuttavia da
escludere ogni vostra colpabilità, da far dileguare ogni dubbio, e
sarebbe quello di provar l'_alibi_.
Andrea guardò il giudice con tanto d'occhi.
— L'_alibi_? ripetè egli con tono che significava non saper egli che
animale si fosse codesto.
— Sì, riprese l'uomo della legge coll'impazienza di chi, avendo
famigliare un'espressione, non può persuadersi che altri non la capisca:
sì l'_alibi_, vuol dire che proviate come durante il tempo in cui si
commisero quei reati, voi foste altrove, _alibi_, e quindi sia
impossibile che voi prendeste parte ai reati medesimi.
La faccia di Andrea si rasserenò tutta.
— Sì? esclamò egli con accento di somma gioia: ma in tal caso io sono
salvo. Ho passato fin dalla prima sera, tutta la notte in un luogo, oso
dire, a fare un'opera buona.
Il fiscale crollò con mossa alquanto incredula il capo. Per lui uno de'
rei era già trovato: era lieto del suo successo, e gli rincresceva aver
da rinunziare alla sua convinzione ed alla soddisfazione di amor proprio
d'aver già appurata la colpevolezza di uno di quei terribili assassini.
— Uhm! diss'egli con un certo risolino; codesto non basta il dirlo.
Converrebbe, come vi ho già espresso, provarlo.
— E lo posso provare.
— Ci avete dei testimoni?
— Sì.
— Ammessibili?
— Affatto... L'uomo stesso al cui letto io ho vegliato.
— Ebbene chi è costui? E dove lo si trova?
Andrea aprì le labbra per rispondere, ma poi un nuovo sentimento
sopravvenne a trattenerlo.
— Ah no, non posso: esclamò egli con dolore e rabbia; ho promesso
solennemente di tacerlo.
Sulla faccia del giudice tornò quel certo risolino di poc'anzi: ed egli
s'alzò come per dinotare che l'interrogatorio era finito.
— È molto spiacevole per voi che non possiate parlare. Codesto vi
avrebbe tratto assai facilmente d'imbarazzo: ma poichè una tal promessa
vi chiude la bocca, è inutile insistere, non abbiamo più nulla da dirci,
e potete tornare nella vostra carcere.
Chiamò i secondini perchè Andrea fosse ricondotto al suo stanzone, ed
egli medesimo, ripiegate le sue carte, s'accinse ad uscire col
segretario: ma il prigioniero, quando fu alla soglia, si fermò ed
esclamò con forza:
— Un momento!... Ah! per salvarsi, un padre di famiglia può anche
violare una tal promessa. Sono disposto a dir tutto. Ecco l'indirizzo
del luogo ov'io passai tuttedue le notti di sabato e di domenica; vadano
colà e troveranno l'uomo che forse deve a me se ancora trovasi in vita.
Il giudice fece scrivere dal segretario l'indirizzo che Andrea gli
disse; domandò che nome avesse quell'uomo di cui l'inquisito parlava, ed
Andrea rispose che l'ignorava.
— Si prenderanno informazioni: disse asciuttamente e di mala voglia il
fiscale; e ricordatevi bene che le frottole non vi serviranno di nulla.
Il marito di Paolina fu ricondotto in carcere.
Quel giorno medesimo il signor Tofi ebbe una viva soddisfazione. Egli in
questo succedersi di gravi avvenimenti sentiva di molto la mancanza di
Barnaba, cui non aveva più visto dopo quel colloquio avvenuto fra di
loro, nel quale egli all'agente caduto in disgrazia aveva manifestato i
voleri e gli ordini dei superiori; e per riaverlo al suo fianco avrebbe
dato non so che cosa. Aveva fatto cercare di lui, ma Barnaba, oltre il
palese, aveva un domicilio nascosto, sconosciuto anche dal suo capo, e
non era stato possibile averne notizia. Quel dì dopo l'interrogatorio di
Andrea, l'ufficio di polizia ricevette da quello fiscale una
comunicazione, in cui dicevasi uno degli imputati aver cercato di
stabilire l'_alibi_ allegando d'essere rimasto tutta notte in via tale,
casa tale, al tal piano, senza voler dire il nome della persona che in
quel quartiere abitava; si prendessero informazioni di che luogo fosse
quello e chi vi abitasse, ma con molta cautela per non dare la sveglia,
se per caso vi fosse colà dei complici.
Era una missione delicata; e poi una specie di ispirazione d'istinto lo
mosse: il Commissario decise di andare in quel luogo esploratore egli
medesimo. Assunse l'aspetto d'un buon borghese ed andò a picchiare (che
non c'era campanello) alla porta dell'indicatogli quartiere. Venne ad
aprirgli la faccia melensa di Meo, che rimase ancor più melensa nel
vedersi innanzi una persona che non conosceva.
— Oh! disse lo stupido. Credevo che fosse il medico!
— Son ben il medico per l'appunto: rispose il Commissario cacciandosi
innanzi.
— Ma!... E quell'altro?
— Quell'altro non ha potuto venire, ed ha mandato me in sua vece.
Traversò senz'altro con tutta sicurezza quella prima cameretta che
serviva d'entrata, e s'intromise nella seconda stanza, nella quale vide
un letto su cui giaceva un uomo. Mandò un'esclamazione e in un salto fu
presso il giacente. In costui aveva riconosciuto Barnaba.