Attribuivo il malessere di miss Yves alla sua emozione e allo sforzo
di reprimerla! per cui le mie angustie non erano senza molta speranza
che ella si rimettesse prontamente. Soletto in una camera d'albergo,
andavo pensando alla mia situazione. Quando potrei veder Violet?
Quando sarebbe bene di parlare al dottor Topler? Perchè intendevo fare
la mia confessione a lui; ciò che gli avevo udito dire del matrimonio
di suo fratello m'inanimava. Pensai pure a casa mia dove non avevo
ancora scritto, alle meraviglie che farebbe mio fratello vedendosi
arrivare una lettera da Eichstätt; pensai agli uffici pubblici che
tenevo nella mia città e che avrei dovuto trascurare se l'attuale
incertezza fosse durata lungamente. Me ne doleva, ma mi dissi che in
quel tempo, più o meno breve, si sarebbe deciso che la mia vita
avvenire avesse a salir molto in potenza o ardore di opere buone, o
molto a discendere. Così tranquillai la mia coscienza, com'è sempre il
primo studio di ciascuno che la sente inquieta; e quantunque il modo
che tenni fosse dei più volgari e fallaci, posso affermare di avervi
portato una fede profonda.
Il bisogno di parlare a Violet e ch'ella sapesse un giorno quali
fossero stati, dopo il nostro incontro, i miei pensieri e il mio
cuore, mi fece scrivere in certo quaderno, mio fedele compagno, quel
che segue:
«Eichstätt, albergo dell'Aquila Nera,
11 maggio 1872.
«Cara, sono ancora con te. Chiudo gli occhi e costringo l'anima mia ad
uno slancio, il più intero e veemente. Forse mi senti, ne hai ristoro.
Quanto è debole lo spirito umano! Non posso durare in questo sforzo,
sono ripreso dalle sensazioni del presente, e ciò mi rattrista come se
dentro a me tante ali cadessero. Dovevo dire: quanto è debole il mio
spirito. Ma solo adesso mi avvedo che la vanità egoista ha voluto dire
in quell'altro modo.
«Sono debole di mente, sono vano. Il mondo non lo crede, ma che
m'importa del mondo? A te, a te lo dico, a te che mi ami. Mi tormenta
l'idea che tu non sappia, malgrado le mie lettere, quanto sia povera e
inferma l'anima mia. Che dolcezza, che infinito riposo quando ti avrò
detto tutto tutto, e m'amerai ancora! Sarà come un'ombra della vita
ventura, dopo l'ultimo perdono.
«Dio, non oso quasi dirlo a me stesso! Vedo te che rileggi queste
linee dopo lunghi e lunghi anni felici, quando non avrai più di me che
la memoria e la speranza. È questo il posto d'una lagrima tua?
«Palpito, fuoco, amor diventa verso!
Entra nei dolci occhi di lei, va immerso
Nel fedele suo cor, sciogliti allora,
Torna palpito, fuoco, amore ancora.»
Più tardi uscii dall'albergo, non senza la lusinga irragionevole
d'incontrar chi venisse dal Parkhaus; non vidi alcuno. Prima di uscire
avevo chiesto dove abitasse la famiglia Treuberg. M'indicarono una
casa del Rossmarkt, piccola, bassa, graziosa; in fondo alla via si
leva sopra i tetti il dorso verde di un colle. Non ci vidi altro segno
di vita che le finestre del primo piano aperte. Tornando per la
Residenzstrasse, sostai nelle ombre di un giardino ad ascoltar la voce
blanda di una fontana, l'unica voce della strada deserta. Era domenica
e me n'ero dimenticato. Mi venne allora il pensiero che l'uomo non
dovrebbe lasciarsi signoreggiar così dall'amore, e mi sovvennero le
parole di un libriccino che dai venticinque anni in poi io porto meco
ovunque vado, gli _Essays_ di lord Bacon. Mi dissi però tosto che le
parole del _Saggio sull'amore_ non facevano per l'amore mio, destinato
a suscitar il fiore dell'agave. Allora tutto era tumulto, tutto era
discordia nell'anima mia, tutto era fervore di una trasformazione che
altri vi operava, che rendeva attonito me stesso, mentre sentivo in me
il germinar oscuro di tante idee, di tanti sentimenti nuovi e persino
gli occhi pareva che cominciassero a vedere in un modo diverso.
Verso sera uscii nuovamente e combinai il dottor Topler che veniva
appunto ad annunziarmi il felice arrivo di miss Yves, la cui
indisposizione era stata di breve durata. Mi domandò se mi trovassi
bene all'_Aquila Nera_ e mi propose di accompagnarlo a casa sua.
--Lei mi piace molto, signor poeta--diss'egli _ex abrupto_.--Cosa
diavolo è venuto a fare ad Eichstätt?--Come?--soggiunse, vedendomi
esitare.--Lei non domanderebbe questo ad un amico?--Credo--risposi--che
Le dirò perchè sono venuto ad Eichstätt, ma non adesso.
Il dottor Topler si piantò, come un quadrupede curioso, su i due
piedi, la canna e l'ombrello, torcendo in su il viso a guardarmi senza
dir nulla; e riprese la via.
Egli alloggiava con suo fratello, presso al monumento del vescovo S.
Villibaldo. Volle che salissi--Mio fratello sarà a casa
Treuberg--diss'egli.--Aspettava me pure a prendere il thè, ma non ci
vado. Non posso sopportare nè il thè nè il padrone di casa. Ho capito
stamattina che Lei ama molto la musica e voglio farle sentire della
musica italiana.
Non potrò mai dimenticare la figura del vecchietto curvo che portava
il suo lungo naso a destra e a sinistra sopra la tastiera, dietro al
moto composto e agile delle mani. Quelle dita scarne, aggrappate come
uncini ai tasti, si discorrevan sotto, non parendo quasi muoversi, una
musica quieta, legatissima, serena con qualche punta di affetto e di
scherzo.
Ogni tanto esclamavo--bello!--ed egli rideva muto, suonando; poi
diceva suonando sempre--Sa di chi è? Sa di chi è?--Gli nominavo
qualche nostro maestro antico. Rideva, suonava e non rispondeva.
--_Toplerus_--mi disse quand'ebbe finito il pezzo.--_Toplerus senior_,
organista di villaggio.
Credo di avere interamente conquistato il suo cuore quella sera. La
sua musica, così bella, non era originale; non riesce difficile a un
compositore d'ingegno che abbia dimestichezza con le opere dei nostri
primi classici scrivere in quello stile per modo da ingannar un
dilettante; ma io, preso così alla sprovveduta, ne rimasi stupefatto.
Topler ne era felice e mi fece udire non so quante _suonate_ e
_toccate_. L'ultimo pezzo fu uno scherzo capriccioso intitolato
_Nonnenschlacht_--Battaglia di monache--che Topler mi commentò
suonando. Faceva oramai buio. Quando tacquero le ultime note gravi del
pezzo che figuravano i rimbrotti rauchi della vecchia badessa e che
Topler accompagnava con certi sordi abbaiamenti orribili, osai
pregarlo di chiarirmi un dubbio, di dirmi se fosse sacerdote.
--No--rispose molto gravemente--ho voluto diventarlo un giorno e non
ne fui degno.
Più di così non mi disse e più di così non potei saper mai, neppure in
seguito.
Egli fece portare un lume e il caffè; immaginando di offrirmi uno
squisito regalo. Il caffè, per verità, era detestabile, ma non mi
pareva vero di legarmi sempre più con Topler, il quale mi confessò
alla sua volta ch'era felice di conversare con un italiano.--Con Lei
mi accordo--diss'egli--più che con parecchi dei miei compatriotti.
Poco dopo arrivò suo fratello da casa Treuberg. Miss Yves stava oramai
bene; tuttavia il fidanzato pareva assai pensieroso e si ritirò quasi
subito. Io mi alzai, ma il mio vecchio amico non mi permise di
partire. Egli era venuto osservando suo fratello con l'attenzione di
un padre e non sapeva nascondere le sue angustie. Mi disse che temeva
suo fratello non si sentisse bene, e mi chiese licenza di andargli a
parlare un momento. Quando ricomparve aveva una faccia piuttosto
dispettosa che triste.
--Qualchecosa di male?--diss'io.
--Oh no no, _eine alte Geschichte_, storie solite.
Si tacque entrambi un poco, e poi Topler mi lasciò finalmente andare.
Prima di ritornare all'albergo passai sotto le finestre illuminate di
casa Treuberg, e guardai lungamente la porta dove avevo oramai deciso
di entrare all'indomani.