Quella notte non dormii affatto e la mattina seguente fui il primo a
entrar nel salottino attiguo alla sala da pranzo dove gli inglesi
scendevano fra le sette e le nove a prendere il thè. Mi era venuto
nella notte il dubbio che la dolce voce appartenesse ad una signora
che avevo veduto per la prima volta il giorno innanzi, e che era
discesa a pranzo con l'altra dal profumo di rose. Quest'ultima venne a
prendere il thè, sola, alle otto e mezzo. Subito dopo qualcuno entrò
dall'uscio, cui volgevo le spalle, e salutò. Era la voce di _lei_.
Sino a quel momento ero stato agitatissimo, ogni passo mi aveva fatto
palpitare. La voce sua mi chetò sull'atto come un ghiaccio che colga
l'onda. Tutto tacque in me; mi trovai tranquillo, ma senz'altra
coscienza che del momento presente.
La nuova venuta sedette in faccia all'amica sua. Mostrava un
venticinque anni, era alta, bionda, aveva una fine fisonomia delicata,
due occhi quieti che parevano veder poco e somigliavano alla sua voce
per la soavità leggermente fioca, come per l'intima espressione
d'intelligenza; la mano piccola e bianca aveva una simile espressione.
Mi colpì un anello d'oro, liscio, all'anulare della mano sinistra.
Ella non mi guardò neppure e si mise a parlare con l'altra signora.
Sorrideva deliziosamente, e, quando sorrideva, era una musica così
tenera! Intesi che domandò notizie di un disastro avvenuto la notte
sul lago. Io solo ne avevo. Era infatti scoppiato, dopo la mezzanotte,
un temporale furioso, e un _comball_ carico di sabbia si era sommerso
con gl'infelici barcaiuoli. Colsi la buona occasione e tentai di
raccontare la cosa in inglese. Ella mi guardò un po' sorpresa e mi
rispose qualche parola nel più puro italiano, mortificandomi così
alquanto; poi fece atto di ringraziarmi con un leggero cenno del capo,
con uno sguardo serio e benevolo; e riprese il suo dialogo con
l'amica. Allora uscii, contento di quello sguardo, non senza, però,
una penosa trepidazione, un dubbio nuovo. Mi pareva di amare già e che
ella non somigliasse a nessun'altra donna; che la sua bellezza, quasi
chiusa agli altri, dovesse riuscire squisitamente singolare e varia
per un amante; che anche l'anima sua avesse un tal velo, un tal
segreto. Ma era libera? Mi potrebbe amare? Questo era il dubbio nuovo
e l'affanno. Mi succedeva come quando immagino una composizione
artistica e me ne innamoro nella fantasia, che poi trovandomi la penna
in mano e un foglio bianco davanti, mi assalgono mille dubbi e
scoramenti.
La rividi più tardi sotto gl'ippocastani dove stava sola, leggendo. Io
guardavo, a due passi da lei, con l'eccellente cannocchiale
dell'albergo, ora le torri del mio scoglio, ora gl'imi paeselli, ora
un vapore che pareva immobile sull'acqua verde, ora la città di
Lugano, dove si potevano distinguere le persona sui _quais_. Guardavo
solo per starle vicino, pensando sempre come le potrei parlare. Ella
chiuse un momento il libro. Allora le offersi, stavolta in italiano,
d'indicarle il posto ov'era affondata la barca di sabbia. Accettò
molto cortesemente e, posato il libro, si alzò, venne alla ringhiera
che cinge quella specie di bastione coronato dagli ippocastani.
Osservai che il suo passo era un poco incerto; che la sua gamba
sinistra era un poco intorpidita. Forse anche il braccio sinistro non
aveva il vigore dell'altro. Me ne sentii a un tratto il cuore tanto
più tenero per lei; e non voglio cercare perchè me ne sia venuta
insieme una gioia di speranza. Ella intese prontamente che conoscevo i
luoghi, e aveva incominciato a domandarmi nomi di paesi e di montagne,
quando un cameriere dell'albergo venne a dirle:
--Il signore La desidera subito.
Trasalii. Sul suo viso passò, malgrado lei, un'ombra fugace di
malcontento, e poi, quando se n'avvide, un lieve rossore. Si scusò con
una parola gentile e partì, lasciandomi più felice e più turbato che
non posso dire. Il signore! Chi era questo signore? Qualche cosa
d'indefinibile nell'aspetto, nei modi di lei, l'anello, i pendenti di
piccoli brillanti, mi lasciavano poca speranza che fosse libera.
Aveva dimenticato lì il suo libro. Vidi con molta meraviglia le poesie
di Leopardi. Sul frontespizio era scritto per isbieco questo nome:
_Violet Yves_
Sperai che ritornasse, ma invece venne il cameriere a prendere il
libro. Seppi da lui che la signora era arrivata da una settimana con
suo marito e che questi si era ammalato subito. Però stava già meglio.
Benchè mi aspettassi la parola «suo marito,» n'ebbi un colpo di
dolore. Mi mancarono la voglia e la forza di fare a colui altre
domande.
Mi tenevo sicuro, nella mia fervida fantasia, che la signora Yves non
fosse felice. La sua pronta cortesia verso di me; la compiacenza quasi
evidente con la quale si era trattenuta meco, mi dicevano che non era
innamorata d'alcuno. Ciò temperava la mia amarezza. Avrei voluto
sapere l'età e l'aspetto di questo marito, ma tuttavia mi astenni dal
chiederne, non tanto per timore di tradirmi quanto perchè mi pareva,
con tali domande, di offender lei e di abbassare me.
Ella non discese a pranzo. Alla sera si fece musica. Io andavo e
venivo dalla sala aspettandomi ad ogni momento di vederla comparire.
Non venne; verso le dieci me n'andai sconfortato a sedere sotto
gl'ippocastani. Era una notte incantevole; e la luna, sorgendo alle
nostre spalle, lasciava nell'ombra noi, il pendio ruinoso della
montagna fino al fondo, una curva lista di lago lungo le prode; al di
là, tutto, dall'acque al cielo, dalle prossime guglie di levante alle
nevi remote di ponente, luceva in una luce d'argento. Mi affacciai
alla ringhiera sospirando.
--Molto bello, non è vero?
Mi sfuggì un'esclamazione di sorpresa. Era la signora Yves che aveva
detto così, a pochi passi da me.
--Lei?--dissi.
Forse vi era nella mia voce troppo più senso che nella mia parola.
Ella non rispose.
--È troppo bello qui--soggiunsi.--Fa persino male.
Essa lasciò cadere anche questa frase.
--Stamattina--disse--volevo domandarle il nome di quello scoglio là in
faccia che mi piace tanto.
--Non lo so--risposi.--Non credo che abbia nome.
Dopo brevi momenti di silenzio la dolce voce riprese più sommessa,
quasi timida:--Dovrebbe mettergli un nome Lei ch'è poeta.
--Lei lo sa?--esclamai.--Lei mi conosce?
--Sì signore--rispose.--Ho letto una sua novella in versi, _Luisa_.
--Ha letto _Luisa_?
Tacemmo ambedue per un buon tratto.
Una profonda, deliziosa commozione impediva a me di parlare; ed ella
era rimasta sorpresa di sentir così commossa la mia voce.
--Vede che lo conosco molto--riprese finalmente.--Luisa mi ha fatto
pianger tanto. Non potevo credere che l'autore fosse un uomo. Ho
saputo oggi da un signore italiano ch'era proprio Lei. Credevo che
fosse una fanciulla, una Luisa. Oh come desideravo di conoscerla!
--Anch'io desideravo di conoscer Lei.
Queste parole mi sfuggirono e tacqui subito. Non sapevo se dovessi
spiegarle; intanto ella osservò che era tardi e si ritirò. Qualche
cosa nel suo saluto mi fece male e passai una notte inquietissima,
pensando ch'ella mi era stata molto vicina per un momento e che poi si
era allontanata da me. Certo aveva trovate stupide o troppo ardite le
mie ultime parole. Ne soffrivo e ne godevo insieme, parendomi aver
veduto un poco del suo sentimento. Com'era fine, come era elevato!
Adesso bisognava toglier l'equivoco subito. Mi addormentai verso la
mattina, sognai che spiegavo tutto a Mrs. Yves, che la dolcissima voce
mormorava: lo sapevo, lo sapevo; ma che il viso era triste.