=Stensgard, Fieldbo.=
STENSG. Dimmi un po’ Fieldbo, come ti spieghi tutto questo?
FIELDBO. Ci sono delle cose che mi spiego ancora meno. In che modo tu
sei venuto qui?
STENSG. Come gli altri; sono stato invitato.
FIELDBO. Sì, ieri sera, non è vero, dopo il tuo discorso.
STENSG. Ebbene?
FIELDBO. E tu hai accettato l’invito?
STENSG. Eh diavolo, e che dovevo fare? Non potevo essere sgarbato con
persone così educate.
FIELDBO. Davvero, eh? ma nel tuo discorso tale scrupolo non l’hai avuto
peraltro!
STENSG. Via, via, nel mio discorso attaccavo i principii e non le
persone.
FIELDBO. Va bene.... ma come interpreti tu l’invito...?
STENSG. Oh, ma ciò è molto naturale....
FIELDBO. Vuoi forse dire che il ciambellano Bratsberg abbia paura di te?
STENSG. Non ci sarebbe ragione: egli è un uomo d’onore.
FIELDBO. Perfettamente.
STENSG. Non è forse nobile, da parte sua, d’aver presa la cosa in
questo modo? E la signorina Bratsberg com’era graziosa quando mi portò
la lettera!
FIELDBO. E, dimmi, non si accennò per niente al discorso d’ieri sera.
STENSG. Non c’è pericolo: sono tutti troppo bene educati per toccare un
tasto falso: però ne ho un po’ di rimorso, e una volta o l’altra, dovrò
pur fare le mie scuse.
FIELDBO. Non te lo consiglio, tu non conosci il ciambellano Bratsberg!
STENSG. E allora farò sì che le mie azioni parlino per me!
FIELDBO. Sì, ma tu non puoi abbandonare il partito del proprietario di
Storli.
STENSG. Cercherò di venire a una conciliazione. Non ho dalla mia la
società che ho fondata? È una potenza, come vedi.
FIELDBO. Permetti.... E il tuo amore per la signorina Monsen? Ieri mi
parve che il tuo progetto fosse giusto e ragionevole; ma pensandoci
meglio, ho cambiato idea: e trovo che sarebbe più opportuno che tu non
ci pensassi più.
STENSG. Forse hai ragione. Quando ci si sposa in una casa di gente
maleducata, si sposa, per così dire, tutta la famiglia.
FIELDBO. Giusto: e poi.... ci sono degli altri motivi.
STENSG. Monsen non ha proprio nessuna educazione. Egli sparla delle
persone che riceve in casa sua, ciò che è sconvenientissimo. A Storli,
tutte le stanze puzzano di tabacco vecchio.
FIELDBO. Ma, caro mio, come va che non l’hai sentito prima questo odor
di tabacco?
STENSG. Certe cose si capiscono col confronto. Appena arrivato qui, ho
cominciato subito a trovarmi in una falsa posizione: sono caduto nelle
mani di faziosi, che m’han riempita la testa dei loro pettegolezzi.
Adesso è finita. Non voglio essere lo strumento del loro egoismo e
della loro vanità.
FIELDBO. Bene, ma che ne farai poi della tua società?
STENSG. Oh, essa è stata fondata su basi così larghe che non c’è
bisogno di modificarla: è stata fondata per lottare contro le influenze
cattive, ed ora comprendo da che parte vengono.
FIELDBO. E pensi che gli altri membri della Lega vedranno le cose sotto
questo aspetto?
STENSG. Oh certamente, io sono in diritto di esigere che questa gente
insignificante dica e faccia quello che voglio io!
FIELDBO. E se essi rifiutassero?
STENSG. Ognuno andrà per la sua strada: io non ho più bisogno di essi.
Credi tu che per una cieca ostinazione o pel futile piacere di sembrar
logico, io voglia impegnare il mio avvenire su una cattiva china, e
rinunciare così al mio scopo?
FIELDBO. Qual è dunque il tuo scopo?
STENSG. Una vita che mi offra l’occasione di far valere il mio ingegno
e di soddisfare la mia ambizione.
FIELDBO. Lascia queste frasi vaghe... vediamo: qual è il tuo scopo?
STENSG. Il mio scopo, a te posso confidarlo, è di diventare col tempo
deputato e magari ministro, e di fare un buon matrimonio con una
ragazza ricca e di buona famiglia.
FIELDBO. Ah, perciò tu calcoli sull’aiuto del Bratsberg?
STENSG. Io non calcolo che su me stesso. Io sono abbastanza forte
per riuscire da solo, e ho del tempo innanzi a me. Per ora lasciatemi
godere della bellezza del paesaggio e della luce del sole.
FIELDBO. Qui?
STENSG. Sì, qui, perchè la vita in questo luogo è deliziosa, perchè
la gente è cortese, la conversazione facile e brillante, come una
pioggia di perle. Ah, Fieldbo, solamente qui ho capito che cos’è
la distinzione! La gente rifatta è tutta diversa. Quando penso alle
ricchezze di Monsen, mi si affaccia alla mente una visione di biglietti
di banca unti, di sudice ricevute di pegno: mentre qui, si tratta di
metallo, di argento sonante e lucente. Lo stesso è delle persone. Il
ciambellano Bratsberg, che ottimo vecchio!
FIELDBO. È vero.
STENSG. E il figlio! Svelto, sincero, attivo....
FIELDBO. È vero.
STENSG. E la nuora! Una perla! che splendidi doni ha avuto da madre
natura!
FIELDBO. E Dora.... la signorina Dora è stata del pari dotata....
STENSG. Sì, non così splendidamente, però.
FIELDBO. Oh, tu non la conosci! Tu non sai quant’è saggia, buona e
leale!
STENSG. Ma la nuora! Così franca! quasi impertinente! e così
intelligente, così graziosa!
FIELDBO. Parola d’onore, si direbbe che ne sei innamorato!
STENSG. Innamorato d’una donna maritata? Ma sei pazzo? Del resto, mi
vedrai cadere quanto prima in altri lacci amorosi! Sì, lo sento: essa è
veramente saggia, buona e leale!
FIELDBO. Chi?
STENSG. La signorina Bratsberg.
FIELDBO. Ma come?... tu non pensi?...
STENSG. Sì, ci penso.
FIELDBO. Ma è impossibile.
STENSG. Eh caro mio, la volontà è una gran forza! Vedrai se non sarà
possibile!
FIELDBO. Ma questa è una pazzia addirittura; è una leggerezza
incredibile, poichè ieri ti sentivi innamorato della signorina Monsen!
STENSG. Già.... avevo avuto troppa fretta.... poi tu stesso me n’hai
sconsigliato.
FIELDBO. E adesso ti consiglio, nel modo più assoluto, di non pensare a
nessuna delle due!
STENSG. Davvero! vorresti forse pronunciarti tu stesso per l’una o per
l’altra?
FIELDBO. No, t’assicuro.
STENSG. Ciò non varrebbe a trattenermi, del resto: guai a chi viene a
mettersi sulla mia strada e ad intralciarmi il cammino!... Allora non
tengo più conto di nulla.
FIELDBO. Bada, che io non dico altrettanto!
STENSG. Tu? Ma con quale diritto ti atteggi tu a protettore della
famiglia Bratsberg?
FIELDBO. Io nutro dell’amicizia per loro.
STENSG. Che! non credere di tenermi a bada con simili sofismi. Da parte
tua, è tutta questione d’egoismo. La tua piccola vanità è lusingata
perchè qui ti accarezzano e ti fan mille moine. E per questo vuoi
allontanarmi.
FIELDBO. Ciò sarebbe assai meglio per te. Tu ti trovi qui su un terreno
pericoloso.
STENSG. Davvero? Grazie mille: io saprò puntellare il terreno.
FIELDBO. Ebbene, provati! Ma ti predìco che quanto prima esso
sprofonderà sotto i tuoi piedi.
STENSG. Bene! Tu mi prepari qualche trabocchetto: preferisco saperlo.
Ora ti conosco, so che sei mio nemico: forse il solo che io abbia qui.
FIELDBO. No, non sono tuo nemico.
STENSG. Sì, sì, lo sei sempre stato, fin da quando eravamo in collegio
insieme. Tutti qui, perchè io non sono del paese, mi guardano ancora
con una certa diffidenza..... Tu che mi conosci, non hai detto mai
nulla in mio favore. Del resto è sempre stato il tuo difetto quello di
non riconoscere negli altri merito alcuno. Tu sei andato a Cristiania,
ti sei associato a tutti i club, e non hai imparato che a denigrar
la gente. Tutto ciò guasta il cuore; si perde il senso del bello,
dell’entusiasmo, e si diventa inetti e buoni a nulla.
FIELDBO. Ah, io non sono buono a nulla?
STENSG. Tu non sei mai stato capace di rendermi giustizia.
FIELDBO. Ma che cosa debbo stimare in te?
STENSG. Ciò che almeno apprezzano tutti, indiscutibilmente, la mia
forza di volontà....
FIELDBO. Sì, tutti.... il possidente Monsen, suo figlio.... Oh diavolo,
a proposito, lo dimenticavo. Ce n’è uno lì fuori che t’aspetta.
STENSG. Uno, di che?
FIELDBO. Uno di quelli che ti apprezzano. (_Apre la porta_) Entrate,
Aslaksen.
STENSG. Aslaksen!