CAPITOLO XI.

Se altra fosse stata la vista del padre Anacleto, ed egli avesse data

un'occhiata alla via, che di là della Bormida, a seconda di questa,

menava a D...; avrebbe scoperto Don Marco, sotto i vecchi castagni,

avviato a quella volta.

Uscito dalla palazzina, che gli pareva di non aver più senso di nulla,

il buon prete era andato alla ventura; ma a poco a poco rivenutigli i

pensieri, aveva colto quello d'andare a D..., e là, detto apertamente

ogni cosa alla signora Maddalena, porla in grado di sapersi governare

col figlio. Il quale poteva capitare a casa da un giorno all'altro; e

si sarebbe trovato ai fatti dolorosi, che s'andavano compiendo.

Per guadagnare la via che aveva a fare, gli era bisognato piegare a

manca, e varcare la Bormida su d'una palancola, la quale si specchiava

in un lago verdastro, formato dalle acque vorticose e raccolte là

sotto, in un gorgo pauroso. Questo a chi vi passava sopra, dava le

vertigini, e ne riverberava l'immagine, rotta in cento maniere. Di là

del varco, fatti pochi passi su per un macereto, si trovava la via; e

Don Marco vi si mise di quell'andatura, che consentivano gli anni, e

la passione che lo turbava.

Così, colle mani appaiate sulle reni, un passo innanzi l'altro, fu in

un'ora al villaggio di R..., mezzo ancora sossopra per la passata

dello stormo di quei di D.... Cansò le case, pigliò i traghetti, e

nascosto dalle siepi degli orti, si ripose più oltre sulla via

maestra. Quando giunse a scoprir D..., i vichi sulle riva del

torrente, il castello, il campanile, tutto parve sorridergli come ad

un amico, e dirgli che dei guai di Giuliano, e dei patimenti della

signora Maddalena, niuno sapeva nulla. Il suo sguardo si posò sulla

casa di lei, che spiccava fra l'altre, col suo piazzale ombrato di

viti prosperose; e a mirare quelle mura d'allegra vista, non sembrò

vero manco a lui, che lì dentro si fosse annidata la sventura.

A quel punto del suo cammino, udì un cavallo che gli veniva dietro di

trotto; e tirandosi in sulla proda della via, si fermò per lasciarlo

passare. Il cavaliero era un ulano alemanno, di quei che avevano

svernato a C..., il quale come fu vicino al prete, rattenne la

cavalcatura, si scoperse, e facendo vedere un foglio, dimandollo molto

rispettosamente:

«Signor prete, sarebbe lei il pievano di D....

«No,--rispose Don Marco:--Salga su quel monticello dove vede quel

campanile; il pievano abita lassù; vada pur dritto che non può

fallare....»

Il soldato salutò di nuovo, e ripigliando il trotto, tirò innanzi.

Ma così non fece Don Marco; chè avendo cansato la terricciuola di

R.... per non imbattersi nel curato, il quale l'avrebbe annoiato col

volerlo seco qualche ora; adesso si studiava passare in parte da non

essere visto dal pievano di D.... nè da altri preti, che gliene

potessero dire. Si sentiva mal disposto verso gli ecclesiastici; e

disviando, discese sul greto del torrente, per guadare alla riva

sinistra, e quindi arrivare alla casa della signora Maddalena, che

giaceva su quella.

Al guado più agevole, sedette sul primo sasso che trovò, si scalzò

lentamente; e dando uno sguardo alle sue gambe insecchite, quasi per

confortarle a porsi nell'acque; sorrise, e pensò che tra non guari le

avrebbe poste a riposare nelle buche dei morti. Entrato nell'acqua, i

ciottoli del fondo gli scivolavano sotto le piante; ma sebbene ad ogni

passo gli paresse di cadere, la freschezza dell'onda gli temperava il

disagio, e guadagnò l'altra sponda. Là si rimise in gamba le grosse

calze di lana, che non erano più nere, ma d'un colore come di panno

strinato; poi contento del tepore che gli ravvivava le carni, prese un

sentieruolo, il quale lungo l'argine d'una gora guidava al molino del

borgo, donde in pochi passi, si saliva al piazzale della signora

Maddalena.

Tra l'andare e lo stare a ripigliar fiato, ora a quella, ora a

quest'ombra, aveva fatte quasi le ventidue; ed egli sapeva come fosse

l'ora, in cui la signora soleva uscire per le sue passeggiate

solitarie. Guardò pei prati e pei campi vicini, ma non la vide; perchè

s'erano mutate in quella casa di molte usanze, massime in quei due

mesi, ch'essa non usciva quasi più. Amava la solitudine; un cerchio

plumbeo le si era venuto formando intorno agli occhi; dal tanto

patire, le carni le si erano fatte scure; talvolta, si lagnava colla

fantesca, d'avere le labbra arse, e nel cuore un caldo come d'acqua

bollente; tal'altra rabbrividiva, e poi parlava di mostri che le era

parso di vedere. Marta s'ingegnava di farle animo, diceva che di

quelle scosse di nervi n'aveva provato anch'essa; e parecchie volte

pigliava la via della montagna, e tornava carica d'erbe che conosceva

per buone a quei mali; ma l'indomani le buttava via senza averle

adoperate.

A guarire la signora sarebbe occorso altro aiuto. Suo figlio in casa,

Bianca per nuora, e la dolce quiete; questi sì che sarebbero stati

farmachi da giovarle! Ma di lui non si pregava che le notizie; di

Bianca non aveva più risaputo nulla; nè s'era mai rischiata di

chiederne a Don Marco per lettera o per altra via. Di quello che aveva

inteso e veduto a C... le era rimasto qualcosa che la consigliava a

non si fidar nel futuro; e sebbene la fanciulla avesse promesso di non

essere d'altri mai; si mescolava a quella memoria l'immagine del

signor Fedele, come quella d'un drago delle tante favole, che alla

fine l'avrebbe costretta.

Per togliersi un poco a quelle idee lugubri, aveva trovato un

passatempo che per quell'età, non era cosa da poco. Raccoglieva ogni

giorno tre o quattro fanciulle del vicinato, e loro insegnava a

leggere con molto amore. In questa impresa, essa e le alunne s'erano

così dilettate, che queste sino dalle prime lezioni avevano imparato

il _gesummaria_. Io non saprei con quale giudizio i pochi che allora

sapevano di lettere in quella valle, avessero dato all'_abicì_ quel

nome, che sempre è sulle labbra alla gente che sclama per dolore, per

uggia o per paura: ma so che lo si chiamava ancora a quel modo, sarà

poco più di vent'anni.

La novità spiaceva a Marta, la quale ne mormorava tra sè ogni giorno;

molestata dal monotono sillabicare di quelle donne: spiaceva a Rocco,

perchè tra queste ci aveva la sua Tecla: e sopra tutti spiaceva al

pievano, il quale non s'era potuto tenere dal dire di sul pulpito, che

qualcuno della sua pieve, lavorava a far roba pel diavolo. Ma la

signora Maddalena, pur avendolo risaputo non ci badava, e tirava

innanzi da brava maestra.

Quel giorno, all'ora in cui don Marco si avvicinava, essa aveva seco,

delle alunne, la sola Tecla... Questa, chi non l'avesse più riveduta,

dal dì della partenza di Giuliano, a prima giunta non la ravvisava.

Faceva allora i suoi sedici anni; e prima, niuno s'era accorto che

fosse bella; perchè la sua faccia aveva patito il sole; e forse la

gran sanità, che fa parere le campagnuole sin troppo virili, teneva

nascosti i pregi delle sue forme. Ma da quando Giuliano le aveva

dette, sul prato, le afflitte parole che rammentiamo; i contorni del

viso e la persona le si erano risolti in molta bellezza: e a misura

che immagriva, si avrebbe potuto somigliarla ad una statua, sbozzata

alla grossa nella furia del creare, e poi condotta a fine con lungo

affetto. Di certo le era entrato qualche dolore, che assiduo ma pacato

aveva fatto migliore l'opera della natura; e parlava in essa dagli

occhi neri e languenti, maestro d'un'anima nata con ali da volar alta,

e tenuta in cambio, tutta l'adolescenza, nascosta e costretta come

gemma in seno alla roccia.

La signora Maddalena, cui quel mutarsi della fanciulla, dava gran

piacimento; stava, come ho detto, con essa in sala: e avendo terminata

la sua lezione di lettura, diceva amorosa:

«Non ti puoi immaginare la dolcezza che provo! Prima che l'anno

finisca, voglio che tu sappia leggere a modo, e scrivere. Così, se un

giorno ti sposerai a qualche buon giovane, ti vorrà più bene. E allora

ti ricorderai di me, nevvero?... Adesso provati a imitare questi segni

che t'ho fatto in cima al foglio.»

A Tecla, quelle parole suonavano piene di mesti presagi, e insieme di

dolci promesse. Si appoggiò al tavolino, e cominciò a menare la penna

di pollo d'India, sgorbiando certe lettere che un po' le riescivano

somiglianti a scorpioni, un po' a girini; e a tratti la penna

impuntando come bestia restia, schizzava inchiostro fin sulle dita

della signora.

In quella don Marco, giunto sul piazzale, si spolverava un tantino; e

attraversato il corto andito, che dall'atrio metteva nella sala

terrena, battè all'uscio pianamente, quasi gli fosse piaciuto di non

essere inteso. Tecla corse ad aprire spedita.

«O Dio!--sclamò la signora, facendosi bianca come la baverina, che dal

collo le si rovesciava sulla veste turchina carica; e movendo incontro

al prete, rimasto a quel grido sulla soglia impacciato, gli prese la

mano lo guardò fisso, gli lesse negli occhi. A lui la lingua gli andò

in fondo alla gola; essa non trovò la forza a dir altro.

Con questa sorta d'accoglienza s'andarono a sedere vicino al tavolo,

sul quale si vedeva il calamajo, la penna, il foglio sgorbiato da

Tecla, e allora soltanto, così per aspettare che alla signora si

quetasse quel rimescolo di sangue: «qui,--disse don Marco--qui abbiamo

una scuola?» E pigliò in mano il foglio, ma non disse altro

all'alunna, nè lodò la bella impresa, come sarebbe stato da lui. Tecla

intanto accorta d'esservi di troppo, chiesta timidamente licenza, si

tirò in cucina, sotto colore d'ajutarvi Marta in qualche faccenda.

«Dunque, tutte quelle promesse son divenute nulla!--disse la signora,

certa d'avere indovinato quel che il prete portava.

«Le hanno fatto vedere che il mondo è vasto, bello, ricco di piaceri;

Bianca ha dimenticato il suo paradiso. S'è fidanzata, bisogna

rassegnarsi.

«Rassegnarsi! noi rassegnarci, ma Giuliano? Ah quel giorno, glie

l'aveva pur detto che queste cose avrebbero trista fine...! O che sono

le fanciulle dei nostri tempi? Come mai si può mutarsi tanto,

com'essa, in sì breve tempo? E a udirla era pronta ad ogni martirio..!

«Sono cose che chi non le ha viste, manco saprebbe

immaginarle:--rispose don Marco; e qui cominciò a narrare l'andata

improvvisa in villa del signor Fedele; poi dell'Alemanno capitato a

C.... ferito, e di nuovo di colui che se l'era venuto a pigliare per

portarselo laggiù. Disse di quel tempo in cui non aveva avuto cuore

d'andare a quella villa, e quanto gli rimordeva; raccontò quel che gli

era incontrato poche ore prima; e ripetè le parole di Bianca, che gli

era parsa fresca e rossa, e aveva detto di voler fare in tutto la

volontà del padre suo, con tai modi, da non lasciare speranza di

vederla tornata all'antico proposito.

Diceva di sentimento, ma badando a dar meno dolore che potesse alla

signora; la quale a mano a mano che gli parlava, si abbandonava di

nuovo nella sua stanca malinconia. Ma come se per quel giorno, non ne

avesse abbastanza, doveva capitarle in casa don Apollinare con

un'altra consolazione.

Chi fosse stato a vedere costui, scendere di castello, infilare il

ponte, passarlo, piegare a manca verso la casa della signora

Maddalena; avrebbe creduto che visto andarvi un prete forastiero,

corresse a lagnarsi dell'ospitalità chiesta altrove, piuttosto che nel

presbiterio. Ma egli veniva per tutt'altro, rosso in viso, e per quel

che si capiva dal passo spigliato, con qualcosa nell'animo che lo

agitava di molto. Alla fine delle fini il suo giorno era giunto per

quel discolo di Giuliano; egli lo sapeva, e s'affrettava a dirlo alla

povera madre, a farle dinanzi le grosse esclamazioni; proprio come un

uomo tenuto sobrio gran tempo, che appena lo può corre all'odor del

forno, con la voglia spasimata d'una buona satolla. Passando sotto

quell'arco, vedendo quell'orto, si rammentò di quella tal mattina che

Giuliano glie ne aveva dette di così scolpite; attraversò in fretta il

piazzale, l'atrio, l'andito; ma all'uscio della sala non istette a

picchiare, ed entrò da sè addirittura.

La signora Maddalena manco s'accorgeva di lui, se don Marco andandogli

incontro, così per dire qualcosa, non gli chiedeva della sua salute.

«Io sto bene!--rispose il pievano:--ma non così tutti coloro che mi

stanno a cuore. Suo figlio, signora, a Torino si finisce di rovinare.

«Che non l'è ancora abbastanza?--proruppe essa levandosi ritta:--ci

pigli una volta me e lui! ci mandi schiavi ai Turchi; peggio di qui

non istaremo!»

Queste parole, il modo in cui furono dette, la guardatura di don

Marco, posero il pievano in gran confusione. Di che ripiegandosi un

tratto in sè stesso: «io--disse--io che le ho fatto a lei...? Me ne

vado e ognuno s'ingegni...!»

E fece atto d'andarsene; ma don Marco si pose tra l'uscio e lui per

rattenerlo; e stava per consigliarli maggior carità, per la signora;

senonchè questa aveva già presa la mano di don Apollinare, e tenendola

umilmente e lagrimando diceva:

«No...! signor pievano, abbia compassione d'una povera madre, che non

finirà di penare, sinchè non sia morta o impazzita! Mi dica tutto...,

mi dica, e che io muoia se è tempo!

«Ecco!--sclamò egli spiegandosi di nuovo:--ecco che cosa le fruttò

l'aver taciuto, quando egli mostrava di perdere il timor di Dio!

Questa è una lettera, che ho calda calda da un soldato, spacciatomi a

bella posta dal generale piemontese, che accampa dalle parti di Ceva,

il quale l'ebbe da Torino, per la via di Mondovì: e in essa mi si

chiede notizie di un Giuliano da D..., che studia laggiù, che è mio

parrocchiano;... insomma si vuol sapere che soggetto è...! e se ne

immischia la polizia, la Curia... tutti!»

Così dicendo faceva vedere la lettera, battendola sul dorso della mano

sinistra, e aspettando che l'un dei due parlasse. La signora teneva il

capo chino, colla mente negli abissi in cui il figliuol suo

precipitava; don Marco, guardando il pievano, pareva studiare, come un

sacerdote potesse aver cuore, di tormentare così fuor di maniera una

donna già troppo infelice.

«Che ne dice, ella che fu suo maestro?--gli chiese alfine don

Apollinare, vedendo che non gli si rispondeva nè dall'una nè

dall'altro.

«Eh!--rispose don Marco--io dico, che questo miscuglio di monsignori,

di polizie e di generali, mi pare una torbida cosa: e mi duole di

vedere che noi preti, a quest'ora abbiamo lacerate mezze le pagine del

Vangelo! Dia retta a me, faccia in pezzi cotesto foglio, li metta per

segnacoli nel suo breviario; e ogni volta che li rivede, rammenti quel

dettato che abbiamo sempre in bocca; non muove foglia che Dio non

voglia.

«Altro che foglie!--proruppe il pievano--va in aria la intera foresta,

e il vento della rivoluzione l'amulinella!

«O allora, qual riparo vi possono fare la Curia, la polizia, il

generale di Ceva...? E Giuliano, un giovane che manco si vede sulla

terra, che cosa può aggiungere alla grande bufera? Non gli faranno

nulla... vedrà...

«No... nulla!--saltò su a dire la signora Maddalena, pigliando dalla

sicurtà di don Marco, un subito ardimento:--non gli faranno nulla,

perchè noi scriveremo, andremo, mi presenterò al Re!

«Il Re è stanco di perdonare--disse il pievano--e Dio non può più

vedere la religione calpestata, i suoi ministri oltraggiati! Io ho qui

la lettera; farò il debito mio, da cristiano e da pastore; ella

scriva, mandi, vada, faccia quel che pare! l'ho avvisata!»

Ciò detto diè di volta, infilò l'uscio e scomparve, stizzito di non

avere potuto sfogarsi, per quell'importuno don Marco. Il quale,

rattenendo la signora, che voleva correr dietro al pievano per

supplicarlo:

«Stia,--diceva:--e non si sgomenti...! E la marchesa di G..., non farà

nulla per Giuliano? non l'avrà tenuto d'occhio?»

A questo ricordo, la signora Maddalena si fece in faccia, come sarebbe

a dire un fiore, su cui discenda un raggio di sole dopo un ribocco di

pioggia. E da quel nome pigliando lena, si mise col prete a pensar

modo di chiedere alla gentildonna, che aiutasse Giuliano a scampare

dai pericoli ignoti, de' quali il pievano era venuto a parlare.

Ora la marchesa di G..., cui don Marco aveva raccomandato Giuliano,

sin dal primo anno della sua andata a Torino; era di quei tempi, dama

d'altissimo conto, in corte ai reali di Sardegna. Nelle due valli

della Bormida, la si stimava onnipotente: e perchè vi veniva ogni anno

a villeggiare, ora in quello ora in questo de' suoi molti poderi,

conosceva per quei borghi i primi casati. Rimase nelle Langhe memoria

di lei onoratissima: e si parla tuttavia di giovani, scampati per

opera sua, nei due o tre giudizii di quegli anni, in cui per tutto si

vedevano Giacobini e nemici di Dio e del Re, da torre di mezzo. Tra

l'altre si narra la storia d'uno scuolare, che carcerato con altri

molti, la marchesa gli fece dire non pigliasse altro cibo, salvo

quello che gli avrebbe mandato lei. Ogni giorno capitava in carcere

una dozzina d'aranci pel prigioniero, e in capo a una settimana, egli

potè uscire, e tornarsi libero alle montagne native.

La signora Maddalena e Don Marco, stettero un pezzo a fare e disfare

disegni, discorrendo di Giuliano e della gentildonna: e appunto

concludevano con quello di scriverle, quando Marta venne a dire che

era l'ora di cena. La signora aveva più volontà di piangere che di

muoversi; il prete era uomo di poco cibo, che se aveva in cuore

qualche tristezza, di questa si nudriva come di vivanda succosa; ma

ambedue per usanza di cenare sull'imbrunire, passarono in quella

stanzetta oltre la sala, dove era la mensa apparecchiata.

Tecla, che s'era tenuta fino a quel punto in cucina, donde aveva

inteso i discorsi di Don Marco colla padrona, e quella notizia portata

dal pievano, appena ebbe veduto libero il passo per la sala; uscì di

là in punta di piedi, turbata che non pareva il caso di trovar la

porta, per cui andar fuori. Poichè fu sul piazzale diede intorno

un'occhiata, come una fuggitiva che cercasse la via più destra. Il

sole era andato sotto allora allora, ma se un ultimo raggio l'avesse

percossa negli occhi, si sarebbe franto in due lagrime, che non

potendo sgorgare, davano alla sua guardatura non so che addolorato e

selvaggio. A un tratto parve aver afferrato un pensiero, una memoria:

e correndo difilata a casa di suo padre, salì per la scala di legno

sul pianerottolo che metteva nelle stanze, dov'erano i lettucci della

famigliuola. Entrò guardinga; non vide nessuno: e fattasi vicino ad

una vecchia ed ampia cassa, in cui suo padre teneva il frumento;

disteso sul coperchio un fazzoletto, tirò giù dalla stanga una gonna

d'indiana rossa, un giubboncello di panno azzurro, un grembiale

d'ugual colore, che cinto la copriva fin dietro le anche; poi aggiunto

un fazzoletto da capo stampato d'alberi e d'uccelli, e gli scarponcini

da festa; di tutto fece un fagottino, aggruppò in croce le becche del

fazzoletto, e buttò giù dalla finestra dietro la casuccia, in un

orticello. Discese, scantonò non vista, raccolse il fardelletto,

attraversò un vicolo, e fu sulla via che lungo la ripa del torrente,

menava a seconda dell'acque. Era quella presa da suo padre due mesi

innanzi, quando aveva accompagnato il signorino; e una volta in

viaggio essa aveva inteso dire assai volte, che per chi ha la lingua

in bocca ogni via va a Roma. Molti che tornavano dai campi, o che già

cenavano sulle soglie delle loro casette, la videro passare; ma come

erano usi a non le abbadare, così non fu chiesta da nessuno, che

cercasse o dove corresse.

In casa sua l'attendevano a cena; e sulla madia finiva di fumare

raffreddandosi la sua scodella di minestra; quando Rocco levando il

capo, e stando per imboccare l'ultima cucchiaiata, pose gli occhi in

quegli della sua donna, e le chiese: «e Tecla?»

«Chi lo sa dov'è?--rispose la moglie--ora che impara a leggere, non la

si può più comandare....!

«Vai a vedere dalla signora padrona!--gridò Rocco irato ad uno dei

figliuoli: e questi andato, tornò subito portando che di là Tecla era

uscita da un pezzo. Allora la donna, si fece sulla porta, e colla voce

più acuta che potè chiamò; «Tecla! Tecla!» tre o quatto volte. I più

discoli della ragazzaglia che ruzzava nel vicolo, risposero per beffa

imitando la voce della fanciulla; e la donna ingiuriandoli in cuor suo

proseguiva a chiamare. Ma Tecla di qua, Tecla di là, questa non si

faceva viva; ond'essa salì a veder nelle camere, e trovato che di

sulla stanga era stata tolta la veste cogli altri panni della

figliuola; tornò giù così in furia, che manco non vide la scala, e

piantatasi di faccia al suo uomo, gli disse sgomenta «Tecla è

fuggita!»

Rocco balzò ritto, e ruppe a quella nuova in certe parolacce, che le

donnicciole del vicinato, affacciate a chiedere che fosse, si turarono

le orecchie gridando: «Gesummaria!» Marta stessa, venuta alla voce, ne

lo rimproverava! e intanto sull'aia, dinanzi la casa, si faceva folla

come a vedere l'infortunio. Allora si cominciò a bisbigliare; e chi

aveva vista Tecla, con un fagottino, passare dinanzi la sua porta; chi

s'era abbattuto in essa e gli era parsa stravolta; uno le aveva tenuto

dietro coll'occhio sino al tale punto, un altro sino alla tale svolta

della via; sarà andata di qua, avrà tirato per di là, l'avranno

maltrattata in casa; chi l'accusava, chi la compativa; e i più

caritatevoli dissero che bisognava andare cercarla, trovarla dovunque

fosse, perchè dei soldati Alemanni se ne incontravano da per tutto,

e.... non osavano dire di più. Così gli uni correvano a pigliar

lanterne, gli altri a munirsi di bastoni; la moglie di Rocco non

faceva più che pianti: ed egli affaccendato a rispondere, a

interrogare, ad allestirsi un lume; venne più volte a segno, che se

avesse avuto lì uno schioppo, se lo sarebbe scaricato nel capo.

La signora Maddalena e Don Marco, saputo da Marta la cagione di quel

tramestio, erano venuti fuori anch'essi; e quella tremava, e il prete

accorreva pensando alle sciagure che in quel giorno facevano mazzo. Là

si diede attorno a porre un pò d'ordine fra quella gente; e

spacciandone per ogni banda, finì col mettersi insieme a Rocco ed a

parecchi altri, proprio per la via presa da Tecla.

Questa a loro sentire non poteva essersi allontanata di molto; e in

verità non era lungi più d'un miglio, sebbene avesse avuto tempo di

far più cammino. Ma ad un bivio s'era fermata, incerta di qual parte

doveva pigliare, e un pò spaurita dalla notte che s'era fatta alta. In

quel sito, su d'uno rialto, coperto di cespugli maluriosi, sorgeva una

croce, e Tecla a piè di quello la guardava di sotto in su, pregando

con gran batticuore, «Madonna Santa! mandatemi un'ispirazione! da qual

parte si va a Torino? non vado mica a dirgli nulla no...., vado a

raccontargli che sua madre muore di dolore, s'egli non se ne viene via

di là; che lo metteranno in carcere, che quella giovane...., ah...

Madonna Santa, non mi lasciate qui smarrita!» Così stando le si era

accesa la fantasia per modo, che le parve d'essere guardata da un paio

d'occhi balenanti di dietro la croce; e raccapricciò, come avesse

avuto lo spasimo di tutto quel roveto nelle carni. E subito rammentò

che là un viaggiatore era stato morto dagli assassini; credè di vedere

i tristi acquattati, e i loro ferri luccicanti nei cespugli, e il

morto ruzzolare dalla ripa sanguinante a' suoi piedi. Si abbandonò, si

rannicchiò, si fece piccina, e non osando fiatare: «eccoli, pensava

porgendo orecchio affannosa--vengono, mi uccidono; ma.... se dicessi

loro quel che vado a fare a Torino? Chi sa che non mi ci menassero

essi stessi? Ne ho intese tante di masnadieri, che alle volte fanno di

belle cose! oh, mio Dio, sono qui..!» E si strinse vie più; quasi

volesse farsi una buca nella terra; e un sudore freddo le correva per

la persona.

Qualcuno veniva davvero, perchè lungo la via che essa aveva fatto,

s'udivano pedate e parole; e fra i tronchi scuri degli alberi si

vedevano due o tre lumi apparire e celarsi. Alla lentezza

dell'avanzare, si discerneva che coloro cercavano con diligenza la

riva del torrente; ma Tecla non potè badare a questo, perchè provatasi

a fuggire, ricadde senza forza, e ravvolgendo la faccia nel grembiale,

ruppe nel pianto più disperato che creatura umana possa versare.

Come la brigata fu al bivio, uno che precedeva di pochi passi vide

quella cosa scura a piè del rialto; e correndovi accostò la lanterna.

Non ebbe tempo di vedere che fosse, e Tecla facendo uno sforzo, con

voce rotta dall'affanno gli gridava: «signore, sono una povera

creatura, non mi faccia alcun male; vado a Torino a salvare il signor

Giuliano...

«È qui, è qui,--urlava colui scoprendo il viso alla giovane mezza

morta dalla paura. «Te lo do io il signor Giuliano!» gridava Rocco,

smesso il rammarichio con cui si era venuto lagnando come un uomo che

morisse svenato; e d'uno slancio fu sopra la figliuola sbuffando

feroce, e colle pugna levate. Ma un'altra mano incontrò le sue sul

capo della infelice; ed egli guardando chi osasse toglierli quello

sfogo di padre, vide don Marco in atto così dolce, che gli fece cadere

quel primo furore. E «orsù confessati--disse risoluto alla

figlia--confessati qui a don Marco, che qualche gran peccato ce l'hai

di certo. Suvvia... a chi dico? Comando io, o chi comanda?» e così

dicendo, e ridestandosi in lui l'ira, torceva alla fanciulla le

braccia.

«No Rocco--entrava a dire don Marco--questo non è fare da cristiano;

date mano a Tecla, essa è vostra figlia, e si confesserà a voi, meglio

che a me, meglio che a chichessia.»

E fatto raccattare il fagotto ad uno di quei villani, ai quali la sua

parola tornava sì nuova e sì dolce; parlando di pietà, d'amore, di

perdono, don Marco s'avviò con essi per tornare al borgo.

Vi giunsero che il ponte riboccava di gente, e chi una e chi un'altra,

tutti in quella faccenda dicevano la loro. Don Apollinare anch'esso,

disceso di castello, dopo aver ben chiarito, che non era affare di

Francesi; alle congetture che ardiva fare, aggiungeva la sua, e

tenendosi in mezzo ad un capannello di maggiorenti, diceva.

«Tutte baie! Quella ragazza va a male da due o tre mesi in qua; ed io

ne sono certo, e dico che ha pigliato il maleficio. Chi in una mela

chi in un garofano, ne ho viste molte che l'avevano preso; e tutte

finirono col fuggire improvvisamente di casa, come, salvo l'anima, i

cani che vanno in rabbia....

«Dice bene il signor pievano; salva l'anima, come i

cani!--rispondevano coloro:--eccola, eccola, l'hanno trovata, è

qui....» E tutta quella gente si affollava, in capo alla via.

«Vieni qua... menala qua che la vegga...--diceva il pievano a

Rocco--fategli largo..... Eh? di queste ne ho a sentire nella mia

pieve?--E levando il bastone sopra la fanciulla, che veniva innanzi

trascinata dal padre;--ma se l'ho detto, continuava, è malefiziata!

non la vedete com'è stravolta? Va, tienila chiusa, mettile in bocca

una foglia d'olivo benedetto, falle bere un sorso d'acqua santa;

domani la condurrai in chiesa, faremo l'esorcismo; e se il diavolo non

le uscirà di corpo, bisognerà condurla a Savona, a farla esorcizzare

nella miracolosa cappella del Cristo risorto.

«Ma signor pievano! interrompeva don Marco, che stanco com'era,

arrivava un po' dopo degli altri:--che parla di malefici, di

esorcismi... di diavolo...? Ho visto questa fanciulla a piè d'una

croce costaggiù, e lei insegna che il diavolo fugge dalla croce....!

«È vero.... l'abbiamo sin per proverbio.... fuggire come il diavolo

dalla croce....! dicevano gli astanti.

«Oh! si persuada?--proseguiva don Marco pigliando a braccetto il

pievano, cui l'assentire dei suoi parrocchiani toglieva l'ardire: e

tirandolo via verso la salita del castello gli andava dicendo: «ai

demoni e ai malefici, si crede meno di quel che pare; per carità,

badiamo a non nuocere a nessuno, e tanto meno a fanciulle povere e

senza difesa....»

Rocco, colto il destro, s'allontanava con Tecla; i signori e i

popolani, chi lieto, chi mal sazio, si dispersero ognuno verso casa

sua; i due preti si fermarono a piè della salita del castello; e chi

fosse stato dietro a un oratorio che ivi sorge antichissimo, avrebbe

inteso don Marco continuare il suo discorso col pievano; il quale lo

lasciava dire, come quegli fosse stato un vescovo, ed egli un

chierichetto novizio.

«Le sarò grato--diceva don Marco--le sarò grato d'essersi persuaso;

d'avere smessa l'idea d'esorcizzare quella povera giovane, perchè

sarebbe morta di vergogna.... Ma ora ho un'altra cosa, per cui sarei

venuto domani mattina a pregarla: e giacchè siamo qui..., mi dica....

a quella lettera d'oggi risponderà....?

«E come no?--sussurrava il pievano.

«Risponderei anch'io; ma mi dimenticherei di qualunque corruccio.

Pensi, signor pievano, che là in quell'angolo della sua pieve, vive

una povera madre, che non sa più a qual santo volgersi per un po' di

pace. Io credo che la troverà nella tomba, perchè non durerà più a

lungo. Ma un giorno quando gliela porteranno morta, a farla benedire,

sotto le vôlte della sua chiesa: e il popolo che le vuol bene, la

piangerà come una madre perduta; qual consolazione per lei, poter

dire: io le ho fatto un beneficio, e questa donna lo deve a me se non

è morta da tempo....?

«La signora..... povera donna, è degna di rispetto....--rispondeva don

Apollinare:--ma lui, quel suo figliuolo, quell'insolente che farebbe

ingiuria al paradiso...! Qui il pievano s'accendeva, ma don Marco

sempre con dolcezza:

«Senza macchia non v'è manco il sole! Eppoi, sia pure Giuliano quel

che le pare, ma sta bene a un prete giocar di vendette? Sta bene a noi

essere i primi, a portar la lanterna al bargello? E se domani, se fra

venti giorni la guerra ci portasse in casa i Francesi; e qualcuno si

pigliasse la briga di dir loro che ella ha perseguitato un giovane,

che la pensava un po' alla loro maniera? La vendetta rifiglia, ella lo

sa; e se i Francesi ponessero le mani addosso a lei?

«Io....--disse il pievano sentendosi arricciare la pelle più assai di

quella volta, in cui il padre Anacleto gli aveva dette a un dipresso

uguali parole:--io scriverò a Torino che Giuliano è un giovane.... sì,

un giovane.....

«Via.... un giovane dabbene, dica! Mi porto via la sua promessa,

signor pievano; e se non ci vedessimo più, le sia dolce quanto a me,

pensare che l'ultima volta abbiamo fatto insieme un po' di bene....»

Ciò detto, e strettagli la mano con gran sentimento, lo lasciò a piè

della salita; e s'affrettò a casa di Rocco, dove non sapeva come

avrebbe trovata la povera Tecla. Sull'uscio della casetta s'imbattè in

lui e nella moglie, che si bisticciavano, circondati dai figliuoli; ma

la fanciulla non v'era, perchè la signora l'avea scampata a fatica

dalle furie della madre, e se l'era tirata in casa per tenervela

quella notte. Don Marco si fermò un tratto da Rocco per consigliare a

lui e alla moglie pazienza e pace; poi fece quei pochi passi che

correvano di là alla casa dalla padrona. Marta lo aspettava

nell'atrio, struggendosi dalla voglia di parlargli: e appena lo vide

gli si piantò in faccia, e gli disse:

«Mi perdoni; ci ha capito nulla lei nel fattaccio di questa sera? No?

Ebbene, io invece ci ho capito che la ragazzona è innamorata del

signorino! Già me ne era accorta quest'oggi, mentre ella parlava colla

padrona, e quando il signor pievano venne a dare quelle brutte nuove;

Tecla pareva sul fuoco, e piangeva. Ora questa scappata.... quel

fagotto.... vorrei parlarne alla signora....

«Date retta, Marta, la signora lasciatela in pace.

«Ma se venisse il signorino a casa...? Questa ragazza....

«Lasciamo questi discorsi, Marta, e domani sarete più contenta d'avere

parlato poco.»

La fantesca tacque, gli aperse l'uscio, ed entrò dietro di lui. La

signora Maddalena scendeva da una camera, vicina alla sua, dove aveva

posta Tecla a dormire; e fattosi incontro al prete gli chiese:

«Ebbene, che diceva il pievano?

«Il pievano? Parlò di malìe, di malefici, di diavoli...; voleva che

Tecla gli fosse menata domattina per esorcizzarla....

«Oh! allora dovranno venirla a togliere di qui a forza! sclamò la

signora, lieta di potersi porre a qualche sbarraglio, ora che suo

figlio pericolava a Torino:--di qui Tecla non uscirà più; alla fine

delle fini, baciar la polvere ogni volta che il signor pievano lo

vuole, non è manco da cristiani!

«Ma egli ha smessa l'idea;--aggiunse don Marco--ed anche mi ha

promesso di scrivere a Torino lodando Giuliano.»

Discorsero un altro poco di Tecla, del signorino, del pievano; e

quindi si lasciarono colla buona notte. Don Marco fu accompagnato da

Marta nella camera di Giuliano, dove la signora faceva tenere il letto

sempre rifatto, perchè a vederlo le pareva che il suo figliuolo non

fosse via: ed era una sua dolce illusione. Là il prete vide libri e

schioppi in bell'ordine; e avvicinatosi allo scrittoio trovò su certi

fogli molti visi di donna abbozzati, che tutti somigliavano a Bianca.

«Gran musa l'amore!» disse tra sè, e sedutosi, cominciò a scrivere la

lettera a quella gentildonna di Torino, molto raccomandandole il suo

antico scolaro. Poi si coricò, e don Apollinare, Giuliano, il signor

Fedele, l'Alemanno, Bianca e quella Tecla infelice, forse più di

tutti; gli uni con faccia di scherno, gli altri di dolore, gli

facevano nella fantasia una ridda, che gli metteva la febbre.

Meditando sul fatto di quella sera, e sulle parole dette da Tecla nel

punto in cui era stata trovata; finì per credere che Marta avesse

ragione, e che la fanciulla fosse davvero innamorata del signorino. Il

primo pensiero fu di immischiarsene pel bene di tutti, ma gli parve di

sentirsi negli orecchi una gran risata del padre Anacleto, e la voce

di lui dirgli: «prete, tu trovavi a ridire di me?» Con questo, contro

ogni sua speranza, gli venne il sonno; e in casa la signora Maddalena

tutto fu quiete, come fosse stata non abitata.

Le rive della Bormida nel 1794 · 第 30 / 47 题