Sul pensiero che Don Apollinare non aveva peranco smesso il rancore
rimastogli contro Giuliano; nacque nella mente della signora Maddalena
quest'altro, che Don Marco, non essendosi più fatto vivo, avesse
dimenticato lei, il suo figliuolo e il caso doloroso d'un amore, in
cui la sventura pareva aver posta la mano. Fosse stata a vedere come
il povero prete s'annuvolava ogni volta che pensava a queste cose; e
all'animo suo delicato sarebbe parso d'offenderlo, e di aggiungere un
dolore ai tanti che gli contristavano la vita. Egli s'era messo in via
almeno dieci volte, per andare alla villa del signor Fedele, e vedervi
da sè quello di cui non avrebbe osato chiedere a chicchessia: ma non
era mai giunto sino a quella, non potendo vincere una ripugnanza
confusa, che gli nasceva appena arrivato a scoprire la palazzina. Si
soffermava a guardarla, ondeggiava un tantino tra il tirare innanzi e
lo starsi; poi dava di volta e tornava a casa accorato. E in verità,
se il signor Fedele gli avesse chiesto in nome di chi veniva a
mescolarsi nelle cose sue; quale risposta, avrebbe potuto fargli,
sebbene fossero amici dell'infanzia? Forse che istruito di certe
istorie, andava a lui per consigliarlo? Ma questi consigli chi glieli
aveva chiesti? O non v'andando da amico, doveva dire che da prete, gli
recava la parola del Signore? Don Marco non aveva osato mai chiamarsi
ministro di Dio, di cui sapeva tenersi da nominare invano insino al
nome. E così, aggiungendosi che forse la sua visita avrebbe nuociuto a
Bianca; finiva sempre lasciando al tempo che facesse lui.
Quell'Alemanno, coll'essere lontano, si sarebbe fors'anco scordato
della fanciulla; e a conti fatti le gite intraprese verso la
palazzina, s'erano tutte mutate in passeggiate meste e solitarie.
Tornava appunto da una di queste, quando intese che le genti di val di
Bormida rivenivano scompigliate dalla spedizione; e per non vedere lo
spettacolo che doveva essere nelle vie del borgo, si ridusse a casa
per il senteruolo a piè delle mura, fatto altra volta in compagnia
della signora Maddalena. Si chiuse con diligenza, e udendo i briachi
cantare in brigata scempiatamente, accostò gli scurini; poi essendo
l'ora dell'imbrunire, si mise a letto e s'addormentò, con un cuore che
gli diceva cose poco liete di sè, ma anche meno del mondo. Sognò sin
verso il mattino mille mestizie; ma quando fu vicina l'ora in cui
soleva destarsi, vedeva i cieli nuovi e la terra nuova, promessi
nell'Apocalisse. Al rompere dell'alba gli si ruppe il sonno, e aperti
gli occhi sorrise e disse: alle volte si sognano cose sì belle, che
peccato non dormire per sempre.
Si vestì alla lesta, e fattosi sul terrazzino, stette ad ascoltare se
s'udissero ancora i rumori della sera innanzi. Suonava nei boschi un
ultimo corno, se pur non era il muggito di qualche giovenca, discesa
ad abbeverarsi al torrente. Ne fu quasi lieto; e guardò a lungo il
cielo, che in quei mattini di maggio pare tutto un primo amore, anco
le nuvole, se ve ne sono a veleggiarlo.
Ma abbassando gli occhi sulla casa del signor Fedele lì in faccia, si
rifece pensoso, gli parve di vedere Giuliano tendere a lui le mani da
lungi supplicando, e di udirlo dire: «o maestro, e perchè mi ha fatto
dire da mia madre che si sarebbe adoperato per me col signor Fedele?
Io non mi sarei mai allontanato dai luoghi dove mi si toglie la donna
mia; maestro, se la sposeranno ad un altro, udirà parlare della mia
morte. Perchè m'ha tradito?»
«Sicuro!--sclamò Don Marco--se un guaio avvenisse, io ne sarei in
parte cagione... Questa volta anderò ad ogni costo!»
Così dicendo uscì, stupito di non trovare alla porta il passeraio di
fanciulli che vi si raccoglievano ogni mattina, per andargli a servire
la messa: ma tosto conobbe il perchè di quella assenza strana.
Dopo i fuggiaschi paesani, arrivavano i piemontesi e gli alemanni,
feriti due giorni innanzi dalle parti di Loano; e il popolo traeva
fuori le mura del borgo ad incontrarli, recando pannolini, ristori,
con quel pronto animo che in esso non muore mai.
Ai lamenti che venivano dal prato, dove quei miseri venivano deposti
di sui muli, e di sulle barelle, il buon prete si sentì schiantar
dentro dalla passione. Ne vide di tutti i gradi e di tutti gli
aspetti: visi robusti da star bene nei quadri di Salvator Rosa; faccie
pallide, ed occhi come ne dipinse Schaeffer nelle sue meste tele: qua
una voce di subalpino chiedeva aiuto; là un tedesco invocava il suo
Got; e non era da ridere se qualche donnicciola rispondesse alla
invocazione, porgendo un gotto d'acqua, che il poveretto beveva,
inconsci dell'equivoco esso e l'altra.
Don Marco fattosi in mezzo a quel dolore, cominciò a darsi attorno a
spacciar uno di qua, a chiamar l'altro di là; e quale in questa, quale
in quella casa, faceva ricoverare quei dolenti, che gli volgevano
occhiate piene di gratitudine e d'amore; perchè giunto lui pareva, che
fosse capitato ad ognuno la madre od una sorella. Si diceva che dei
feriti, ve n'erano ancora molti tra via, sebbene paressero già troppi
quelli arrivati: e nella furia di torsi dai piedi alcuni che morivano
lì di stento; parecchi se ne portavano a seppellire, che non erano per
anco spirati. In un campicello a ridosso del borgo, cinque o sei
marrani lavoravano a scavar fosse: venivano i soldati coi morti e coi
morenti sulle spalle, e li buttavano nelle buche, che poveretti
s'aggrappavano ancora alle prode per tornar fuori; ma una zappata sul
cranio e una palata di terra sulla bocca, troncavano il grido
disperato e il pensiero della famiglia lontana. Se ne racconta
tuttavia ai nostri giorni, e si sanno le ultime parole di quei miseri,
sin dai fanciulli; i quali, dopo scuola, vanno a ruzzare in quel
campicello; e la sera ne fuggono, spauriti dai fuochi fatui, che
scambiano per l'anime di quei sepolti vivi.
Nell'opera di misericordia, don Marco ebbe compagni alcuni preti del
borgo, e cinque o sei frati del convento venuti, all'annunzio,
volonterosi. Ma non era tra questi il padre Anacleto, il quale per
nulla al mondo si sarebbe staccato da Bianca; bisognosa di lui,
sanatore dell'anima sua. In quei pochi giorni, aveva fatto con essa
molto cammino sulla via della salute; e mi duole non poterlo mostrare
che in fretta e quasi di scorcio, nei suoi portamenti. Si ricorda il
lettore, che l'avevamo lasciato in refettorio, a fantasticare sopra un
dipinto? Ebbene; egli non aveva voluto por tempo in mezzo, e sin
dall'indomani era tornato alla palazzina. Trovata Bianca che scerpava
erbe sotto il pergolato, e ne dava ad un agnellino nato di fresco;
s'era fermato a guardare la fanciulla e l'animaletto vezzoso, che ora
le saltellava attorno; ora spiccava corse, sprigionando un'allegrezza
tenuta dentro a fatica; ora ruzzolava in un fossato: e Bianca
sorrideva.
Appena vide il frate, la giovinetta si fece ad incontrarlo; e rifatta
la storia del baciamano, gli diede notizie della famiglia, di che egli
si rallegrò e disse:
«Bianca, tu mi sembri più contenta, o almeno quella tua tetraggine, si
è risolta in una malinconia dolce, che se ti fiderai di me diventerà
allegrezza.
«E di chi dovrei fidarmi più?--rispose la fanciulla:--ho pensato tutta
la notte a quelle cose che mi disse ieri; e l'idea del monastero, me
l'ho quasi levata dal cuore.
«Ah!... quello era il mal passo! E dire che una volta messo il piede
innanzi non lo si può più ritrarre! Gli è come a sposarsi; cari o no,
son nodi che stretti una volta, la sola morte può sciorli...
«Oh sì...!--sclamò Bianca ponendo sè colla mente in ben altro campo,
che non era quello in cui il frate la voleva tenere; ma egli accorto
le troncò la parola, e riprese:
«Sì! sì! sì! tu dici, ma non sai nulla. Voi giovinette, a udirvi,
conoscete il mondo più d'ogni vecchio...! E poi...; che sai tu? neanco
la storia di quel nome, che ieri non mi volesti dire, e che adesso io
so assai bene...; e ti debbo dire che, l'ira nobilissima da cui fosti
presa udendomi chiamar indegno colui..., era mal consigliata da un
affetto malissimo posto...!»
Questo dire sicuro e solenne, prostrò l'animo di Bianca, la quale a
prima giunta pareva volersi levare a nuova difese.
«Padre--rispose essa chinando il capo, e poco dopo alzando gli occhi a
lui, nell'atto in cui vediamo dipinte le sante sofferenti estasi
dolorose:--io non so chi le abbia detto quel nome; io sono una povera
creatura che diventerà scema; e non so che una cosa. Da un mese in qua
mi si è oscurato il cuore; mi par d'essere in fondo a un abisso; a
momenti m'agguanterei, per uscirne, a ferri infuocati; a momenti
vorrei starvi per sempre, nè rivedere più il mondo, nè me stessa...!
«E di Giuliano... di questo giovane cui pare abbiano dato il nome
dell'apostata sin dal sacro fonte, presaghi di quello che sarebbe
diventato...; di questo Giuliano che legge libri proibiti, che non va
in chiesa, non fa la pasqua, oltraggia i ministri dell'altare; e deve
essere scritto a qualcuna di quelle Società, in cui si beve sangue
facendo il patto; e s'impara il segreto infernale di mutarsi in
qualunque bestia per far malefici; e si giura morte ai sacerdoti e a
Dio: di questo Giuliano, tu non le sapevi le belle cose che io ti
dico, coll'anima che mi trema dentro, e colle labbra scottate dalle
parole che mi paiono carboni accesi?»
A questo segno e senza quasi addarsene, il frate si trovava colle
braccia aperte, la persona curva, l'occhio intento su Bianca; la quale
vinta a poco a poco, s'era lasciata cadere ginocchioni atterrita; e
teneva il viso alto, sicchè la barba di lui le ondeggiava sul collo e
sul seno. L'agnellino li guardava coll'occhio stupefatto
dell'innocenza; e pareva un simbolo, in un quadro dove fosse dipinto
un esorcismo.
Oh! che pallidezza! che cuore era quello di Bianca! D'amare Giuliano,
non s'era confidata mai, salvo che a Don Marco, alla signora
Maddalena, e alla zia Maria: ora il frate, come aveva saputo quel
nome, e come i segreti del giovane, gli orribili segreti, che erano
per essa più che la scoperta d'un cadavere di lebbroso, nel sito ove
credeva nascosto un tesoro?
«Alzati, va e piangi! le disse il padre Anacleto;--piangi che il
Signore lo vuole; ed io pregherò che ti perdoni d'aver amato un empio;
e pregalo tu pure per lui come faresti per un'anima del purgatorio.
Domani tornerò.»
E con passo spedito s'allontanò e disparve.
«Dio della misericordia!--sclamò la fanciulla--pigliatemi, pigliatemi
che al mondo non ci faccio più nulla! O Giuliano, e che ci venivate a
fare in chiesa, se avete giurato morte a Dio e ai sacerdoti...?
L'avessi saputo, e mi sarei nascosta fin nei sepolcri, piuttosto che
guardarvi...! Eppure..., egli mi pareva più buono di quel bell'angelo
dipinto sopra l'altare, col fanciullo per mano che fugge al pesce
mostruoso.... Somigliare a quell'angelo, e sprezzar Dio...!»--Qui
sentendosi lambire la mano dall'agnellino, gli prese la testa, e
parlando all'animale innocente;--mi uccidono, mi uccidono--diceva--come
faranno a te, e nessuno dirà, povera Bianca!»
Non potè piangere, ma lentamente si rimise a vagare su e giù; mentre
il signor Fedele che aveva visto ogni cosa dal buco d'una impannata,
la guardava e gioiva.
Il padre Anacleto tornò l'indimani, e il giorno appresso, e l'altro e
l'altro; coll'accorgimento d'un medico di villaggio, che sappia farsi
vedere in tempo acconcio dall'ammalato. Gli bastava una parola,
un'occhiata a sapere l'animo di Bianca; ed era lieto di sè, perchè gli
pareva d'averla, in meno che non credeva, tirata alla riva, donde
rivolta addietro, avrebbe poi veduto l'acque pericolose, in cui senza
lui sarebbe affogata.
Al quinto giorno, proprio quello in cui, se non avvenivano in C... le
cose narrate qui sopra, si incontrava con Don Marco nella palazzina
del signor Fedele; egli ed il leguleio stavano a consigliarsi l'un
l'altro; ancora sotto quel pergolato di cui il lettore può essere
sazio, ma che per essi era una delizia.
Avevano almeno dieci volte preso a parlare di Bianca; ma il discorso
uscendo di carreggiata, li portava sull'argomento della guerra, e
della spedizione, vista da essi moversi e tornare in quella guisa
vergognosa. Parlavano e sentenziavano ora da uomini di grand'animo,
ora facendo lor conti da femminette paurose; e mentre il signor Fedele
diceva che quello di cui più si sentiva afflitto, era il non saper
nulla del barone; gli seguì un caso maraviglioso. Davano appunto di
volta in capo al pergolato, col nome dell'Alemanno in sulle labbra; e
videro venire di buona gamba il procaccio di C..., il quale teneva in
una mano una lettera, nell'altra il cappello che si era tolto di sul
capo, appena giunto in vista ad essi due. Costui baciò il cordone al
frate, inchinò tre volte il signor Fedele; poi mostrandosi affannato
più che non fosse davvero, disse a quest'ultimo:
«Signoria, don Marco mi manda con questa lettera; ho fatto come il
vento, ed eccomi, fui qui in uno sbadiglio di gallo...
«Don Marco! pensò tra sè il frate, mentre l'altro leggeva la
lettera;--o che vuole don Marco...?
Glielo chiarì il signor Fedele ponendogli sotto gli occhi il foglio; e
gridando al procaccio: «Corri, va, e dì a don Marco che volo; corri,
sei qui ancora, lumacone?...» Il pover'uomo spinto da lui ripartì;
forse pensando da chi avrebbe toccata la mercede di quella sua fatica;
chè quanto al signor Fedele non buscarla subito, voleva dire non
buscarla mai più; piacendo al leguleio d'essere stimato, in queste
cose, uomo di corta memoria. La mancia l'avrà avuta da don Marco; il
biglietto del quale, diceva alla lesta, com'egli avesse in casa il
barone, ferito malamente; corresse a vederlo, che il poveretto non
voleva altri che lui!
«Sono segni del cielo! Corri tu pure,--disse il frate al signor
Fedele--e trova modo di portar qua il barone... Chi sa? La compassione
può dare l'ultimo ajuto a movere l'animo di Bianca... va.»
In quattro passi il signor Fedele fu in casa; in altri quattro tornò
sul prato con panni da gentiluomo indosso: e stretta la mano al frate
e dettogli che alle donne aveva nascosto il perchè della sua andata al
borgo; rimasero che questi sarebbe stato attorno alla fanciulla, per
disporla a quelle accoglienze ch'essa doveva usare al barone; dove per
buona sorte lo si fosse potuto trasportare alla palazzina. Con questo
l'uno partì, e l'altro salì dalle signore.
Bianca e Margherita lavoravano di cucito, vicine alla zia Maria; cui
la gioia di riaverle, come essa diceva, sotto gli occhi, dava nel viso
una bella rallegratura. La minorella era gaia, e Bianca silenziosa:
dire che non fosse mesta sarebbe troppa bugia, ma un po' più serena la
pareva davvero; e se n'era accorta sin la cieca, la quale diceva di
conoscerla al colore del viso, ma in verità l'argomentava dai sospiri
di lei meno frequenti.
Il frate si mescolò alla buona nei loro discorsi; e studiando di farsi
posto in questi, per la faccenda che voleva dare a capire; guardava
traverso la finestra, le belle ruine del castello di C... le quali si
vedevano dalla sala assai bene.
«Che guarda, signor padre? uscì a dire Margherita, che vispa com'era
aveva gli occhi su tutto, e usava colle persone un ultimo avanzo di
dimestichezza infantile.
«Io guardo,--rispondeva egli, trovando da maestro quel che gli
bisognava, senza togliere l'occhio dalla bella vista in cui pareva
assorto--io guardo quei comignoli laggiù del castello, e penso che
darei un anno della mia vita, per poter vedere, non fosse che un'ora,
il castello, i baroni, il popolo del borgo e tutte le cose, com'erano,
per esempio, seicent'anni or sono...; quando le castellane vivevano da
sante, e i cavalieri andavano e tornavano di Palestina, pieni di fede,
carichi d'armi, a conquistare il Santo Sepolcro e il regno dei
cieli...
«Oh!... e come si possono sapere codeste cose?--chiese Margherita, che
sempre aveva preso diletto a farsi narrare favole e leggende.
«Dai libri,--rispose il padre Anacleto;--ma sono libri latini, che non
tutti li sanno leggere...»
«Ci racconti qualcosa lei, ci racconti...» entrò a dire damigella
Maria.
«Sì, sì--padre, racconti:--incalzava Margherita. Bianca taceva; ed
egli con quell'aria che sanno pigliare anche i più volgari favolatori,
cominciò a narrare.
«Fra i tanti fatti che si hanno dai libri di cui vi parlo, ne ricordo
uno bellissimo, seguito proprio in quei tempi, che il nostro San
Francesco capitò quassù a fondare il convento, dove noi siamo. Che
felicità, nevvero, se vi fossimo stati anche noi? Ebbene, si diceva in
quel tempo, che nelle montagne là verso il mare, (vedete? da quella
parte dove si leva il sole in questa stagione); si diceva che in una
rupe cavernosa avesse vissuto una famigliuola, di cui niuno sapeva
bene come vi fosse venuta. Io quella caverna l'ho veduta, ed è su per
giù dell'ampiezza di mezza questa sala. Abitavano là dentro marito e
moglie, colla benedizione di due bei fanciulli: il padre lavorava a
far carbone; la madre a filare lana e a far camicciole; i bambini a
cercare nidiate nelle selve, finchè fatti grandicelli poterono aiutare
il babbo nel faticoso mestiere. E recavano sulle loro spalle sacca di
carbone alla città di Savona; la quale come avete inteso a dire è in
riva alla marina, lontana dalle montagne dov'è la caverna parecchie
miglia. Partivano alla punta del giorno, tornavano la sera, e non si
stancavano mai. Una fra le tante volte che v'andarono soli, dice, che
vennero carichi di balocchi, e senza quattrini, e quei balocchi erano
pugnali, spade, elmi rugginosi che valevano un fico.
«Il babbo, sì che gli avrà sgridati!» disse Margherita, cui pareva di
veder i fanciulli, l'armi, la caverna, ogni cosa.
«Che! neanco per sogno! Anzi, fuori di sè dall'allegrezza, e
stringendo la moglie al petto: «Adelasia,--sclamò--Adelasia! il sangue
nostro, parla ai nostri figli dei loro avi e di noi....» Una
vecchierella, la quale praticava in quella grotta, intese queste
parole; le ridisse maravigliata ad un'amica, l'amica se ne confidò ad
un'altra, e via... via, ne venne a sapere tutta la montagna, insino a
Savona. In quel torno venne l'imperatore d'Alemagna con grande
esercito, a guerreggiare contro i Saraceni in questi monti; ponete
come fosse ora, che abbiamo gli Alemanni a scamparci dai Francesi, i
quali sono peggiori di tutti i Saraceni del mondo. Ebbene, dice, che
quelle parole, quel nome d'Adelasia, giunsero all'orecchio del
potentissimo sovrano, che volle vedere la donna, il marito e i
fanciulli, e..., indovinate un po'...? La donna era la figlia
dell'imperatore; l'uomo era Aleramo, che se l'aveva portata via dalla
corte molti anni prima! Povero cavaliero, amato da lei, non la potendo
sposare, l'aveva rapita; e penando chi sa quanto, erano venuti
dell'Alemagna sui nostri monti, a passarvi quella misera vita.
«Oh! E poi padre, e poi? chiese Margherita vedendo il frate far pausa;
racconti racconti ancora....
«No no,--egli rispose--non racconto più, perchè Bianca non istà
attenta....
«Oh sì!--disse Bianca io l'ascolto....
«L'imperatore--proseguì il frate--roso da lunghi rancori contro il
rapitore della figlia, che cosa doveva fare? La credeva morta da gran
pezzo; rivederla fu per lui come un miracolo. Non so dire quanto
penasse a perdonare lei e il marito, ma perdonò; e ad Aleramo diede in
feudo il paese bagnato dalla Bormida, e da non saprei che altri
torrenti. Alla grotta che dicevamo, rimase il nome d'Adelasia; e
dovreste visitarla un qualche giorno, che il babbo sia contento di
voi. Vi si arriva in quattr'ore....
«Ma e San Francesco?» tornò a chiedere Margherita, che rimasta
coll'ago in aria, non si poteva saziare di quei racconti.
E il frate, sempre cogli occhi in Bianca, la quale non aveva mai
smesso di cucire, ma a certi punti della narrazione, s'era o abbuiata
o rischiarata in viso, ripigliò:
«Lascia che respiri, santa pazienza! La stirpe d'Aleramo crebbe, e
piantò castelli e torri per tutto, in queste valli; e della storia
d'Adelasia durò la diceria per secoli. Tutte le castellane, venute col
tempo dalla sua schiatta, furono devote alla sua memoria, come a
quella d'una santa. La imitavano in tutto; volevano somigliare a lei
in tutto; massime in quel punto d'innamorarsi di chi loro piaceva. Ora
accadde che una di queste, figlia del marchese di C... aveva preso a
voler bene ad un poveraccio, il quale d'armi e di cavalleria ne sapeva
quanto ne so io, frate pacifico. E non c'era santi a farle sposare un
barone, che aveva castelli e vassalli, e che la voleva, sto per dire,
viva o morta. Il padre della zitella si prese termine d'un anno e un
giorno; e pregò lui d'andare in Terra Santa, a procacciarsi onori e
meriti in faccia a Dio. Egli intanto si sarebbe adoperato a
consigliare la figliuola, e alla fine le nozze si sarebbero fatte. Il
cavaliero partì lasciandosi addietro il cuore: e fu in Palestina dove
degli infedeli ne uccise tanti, che i menestrelli lo onoravano colle
loro canzoni, sotto le tende dei più gran principi della cristianità,
ch'erano alla crociata. Ma..., (qui entra di mezzo S. Francesco) la
zitella non voleva saperne delle cento storie che il padre le andava
raccontando ogni giorno: questi la pregava, la minacciava, la teneva
chiusa. Che! veniva a dir niente. Appunto di que' giorni capitò S.
Francesco, e il marchese si raccomandò a lui. Date retta che il bello
viene adesso. Un dì il Santo stava colla giovane addolorata
castellanina, lassù in una di quelle sale, che ora non sono più che
ruine; ed essa gli narrava le sue miserie, ed egli le parlava come
sapeva parlare un santo pari suo. Le parlava di quel cavaliere, che
per amore di lei era lontano a combattere e a patire. La giovinetta,
essendo come tutte le fanciulle bennate, molto pietosa, ascoltava il
Santo, e si sentiva rimordere delle fatiche e delle pene, alle quali
stava per cagion sua, quel valoroso barone. E già era vicina a
piangere; quando a un tratto, facendosi in vista come fosse stato in
mezzo ad una battaglia, il Santo proruppe: «in questo momento, cade il
prode dal suo cavallo e gli infedeli gli sono sopra per trafigerlo con
cento lame.» Signore Signore...!» Un grido della fanciulla che pareva
smarrirsi, richiamò il Santo dalla sua visione; «o Dio, aveva sclamato
essa, Salvatelo! Salvatelo! e sarò sua sposa!» Questo era un voto
fatto col cuore: e la fanciulla stette settimane e mesi, ad una delle
tante finestre che vediamo lassù, ornate di quelle colonnine di marmo
bianco; ad aspettare come in penitenza, sperando che qualcuno venisse
di Terra Santa, a recar novelle del cavaliero. E questo qualcuno
venne, ma chi era? Il cavaliero in persona, che tornava colle ferite
appena chiuse; e le aveva toccate proprio in quel momento, che San
Francesco, per virtù divina, aveva avuta quella visione. Spirava
appunto il termine d'un anno e un giorno dalla partenza: e di là ad
alcune settimane, fu nel castello un gran torneo; e i banchetti e i
festini non ve li so dire; tutto in onore della sposa e del cavaliero
valoroso e pio. La storia non dice che S. Francesco fosse al convito;
già noi poveri frati facciamo il bene, poi ci tiriamo in disparte:
dunque il santo non vi sarà stato. Vi piace?»
Damigella Maria accennò col capo; ma il frate che non aveva raccontato
per lei, non le badò. Gli pareva d'aver trovato così bene il filo di
cui aveva mestieri: Bianca s'era fatta ascoltando, sto per dire, così
trasparente; egli aveva potuto leggerle così chiari in viso, i
confronti che essa faceva di sè con quella castellana favolosa, e la
sua secreta e mesta compiacenza in tanta somiglianza di casi: che
lietissimo dell'opera propria, neanco s'accorse di Margherita, la
quale insaziabile lo pregava a tirare innanzi, come se il racconto non
fosse flnito.
«Dio mi ha proprio ispirato!--pensava,--chi avrebbe potuto disporla
meglio? Essa non ha più bisogno che d'un tratto; e se Fedele mena
quaggiù il barone, la cosa è fatta!»
E il barone giaceva in casa a Don Marco, il quale nell'ufficio pietoso
di quella mattinata, s'era imbattuto in lui fra i feriti. Pensando al
gran bene che avrebbe potuto fare, avendolo in casa; il buon prete gli
aveva profferta l'ospitalità, ed egli non s'era fatto pregare, perchè
sapeva come Don Marco stesse di casa vicino a Bianca. Stupito di non
vedere il signor Fedele, non aveva osato chiederne; ma l'andarsi a
porre discosto due passi da lui, gli pareva la miglior ventura che gli
potesse incontrare. Il prete, dal canto suo, era contento, perchè
sperava di pigliare dimestichezza con quel soldato; cagione di tanti
dolori a Bianca, alla signora Maddalena, e chi sa di quali guai a
Giuliano: il quale viveva lungi, accarezzando vane speranze, come
colui che innaffia una pianta morta, ingannato dalle poche foglie di
cui verdeggierà ancora per breve tempo.
«Io avrò agio di parlargli, di supplicarlo a dimenticare quella
poveretta: a far sacrificio del suo amore, per la felicità di due
creature, che s'amavano prima che egli venisse quassù. Gli dirò che
non gli sta bene lasciare memoria di sè come d'una bufera, passata a
schiantare gli alberi più gentili. Gli chiederò se nessuna donna
piange nelle sue contrade per lui; talvolta i soldati hanno spirito di
cavalieri antichi, si commoverà, vedrà il bene che può fare; pregherò
tanto che mi darà ascolto.»
Con questi pensieri, conduceva, usando gran diligenza, il ferito; il
quale camminava da sè, pur reggendosi a lui e ad un vecchio servitore,
che aveva menato seco dall'Alemagna. Questi tirava per le briglie il
cavallo, su cui il padrone tribolando molto, era venuto pei monti, dal
campo di Loano, dove aveva toccata la ferita; e il povero animale
teneva dietro, a testa bassa, quasi umiliato di non averlo più in
sella. Legato ad un arpione dell'uscio da via, rimase a guardarlo
mentre saliva la scala, e gli mandò dietro un sommesso nitrito.
Come furono dentro, il servitore vedendo la prima stanza affatto
disadorna, arricciò il naso. Un lettuccio da sedervi sopra, perdeva
l'imbottitura per gli strappi del marocchino; e gli ridestò l'immagine
dei cavalli visti di fresco sui campi, colle entragne uscenti dalle
pance squarciate. Nella stanza del terrazzino dov'era il letto di Don
Marco, aggrottò le ciglia: e questi che se n'avvide, pensando che il
servitore avesse notato nel barone qualche segno di ripugnanza a
quella povertà, disse tra sè: «Pazienza! Ma che ci posso fare se io
non sono nè un vescovo nè un parroco ricco...?» E quasi si pentiva
d'aver fatto quel passo; ma subito si consolò vedendo il barone porsi
a giacere come su d'un letto d'amici. Allora si provò a parlargli
della ferita, che era tempo di rivederla; profferse ristoro di cibo e
di bevanda; ma ebbe un bel dire; l'altro non voleva nulla. A udirlo la
sua ferita non gli dava noia, non chiedeva che d'essere lasciato in
pace. A un tratto volti gli occhi al terrazzino, chiese a Don Marco:
«Quella casa là, è del signor Fedele, nevvero?
«Sì, rispose il prete, abbuiando in viso.
«Ci sarebbe modo d'averne nuove?
«Non è in borgo» disse Don Marco, mettendosi più sul riservato.
Il barone tacque un istante, che parve assopirsi: poi levandosi sul
gomito ripigliò risoluto:
«Ah! voleva pur dirlo che, forse non era nel borgo. Don Marco, m'usi
questa cortesia, faccia chiamare il signor Fedele, o io anderò da me a
trovarlo dov'è.»
Il prete alzò gli occhi al cielo, quasi per dire addio alle speranze
fallaci, concepite poco prima; gli parve di non meritare l'amarezza di
quel che le circostanze gli davano a fare: e scrisse quel biglietto,
che spacciato al signor Fedele, fece correre costui dalla villa al
borgo, più presto che il barone stesso non avrebbe creduto.
Questi, a vederlo apparire sulla soglia della camera, balenò in quei
suoi grandi occhi verdastri, d'una gioia ineffabile: e sebbene negli
abbracciamenti il signor Fedele lo urtasse col petto proprio nella
ferita, non fece cenno di dolore; ma quando si vide lasciato solo con
lui, quasi continuando la dimanda che gli aveva fatta, il giorno in
cui era partito pei campi della riviera, gli chiese: «e Bianca?
«Bianca?--riprese il signor Fedele--Bianca, non dico nulla, la vedrà.
Alla lesta; se la sente di far un altro po' di via? Alla villa ci si
aspetta.... ci aspettano tutti colle braccia aperte....
«Oh!--sclamò l'Alemanno--un ferito in casa...! Si recano tante
molestie....
«Molestie? In casa mia niuno sa che voglia dire questa parola. Alla
lesta, ripeto, si tenga pronto, io torno in dieci minuti con una
lettiga...
«Ma... no...--disse il barone pigliando la mano di lui per
rattenerlo;--sono venuto a cavallo sin qua.... ma se mi concedesse di
guarirmi in casa a questo buon prete.....
«Storie! Non parliamone più....»
Il signor Fedele chiamò Don Marco; il ferito levatosi in piedi
ringraziò dell'ospitalità avuta, e il prete mesto e quasi umiliato
stette, a vederli discendere, in capo alla scala. Poi quando furono
fuori, tornò nella sua camera e sclamò: «È finita, Giuliano! Bianca
sarà sua!» Sedè, si pose gomitoni sul tavolino, chinò il capo e
pianse.
Intanto gli altri s'avviavano lentamente alla villa, dove il padre
Anacleto stava colle donne, stringendo i panni addosso alla povera
Bianca. Egli s'era affacciato forse la quinta volta, a vedere se il
signor Fedele tornasse; quando lungi un trar di schioppo apparve la
comitiva, tra le siepi di bianco spino, che facevano riparo ai campi,
dove il grano vegeto di molto, mosso da un'aura dolce di primavera,
ondeggiava come quei laghetti che sovente incontra di vedere, a chi
cammina sulle Alpi.
Il frate chiamò alla finestra Bianca, la quale fu sollecita a correre;
e additandole da quella parte, le disse: «Parlavamo testè della
castellana e del cavaliero ferito in Palestina: chi ci avrebbe detto
che uno ve n'era tra via, cui manca una madre, una sorella, una
consolatrice; e fu ferito per nostra difesa...?»
A queste parole Margherita discese sull'aia; la zia cieca fece atto di
levarsi da sedere; ma ripigliato il suo posto, annuvolò come chi ha
ombra di qualche cosa.
Bianca s'era sentita a prima giunta, rappiporire la vita; poi in
quelle cose che aveva intese, e in queste altre che vedeva pur allora,
le parve che qualcosa di miracoloso ci fosse. Padre Anacleto, da uomo
avvisato molto, le bisbigliò che bisognava fare, come la castellana,
buon viso a chi soffriva; perchè la carità era la corona delle altre
virtù. La povera fanciulla si mosse, si rattenne, tornò a moversi;
allora egli la prese per la mano, e dicendole dolcemente: «andiamo»
discese con essa.
Quale fu lo stupore del signor Fedele, quando vide Bianca venir oltre
col frate; quella Bianca ch'egli temeva d'avere a scovare chi sa da
qual buco, arrivando coll'Alemanno! Si sentì addosso quella gioia che
fa fare ai fanciulli le capriole; e gli crebbe la forza per modo, che
bastò da sè ad aiutare il barone a smontare da cavallo. Questi dal
gran turbamento, si sentiva mancare, e penava a reggersi quei pochi
passi: di che il signor Fedele pigliandolo a bracetto, accennò al
servitore di tenersi più accosto. Quel frate che veniva incontro a
quel soldato ferito; quel vecchio che menava il cavallo a cavezza;
facevano un vedere assai pittoresco: ma l'occhio d'uno spettatore
gentile, sarebbe rimasto fisso su Bianca, la quale tenendo nella sua
la mano di Margherita; tinta d'un rossore leggerissimo in viso, stava
sul ciglio dell'aia, dinanzi la palazzina; e pareva davvero una delle
donzelle dei tempi antichi, nel punto che a piè del castello paterno
accoglievano il corteo, venuto d'un altro feudo, a chiederle spose.
L'Alemanno si scoperse il capo, e fece un passo verso di lei, per
chiederle scusa d'aver tanto osato; ma come colui che giunto su d'una
vetta altissima veda il mare improvviso, ed esclama «infinito!» così
egli sclamò: «Bianca!» poi tra pel patimento e pel travaglio del
cuore, non vide più che un gran buio, vacillò e svenne. Felice se in
quel momento avesse inteso il grido sfuggito alla fanciulla; chè
sebbene fosse di pietà, l'avrebbe creduto d'amore: ma bisognò portarlo
sulle braccia nella palazzina, e come corpo morto fu deposto sul letto
del signor Fedele.
Durò in quello stato, che nulla giovò spruzzarlo d'acqua o dargli
aceto a fiutare, quanto padre Anacleto ebbe tempo d'andare al
convento, e tornarne accompagnato da un laico; il quale recava un
cestellino pieno di bende e di barattoli, che pareva un barbiere.
Messosi all'opera in pochi momenti ebbe sfasciato il braccio
all'Alemanno, e si vide la ferita sopra il gomito, che pareva una
zannata di tigre. Il signor Fedele nascose il viso tra le mani, per
non dar degli occhi in quella piaga; e al colore delle carni e al sito
che cominciavano a mandare, il frate rimase sgomento. L'Alemanno
guardava tranquillo; e i figli del cascinaio, che correvano dalla
camera alla sala per quel che bisognava; dicevano alle fanciulle
intente a far filacciche, lo spettacolo compassionevole della ferita.
Esse tenendo a fatica i singhiozzi, chiedevano alla zia, qual santo si
suolesse pregare, in simili casi.
«San Lazzaro, San Bastiano, tutti i Santi! ma lasciatemi in pace!»
rispondeva la cieca: e le fanciulle, massime Bianca, tacevano
intimorite. Essa cominciava a raccapezzarcisi, in quella faccenda: e
mentre era donna da aver compassione d'un moscerino, per quello
straniero tribolato non provava punto pietà.
Mezz'ora di poi, il barone medicato, lasciato solo a riposare nella
quieta oscurità di quella camera, pensava alla sua casa, al mestiere
travaglioso dell'armi; e facendo proposito di smetterlo a guerra
finita, si poneva a piene vele nei lunghi anni di amore e di pace, che
avrebbe vissuti con Bianca.
Porgeva orecchio al bisbiglio che veniva dalla sala, e si studiava di
scernere la voce di lei. Là il signor Fedele, lieto come un bambino
alla mammella, fantasticava sopra l'Impero d'Alemagna, che quasi gli
pareva d'averlo in casa: il padre Anacleto si pavoneggiava, guardato
da Bianca reverente e pensosa: Margherita vicina alla zia pigliava da
lei la malinconia taciturna: e di fuori s'udiva il cascinaio, il quale
ammaestrato dal servitore, governava il cavallo del barone; con un
occhio alla bestia, e l'altro allo scudiscio, che il vecchio teneva in
mano.