CAPITOLO VII.

Ho fatto tardi, e la carità che volevamo usare al signor Fedele, ci fu

tolta di mano da quel Minore Osservante, che aveva predicato a D....

la quaresima, e che trovammo in casa al pievano. Se ci fossimo

affrettati, l'avremmo visto sedere a mensa, nella palazzina, più lieto

che lungo, col padrone e colla famiglia in grande dimestichezza. Ma

per narrare come vi fosse venuto, converrà che io torni a parlare di

quella donnicciuola della cascinaia; la quale di certo non può aver

lasciato memoria di sè, salvo per la mala azione d'essersi messa ad

origliare i discorsi di Bianca, il primo giorno in cui le signore

erano venute alla villa. Se ne rammenta il lettore? Allora

proseguiamo.

Costei sin da quel giorno, aveva disegnato di correre al convento, per

dire ogni cosa al suo confessore; di quei tempi usando molto confidare

al confessionale i propri peccati e le faccende altrui. Ma in tante

volte che vi era andata, non aveva potuto trovarlo, e la mattina della

partenza dello stormo, la poveraccia teneva tuttavia sullo stomaco il

gran peso di quel suo segreto. N'era tribolata come dal peccato

mortale; e pensando al marito, al maggiore de' figli, andati chi sa a

quali sbaragli, non potè più reggere. S'affrettò verso il convento

decisa a non moversi più, senza aver visto il padre Anacleto, senza

essersi confessata a lui, senza averlo pregato a porre i suoi uomini

nella guardia di Dio.

Dalla palazzina del signor Fedele, si poteva andare in pochissimo

tempo al convento; che sorgeva a piedi di una collina, formante una

fondura a guisa di conchiglia, la quale pareva far atto di tirare a sè

l'edificio, in solitudine più sicura. E il valloncello era alberato di

querce antichissime, le quali, dalla cresta che girava intorno un par

di miglia, alla più bassa piaggia, coprivano di loro macchie la terra

per modo, che non vi poteva nè luna, nè sole: meravigliose alla vista,

perchè da quella infuori per tutta la costa della collina, l'occhio

non scopriva altro verde. Il bosco si chiamava dei frati: e perchè

pareva nato appunto per essi, la fantasia paesana vi aveva lavorato

sopra di curiose leggende. Fra l'altre questa, che San Francesco,

capitato là attorno, per edificare un convento; avendo avuto da Ottone

del Carretto feudatario della terra, quel sito; subito si pose

all'opera aiutato da sì gran numero di contadini, che il diavolo ne fu

geloso. Un dì che i manovali si affaccendavano a murare, se ne

scoperse tra essi uno che tentava i compagni e gli scioperava, osando

persino dar la berta al Santo, che s'affaticava a recar pietre sulle

sue spalle delicate. Fu badato a costui dai compagni; e come ogni

mattina accadeva di trovare il lavoro del giorno innanzi buttato gran

parte a terra; il Santo gli mise gli occhi addosso a quel manovale e

s'avvide alfine a certi segni, che egli era un soggettaccio da non

poterlo nominare senza segnarsi tre volte. Fattoglisi cautamente

vicino, gli gettò al collo il suo cordone benedetto, e a furia di

croci lo costrinse a darsi per quel che era, e a portar calce, e

sabbia, e pietre quanto bisognava per l'edificio, di che prima di

notte vi fu d'avanzo ogni cosa. Il Santo non fu contento a tutto quel

servizio, e dacchè il diavolo ci era cascato, volle giovarsi quanto

potè dell'opera sua. Però menandoselo dietro a cavezza per lungo giro

chiese che ad ogni passo facesse germogliare una quercia, o non

l'avrebbe sciolto mai. Il diavolo, nato per amare la libertà tanto da

ribellarsi a Dio, non istette a perfidiare per la miseria di quattro

arboscelli: chè anzi San Francesco non chiedeva uno ch'egli non desse

dieci e cento; e delle querce ne fece nascere tante che il Santo non

aveva finito di torgli il cordone dal collo, e il bosco era, come

fosse sorto da secoli, bello, diffuso e forte. Così il popolo di

quelle parti dava ragione a sè stesso, del come quella selva fosse

sorta in mezzo al tufo brullo della collina.

Il convento poi, parlando sul serio, crebbe e durò più che cinque

secoli e mezzo; e forse durerebbe tuttavia se il generale Victor, nel

1799 non v'avesse appiccato il fuoco; e Napoleone nel 1805 non ne

avesse cacciata la frateria, che rifatta ogni cosa v'era tornata a

star bene. I terrieri dissero che fu gran peccato, perchè i frati

erano buoni, l'edificio bello, e la chiesa anche più. Questa era di

tre navate, partite in molte cappelle, tenute in patronato dai

maggiorenti del borgo di C..., larghi donatori ai frati e alla chiesa.

Ognuna delle cappelle aveva nel pavimento un coperchio di tomba; e la

prima in capo alla navata sinistra, diversa dalle altre per lo stile e

per gli ornamenti, apparteneva ai Marchesi della terra, come è

mostrato dal coperchio della sepoltura, il quale reca un arme

coll'impresa di un carro e d'un'aquila imperiale a graffito. In quella

tomba avvenne cosa, che se non ha che fare colla mia storia, nè coi

tempi di essa; ne ebbe molto coi teschi, raccolti là dentro: poveri

teschi, che pur avendo portato elmo e corona, somigliano a tutti i

teschi umani; calvi, smascellati, hanno viso di ridere d'aver vissuto

questa vita.

Faranno vent'anni, e un giovedì di quaresima, tre scolaretti

maninconiosi, erano andati a quel convento ruinato, col proposito di

rubarvi un teschio: avendo udito alle prediche di quei giorni, che

niuno ornamento migliore, e nulla di meglio contro il peccato potesse

avere in camera un giovinetto. I tre adolescenti si fermarono sopra la

lapide blasonata; trovarono a ridire sul cattivo latino

dell'inscrizione; poi fecero alle pagliuzze cui toccasse discendere

nel sepolcro in cerca del cranio. Come ebbero fatto, i due vincitori

recatisi in mano le campanelle del coperchio, lo levarono a gran

fatica sull'un dei lati, quanto il compagno potesse passare nel vano

la sua persona: e questi, messe le gambe nella buca, peritoso,

peritoso, si calò con forte batticuore, a frugare il sepolcro.

I teschi erano laggiù in fondo, raccolti come ad amarsi, a

consigliarsi; e alla poca luce che poteva là dentro, biancheggiavano

in forme incerte. Più in là si vedeva buio, e pareva che ne venisse

un'aria tetra, greve, umida, forse quella dell'eternità. Il giovinetto

si spinse avanti carponi, e già stendeva la mano sopra uno dei teschi;

quando i due del coperchio udirono una voce di donna gridare

arrangolata dando loro dei monelli, disturbatori di morti! Subito la

pietra del sepolcro ricadde con un tonfo pauroso; e i passi dei due

fuggenti compagni suonarono cupi, sul capo del tapinello, rimastovi

chiuso. Egli non osò movere un dito dalla paura d'urtare in qualche

morto, levatosi a vedere che fosse; ma nè allora nè mai, seppe quanto

rimase a quella tortura. Il fatto finì, che i compagni ritornarono; la

tomba fu scoperchiata un'altra volta; egli agile come un tigrotto, ne

fu fuori di lancio; e giù sui due menò tanti colpi e tanti n'ebbe, che

se non fosse stata a chetarli a colpi di rastrello, quella donna

istessa ch'era cagione del guaio, qualcuno dei tre finiva ridotto a

mal partito. Ritornarono mesti, mogi, a mani vuote da quella

spedizione; e per lunga pezza non ebbero più pensiero nè di quei

crani, nè del convento.

Tornando al quale, ed alla chiesa, qual era in sul finire del secolo

passato: seguiterò a dire come fosse ricca di marmi, e avesse un coro

di legno di ciliegio, lavoro antico d'un intagliatore Lombardo,

stralevigato dai dorsi de' frati a segno che i novizi vi andavano a

specchiarsi. V'era una cantoria angusta, tarmata, e un pulpito

pitturato, bigoncia e pilastro, di certi simboli rossi su fondo

giallo; ed io immagino che moltissime volte saranno stati scambiati

per papaveri, o per qualche altra pianta sonnifera, dai fedeli dei

tempi, in cui i frati vi salivano a predicare.

Dalla chiesa per una porticina, si passava nel chiostro. Questo come

tutti i chiostri, era bello davvero. Le sue colonnine di pietra

verdastra sorreggono ancora gli archi leggiadri e severi; a ognuno dei

quali corrisponde nelle pareti intorno, sotto le volte, un affresco.

Ivi sono rappresentati i miracoli operati sulla terra dal Santo

Fondatore; piedi troncati colla scure e colla scure rappiccati; uomini

storpi raddrizzati; ciechi illuminati, tanti che sarebbe lunga

litania, a voler descrivere tutti quei gesti maravigliosi.

Per un'altra postierla, aperta traverso un muro grosso come di

castello; si poteva entrare dal chiostro nella cucina: e il visitatore

stupiva dell'ampiezza inaspettata di questa. Faceva contrasto

l'angustia delle finestre, munite di sode inferriate, le quali colla

poca luce che mettevano dentro, davano un aspetto tetro alla vòlta e

alle pareti, tralucenti pel fumo venutosi aggrumando a guisa di

vernice nerissima: e più di tutto dava nell'occhio la smisurata cappa

del camino, la quale aveva l'aria d'un mostro, che spalancasse la gola

a divorare là dentro ogni cosa. La porta maggiore della cucina, del

paro che quella del chiostro, mettevano sotto un portichetto, che

formava un angolo retto colla facciata della chiesa, e aveva dinanzi

un piazzale, dove i contadini si raccoglievano la domenica, a

chiaccherare del tempo e dei ricolti, fin che entrando le messe i

campanelli dalla chiesa ne li facessero avvisati. Stando sotto quel

portichetto, a sedere su d'una cassapanca di legno grossolano lavorato

a colpi di scure, e vecchia di chi sa quanti secoli; i conversi, i

cuochi ricreavano la vista, in due lunghi e bellissimi pergolati; le

travicelle dei quali erano sorrette dai muriccioli degli orti, e da

due ordini di pilastrini; e in mezzo a questi correva la via, per cui

dalla valle si veniva al convento. Sotto i pergolati solevano

passeggiare i frati coi loro amici delle terre vicine, che venivano

soventi a visitarli, per desinare assieme, per consigli, o per deporre

il peso delle scrupolose coscienze: e se le pietre parlassero, quei

pilastrini ci potrebbero narrare chi sa che allegre cose, dette

all'ombra delle viti che vivono ancora assai rigogliose.

Il rimanente dell'edificio, era somigliante, in ogni parte, a tutti i

conventi. Aveva due corridoi lunghi, incrocicchiati, ai capi dei quali

si aprivano grandi balconi: e lungo le pareti porte di celle anguste,

ognuna col suo santo, monaca o frate, a fresco sopra l'architrave. Il

refettorio poi, (che io non lo dimentichi), era in sito delizioso; e

dava colle finestre su d'un orto ricco, d'alberi e di pozzi d'acque

limpidissime. Questi pozzi coperti di viluppi d'erbe, oggi paiono

poco; ma in fondo vi gracidano le rane, quasi per ammonire l'uomo che

badi a non vi cascar dentro, essendovi l'acqua pericolosa, e di rado

v'ha qualcuno per averne aiuto.

I frati di questo convento erano la meglio parte delle terre di

Monferrato e delle Langhe. Ve ne venivano talvolta dalla Liguria; ma

gli uni e gli altri, a quel che intesi dai vecchi, vi si accomodavano

assai bene, e se ne andavano a malincuore. Tenevano in mano molte fila

della vita civile e domestica nei borghi vicini; predicavano,

confessavano, pregavano, parevano tanti santi e tra loro in gran

concordia; sebbene anche in quello come in tutti i sodalizi del mondo,

covassero le invidie, le gelosie, gli odi; e si potesse assomigliarlo

ad un lago quieto come specchio alla faccia, e giù giù nei fondi,

agitato da pesci d'ogni sorta, persino mostruosi. I loro cercatori

correndo i contadi raccoglievano copia d'ogni ben di Dio, n'avessero

potuto portare; e rivenivano ogni sera carichi come api ed allegri

sempre.

Costoro non si veggono più girare per le vie e pei campi, col sacco

della cerca in ispalla; e del vasto edificio avanza appena un'ala che

si possa abitare da cristiani. Vi sta una famigliuola di coloni, che

mandano innanzi a podere le terre intorno. Corridoi e celle sono

crollati o offesi da larghe crepe: la chiesa non ha più tetto; gli

altari sono scalcinati; il campanile si regge a stento, e fa segno di

non saper bene dove si abbia a coricare, o sulla terra, dell'orto, o

sul grembo erboso della chiesa. Ma non andrà guari e sarà anch'esso

confuso coi ruderi sconvolti come per terremoto; e nulla, più nulla,

parlerà di quello che era il convento or sono settant'anni. A me duole

assai di questo, ma più dei frati, chè tra loro neppure uno ha

lasciato memoria di sapienza, d'amore, o d'altre virtù. Che importa a

noi sapere che venivano coll'età molto avanti? Forse gli è appunto per

aver badato a vivere lunga vita, che sono morti del tutto: e sebbene

delle loro ossa siano piene quattro tombe; queste non han nulla da

dire al visitatore, che ascolta le coppie di colombi tubare dal

campanile i loro dolci amori, ricolmando di mestizia gli archi, le

vôlte, quell'ingombro di ruderi, e quell'erbe lussureggianti. Incontra

talora di vedere qualche personcina, sfatta, macilenta, gialla come

per febbre maremmana, fuggire per un bosco, far capolino da un uscio,

o nascondersi dietro una colonna cadente. V'ha da rimanere attoniti,

come se fosse un'anima di frate venuta dall'altro mondo; e sarà un

figlio del colono, guasto, poveretto, dalla malaria di quelle ruine.

Il bosco è bello ancora, ma mostra qua e là di larghe radaie; la mano

del tempo e dell'uomo vi fanno a gara nel distruggere; tuttavia

l'occhio si posa da lontano, assai volentieri, su quella valletta,

come in luogo di pace.

Quando la cascinaia del signor Fedele giunse al convento, il padre

Anacleto era sul rialto, donde poche ore prima, il guardiano aveva

arringata la turba andata in guerra. Egli girava intorno a certo

pilastro sormontato da una croce di ferro, al fresco delle grandi

querce che ombravano il poggiolino. I frati solevano venirvi a

riposarsi in sul desinare, e a dire le barzellette alla gente che

passava, per la via appiè di quello. Essendo ancora mattino, il padre

Anacleto vi stava solo soletto, teneva il breviario sotto il braccio,

e colle mani una sull'altra, diceva passeggiando le ore.

Parve alla povera donna, che Dio l'avesse posto là ad aspettar lei; e

appressandosi peritosa, come potè chiamollo a nome sommessamente.

«Oh!....--sclamò il frate mettendosi sulla persona altezzoso;--sei tu?

Ebbene? Tuo marito se n'è andato anch'egli col figlio maggiore

nevvero?

L'altra imbambolava a queste prime parole, e stava per fregarsi gli

occhi col dosso della mano; ma il frate accorto, soggiungeva:

«Hanno fatto bene! L'intenzione è santa..., ma io credo che non avremo

mestieri delle loro forze; e quand'anche fosse, il Signore sa quali

sono i nostri....; bisogna avere fede in lui, e starsi di buona

voglia. Allegri!»

E tornò a passeggiare, come, se con questo le avesse detto addio. Ma

essa con voce umile e timorosa:

«O signor padre, mi perdoni, sono venuta per parlare con lei....

«Con me? Allora son qui!» rispose il frate fermandosi di nuovo; e

prese l'aspetto d'uomo che tiene una mano su in cielo e l'altra sopra

la terra: certo che colei veniva con qualcuna delle noie, solite ad

essergli date dalle foresi, le quali erano lì ogni poco, a fargli

recitare il responsorio di Sant'Antonio per ritrovare la gallina

perduta; o con uno scrupolo da sciogliere; o con un sogno da

decifrare.

«Veniva per confessarmi--disse la campagnuola. Ed egli a lei:

«Ma se fa appena un mese che hai fatta la pasqua. Che ci hai di nuovo?

«Peccati, no: ma ho certa cosa che mi pesa sull'anima; e mi pare che

se io non la dico, il mio povero uomo avrà la mala ventura. Son venuta

qui parecchie volte...

«Spicciati, spicciati,--interruppe il frate.

«Ecco! Ella sa che i padroni sono in villa: ma ha da sapere che quella

notte in cui ci vennero, voglio dire quando fu mattino, il signor

Fedele, prima di tornare a C.... mi disse che portando la colazione

alle signore, badassi bene a non parlare con esse, perchè alla Bianca

voleva dar volta il cervello, e vedeva tutto, spie, nemici, Francesi e

che so io....

«Caspita!--sclamò il frate, quasi maravigliando di quelle cose seguite

a sua insaputa.

«Ascolti, ascolti!--continuò la donna pigliando animo:--portando la

roba io mi sono lasciata tirare dalla curiosità, e andai ad origliare

all'uscio delle donne. Parlavano tra loro, e Bianca diceva cose...,

cose, poverina, da far piangere! Altro che impazzare! parlava come un

libro; ma non ho potuto capire nulla, salvo che vuol farsi monaca, e

che non vuol essere sacrificata... Basta! Il fatto è questo, che da

quel giorno, in casa ci pare il mortorio; e il signor Fedele, quando

lo vedo, fa tremare anche me. È torbido come se gli si avesse tolto il

pasto di bocca... Se ella ci andasse a vedere un poco... Ah!... già mi

dimenticava; il padrone sin da stamane s'è nascosto in cantina, e non

c'è santi per farlo venir fuori: la palazzina è chiusa, ma dentro ci

si sente la disperazione!

«Allora vado»--disse il frate; e la donnicciola ringraziandolo mosse

verso il convento a udirvi messa, spigliata come si fosse tolto di

dosso un macigno. Egli poi, stato un altro poco a girare intorno al

pilastro, si segnò due volte, e s'avviò alla villa del signor Fedele.

Vi giunse che questi aveva scacciato con grandi minaccie Bianca e

Margherita, tornate a pregarlo si togliesse di quel brutto luogo, che

quei furiosi se n'erano andati: ma le loro preghiere avrebbero mosso a

pietà qualunque crudele, non lui. Scendevano e salivano dalla cantina

alla stanza, dov'era la zia Maria, e con essa facevano le dolorose

querele; quando s'intese un picchio leggero all'uscio di sotto, e

Bianca affacciandosi sclamò: «il padre Anacleto!»

La cieca, credè, a quel nome, di ricevere un messaggio del cielo;

Bianca corse da non veder le scale, a suo padre, dicendogli del frate;

e Margherita non aveva quasi avuto tempo di raggiungerla, che il

signor Fedele, come se una mano poderosa l'avesse afferrato per le

gambe; vergognoso di sè, in meno che non aveva fatto ad entrare in

quella sorta di tana, ne era già fuori. Ma ahimè, come concio! Pareva

un masnadiero fuggito, per qualche fogna al bargello; per giunta un

nugolo di molesti moscioni, gli si turbinavano intorno al viso, ed

alla persona. Bianca si provava a nettarlo, e piangeva; Margherita,

aperta la porta, faceva venir dentro il padre Anacleto.

«_Deo gratias!_»--disse questi facendosi oltre diritto, verso la parte

onde veniva la voce del signor Fedele; ma vedendolo qual era--«che

fatto è questo--sclamò,--che ti veggo scompigliato a codesto modo?» Il

frate dava del tu a tutti, salvo che agli ecclesiastici più vecchi di

lui.

«Eh! padre--rispondeva l'altro,--ella viene in casa a un ospite

sventurato! Ero disceso in cantina, per vedervi come sto a vini

stagionati; mi prese il capogiro, caddi, e buon per me che queste mie

figliuole furono pronte ad aiutarmi.»

Se là dentro fosse stato un po' più di luce, il frate avrebbe visto

sui volti delle due fanciulle, i segni della maraviglia, in cui

l'infingimento del padre mise le loro anime semplici. Ma non ebbe

neanco tempo di dire al signor Fedele, che ringraziasse il Signore di

avergli tenuta sul capo la sua santa mano; che costui scaricando su

Bianca il miscuglio tempestoso di passioni, che gli fiottava

nell'animo:

«E voi--le gridava--voi, che ci fate qui? Andate al vostro posto!...»

La povera giovane, che quasi s'era dimenticata d'ogni patimento, solo

per aver potuto parlare quelle poche ore colla zia e colla sorella;

rimase a quelle parole, come se venuta tapina a chiedere la carità, le

avessero chiuso in faccia l'uscio di casa sua. Di che, chinando gli

occhi mestamente, si volse addietro, salì le scale, ritornò nella sua

camera, ai suoi silenzi. Margherita stette senza saper che si fare,

addolorata di veder ricominciata la trista istoria: poi usci sull'aia

singhiozzando da sola.

Allora il padre Anacleto, capì che sotto quei portamenti v'era

qualcosa, di cui la cascinaia gli aveva fatti a ragione i grossi

misteri. E valendosi della considerazione, in cui sapeva d'essere

tenuto dal signor Fedele, presolo per la mano, con dimestichezza

paterna, gli disse:

«Fedele, tu sei più vecchio di me, ma io sono più di te esperto della

vita. Sai che io ti sono amico, non t'ho mai veduto così severo colle

tue figliuole; che t'hanno fatto? Non mi hai detto or ora, come t'han

mostrato d'amarti? Dacchè non ti ho riveduto, tu sei mutato in viso,

ma molto mutato: segno che non sei contento! Perchè non sei venuto da

me? A dirti il vero qualcosa mi diceva qua dentro: «egli non viene da

te, e tu va da lui!» e sono venuto, ed ecco che non m'ingannai. Che

posso per te? Noi siamo ai servigi dei felici e dei mesti, dei ricchi

e dei poveri..... parla pure....

«Oh, padre!--rispose basso il signor Fedele--questa è la casa

dell'afflizione! Se dura così un altro mese, qualcuno di noi sarà

portato al sepolcro!

«Oh!--sclamò il frate--dunque c'è a mezzo qualche seria faccenda?

«Seria! altro che seria!--proseguì sospirando il signor Fedele, che

stato in forse quei pochi momenti, aveva deciso di confidarsi al frate

delle cose di casa sua:--i figliuoli de' nostri tempi, non obbediscono

più i loro padri, e il mondo va per la via torta....

«Il mondo si sfascia come un cadavere--sentenziò il padre Anacleto; ed

ambidue uscirono all'aperto, mettendosi sotto il pergolato tuttavia

poco ombroso. Buon pel signor Fedele che niuno lo vide, conciato

com'era; chè all'aspetto strano, gli avrebbe scemata la stima.

«Ecco--diceva egli continuando;--ella sa, padre, che le mie due

figliuole mi sono più care che le pupille. M'è capitato per la prima

di esse un partito, un partito da renderne invidiosa una principessa.

La trista non vuole saperne.... e sono settimane che mi arrovello a

trovar modo di farle far senno. Baje! Essa mi si fa sempre più

cocciuta, e quasi io perdo la santa pazienza. Non mi pare vero; così

dolce com'è....!

«Eh!--disse il frate--del vino dolce si fa l'aceto forte. Ma l'uomo

che tu le vuoi dare, le piace?

«Via!--rispose l'altro tentennando un tantino;--diciam gatta alla

gatta, pare che no.

«O allora, che vuoi? Farle forza? È tanto giovane, e non v'ha da

temere che ti rimanga in casa zitella. E colui del partito, non può

aspettare?

«Che aspettare! Questo partito mi fa come la palla; mi balza in mano e

se non le do mio danno! Mi sia segreto padre; questo partito è un

uffiziale alemanno, ricco come il mare; e la piglierebbe senza parlar

di dote. Così quel po' di ben di Dio che abbiamo al sole, mi

basterebbe a maritar la sorella più ricca....

«Dà retta--interruppe il frate--sai di qualcuno quassù cui tua figlia

voglia bene?

«Questo--rispose l'altro, tastandosi la nuca, e poi badando alle dita

che gli rimasero piene di ragnatele:--questo sospetto nacque anche a

me... e... giacchè ci siamo, le dirò tutto. Sarà un mese, proprio il

giorno in cui l'alemanno mi chiese Bianca; venne da me una signora di

D...: ella che fu laggiù a fare il quaresimale, la conoscerà.... è la

signora Maddalena.... venne, e quattro e quattr'otto, mi chiese

anch'essa la figlia per suo figliuolo che si chiama Giuliano....»

Udire questo nome, aggrottare le ciglia, farsi indietro un passo; fu

pel padre Anacleto un solo atto. E appuntando l'indice della destra

nel signor Fedele.

«E tu,--sclamò--dovevi risponderle, che se suo figlio vuole una

moglie, se la vada a cercare nelle terre di Calvino, di Lutero, in

Turchia....!

«Turchia?--disse il signor Fedele--o che è questo, ch'ella mi fa

tremare le gambe?

«Bisognerebbe che tu fossi stato a D.... sarà giusto un mese, per

sapere ciò che dico! Bisognerebbe avere inteso le parole, che colui

osò dire al pievano di laggiù. Cose da temere che gli si aprisse la

terra sotto i piedi! Ah Fedele, quale sventura, se tua figlia volesse

bene a quell'empio!»

«Oh Dio! che può essere, e forse è!

«Non sai che colui è stato scolaro di don Marco?

«Sicuro!....

«E che dalla casa di questo matto benedetto alla tua, non v'ha di

mezzo che il vicolo?

«Già!

«Credilo a me, quando quella signora venne, i due giovani avevano

bell'e fatto l'accordo.

«Eppure non si sono parlati mai....! disse il signor Fedele rotando

gli occhi.

«Oh! quanto a questo, pensa alla tua giovinezza. Fedele, questa

passione, se v'è, la levo io dal cuore di Bianca. Una ragazza non deve

porre in pericolo l'anima sua.... dell'anime non ne abbiamo che una, e

con un Volteriano per marito, essa non si salverebbe di certo. Fammela

vedere.

«Sì! sì! padre, e badi a convertirla; io poi farò il debito mio verso

lei, e verso San Francesco....»

Così dicendo, mise dentro la palazzina il frate, e salirono in sala.

Là cortesie e accoglienze liete tra damigella Maria e Margherita e

quest'ultimo; il quale chiesto di Bianca, gli fu insegnato dalla

sorella la camera del piano di sopra, dov'era. Ed egli fece la scala

accompagnato dalle benedizioni delle due donne, cui pareva gran

ventura la visita d'un uomo, che forse veniva recando seco il segreto

della consolazione.

Frattanto il signor Fedele, che s'era andato a ricomporre un tantino i

panni in altra stanza, fattosi sull'uscio della sala, con certa

allegrezza nuova nella voce, diceva alla cieca:

«Cognata, pensate al desinare; lo voglio sontuoso, perchè terremo con

noi il padre Anacleto: tu Margherita corri dalla massaia, che tiri il

collo a un par di piccioni e a una gallina; con un sorso d'aceto che

io metterò loro in gola, diventeranno di buona cottoia lì per lì;

diamoci attorno leste, e se vi bisogna aiuto son qua io. Che? ridi?

ridete? In opera di cuocere vedrete chi sono!»

A questo fare piacevole, mai più costumato da lui, la zia Maria e

Margherita, si sentirono proprio rinate. Che tutto questo mutamento

d'anima e di modi, venisse dal padre Anacleto? Che gli avesse toccato

il cuore? Lo benedissero cento volte, nè la cieca avrebbe fatto di

più, se il frate le avesse dato un barlume. La nipote valeva dieci

cotanti più degli altri giorni; e di sù di giù, una affaccendata,

l'altra in cucina; in un batter d'occhio le pentole bollivano, le

padelle friggevano; avessero potuto imbandire pupille di fagiani,

sarebbero loro parso poco pel frate; al quale, l'odore delle vivande

gratissimo, saliva dalla cucina fin nella camera di Bianca.

Egli v'era entrato, come a entrare nella propria cella; mentre la

fanciulla, appoggiata al davanzale della finestra, guardava fuori la

campagna, e i colli e i monti lontani. E a veder biancheggiare qualche

campanile che accennasse un villaggio romito; si sentiva rapire il

cuore a quella lontananza, come se là avesse potuto vivere felice.

«Bianca,--aveva detto il padre Anacleto, dopo essersi soffermato un tantino

sulla soglia, a mirare la bella in quel suo raccoglimento:--Bianca, tu stai

guardando i campi, come se attendessi da qualche parte un portatore di

novelle liete...»

La fanciulla, che s'era volta addietro alla prima chiamata; col volto

chino, come temesse di lasciare scoperti i mesti pensieri; si fece

incontro al frate, per baciarli il cordone; ma questi le porse la

mano. Essa la baciò, e poi disse:

«Oh padre, come ha fatto bene a venire quassù! Non l'ho più riveduta

da due mesi, sa? quel giorno che venne a C.... al mortorio di quella

povera mia amica.... Povera! io, povera, e non essa! ma faccio per

dire...

«O che hai con queste malinconie!--sclamò il frate,--lo so anch'io,

che a questo modo andrai a male colla salute!--E tenendole alta la

fronte colla mano, che essa aveva baciata, e guardandola maestoso nel

viso, soggiunse:--dunque, tu non mi vuoi dire che cosa aspetti, o che

cosa cerchi cogli occhi, da quella finestra?

«Nulla!--rispose Bianca--io non aspetto nulla. Guardava così, per quei

campi; e pensava che sotterra si deve stare quieti quieti, in queste

lunghe giornate che non vogliono mai finire. Cercava, quale sarebbe il

più bel posto per farvisi scavare il sepolcro.

«Bei pensieri!--disse il padre Anacleto:--pensieri che sono nella

gioventù, come i tarli in legno prezioso!

«Eppure ci si prova una dolcezza, una soave dolcezza...!

«Un'amarezza che uccide lentamente, dovresti dire! Tu hai bisogno di

consolazioni, fanciulla; e se io potessi toglierti dal cuore le tue

malinconie, sarei lieto d'aver servito Dio nella sua creatura. Ma già

io non posso nulla....»

A queste parole Bianca prese animo e disse: «Oh! ella potrebbe tutto,

se volesse farmi il bene che io le chiederei...!»

«Parla son qui a posta!--s'affrettò a dire il frate--accostiamoci alla

finestra, e parla: che hai, che ti hanno fatto? io sono un umile

consigliere, un povero mortale, ma alle volte Dio si compiace in noi,

e parla colle nostre labbra.

«Ebbene,--cominciò Bianca, mostrando di volersi rimettere in

lui:--vidi soventi frati forastieri venire quassù; se da qualcuno di

questi, si potesse sapere dove sia il monastero più vicino a noi; ma

un monastero che vi si entri per non uscirne più, nè vivi nè morti....

e se mi ottenesse da mio padre la grazia di farmi monaca in quello: io

pregherei per la sua salute tutto il resto della mia vita, e mi

ricorderei di lei, padre, come del mio più grande benefattore....»

Il frate aveva sorriso alla semplicità di Bianca, la quale pensava che

oltre la cerchia di quelle montagne, il mondo fosse anche per lui

ignoto. Ed essa, dicendo, aveva a poco a poco osato alzare gli occhi

negli occhi di lui; e lo sguardo le si era fatto così eloquente, che

egli vi lesse dentro tutto l'animo della donzella, decisa a quel passo

di cui parlava. Stimò buona cosa venir col discorso a seconda di quei

desideri mesti e profondi; e dopo un tantino di silenzio, disse:

«E sta bene! Fanciulla che si manifesta inclinata a diventare sposa di

Cristo, bisogna aiutarla, e t'aiuterò. Appena di là di questi monti,

che abbiamo in faccia, nell'altra Bormida, in un luogo che più ameno

non potrebbe essere, v'ha un monastero dove tu saresti sempre la

benvenuta... Ma..., poni mente a quel che ti dico: quella che tu

vagheggi è una vita dura..., una vita di penitenze in cui si spegne la

giovinezza; anzi si cerca di struggerla, come un incenso che si brucia

per mandarne il profumo al cielo...»

Bianca provava una voluttà amara a udire di quel martirio; e il frate

continuava:

«Tu, lo veggo, gioisci a queste notizie, o anima eletta! Ma..., quando

avrai fatto il gran passo, oltre quella soglia da cui non si esce mai

più; se tu venissi a sapere che tuo padre ne sarà rimasto accorato da

morirne; se la tua Margherita, e la tua povera zia, che ti tenne

amorosa luogo di madre; perdendoti come tu fossi morta, non potessero

darsi pace, e morissero anch'esse di dolore: tu sapendolo là dentro,

(e lo saprai perchè, in quei chiostri solitari, dove non si fa altro

che patire e pregare per tutti i peccatori della terra, il cuore parla

la verità); ebbene non ti sentirai pigliare dallo sgomento di aver

fatto tanto male, d'avere aperto tre tombe ai tuoi più cari?»

La fanciulla ruppe in pianto, e le lagrime le caddero per le guancie

sul seno affannato. Di che il frate mutò subito la voce e gli atti, e

fattosi dolcissimo, soggiunse:

«Vedi? Oh, io lo so molto bene come sono fatti i vostri cuori! La

solitudine, il chiostro, illusioni; ma l'obblio delle case nostre, dei

nostri affetti, siamo sicuri di averlo acquistato? Non parlare più,

per ora, di monastero. Se Dio ne' suoi consigli t'avrà chiamata; quei

consigli non mutano, e te li significherà meglio, domani, tra un mese,

tra un anno, quando a lui piacerà... Oggi tu devi essere savia, avere

più fiducia nel mondo..., voglio dire ne' tuoi..., in tuo padre..., in

me se mi degni...: insomma se t'ho a dire la verità, io temo che tu

non mi dica nè tutto nè metà di quel che dovresti, ad uno cui domandi

aiuto; e se debbo andarmene, io me ne vado...»

E fece atto di partire.

«Oh! no, padre,--sclamò Bianca rattenendolo colle sue candide

mani;--non se ne vada, per amor di Dio! Adesso mi pare che avrei a

dirle tante cose; ma ho un cerchio al capo, un cerchio come di ferro,

di fuoco, e tutte le mie idee mi sembrano svanite...

«Via,--disse il padre Anacleto, segnando col dito il cuore della

fanciulla;--le tue idee svaniscono, ma non svanisce quello che tu hai

costaggiù. Dimmi il vero, Bianca, dimmelo che darai gloria a Dio! E

perdonami se io entro in te, ma lo fo pel tuo meglio...; dimmelo, tu

vuoi bene a qualcuno...»

Il fiore di melagrano appena sbocciato è una pallidezza, paragonato al

rossore di cui la giovinetta si tinse. Ma non fece segno di voler

celar l'animo; chè anzi guardando il frate umilmente, e rifatta

pallida, pallida, chiese sommessa: «È forse male?

«Male..., male no!--rispose il frate--anzi dirò che il voler bene,

come comanda Dio, viene da gentilezza di cuore... Ma alle volte,

questo benedetto cuore, inesperto, s'apre ad affetti, che poi si

mutano in pentimenti...; e ora che ti guardo meglio, mi pari così

diversa da quella di prima, che io temo tu non abbia posto amore in

qualche uomo indegno di te...

«Indegno?--proruppe Bianca facendosi tutta fuoco, e atteggiandosi che

non pareva più una fanciulla timida ed oppressa, ma donna forte da far

valere la verità:--Se ella conoscesse quel giovane, non avrebbe detto

questa parola!»

E rimase guardando il frate, le palpebre abbassate un tantino, e il

labbro sporto sdegnosamente, come chi ha detto, e non vuol udir altro.

Ma il frate senza scomporsi:

«Questo tuo sdegno nobilissimo mi persuade ch'egli sia giovane

dabbene; e se le mie parole t'avessero offesa, me ne dorrebbe assai.

Ma noi si fa sempre e si dice in fin di bene, e se tu vuoi che io ne

parli a tuo padre, dimmi il nome...

«Oh! no, no, per carità,--interruppe la giovinetta--non dica nulla!

Mio padre mi ha detto un giorno che se sapesse che io voglio bene a

qualcuno, egli sarebbe uomo da farlo ammazzare...!

«Bah! Sono cose che si dicono nella collera! Sta di buon animo, la mia

fanciulla, che tutto si accomoderà secondo il volere di Dio...

«Ma mio padre m'ha promessa ad un altro...!

«E tu fagli bel viso, che alla fine delle fini non è un tiranno! Forse

io sono destinato a ricondurti la gioia in casa... Ma tu hai un torto,

un torto grave...; non m'hai voluto dire quel nome... eppure me lo

dirai, lo saprò; oh! lo saprò e forse lo so fin d'ora...»

Se il signor Fedele non fosse entrato a rompere quel discorso, Bianca

avrebbe di certo finito per dire quel nome, che d'altra parte il padre

Anacleto sapeva da sè. Ingenua e col cuore traboccante di dolore,

stava per isfogare la sua grande passione, messa in vampe dalle parole

del frate, come brace sopra cui si scarichi improvvisa una buffa di

vento.

«Padre,--diceva il signor Fedele, facendosi sull'uscio della

cameretta;--oggi lo vogliamo a far penitenza con noi. Bianca, a

momenti s'entra in tavola, prega il signor padre a volerci degnare.»

Bianca, che a veder comparire il padre suo, s'era rifatta sopra sè

stessa, rivolgendo timidamente gli occhi alla campagna; stupì del modo

di quegli inviti, che tornava così diverso dai trattamenti avuti

un'ora prima. Il frate, scostatosi da essa, si fece far largo

dolcemente dal signor Fedele, per uscire, e gli susurrò all'orecchio:

«M'hai disturbato; ma va e sii dolce; col miele si pigliano l'api»--E

gradino, gradino discese in sala.

L'altro, che a quelle parole fece tra sè e sè conto di rimettersi

tutto nel frate; mosse verso Bianca, e vezzeggiandola, come non aveva

mai fatto, le prese la mano, e menandosela dietro amorevolmente,

diceva:

«Vieni, Biancuccia, che tu hai a fare gli onori di casa al padre

Anacleto; mangeremo un boccone in santa pace ed allegria; poi sarà

quel che Dio vorrà. T'ho maltrattata stamattina, ma quei villani

m'avevano fatto perdere il capo..., vieni...»

La fanciulla, si sentì come a cascar di dosso la gramaglia, e mutarsi

in una veste di tutti i colori più belli. A lei sorrise l'anima, a lui

sorrisero le labbra; e come se nulla fosse stato dei lunghi bronci,

discesero anch'essi in sala.

Trovarono la cieca, Margherita, col padre Anacleto che pareva stesse

dicendo loro le sue più dolci parole; ma costui quando li vide venir

dentro, bilicata tra l'indice e il pollice della destra la sua

tabacchiera, e facendole fare mulinelli, mutò discorso giocondamente.

«Dunque,--diceva--oggi m'ho a fermare a far penitenza con voi? Sarà

una penitenza assai dura a quel che sento nell'aria; ma cogli amici

ogni patire torna godimento...

«Sempre gaio il padre Anacleto!--diceva damigella Maria, la quale chi

sa quel che avrebbe dato, per vederlo un istante in viso.

«L'animo lieto fa l'età fiorita!--rispondeva egli: lo dice Salomone.

Ed essa:

«Mi vuole a lato?

«Sì! e vedrò di raccontarvi qualche istoria che vi tenga allegri...

«Allora entriamo a mensa;--disse il signor Fedele--e ad uno ad uno

come fanno i frati: dico bene padre?

«Ad uno ad uno, a far penitenza...»

Così rispose il frate, ed entrarono nella stanza, dove avevano messo

in tavola. Questa era un po' angusta, ma ariosa, e per la gran luce

che vi veniva dentro da due finestre, pareva la sede dell'allegrezza.

Pigliarono ognuno il suo posto; e Bianca quasi non rammentò d'essersi

seduta là tanti giorni, per inghiottire bocconi amari. A tutti

sembrava d'uscire da un inverno tetro e caliginoso, e che allora

appunto il tempo si mettesse alla più bella primavera del mondo.

Mangiavano, bevevano, chiacchieravano in un dolce abbandono d'ogni

cerimonia: e dissero a lungo della gente, mossa quella mattina contro

i Francesi. «Chi sa dove saranno...? a quest'ora avranno fatto sosta

qua, l'avran fatta là...; da C..., da M..., da A..., chi sa quanti ne

saranno andati? Forse i tali..., forse i tali altri...?» E poi

strologarono sul tempo che sarebbe durata l'impresa; e giù altre

congetture, altri presagi, che tutti venivano chiusi, come i salmi dal

gloria, con un: «sarà fatta la volontà di Dio!» detto dal padre

Anacleto devotamente. Così l'ilarità, e le piacevolezze, durarono

tutto il tempo del desinare; il quale fu lungo e inaffiato di vini

deliziosi, che il signor Fedele teneva riposti chi sa da quanti anni.

Ma come ogni cosa in cui si pigli diletto ha presto fine; così venne

l'ora di levarsi da mensa, e il frate si ricordò di aver da tornare al

convento. Il signor Fedele volle accompagnarlo, e Bianca chiese di

seguirli. Allora preso commiato da damigella Maria e da Margherita, il

padre Anacleto uscì con essi; e s'avviarono passo passo, al dolce

calore del sol di maggio, che tramontando alle loro spalle, stendeva

le loro ombre lunghe lunghe, ora sulla via, ora sulle prode dei campi.

Come furono in parte, dove l'andare si faceva disagevole, si

congedarono a vicenda con inviti e promesse per l'indomani; e il frate

volte le spalle, si mise a camminare spedito per un sentiero traverso

che menava al convento. Bianca gli guardò dietro mentre egli

s'allontanava, e le pareva sentirsi venir meno un grande aiuto;

timorosa di rimanere sola col babbo, che forse le avrebbe chiesto del

colloquio avuto da essa col padre Anacleto. Ma egli fu contento di

sbirciarla sorridendo, e nel tornare a casa, le parlò di tutt'altro da

quel che essa temeva; non volendo rischiarsi a guastare l'opera, a

quel che pareva, bene intrapresa dal frate.

Intanto, Margherita dalla finestra stava a vedere, e diceva alla zia i

loro passi. Quando il padre Anacleto fu per uscirle di vista, in capo

a quel sentiero grigio, che si perdeva nel bosco, essa si volse alla

cieca dicendo:

«Ecco; il padre Anacleto non si vede quasi più; entra nel bosco... è

scomparso.

«Santo uomo! che Dio lo benedica:--disse la cieca--proprio possiamo

dire, che se la pace e la concordia ci tornano in casa, è merito suo.

«E babbo e Bianca, sono costaggiù che tornano; e discorrono

amorevolmente fra loro.

«È un miracolo, Margherita, un miracolo! E se dura vogliamo andare di

notte, bell'e in mezzo al bosco dei frati, a far la novena intorno

alla cappelletta di San Francesco. Tu e Bianca mi condurrete...

«Di notte nel bosco? Vi sono l'anime dei morti che singhiozzano sulle

querce?

«Sono assiuoli e non anime di morti! Chi ti mette codeste ubbíe in

capo? Eppoi pregando non s'ha a avere paura di nulla, perchè l'angelo

custode ci sta sempre allato...»

In quel momento rientrarono Bianca e suo padre. La fanciulla era

malinconica; ma come persona uscita di malattia che cominci a riavere

la salute, mostrava a tratti qualche movenza allegra. Egli parlava a

tutte e tre riguardoso, sempre temendo di rompere quella sorta

d'incantesimo fatto dal frate; e quel giorno principiato nei trambusti

e nel pianto, finiva per le loro quattro anime come per l'erbe dei

campi e per gli augelli dell'aria, ai quali un tramonto dorato,

prometteva per l'indomani un mattino di luce e d'amore.

Il padre Anacleto poi, giunto al convento che era l'ora d'andare in

refettorio a cenare; per non farsi scorgere, s'andò a sedere al suo

posto: ma com'è da pensarsi non prese nulla. Per ingannare quei

momenti, si pose a guardare un affresco, che era in fondo alla sala,

sopra la sedia del guardiano; e doveva rappresentare una cena, fatta

tra San Rocco e non so quali altri santi. Dico così perchè di

quell'affresco, sopravanzano pochi bocconi, essendo caduto l'intonaco

del muro su cui era dipinto: ma una testa pennelleggiata assai bene;

una spalla coperta di un sarrocchino sul quale spicca una conchiglia

che par vera; un boccale e un piatto di verde sulla mensa danno a

capire che in quella pittura si stava mangiando.

Pieno di pensieri, per la famiglia, dal cui desco s'era levato

poc'anzi, il frate lasciò correre la mente ai parchi desinari fatti

dagli Apostoli in casa d'amici, dove capitavano a consolare qualche

afflitto od a soccorrerlo di loro consigli. Quasi quasi osava

somigliare sè stesso ad uno di quelli; e di certo si tenne d'aver

fatto in quel giorno molto bene il debito suo. E si ringalluzzava

tutto, pensando che il pievano di D..., avrebbe potuto dire di

Giuliano, che la pena per lui, teneva dietro alla colpa assai da

vicino: e non vedeva l'ora di potergli scrivere che aveva scampata

dalle insidie del demonio una giovane innamorata di quel suo

parrocchiano senza legge e senza fede.

Le rive della Bormida nel 1794 · 第 26 / 47 题