CAPITOLO PRIMO

Chi si parte dalla marina del Finale, e su pel fianco dell'Appennino

va verso le Langhe, si arresta trafelando ogni tratto a ripigliar

lena, e a vedere quanta sarà ancora la salita, e quanto s'è scostato

da quella spiaggia, diversa giù giù per foci di torrenti, per

iscogliere tagliate a filo, per promontori neri, dirupati, somiglianti

a mostri, che si inoltrano cimentosi nei flutti. Ma guadagnata che

abbia la vetta del Settepani, sente l'affanno della via ripida e

lunga, quetarsi in una vista maravigliosa. La catena dell'Alpi è di

lassù un'occhiata infinita; e se vi si arriva all'apparire del sole,

tutta la distesa di picchi, di coni, di aguglie, gli pare un mondo di

cose vive e moventi. Si vorrebbe aver l'ali per lanciarsi su qualcuno

di quei culmini, così alti nel cielo; e si abbassa di malavoglia lo

sguardo, a cercare la via, giù per i gioghi avvolti ancora nell'ombra,

lì sotto: dove per un lungo digradarsi di monti, si confondono

villaggi, selve, burroni spaventosi; qua Montenotte, là Cosseria,

castella e torri feudali per tutto; più lontana e più bella d'ogni

altra quella di Vengore, che nera e solitaria si spicca su un

altipiano, oltre il quale la nebulosa pianura.

Giù per le selve fumano le carboniere da mille siti. Le donne, colle

ceste del mangiare in capo, s'affrettano verso quelle, pei dirotti

sentieri; e ti guardano fantasticando sull'esser tuo: gli uomini, a

mo' di brusco saluto, ti dicono «animo,» o «allegri!» quasi lassù non

potesse passare chi non è lieto o animoso. Non ti paia d'essere

capitato fra gente mezza barbara; chè se tu chiederai loro qualche

servigio ti saranno cortesi, e interrogati ti additteranno i ripari di

pietre ferrigne, fatti dagli Alemanni, superati dai Francesi; e i

tumuli erbosi sotto i quali giacciono i morti di quelle genti;

gloriandosi di non averli turbati mai. Se l'ora sarà del riposo, e

sederai con loro, ti narreranno leggende antiche come quella di

Adelasia ed Aleramo; o forse qualche storia della sorta di questa mia,

seguita in luoghi che si vedono di lassù; quando i repubblicani

Francesi, calarono in Val di Bormida, a piantar alberi di libertà, e a

ballare la carmagnola pei sagrati e sin nelle chiese.

Uno dei borghi di quella vallata, in cui per amenità di postura e pel

genio allegro degli abitanti, facesse di quei tempi più bello stare,

era quello di D.... bagnato dalle acque della Bormida, che ivi scorre

con curve leggiadre, all'ombra d'alti pioppi e passa sotto le volte

d'un ponte angusto, gettato sopra di esse a guisa d'un patto, stretto

cautamente fra quel popolo, in età di poca concordia. Dico così perchè

D.... se ne sta diviso in tre vichi; dei quali due giacciono in riva

all'acque, di maniera che uno d'essi pare lì per tuffarsi; mentre il

terzo li soggioga dalla vetta d'un colle ronchioso e popolato di

cerri. La via onde si arriva su questo, serpeggia con repentine svolte

per l'erta; e sebbene non tutta a petto, è di molta fatica a salirla.

Ma come uno è sulla cima si sente rinato. Piace il sito della chiesa e

il campanile che si leva più alto parecchie braccia, con una

cupoletta, che miracolo se il vento non se la porta via: piacciono il

presbiterio e l'orto; e invoglierebbero ogni uomo d'essere prete, per

vivere lassù da curato. Alcune case che fanno corona alla chiesa,

quantunque belle pongono anch'esse in cuore un funebre senso. Le

ragnatele pendono dai balconi le cui imposte cascano sfasciate; e

mentre si direbbe che questa o quella delle tante porte sia lì per

aprirsi, dura sempre una quiete altissima, interrotta solo dalle

ventate che empiono di suoni cupi le sale deserte. Lassù, nè la state

nè il verno, mai che si vegga un comignolo a fumare, e se i nostri

fossero altri tempi, a udire l'ore battute dall'orologio di quel

campanile, si farebbe credere chi sa quale storia maravigliosa alla

gente semplice del contado. Ma ognuno sa che il sagrestano della nuova

chiesa parrocchiale, sorta da pochi anni in luogo più basso e più

comodo agli abitanti del piano; sale ogni giorno il colle a caricare

quel vecchio arnese; e il suo è il solo passo che rompa il silenzio

dell'antica parrocchia, sempre vuota come le case che ha intorno. Non

più messe grandi nè vespri cantati; non più conviti nè festini;

l'ultimo dei pievani dorme da oltre mezzo secolo nel sepolcro dietro

l'altare; e delle allegre donne e degli uomini buontemponi vissuti

lassù, rimane appena il ricordo nella mente vagellante di qualche

vecchio ottuagenario.

Questo gruppo di case per essere stato sede dei feudatari della terra

si chiamava il castello; e gli abitanti venuti dopo costoro, padroni

della parte più vasta e ubertosa del paese, erano tutti signori. Nei

vichi a piè del colle, le famiglie agiate e le case di bell'aspetto

erano poche; ma in quello della riva sinistra del torrente se ne

vedeva una, notevole per la grandezza, e più alta di tutto un piano

sul vicinato, quasi tutto catapecchie. Mostravano di qual sorta di

gente fosse, il piazzale, l'atrio, il giardino che le fioriva da un

lato; e più di tutto le finestre ampie e chiuse di vetriate, le quali

sebbene fatte a riquadri strettissimi, costavano di quei tempi molto

danaro.

A qualcuna di quelle finestre appariva talvolta una donna, cui si

leggeva in faccia lo sconsolato pensiero di trovar quella casa troppo

vasta per la sua poca famiglia; e i popolani della via la salutavano

con rispettosa dimestichezza. Essi la chiamavano la vedova, e i ricchi

la signora Maddalena. Aveva cinquant'anni, e mostrava la sessantina,

sebbene i suoi capelli fossero ancora neri, e le pendessero dalle

tempia due riccioloni, che nella sua giovinezza dovevano essere stati

una leggiadria. Ma le guancie attenuate, alcune rughe della fronte, il

pallore delle labbra, e più di tutto il portamento della persona

scemata; le davano quelle apparenze che fanno pensare al sepolcro.

Essa non era nata a D...... ma dall'altra vallata della Bormida, come

da terra straniera, ve l'aveva condotta sposa giovanissima il padrone

di quella casa; col quale erano vissuti sempre d'un animo e d'un

cuore; e morendo la lasciava con un figliuolo che nel 1794 aveva

venticinque anni. Questo giovane, venuto su bello e vigoroso, era

stato avviato a modo negli studi di latinità da un buon prete del

borgo di C..... grande amico del padre suo; e come si era scoperto in

lui l'amore alla medicina, il maestro aveva fatto che la madre si era

contentata di mandarlo allo studio di Torino. La povera signora, pur

pregustando le benedizioni dei paesani, che non sarebbero più morti in

mano ai chirurghi di quei tempi e di quei luoghi, castighi di Dio; al

pensiero della lontananza che le pareva dell'altro mondo, a figurarsi

la grande città in cui il figliuolo s'andava a smarrire, aveva tremato

più che la madre d'un navigante che per la prima volta si metta in

mare. Ma poi a poco a poco s'era quetata; e un anno dopo l'altro

sempre aspettando le vacanze, sempre ricadendo nella malinconia al

finire di queste: aveva finalmente veduto giungere l'ultimo anno, che

egli sarebbe stato laggiù; forse per lei il più lungo. Tuttavia era

lieta d'aver sofferto e di soffrire un altro po' di mesi, perchè ogni

volta che il suo figliuolo veniva in autunno, scopriva in lui i segni

d'un giovane cresciuto di pregi. E così senza avvedersene aveva

mescolato al suo amore grande di madre una certa venerazione; per cui

s'abbandonava sovente ad una dolce contemplazione dell'ideale che se

n'era formato: e a vederla in quei raccoglimenti, uno avrebbe creduto

che stesse pregando. In casa non aveva altra compagnia che d'una

fantesca, la quale non sapeva bene da quanti anni fosse al mondo, ma

si rammentava d'aver portato bambino il marito di lei; e perchè aveva

fatto da aia anche al figliuolo, essa non usava dire di lui nè il

signorino, nè il padrone, nè altro; ma lo chiamava alla buona

Giuliano, come egli chiamava lei la nonna Marta. Costei era sempre

stata là dentro più da padrona che da serva, e sebbene già tanto

vecchia non lasciava che altri vi si ingerisse di nulla. Essa in

cucina, essa per le stanze, essa a far i bucati che governava meglio

d'una biancaiuola di monastero; al tempo dei ricolti, faceva l'ufficio

sin di gastaldo; e sempre le avvanzava qualche ora da godersela colla

signora. Questa, di solito, stava seduta in una sala terrena ampia,

sfogata, fresca d'estate, scaldata d'inverno da un gran camino,

dinanzi al quale si tirava una cassapanca, che il rimanente dell'anno

era lasciata nell'atrio a chi vi si volesse adagiare. Il tempo che

erano insieme, la signora parlava del marito morto o del figlio

lontano; e Marta raccontando cose antiche di castelli, di conti, di

carnevali, si studiava di tenerla allegra; guardandola amorosa e con

certa reverente dimestichezza; proprio come se fosse stata una sua

figliuola, maritata per la sua bellezza e virtù alla buon'anima del

padrone.

La sera della seconda festa di Pasqua, dell'anno 1794, esse stavano

appunto sole, in quella sala terrena aspettando Giuliano; il quale era

andato a C.... a visitarvi il suo vecchio maestro: e quella era la

terza gita che egli vi faceva, in una settimana, dacchè era venuto da

Torino, a far la Pasqua in famiglia. Sebbene la signora si fosse

maravigliata di quella frequenza, non aveva dubitato neppure un

istante che suo figlio non andasse proprio per amore del vecchio

prete; e tutta la giornata era stata malinconica ma tranquilla. Però

in sull'annottare aveva cominciato a mostrarsi inquieta. Affacciavasi

ogni tantino alla finestra, aperta dalla parte di mezzogiorno, donde

si scopriva la via di C.... per cui Giuliano doveva tornare; e dopo

l'avemaria vedendo ch'egli non veniva, non trovava più posto ove

potesse star ferma. Andava su e giù per la sala, pigliando di sul

tavolino la lucerna deponendola e ripigliandola; tornava ad

affacciarsi alla finestra, come avesse voluto rischiarare lontano la

campagna; tendeva l'orecchio, si spazientiva, si toglieva di là

sospirando e guardando Marta. Questa se ne stava colle mani in mano,

badando a non mostrare quanto fosse anch'essa scontenta dell'indugio

di Giuliano. Intanto l'ora in cui si soleva cenare, era passata di

molto; e una grossa e vecchia gatta, levandosi di su certa stuoia su

cui stava a fare le fusa, era già corsa parecchie volte a fregarsi le

schiene contro gli stinchi della fantesca. A un tratto la signora non

potendo più reggere, si volse, e quasi incalzando un discorso già

incominciato, disse alla vecchia:

«Oh insomma, non istate a dirmi di no...! o egli è caduto da cavallo,

o ebbe qualche cattivo incontro.... Chiamate Rocco, voglio

mandarglielo incontro.... ditegli che venga da me.... subito....»

Marta uscì, e dopo alcuni momenti tornò a dire, che Rocco non era

ancora rivenuto, da fare la merenda in campagna colla famigliuola.

«Benedetta anche la merenda!--sclamò la signora--e dunque chi

manderemo?»

«Non si potrebbe aspettare un altro poco?--disse Marta--noi si sta col

cuore tra due sassi, ma a chi è fuori, massime i giovani, pare sempre

di far presto....»

«Pazienza gli altri tempi....! ma ora.... con questi Alemanni che sono

in volta....»

«Gli Alemanni!--proruppe Marta, quasi offesa:--per essere, le so dire

che gli Alemanni rispettano i signori, e a Giuliano gli farebbero

buona compagnia!

«Dio voglia....»

«Ma certo! Eppoi, se egli vedesse uno mandato ad incontrarlo come a un

fanciullo, potrebbe aversene a male....»

«Allora aspettiamo!--disse la signora, e affacciandosi di nuovo alla

finestra, coi gomiti appoggiati sul davanzale, si mise a guardare

nella notte. Marta sedette ancora, colle mani giunte e abbandonate

sulle ginocchia, colla testa chinata sul seno, come la tengono le

vecchie quando pare che dormano, e in cambio stanno pregando e forse

pensando ai propri peccati. Essa non pregava, ma pensava agli

Alemanni, de' quali la signora Maddalena, mostrava d'avere tanta

paura. Costoro erano venuti quell'anno parecchie migliaia di

Lombardia, e avevano gli alloggiamenti in C.... a sostegno delle genti

del Re di Sardegna: le quali fronteggiando i Francesi, sui monti di

Nizza, s'erano la state innanzi condotte con grande valore al colle di

Raus e a quello di Milleforche. I repubblicani non avevano trovato il

verso di superare quei colli; ma fattisi più grossi nell'invernata

s'andavano preparando a nuovi assalti: e quelle non se la sentendo di

poter reggere, poche come erano; il Re aveva chiesto aiuti

all'Imperatore d'Alemagna: il quale sebbene adagino s'era mostrato

disposto a dargli un poco di spalla. Marta non sapeva queste cose a

puntino, ma la venuta degli Alemanni le aveva recata gran gioia,

perchè le pareva che fossero tornati i tempi della sua giovinezza;

quando le Langhe essendo terre dell'impero, i popoli di quelle parti

si tenevano per Alemanni anch'essi. Godeva poveretta ai cento ricordi

che le nascevano dalla comparsa di quelle assise; le pareva d'essere

in collo al padre suo, portata bambina a vedere le rassegne o il

passaggio delle soldatesche Alemanne d'allora; si sentiva sulle guance

grinzose passare la mano che le aveva carezzate quando erano fresche

d'adolescenza, e vedeva d'innanzi a sè il soldato che le aveva fatto

quel vezzo discorrendo coi suoi sulla soglia di casa; immagine lontana

e già quasi sfumata nella sua memoria; forse anco qualche affetto

rimasto in sul nascere, scuoteva nel suo cuore gli avanzi di qualche

fibra; e così tra il pensiero della soldatesca imperiale antica e

nuova, e quello di Giuliano che non arrivando affliggeva sua madre, la

mente le ondeggiava come la fiamma della lucerna, la quale scossa

lievemente dal venticello della finestra, spandeva per la sala una

luce tremula e fioca, che s'addiceva in mesta maniera a quel

raccoglimento ed a quel silenzio.

Fuori suonava un'allegrezza di canti, ed empievano l'aria le grida sin

troppo festose delle brigate, che tornavano dalla merenda, menzionata

da Marta nel parlare di Rocco. Il quale era un colono che conduceva il

podere intorno alla casa della padrona; e appunto riveniva anch'egli

da quella baldoria, che i popoli di quei monti escono a fare in

campagna l'indomani di Pasqua. Festeggiano la primavera sui prati e

nei vigneti; bevono del migliore e mangiano i resti del giorno

innanzi, portati nei tovaglioli messi in bucato la settimana santa;

dopo il pasto gli uomini continuano a bere, le donne a chiacchierare,

i fanciulli si rincorrono, ruzzano, giuocano; e le zitelle tornano

finalmente a danzare coi loro dami, dopo aver camminato ad occhi bassi

tutta la quaresima, senza poter parlare con essi neppur sul sagrato.

Quei canti suonavano dunque da tutte le parti, ma la signora

Maddalena, assorta come era in Giuliano, non vi badava. Questi intanto

veniva o piuttosto si lasciava portare dalla sua giumenta; pensoso,

raccolto, tanto che neanch'egli udiva quel chiasso festereccio; nè

vedeva la via, nè forse la testa della sua cavalcatura, tra le cui

orecchie pareva guardasse con occhi intenti. Parlava tra sè di quando

in quando, a mezza voce; e allora la povera bestia incalzava un

tratto, quasi per vedere se quelle parole toccassero alla sua

andatura: poi si rimetteva tranquilla a quella che aveva mosso

partendo da C. Giunta così a un certo segno, squassò forte il capo,

nitrì fiutando l'aria della mangiatoia vicina; e allora soltanto

scuotendosi, Giuliano s'accorse d'essere lontano dai luoghi, dov'era

rimasto col pensiero e col cuore. La notte era fatta, il suo borgo

nativo gli stava dinanzi, si discernevano le finestre illuminate

fiocamente da dentro le case; e scoprendo le proprie, egli pensò che

sua madre era là in pena ad aspettarlo. Si ricompose in sella,

affrettò colle calcagna la giumenta, e sebbene agli altri suoi

pensieri s'aggiungesse che gli pareva d'essere un cattivo figliuolo;

pure provò un po' di quel senso, che a sera rallegra soavemente il

ritorno.

Era appunto in quella che la signora Maddalena, stanca d'aspettare,

stava per dire a Marta, che Giuliano fosse o non fosse per aversene a

male, voleva andargli incontro essa stessa; quando le pedate della

bestia si fecero udire sul ciottolato del vicolo per cui si veniva nel

piazzale.

«È qui!» sclamò essa, togliendosi dalla finestra tutta mutata nel viso

e sorridendo; e lesta lesta attraversò la sala seguita dalla fantesca,

che la raggiunse nell'atrio recando la lucerna.

Il giovane arrivò di trotto, e smontando a piè dei gradini dell'atrio

disse alla signora: «non mi sgridi..... mi perdoni.... a un'altra

volta tornerò più presto.....

«Ah.... te ne avvedi anche tu? Il perdono è un bel chiederlo.... ma a

quest'altra volta.... vedremo....»

Giuliano non le lasciò finire l'amorevole rimprovero, ma guardandola

umilmente negli occhi, le si avvicinò come per soggiungere qualcosa.

Poi non trovando la parola, tenne dietro a Rocco, il quale avendolo

udito arrivare, era corso mezzo brillo a pigliare la giumenta, e

l'andava a riporre.

A quel fare insolito sbigottì la signora; e già chiedeva che ne

pensasse a Marta, la quale s'ingegnava di riverberare colla palma i

raggi della lucerna dietro Giuliano, sicchè essa rimaneva colla faccia

e colla persona nell'ombra. Ma a stornarla dalla sua domanda,

s'udirono alcuni tocchi lenti e lamentosi della campana di castello,

venuti a mescolarsi, come la voce d'una terza persona, alla loro

malinconia. A quel suono che segna la una di notte, il popolo di quei

villaggi pensa a' suoi morti, e in ogni casa s'interrompono i discorsi

della veglia per recitare il _deprofundis_. La signora Maddalena, si

segnò, e si mise a dire il salmo sublime, che ad ogni verso, ci soffia

sull'anima l'aria fredda dell'abisso; e recando come un grido

dell'altro mondo, ci fa levare gli occhi al cielo, in cerca d'un po'

di luce, d'un po' di vita, di qualche novella dei sepolti quaggiù.

Marta non sapendo le parole del salmo, che mai non aveva potuto

mandare a memoria, teneva dietro coll'intenzione, a lei, guardandola

nelle labbra, o picchiandosi il petto; e quando la signora mostrò

d'avere finito segnandosi la seconda volta, essa disse: amen. Proprio

in quel punto ricomparve Giuliano.

«Qualche cosa da dirmi l'avrà di certo»--bisbigliò la signora, e

dall'atrio entrò nella sala, seguita da lui e da Marta; la quale

sussurrò nell'orecchio al giovane, che per amore di sua madre, facesse

viso allegro. Poi andò in cucina per dare in tavola, lasciando che

essi passassero nella stanza di là dalla sala, in cui la famiglia

soleva mangiare.

La signora non si era mai seduta là dentro, senza pensare al suocero

ed a madonna, che essa non aveva conosciuti. E quando viveva il

marito, aveva pigliato sempre un mesto diletto a farsi dire cenando la

loro storia; storia che ripeteva sovente al figliuolo. Ma quella sera

non pensò ai morti; e mentre Giuliano messosi a sedere, come fosse

molto stanco, guardava i canestri di frutta dipinti nelle pareti, con

quell'occhio che fissa e non vede: essa stendeva la tovaglia, metteva

le posate e i tovaglioli, volendo e non trovando il verso d'appiccare

discorso con lui, senza dargli a vedere l'ansietà che non le era

cessata ancora. Al fine le venne alla mente il nome del buon prete di

C......, e voltasi a Giuliano con quella dolcezza che sempre usava,

sedette anch'essa e gli disse:

«Oh appunto! e che nuove mi porti di don Marco?

«Don Marco? Lo vidi da lungi e di fuga.... e mi parve triste....»

«Come da lungi e di fuga? O non hai detto stamattina che andavi a

C.... proprio per veder lui?»

«Andai.... ma.... dopo il vespro egli era fuori pei monti, ad

assistere non so che moribondo....»

«Egli pei monti? Ma il parroco, i curati, gli altri preti

giovani...... come fanno a lasciar che vada quel povero vecchio?»

«Oh....! essi avevano altro a fare! Oggi c'era gran pranzo dal

parroco: un pranzo di preti, di frati, di soldati, di signori e

signore....! mezzo il borgo faceva le feste a quegli uggiosi Alamanni

che sono colà!....»

La signora diede attorno un'occhiata, quasi temesse che qualcuno fosse

stato a udire lo parole di Giuliano, poi mutò come potè il discorso, e

proseguì: «hai detto che è triste nevvero? povero don Marco,

capisco.... noi vecchi ci sentiamo fuggire il mondo....»

«Eh!.... a vedersi tra piedi quella turba di soldati, a sentire quello

strascichio di sciabole, anco a non essere vecchi c'è da diventar

tristi e far peggio....! Se gli Alemanni fossero a D.... non ci starei

più un'ora....!

«Giuliano!--sclamò la signora, levandosi ritta--dimmelo, che tanto l'ho

già indovinato....! Tu hai questionato con qualcuno di quei soldati!

Oh.... no? Me lo accerti? Voleva vedere! Pensa che qui, essi hanno in

mano tutto e tutti...; credi in cuor tuo quel che ti pare, ma bada a

non darmi dispiaceri, chè se non te l'ho mai detto te lo dico ora: non

sono più quella d'una volta e non potrei più sopportarli....!»

Giuliano sentì dar giù improvviso quel bollore che gli si era levato

in petto, e guardando fisso sua madre, come se soltanto allora

s'avvedesse che la salute le veniva scemando, provò uno sgomento sì

forte che rispose pronto e pacato:

«Dispiaceri da me non ne avrà mai; ma questi Alemanni venuti quassù a

proteggerci e a spogliarci..... gli odio.... gli aborro, vorrei

vederli tutti morti.»

La signora tacque: e Marta che essendo entrata a mettere qualcosa in

sulla mensa, aveva udito le ultime parole del signorino, si morse la

lingua e tornò in cucina sbalordita, come vi fosse rotolata giù da un

burrone, o quelle eresie fossero state ceffoni avuti in faccia. Odiare

gli Alemanni, odiarli a segno da desiderarli tutti morti, non le

pareva cosa che si potesse dire da un giovine dabbene, come era sempre

stato Giuliano. Capì il gran mutamento che doveva essere avvenuto in

lui nello stare lungi da casa; rammentò che questo mutamento, il

pievano l'aveva predetto sin dal primo giorno che egli era andato a

Torino; vide confusamente il male che ne poteva seguire, e una

profonda malinconia mista a certo sdegno pesò sul suo vecchio cuore.

Avesse visto entrare in casa la farfalla più scura del mondo; si fosse

versata e rotta l'oliera; o la gallina a lei più cara avesse cantato

da gallo in sul bel punto della mezza notte: essa non se lo sarebbe

recato in malaugurio, quanto quelle amare parole, che biascicò due o

tre volte, pesandole colla mente e chiudendo gli occhi, come se più

non osasse guardare la luce.

Intanto i padroni mangiucchiando avevano mutati i discorsi; e sebbene

il giovane di tanto in tanto lasciasse cadere le domande della madre,

essa dalla tema di fargli saltare in capo d'andar fuori di nuovo,

taceva in pazienza. Per sapere se qualcosa gli fosse avvenuto cogli

Alemanni, disegnava di mandare l'indomani qualcuno a C.... con un

biglietto per don Marco: ma pel momento, avendo in casa il figliuolo

non temeva di nulla, e finì di cenare, senza essersi raccappezzata in

quella tristezza e in quel viso scuro.

Marta chiamata a sparecchiare, venne dalla cucina imbroncita: e accesi

due lumi da mano, uno ne porse alla padrona ed uno al giovane, ma non

disse nulla. Egli salutata rispettosamente la madre, e data la buona

notte alla vecchia, salì nella sua camera, al più alto piano della

casa, proprio sopra quella della signora, alla quale non era mai parso

di poter dormire tranquilla, se la notte egli non era in luogo da

poterlo udire, solo che si movesse.

Rimasta sola colla signora, Marta volle sfogarsi, e giungendo le mani

proruppe:

«Eh? L'ha inteso? E chi lo conosce più? Io da parecchi giorni vado in

castello che mi pare di salire sul calvario.... e le occhiate del

pievano comincio a capirle...»

«Che pievano.... che occhiate?»

«Certe occhiate bieche, come se volesse dirmi che io gli nascondo un

peccato mortale....!»

«Oh smettetela un poco anche voi!--interruppe la signora Maddalena,

con un impeto di collera non più provato da chi sa quanti

anni:--questa sera n'ho già di troppo.... andate a letto....!»

Marta umiliata da quel tono insolito di parole, s'avviò alla porta che

dava nell'atrio, per chiuderla come l'altre sere.

«Lasciate!--proseguì la signora--questa sera chiuderò io.... no no....

andate vi dico, Marta.... vorreste cominciare ora a disobbedirmi?

La vecchia chinò il capo, diede la buona notte con voce tremante, e

andò a chiudersi nella sua cameretta terrena, in cui dormiva da

sessant'anni. La signora pur sentendosi pentita del rabbuffo fattole,

non istette a rattenerla per consolarla, come già il cuore le

comandava. Ma, chiusa la porta con ogni diligenza, recò le chiavi con

sè, salì nella sua camera anch'essa, le nascose sotto il guanciale;

poi si chinò sull'inginocchiatoio, a canto al letto, e mescolando i

suoi morti, i santi e Giuliano, cominciò a pregare.

In capo a un'ora volle coricarsi; ma non lo fece, perchè disopra

s'udiva uno scarpiccio, come d'uomo che gira inquieto; ed era

Giuliano, il quale aveva sentito rinascere i propri pensieri, a

martellarlo urgenti ed acuti. Egli s'era messo parecchie volte a

spogliarsi, ma sempre aveva finito per affacciarsi alla finestra, dove

rimaneva un istante, poi andava passo passo fino all'uscio, dava di

volta, tornava a sedere: parlava, sospirava, rifaceva tutte queste

mosse, confusamente, combattuto, coi lineamenti della faccia che si

facevano affilati, come lo crucciasse qualche fiera passione. Questo

suo travaglio pareva crescere a smania; quando, chi sa come, gli

tornarono alla mente i giorni della sua fanciullezza, e l'uso che

allora aveva sua madre di non mai coricarsi, senza prima essergli

venuta in camera, a dare un'occhiata alla finestra se fosse ben

chiusa, a vedere se avesse acqua nella boccia, o se il lume fosse in

luogo da non dar fuoco. Provò di quel ricordo una dolcezza, un aiuto;

e si pregò che la madre venisse di sopra anche quella sera, perchè lì

avrebbe avuto cuore da dirle una cosa, che solo a pensarla, il sangue

gli faceva dentro un gran cavallone. A un tratto parve aver afferrato

un'idea; stette un momento, si levò risoluto; e camminando diritto

discese al piano di sotto, e picchiò all'uscio di sua madre.

La signora Maddalena, che non aveva voluto coricarsi finchè non fosse

cessato quel rumore di sopra; udendolo discendere si rimescolò tutta,

e si lodò d'aver portato seco le chiavi di casa. Ma inteso che veniva

da lei, corse all'uscio, e mentre ch'egli picchiò, essa, già pronta,

aperse, e dolcemente gli disse:

«Lo sapeva che tu avevi qualcosa da dirmi.... vieni» E tirandolo per

la mano, s'andò a sedere su d'un seggiolone d'antica fattura; perchè

sebbene facesse le viste d'essere tranquilla, non si sentiva di stare

in piedi dal tremore; poi guardandolo amorosa soggiunse: ebbene?

«Ecco,--rispose Giuliano--io non poteva più reggere, e sono venuto a

dirle.... che.... si ricorda? l'autunno passato la nostra casa le

pareva troppo solitaria, e mi disse che le tardava mille anni che io

fossi medico, perchè qui sola ci moriva di malinconia. Allora non

osai... ma ora.... ora vorrei....

«Sposarti?--sclamò la signora Maddalena balzando in piedi

dall'allegrezza, come a mensa aveva fatto dalla paura:--e spòsati, e

sia benedetta la nuora che mi condurrai in casa....! Ma perchè mi hai

tenuta tutta questa sera sulle spine? Ci voleva tanto a darmi questa

bella nuova? Siedi, che ora non voglio vederti perdere la bella

sicurezza di poco fa, per questo rimprovero; siedi e parliamo di lei.

Già ho bell'e capito, essa è di C.... come si chiama?»

«Bianca dei N....--rispose Giuliano colle vampe al viso.

«Oh? Dei N.... ce n'è una famiglia sola, credo... Sua madre dev'esser

morta, e si chiamava la signora Costanza nevvero? Hai fatto bene a

innamorarti d'un'orfana! E la conosco sai; sta un po' a sentire: la

vidi una volta, al convento dei Minori Osservanti di C....: mi ci

aveva condotto tuo padre alla sagra della Madonna degli Angeli...

miracolo, perchè le sagre egli non le poteva udire manco a menzionare!

ebbene..... Bianca deve essere una di quelle due fanciulline che la

signora Costanza si menava per mano, sotto i pergolati del convento:

parevano due perle.... una era bionda, l'altra bruna....: ricordo che

vedendole io dissi che la festa della Madonna degli Angeli era fatta

per esse.... e tuo padre a ridere.... a ridere di sentimento.... e a

chiamarmi invidiosa.... E qual è delle due?»

«La bruna.

«Ah! già perchè l'altra deve avere pochi anni....! La

bruna!--Ripetendo questa parola la signora rimase cogli occhi fissi,

forse pensando ai tempi in cui anch'essa era piaciuta al giovane

forestiero, che poi le era diventato marito:--E sta bene,--continuò

poi,--ma come non mi hai detto nulla, mai nulla? Te ne sei forse

innamorato quest'oggi?

«Che so io?--rispose Giuliano, stato sino a quel punto come un barbero

alle mosse:--gli anni che stetti a C.... l'ho veduta venir su sotto i

miei occhi. La vedeva dal terrazzino di don Marco ogni giorno; la

seguiva in ogni luogo dov'essa andasse a passeggiare, in chiesa badava

sempre a trovare un posticcino da poterla guardare, e mi sentiva

addosso un'allegrezza!.... altro che i canti della gente e dei

preti!.... mi pareva che io avrei cantato colla voce d'un angelo! In

tutto era diventato il primo tra miei compagni; allo studio, al

giuoco, niuno se la sentiva più di vincermi: i pericoli io li cercava

come fossero spassi: e mi ricordo d'una volta che ardeva una casa, e

che io mi cacciai su fin sopra i tetti, e mi spiacque che non vi fosse

una vecchia, un bimbo, Bianca stessa da salvare. Un'altra mi

arrampicai su d'un pioppo, che aveva le cime curve sopra il torrente

in piena, per vedere gli uccelletti di un nido, che era lassù. Le

ventate mi dondolavano, e a mirare di sotto l'acqua furiosa, e lontano

in faccia il balcone di Bianca, mi credeva d'essere in paradiso. Oh!

quegli uccelletti come li baciai! Era diventato buono, così buono che

non poteva udire i poveri pregare alla porta, e correva a portar loro

il mio desinare. Don Marco diceva che ve n'erano troppi dei poveri....

e che i ricchi erano pochi e crudeli... Suvvia, io gridai una volta,

facciamoci tutti poveri e così andrà meglio....! i miei compagni non

capivano nulla.... e risero.... E la notte? La notte, se pioveva o

tirava vento, io mi sentiva in cuore una pietà che non mi lasciava

dormire, e mi doleva sin delle impannate, del cesto di basilico, delle

pietre della via che pigliavano il freddo. Una vecchia, poi, ricordo

una vecchia che aveva tre capre, la sua ricchezza; i compagni la

canzonavano, io mi posi in capo di farla rispettare, e qualcuno le

toccò sode! Poi vennero le malinconie; e talvolta tenni a mente

dugento versi di Virgilio, solo a leggerli due volte, tal altra stetti

settimane senza aprire un libro. Allora passava delle ore e delle ore

coricato colla guancia sull'erba, in qualche campo solitario; e là mi

pareva di udire quello che si faceva sotterra dai morti.... pensava

sempre alla morte, e non so perchè, ma in quei giorni, incontrando

Bianca, se qualcuno dei miei amici diceva che essa era bella, io avrei

voluto morire. Mi pativa il cuore che l'aria me la guardasse. Eppure

quelle malinconie erano nulla; le vere vennero di poi, quando andai a

Torino la prima volta.... Allora sentii uno sgomento....! e mi parve

che mi avessero fatto nel petto un buco tenebroso profondo, e che per

uscire da quella pena bisognasse....»

Qui Giuliano s'avvide di parlare a sua madre, e di parlarle come ad un

amico nelle mutue confidenze di amore. Arrossì, chinò il capo, e non

osò più dire. La signora Maddalena stava ad ascoltare, come colui che

camminando in sul far dell'alba, se ode il canto di un usignuolo,

s'arresta e teme di sturbarlo che voli via. Ma intanto le entrava

nell'anima un dolore, il dolore di avere scoperto che il suo figliuolo

non era più tutto suo; e pensando a quella fanciulla che le rapiva

tanta parte del cuore di lui, alfine si fece forza e gli chiese:

«E Bianca?»

«Io non le ho mai parlato:--bisbigliò Giuliano.

«E allora? E a C.... che cosa vi andavi a fare?

«A vederla.

«Via...., domani sarà di giorno: ora ho bisogno di raccogliermi.... tu

frattanto m'hai tolto un gran masso dal cuore! Con quegli Alemanni

m'avevi spaventata.... che t'han fatto, che c'entrano....? Basta! sono

tranquilla, vattene, domani mattina riparleremo.»

Così dicendo lo accompagnò fuori dell'uscio, ed egli risalendo alla

sua camera, dalla contentezza non toccava i gradini coi piedi. Là si

mise a guardare il cielo dalla finestra; il cielo che in quell'ora,

coi suoi splendori infiniti, gli pareva cosa meno lieta di quel che la

terra stava per divenire nelle sue nozze vicine. Ma chinando gli

occhi, vide nel giardino scuro, un tratto riquadro del suolo, su cui,

traverso la finestra di sua madre, posavano i raggi del lume che essa

teneva acceso. Quel tratto di suolo, lo percosse come la vista d'un

sepolcro scoperchiato; e subito gli passò per la mente, fantasia

maluriosa, l'ultima notte, in cui, la sua dolce madre sarebbe giaciuta

morta sul proprio letto; e il lume funereo avrebbe posato i suoi raggi

in quella maniera lugubre, da quell'istessa finestra, forse su

quell'istesso tratto di suolo. Provò l'amaro desiderio di morire prima

di quella notte, e chiuse le imposte pensando che grande miseria

sarebbe stata quel giorno, in cui nè in casa nè fuori avrebbe più

incontrato sua madre. «Che la vita sia corta è un bene:--mormorò

allora avvicinandosi ad uno scaffale--e guai a noi se uno potesse

farci dono dell'immortalità qui in terra, nel momento che ci muore la

madre!.... Sì, che la vita sia corta è un bene, e chi se ne lagna ha

torto; perchè coll'amore, collo studio, col lavoro, si può farla

valere secoli.» Così dicendo prese un grosso volume, l'aperse sul

tavolino, sedette, e raccolte le tempia fra le mani, si sprofondò

nella lettura, o forse in chi sa quali pensieri. Ad ogni modo,

chiunque l'avesse visto in quell'ora, avrebbe pensato che tanta

meditazione, non fosse cosa da potersi rompere, senza togliere

all'anima del giovine qualche ineffabile ed austera consolazione.

Le rive della Bormida nel 1794 · 第 20 / 47 题