La signora Ginevra Benini, da molti anni vedova del conte Ramponi, non
aveva mai avuto figli; sua sorella Ada invece era morta dopo aver dato
alla luce la piccola Bice, così mingherlina allora, che nessuno la
credette capace di vivere. Un lungo dramma d'amore aveva riempito e
troncato la vita di Ada, quasi sul fiore, poichè toccava appena i
vent'otto anni, e la sua florida bellezza sembrava prometterle, come a
sua sorella Ginevra, una forte vecchiezza. Ma la morte precoce del
marito, troppo amato, le aveva inaridito nell'animo tutte le sorgenti
della vita.
A diciotto anni, più leggiadra ancora della sorella, alta, flessibile,
bianca come una camelia, bionda cogli occhi neri, s'innamorò
perdutamente di un giovane ingegnere, Silvio Tronconi, poverissimo e
così gracile nella sua pallida bellezza che pareva una donna. Lo aveva
conosciuto in casa di un'amica, dove lo studente si recava qualche
volta a conversazione malgrado la selvatichezza dell'orgoglio, che gli
faceva fuggire ogni occasione di feste per non mostrarsi nella
ridicola decenza della propria miseria di orfano. Il mondo è severo
cogli abbandonati, che hanno bisogno di conquistarlo per vivere, e se
ne sentono la forza. Egli non aveva che una piccola pensione, appena
sufficiente per non morire di fame, assegnatagli da uno zio, vecchio
impiegato, il quale divideva così con lui la propria tutt'altro che
lauta; quindi, venuto a Bologna per frequentare assiduamente
l'Università, vi passava il resto del tempo nelle biblioteche o nella
propria cameretta del quarto piano, dietro la Montagnola, sul canale
Naviglio. Di lassù guardando sul canale, rotto a brevi distanze dalle
ruote gigantesche, che vi muovevano gl'ingranaggi dei molini e degli
opifici allineati strettamente lungo il suo corso, si poteva sognare
di essere a Venezia o ad Amsterdam: per tutti i piani delle case
correvano strette e sottili ringhiere di ferro battuto, dalle quali
spenzolavano al sole le biancherie bagnate; gruppi di lavandaie
lavavano sui muricciuoli, presso i ponti, che lo cavalcavano,
ingiuriandosi o cantando ad alta voce: tutte le finestre avevano de'
fiori, e sulle acque spumeggianti fragorosamente fra le ali delle
ruote, che parevano scrollare nel sole grappoli di goccie iridate,
passavano lente e nauseabonde tutte le immondizie della città.
Quando la stanchezza dello studio lo forzava a distarsi dal tavolino,
egli veniva alla finestra colla pipa, abbandonandosi alle suggestioni
fantastiche di quel quadro semplice e meraviglioso. Certe notti, col
lume di luna, la scena assumeva forme e proporzioni stravaganti.
Aveva ventidue anni.
La natura femminea legatagli dalla mamma, che lo aveva partorito
d'amore senza essere mai stata sposata, contrastava dolorosamente
colle maschie temerità del suo ingegno già ferito dagli inevitabili
dispregi della società per i poveri. Quindi innamorandosi di Ada,
s'intese improvvisamente mancare tutte le forze. La ragazza era ricca,
giacchè a Bologna quattrocentomila franchi di dote sono una ricchezza;
era bella, elegante, una delle celebrità più in voga nei piccoli
ritrovi della borghesia, ove si balla e si suona inesorabilmente il
pianoforte. Egli capì che ogni speranza sarebbe stata assurda; ma,
passato il primo sbalordimento, pretese nullameno a quell'amore con
tutta la tenacia di una volontà abituata sino dai primi anni alla
vittoria.
Già da piccino, mentre lo zio pensava di avviarlo ad un mestiere, egli
invece gli aveva giurato di conquistare una laurea, qualunque ne
fossero le difficoltà, e vi era oramai riuscito. L'anno venturo
uscirebbe ingegnere dall'università. Era stata una lotta di ogni
istante, in ogni luogo, minuta, grandiosa, insensata: vi erano stati
giorni senza pane, inverni senza fuoco, studi senza libri, notti senza
candela; con tutte le amarezze dell'esilio dalle strade, ove passavano
le belle donne e le carrozze, colle febbri nel sangue giovane, che
batteva a ondate sul cuore, collo squallore del deserto nel passato,
poichè non aveva conosciuto nè padre nè madre, e una insofferenza di
ambizione anelante alla rivincita come un condannato a morte nelle
ultime ore può anelare alla vita. Senonchè, per resistere ai compagni
incoscienti e chiassosi, aveva dovuto prima irrigidirsi in tutta
l'anima e nel corpo. Poi l'amore lo trasformò.
Egli, che odiava la società come tutti gl'infelici, essendo quasi
socialista, quantunque le conclusioni del suo pensiero scientifico si
opponessero alle argomentazioni del suo cuore ulcerato, comprese
istantaneamente la legittimità della ricchezza nella lotta senza
tregua e senza misura della vita. Le ricchezze erano la conquista dei
più agili o dei più forti, di coloro che sapevano prendere, o di
quelli meno alacri, cui bastava il conservare. Tutte le lagnanze dei
poveri, le recriminazioni dei vinti e le aberrazioni dei malati non
avrebbero mai prevalso contro questo fatto così semplice ed
universale, che in ogni lotta il premio tocca sempre giustamente a
coloro, i quali sanno o in un modo o nell'altro strapparlo.
Ma, per diventare ricco, occorrevano, oltre l'ingegno e la volontà,
alcune anticipazioni di danaro e la benevolenza della fortuna. Col
candore dei cuori puri egli descrisse in lunghe lettere a Ada la
propria condizione, dicendole che, appena laureato, andrebbe in
America per raccogliervi in pochi anni con un lavoro febbrile una
ricchezza pari alla sua dote. Ci voleva tutta la freschezza della
inesperienza per osare simile proposta con una signorina dell'alta
borghesia: cinque anni di attesa e di fedeltà ad uno sconosciuto, che
aveva per unico patrimonio il proprio cuore.
Ada acconsentì.
Le loro spiegazioni a voce erano state brevi, quasi solenni, in casa
di quell'amica, un giorno che essa li lasciò soli per qualche momento.
Già dopo la prima lettera, Silvio passava tutte le notti al tocco
sotto le sue finestre per salutarla rapidamente, e raccogliere un
fiore o un biglietto. Nessuno aveva ancora scoperto nulla: egli le
dava le lettere in casa di quell'amica, e dopo affettava di non
parlarle più. S'incontravano di rado. Il suo più vivo desiderio
sarebbe stato di poterla seguire per strada, pur essendo così povero
ed inelegante; ma sicuro che Ada lo avrebbe salutato collo stesso
luminoso sorriso, senza le solite ignobili superbie delle signore per
i miserabili, non lo aveva mai osato per quella nativa alterezza del
carattere, reso adesso più aspro dalle contraddizioni dell'amore. Solo
qualche rara volta, di notte, le spiava all'uscire di casa, e se le
due sorelle andavano a teatro, prendeva un biglietto pel loggione,
perdendosi di lassù due o tre ore nella loro contemplazione.
Ada, che lo aveva già veduto, si voltava spesso per contraccambiargli
uno sguardo.
Quando Silvio partì per l'America con poche migliaia di lire, l'ultimo
sacrificio che lo zio aveva potuto fare per lui, vendendo una casetta
rimastagli, Ada confessò alla famiglia il proprio amore; Ginevra,
fidanzata al conte Ramponi, addetto d'ambasciata, la sostenne, ma i
genitori furono inflessibili. Essi credettero ad un capriccio, che il
tempo e la distanza avrebbero vinto. Invece non ne fu nulla. La
ragazza, più delicata della sorella, nella quale una ammirabile
assennatezza temperava la foga del temperamento generoso, si fissò con
eroica costanza nella contemplazione dello sposo lontano, avventuriero
dell'amore in quella terra dei racconti prodigiosi e delle più
complicate avventure. Ella amava come si sentiva amata, al disopra di
tutte le piccinerie della vita comune e dei poco stimabili privilegi
di classe. La sua mestizia crebbe di giorno in giorno; lo spettacolo
delle compagne, felici nella volgarità di una esistenza fatta di
vestiti e di pettegolezzi, le inspirò quell'altera compassione, che
diventa quasi sempre un tranello per le nature superiori, giacchè a
forza di pensare più nobilmente finiscono col divinizzare le proprie
passioni ricamandone le malinconie coi fiori più esotici della
fantasia. Il suo carattere si guastò, si fece chiusa, triste,
dispregiò in segreto la prudenza dei genitori, che la contrariavano,
prese in uggia tutti i calcoli e gli interessi ordinari, pei quali
solamente qualche volta sono possibili le improvvisazioni inebbrianti
dell'ideale. Ella non pensava che a lui, alle sue battaglie oltre
l'oceano, per conquistare colla ricchezza il diritto di amare la donna
riserbatagli da Dio.
La sorella Ginevra sposò il conte Ramponi, e partì per Parigi: fu uno
schianto! Dall'America giungevano lettere desolate e febbrili; nulla
riusciva all'innamorato, malgrado tutta la sua scienza, fra quel
popolo tumultuante nel periodo ancora brutale della prima assisa
economica. La lotta era pel danaro, col danaro e nel danaro: nessuna
delicatezza di anima, nessuna riserva morale, nessuna incertezza di
mezzi era consentita. Bisognava vincere, senza altra fede che nella
vittoria, e senza altra pietà che per sè stessi; invece egli aveva
troppo presunto sulla intrepidezza della propria volontà. Alle prime
avvisaglie, sul punto di commettere una ribalderia, che gli avrebbe
assicurato un buon principio, tentennò; dopo, fu troppo tardi. Fu
giudicato, si giudicò, era vinto. Attraverso le sue lettere
s'indovinavano gli strazi della miseria: Ada ne ammalò quasi. Una idea
pazzamente magnanima le aveva solcato il cervello infiammandolo,
riunire la maggior somma che avesse potuto, e sarebbe stata ben
piccola, per fuggire in America a trovarlo; ma, sul punto di
eseguirla, le difficoltà la spaventarono. Invece scrisse a Ginevra,
che ritornò subito a Bologna. Intanto la mamma, già cagionevole di
salute, si metteva a letto per non più alzarsi. Quel nuovo dolore la
distrasse col crescendo delle sue tragiche realtà; Ginevra aveva
dovuto ripartire per Parigi. Il padre era anch'egli malandato. Ada fu
ammirabile di abnegazione. Si sarebbe detto che amasse la sofferenza,
ritrovando la calma solo nelle sue crisi più violente. Adesso dirigeva
la casa, sorvegliava i domestici, amministrava coi fattori, sollevava
il padre, al quale la vecchiezza e lo spavento della morte ammollivano
giorno per giorno la fibra, faceva da infermiera alla mamma con una
tenerezza intelligente ed inesauribile. Ma tutto fu inutile: la mamma
morì di una infiammazione intestinale dopo tre mesi di atroce
martirio.
Ginevra non era potuta arrivare a tempo per ricevere l'ultimo bacio.
Allora essa riportò seco Ada e il babbo a Parigi. Il conte Ramponi,
bell'uomo e gran signore perfetto, li accolse colla più premurosa
cordialità, cercando d'iniziarli nei segreti di quella gran vita
parigina, della quale sognano da quasi due secoli tutti i libri e la
gente di provincia; ma sotto quelle sue maniere aristocratiche Ada
sentì subito la nullità dello spirito e l'aridezza del cuore.
D'altronde il lutto recente e profondo non le permetteva di accogliere
molte distrazioni: come mai Ginevra aveva potuto sposare un tal uomo!
Glielo chiese; l'altra ebbe un sorriso indulgente.
--Tu non lo ameresti?
--Lo ami forse?
--D'amore si può morire, mia cara, non vivere.
Ada indovinò nella sorella, sotto quella calma così serena e luminosa,
una tempesta pari alla propria.
Da Parigi scrisse a Silvio narrandogli tutto; egli rispose con una
lettera piena di nuove speranze: era entrato in una società per la
ricerca di vene petrolifere, una sola delle quali sarebbe bastata a
farlo diventare improvvisamente, immensamente ricco. La lettera, di
venticinque facciate, su carta velina, a carattere così tremulo e
minuto che si stentava quasi a leggerla, fu riposta nel solito
cofanetto di seta, ricamato da lei colla propria cifra aggrovigliata
inintelligibilmente al nome di Silvio. Ma il babbo si stancò presto di
Parigi: in mezzo a quella fantasmagoria assordante egli rimpiangeva il
passeggio tranquillo, sotto i vecchi portici di Bologna, e le cure
agricole della sua villa verso Corticella, fra i grassi poderi, che
gli avevano assicurato il vanto di uno fra i più solerti possidenti
della città. Di ritorno avrebbe voluto maritare Ada ad un avvocato
ricco e quasi illustre, già da tempo amico di casa, sebbene fosse un
clericale fanatico; ma la fanciulla rifiutò recisamente. Allora
scoppiò l'ultima scena: il padre fu violento, poi patetico; l'accusò
di volerlo far morire disperato con tale malsano capriccio giovanile,
giacchè quell'infelice spiantato non tornerebbe mai più dall'America,
o tornerebbe più straccione di prima.
Infatti indovinò. Un bel giorno Silvio Tronconi capitò a Bologna
disilluso, emaciato dalle febbri e coll'ultima febbre della
disperazione nel cuore. Era ritornato per rendere a Ada la sua parola
e finire, non sapeva ancora come, ma finire subito dopo in qualche
modo. Egli le raccontò tutto, il viaggio, le speranze, le lotte, le
cadute, come si era rialzato sempre, pensando a lei, facendosi della
sua immagine una stella ed un'arma, volendo vincere ad ogni costo, e
come era stato vinto. Pareva invecchiato, ma il suo volto femminile
era diventato più bello: quella lunga guerra lo aveva nuovamente
scolpito, facendone una testa di poeta e di martire. La sua parola
trovava sonorità strane, paragoni bizzarri e grandiosi come la natura,
contro la quale si era battuto; mentre la miseria degli abiti ed una
più franca alterezza nelle maniere finivano di renderlo anche più
pericolosamente simpatico. Aveva già rinunziato a lei, ma glielo disse
senza alcuna teatralità: come avrebbe potuto sposarla dopo un simile
insuccesso? Prima, sarebbe stato umiliante per lui; adesso, ridicolo
per ambedue.
Naturalmente s'impegnò una lotta di generosità, nella quale vinse la
donna. Anche ella non era più una fanciulla, quindi per trionfare
della sua riluttanza gli si abbandonò fra le braccia con tale
passione, che senza la nobile fermezza del suo cuore di uomo provato a
tutte le sventure, e l'ingenua onestà del loro amore, si sarebbero
reciprocamente perduti al momento stesso di ritrovarsi, dopo tanta
assenza. Silvio dovette, per ubbidirle, tornare nel proprio villaggio,
ove il vecchio zio era già morto, a vivervi come meglio potesse
qualche tempo, mentre ella forzerebbe il babbo a consentire il loro
matrimonio. La battaglia fu lunga. Ginevra chiamata da Vienna, ove suo
marito era stato traslocato, la sostenne colla propria autorità,
adesso che il conte Ramponi era diventato segretario dell'ambasciata,
e il vecchio padre cominciava ad avere quasi soggezione di lei in
frequente contatto con sovrani.
--Vedi tua sorella!--egli esclamava:--sono io che ho fatto questo
matrimonio.
--Lasciatemi dunque fare quest'altro. Io diverrò
ambasciatrice,--soggiunse la contessa Ginevra,--ne basta una in casa
nostra: Ada sarà felice diversamente.
--E io, contessa, e io?
--Voi lo sarete più di noi, perchè sarete buono.
Ma non lo decise che una lettera del conte Ramponi, indettato da
Ginevra, il quale scriveva facendo molti elogi dell'ingegnere,
malgrado il suo fiasco d'America, e promettendo di assistere al
matrimonio.
--Anche l'ambasciatore lo vuole,--mormorò il vecchio
finalmente:--purchè non faccia così cogli altri interessi d'Italia!
Ma il matrimonio accadde con troppa solennità. Silvio accorgendosi
dell'astiosa malevolenza di tutti, ne rimase impacciato; il padre
aveva ancora qualche bruscheria sprezzante, Ada tremava, tutte le
vecchie mamme si mostravano specialmente crudeli contro
quell'ingegnere, al quale si sarebbero fatto un dovere di ricusare le
loro figlie, anche brutte e senza dote.
Invece del solito viaggio, Ada volle ritirarsi in campagna col babbo,
per non lasciarlo solo. Questi, già disposto a difendere le proprie
terre contro l'ingegnere, perchè tutti i giovani usciti di fresco
dall'Università s'immaginavano, secondo lui, di capire la campagna, e
a lasciarli fare invece la guastavano a furia di invenzioni
scientifiche, fu tutto sorpreso dell'amorevole ed intelligente riserbo
del genero. Quindi, per la prima volta, non tornarono in città per San
Petronio. Il vecchio, naturalmente più avaro di anno in anno, finì
quasi di vergognarsi che non gli si chiedesse mai danaro. Silvio
scoperse le frodi di alcuni fattori e, mutando insensibilmente qualche
maniera di coltura, riassunse l'amministrazione in modo da
raddoppiarne quasi le rendite alla fine dell'anno. Per fortuna, anche
l'annata era stata eccezionalmente prospera.
Quell'idillio in tre sarebbe stato il paradiso, ma Ada non diventava
incinta, e il babbo se ne rammaricava, sebbene vedendola così
rifiorita nei primi mesi del matrimonio, ne fosse stato tutto
contento. Nemmeno Ginevra aveva figli.
--Ma che cosa è dunque?--proruppe una volta, in fin di pranzo, con
quella grossolanità consentita ai vecchi, e talora così
simpatica:--non si è più buoni a nulla? Non ho da morire nonno, io?
E il suo sguardo avviluppò la magra persona di Silvio, che sembrava
deperire tutti i giorni. Eppure era felice! Questi sentì il rimprovero
e se ne accorò, Ada ne pianse quasi. Infatti il loro amore senza la
benedizione di un figlio cominciava a turbarli: strane paure,
indefinibili rimorsi di non meritarla per quella colpa di aver forzato
la volontà del padre, si destavano nella loro coscienza. Persino nella
rinascente frenesia di quei trasporti d'innamorati, quando tutto il
mondo spariva ai loro sguardi, qualche brivido gelato li faceva
talvolta sussultare, quasi sentissero improvvisamente che la vita non
poteva essere così perduta nella egoistica solitudine di un duetto
d'amore.
Ma era destinato che il babbo non dovesse morir nonno.
Infatti nella primavera soccombette ad un colpo fulminante di
apoplessia. Ada e Silvio, quantunque abituati a quella vita, furono
sorpresi di non provare maggior dolore; ma siccome la dote di Ada
saliva ora coi risparmi del vecchio a quasi seicentomila lire,
ricchezza abbastanza considerevole in provincia per concedersi in due
il lusso di qualche capriccio, partirono per Parigi. Quindi da Parigi
passarono a Londra, discesero il Reno, visitarono il mezzodì della
Russia sino a Costantinopoli, e di là ritornarono a Vienna, già
stanchi, senza più quell'accordo perfetto, che aveva fatto del loro
primo anno in campagna un poema squisito ed inedito. Silvio era
triste. La superiorità economica della moglie lo umiliava, sebbene
ella delicatamente mostrasse di non sentirla. A Vienna, sospettoso
come tutti i poveri, aveva creduto di sorprendere nelle maniere di
Ginevra quell'aria di protezione, che alle anime altiere è più
dolorosa di un aperto dispregio; mentre il conte Ramponi, sempre
segretario di ambasciata, trattandolo colla urbanità fredda imposta
dalla educazione verso un parente, sembrava evitare studiatamente
d'introdurlo negli alti circoli dell'aristocrazia. Ada aveva sorpreso
più di una volta il marito sopra una poltrona colla bocca stirata
dolorosamente agli angoli e la fronte torbida. Ne' suoi occhi azzurri,
smisuratamente aperti, si allargava la tristezza di quegli immensi
laghi americani, senza alberi e senza montagne all'orizzonte, nei
quali il cielo solo rispecchia la propria vacuità. Allora ella lo
abbracciava piangendo, ma quell'inesauribile amore di donna non
bastava più a difenderlo nel suo rancore di vinto dall'umiliazione di
riconoscersi mantenuto dalla moglie. Questa piaga segreta, sanguinante
ad ogni più innocente allusione verso la fortuna del suo matrimonio,
lo rendeva inquieto con tutti attirandogli, fra molte accuse di
stravaganze, veri dispregi. Ma per accingersi a qualche opera
importante, nella quale affermare il proprio valore, avrebbe dovuto
pur sempre farsene prestare i capitali da Ada, e allora il ricordo di
tutti gli insuccessi d'America tornava ad avvelenargli lo spirito con
più atroci diffidenze. Esporsi a perdere la dote di Ada dopo essere
sembrato così vile in faccia al mondo da sposarla solamente per
quella! Ad accettare in qualche luogo un impiego secondario non
avrebbe nemmeno potuto pensarci, giacchè ella se ne sarebbe doluta,
mentre tutti i maligni invece avrebbero finto di crederla una sua
esigenza: poi si sentiva esaurito. Era questa la più profonda
angoscia, che cercava di nascondere al suo occhio amoroso. Nelle più
cupe miserie da studente, quando lo sorprendeva il pensiero del
suicidio guardando giù al canale da quella tetra cameretta, l'orgoglio
dell'ingegno capace di conquistare il proprio posto nel mondo lo aveva
sempre sostenuto: talora anzi nel balenìo di una osservazione sopra
una qualche teorica, che a lui pareva di poter modificare, si era
persino creduto un predestinato, esaltandosi colla facilità dei
giovani a scontare nella gloria futura i primi patimenti. A trent'anni
invece nulla più restava in lui dello studente così forte
dell'ammirazione inspirata al vecchio zio e ai compagni.
I viaggi lo stancarono: egli non osava dirlo, ma Ada gli lesse negli
sguardi appannati la noia suprema di chi non vuole più vedere, perchè
nulla potrebbe più rinnovargli la primavera nell'anima. Quindi il suo
cuore generoso raddoppiò d'amore per quell'amante così infelice di non
essere degno di lei.
Una scena straziante galvanizzò ancora la loro passione.
--Ti ho ingannata.... oh, come son vile!--egli aveva esclamato un
giorno scoppiando in pianto dirotto.
Invece di tornare a Bologna si chiusero in campagna; egli ammalò, Ada
rimase finalmente incinta, ma questa letizia tanto sospirata si
convertì in dolore, giacchè egli se ne afflisse dicendo che quella
creaturina del loro amore desolato sarebbe anche più infelice delle
altre. E il suo accento era così tetro, la sua convinzione così
profonda, che Ada se ne sentiva rabbrividire. Anche la sua salute si
alterò, la gravidanza si annunciava delle più laboriose. Egli in preda
ad un pessimismo sempre più cupo non parlava quasi più guardando fiso
il ventre grosso della moglie, come talora si guardano certi ammalati
mostruosamente dolorosi, condannati a morire. Naturalmente la
maldicenza li perseguitò anche in quel ritiro con falsi compianti per
Ada, così bella e così buona da essersi legata ad un uomo di un
carattere tanto bisbetico: egli lo capì, e peggio ancora ne convenne.
Una sera, essendosi lasciato sorprendere dalla rugiada sul prato,
n'ebbe la febbre; non volle badarci, ma la febbre tornò, poi
sopraggiunse una tosse secca, perdette l'appetito, e si dichiarò una
tisi galoppante. In due mesi non era più che uno scheletro, ai primi
di novembre era già morto. Ma durante quella violenta malattia non
uscì quasi dal suo sinistro mutismo, accettando i medici solamente
troppo tardi, e dicendo loro pel primo con uno strano sorriso di
essere spacciato.
L'ultima notte, poco prima di morire, le baciò con angoscia
inesprimibile le mani.
--Perdonami!--mormorò due volte.
Ada ne morì quasi anche lei, molto più che Ginevra non potè accorrere
da Vienna, perchè il conte pure era caduto gravemente infermo. Allora
per la prima volta conobbe il dottore Ambrosi, già illustre, e che
prese per lei una di quelle sue affezioni burbere e tenaci, salvandola
dalla morte nella gravidanza. Ma la piccola Bice nacque così grama che
il dottore andò quasi in bestia.
--Vedete,--esclamò colla levatrice, mentre questa l'asciugava con un
pannolino bianco,--se un corpicciattolo simile merita lo sconquasso di
una bella donna come lei!
Ada invece, nella nuova tenerezza per quella creaturina, sentì un
raddoppiamento di amore pel marito morto. Egli la dominava ancora
colla cupa tetraggine di quell'agonia di tre mesi, e i ricordi di un
amore troppo ardente, perchè una vita così gracile non avesse dovuto
bruciarvi. Quindi le pareva di comprendere solamente allora la
sublimità disperata della sua passione, nella quale l'ultimo rimorso
era stata la più lirica prova.
Il dottore Ambrosi seguitò ad ordinare la campagna all'ammalata,
scovando egli stesso per la piccola Bice una magnifica balia dalle
spalle poderose e la pelle bronzina, onde correggerle possibilmente
colla ricchezza del latte il sangue troppo povero.
--Vivrà, dottore?--domandava Ada coi grandi occhi neri, pieni di
un'ombra profonda.
--Certamente, ma non bisogna innamorarsi delle malattie, come fate
spesso voialtre signore; bistecche per voi, latte per lei e sole
sopratutto. Al resto penso io.
Però non pensava quello che diceva, anzi credeva poco alla vitalità
della bambina, temendo per la mamma uno di quei languori, ai quali la
scienza dà molti nomi per non conoscerne il vero, e pei quali non ha
rimedi. Ada sentiva mancarsi la vita, tutto era morto in lei. La vista
della piccina non le richiamava più alla memoria che le desolate
profezie del marito, suggerendole quasi il voto che si compiessero;
così avrebbero potuto raggiungerlo insieme, lo stesso giorno, nella
larga e splendida tomba, che gli faceva erigere alla Certosa.
Poi un terrore indefinibile le gelava l'anima. Benchè non bigotta,
ella credeva troppo intensamente nei dogmi cristiani per non chiedersi
se Dio avrebbe perdonato a quell'infelice di essere morto imprecando,
e di averla amata più del suo paradiso. Ada cercava di non pensarci,
ma in quella debolezza crescente di tutte le forze gli spaventi
religiosi la sopraffacevano. Quindi il dottore pensò di mandarle il
curato, avendo prima quasi altercato con lui sulle pessime conseguenze
di tali credulità; ma anche questi, nato di contadini e simile alla
maggior parte dei preti, che assumono una parrocchia come
un'affittanza, non seppe cosa dire dinanzi a quell'anima già in preda
alle visioni di oltre tomba.
Finalmente Ada dovette porsi a letto: questa volta Ginevra potè
accorrere da Vienna.
La prima parola di Ada fu:
--Avevi ragione! D'amore non si può che morire.
--Pensa alla tua creatura,--rispose la sorella quasi severamente.
Però gli ultimi giorni, quando nel corpo oramai disfatto sparvero
anche le ultime traccie di quell'uomo, in lei rifiorì improvvisamente
la madre.
Benchè gracile e macilente, Ada era tornata quasi bella come una
volta. Una luce pareva trasparirle dalle carni facendole intorno agli
occhi un'aureola: ma volle sempre la bambina presso il letto come per
inebriarsi dolcemente nel contemplarla sospesa al seno potente della
nutrice, che sorrideva nella sicurezza di poterle trasmettere parte
della propria salute; mentre la contessa Ginevra col viso sereno nello
strazio di quegli estremi amorevoli capricci vi sentiva già salire
lentamente il freddo della morte.
Ada fu seppellita secondo la sua ultima volontà coll'abito bianco
delle nozze, e la bambina rimase in casa della nutrice.
La morte di Ada fu per la contessa Ginevra l'ultimo colpo di scure,
che le tagliava alle spalle tutto il passato. Benchè meglio
equilibrata della sorella, e gittata nel mezzo di una più larga
corrente mondana, la sua vita non era stata fino allora meno
passionata ed infelice. Sposando il conte Ramponi, ella aveva in parte
ceduto alla propria inesperienza degli uomini e alla volontà dei
genitori, che vedevano in quel matrimonio un lustro per la famiglia.
Ma presto s'accorse di essersi ingannata; sotto la sua maschera di
bell'uomo, e quelle maniere perfette di diplomatico, il conte
nascondeva una delle mediocrità più incapaci di dubitare di sè stesse.
Era avido, presuntuoso, tutto dedito alle appariscenze della carica,
con quella saccenteria dei signori, ai quali pare spesso un gran
merito il non poltrire assolutamente nell'ozio dei propri pari. Sulle
prime le loro relazioni si turbarono, ma Ginevra potè presto dominarlo
senza lasciarglielo scorgere: poi la sua bellezza, il tatto finissimo
di signora, e la malìa di uno spirito abbastanza originale per essere
ovunque riconosciuto, le ottennero in quegli alti circoli la maggiore
considerazione. Si capì che era onesta senza nè stimare nè amare il
marito, e questo bastò perchè tutti la corteggiassero. Ella lasciava
fare frenando i più audaci con un motto, ed accettando quella specie
di apoteosi con una serenità, dentro la quale un fine osservatore
avrebbe sentito lo sconforto di una malinconia solitaria. Non aveva
figli. Per molti anni ne fu inconsolabile come tutte le donne,
ribellandosi internamente contro questa sterilità, che le rendeva
inutile la bellezza e quasi incerto il sesso; quindi si credette
ammalata e consultò i più illustri clinici, sottoponendosi a molte
cure senza valore e senza risultato, finchè dietro le impure
suggestioni di un medico dubitò del marito. Ma una relazione di lui
con una cantante, che ne rimase incinta, venne a toglierle anche tale
triste scusa. Ella finse d'ignorare tutto da principio, poi al
dilagare dello scandalo dai saloni nei giornali, s'innalzò di un altro
gradino sopra di lui, ottenendo così intera la propria libertà.
Cessarono di essere coniugi e rimasero amici. Già la sua anima,
orgogliosamente delicata, era giunta nelle meditazioni di così lunga
solitudine spirituale a quelle critiche dissolventi, cui solo una
grande passione può essere rimedio. Il matrimonio senza amore e senza
figli le si era rivelato come la più umiliante delle degradazioni:
perchè aveva ella sposato quel conte Ramponi? Come poteva accettare il
suo amore senza che il cuore le battesse più precipitoso, o le ombre
della passione gliene velassero al pensiero la rivoltante animalità?
Per una anima nobile il piacere senza l'amore non è più nemmeno il
piacere; quindi ella aveva pianto sopra sè medesima aspettando dalla
maternità la propria redenzione; ma quando non potè più credere
nemmeno in sè stessa, e un silenzio di deserto le occupò tutto il
cuore, si guardò intorno smarrita come a riconoscere il mondo. Fu
un'altra rivelazione: le più grandi parole, i maggiori interessi, le
forme più alte non erano che piccinerie: dovunque il denaro e la
vanità, l'amore ridotto ad un piacere, la gloria ad una decorazione di
piazza o di corte, mentre la voce della religione s'allontanava
nell'azzurro dai canti teatrali delle chiese, e quella della scienza
si perdeva in basso fra le lordure fermentanti della vita. Un amaro
scetticismo diede quindi al suo ingegno quella mordacità che invece di
offendere è piuttosto l'espressione di un animo offeso; molti suoi
motti rimasero celebri, e la sua eleganza senza civetteria fece
disperare le più grandi dame, incapaci di comprendere il mistero di
una bellezza così calma con uno spirito così tagliente, e di una virtù
infrangibile senza alcuna passione pel marito o pei figli.
Ella, che già amava l'arte piuttosto nella logica del suo sviluppo che
nel disordine apparente della sua produzione passionata, si diede in
quell'ozio allo studio della storia acquistandovi un'ammirabile
coltura. Ma anche questa volta l'istinto femminile potè salvarla
dall'insopportabile ridicolaggine di cangiarsi in autore per trovare
una rivincita alla propria vita in un trionfo, piuttosto contro l'uomo
che sull'uomo, coll'affettazione di una potenza intellettuale, che la
donna non ebbe dalla natura.
Questa lenta e dolorosa trasformazione si compieva, mentre il lungo
idillio di Ada coll'ingegnere fluiva, tragicamente; Ginevra non aveva
potuto amare, l'altra aveva ucciso amando per morirne poco dopo ella
stessa. Solo la piccola Bice restava, labile ed inconsapevole
testimonio del disordine amoroso di due cuori, che avevano voluto
riassumere tutta la vita nella loro passione.
La contessa Ginevra aveva già trentatrè anni. La sua bellezza rimasta
quasi vergine pareva muoversi dentro un'ombra malinconica, che ne
appannava il candore; i suoi occhi neri, meno fiammanti di quelli di
Ada, avevano lo splendore iridato, che tremola talvolta sulle forre
delle alte montagne. Parlava cinque o sei lingue, era dotta come un
professore, senza quella inevitabile durezza di chi deve apprendere
per insegnare o per produrre, giacchè il suo lungo volo tranquillo
attraverso le regioni del pensiero gliene aveva impresso nella memoria
i molteplici paesaggi, permettendole di raccontarli come un
viaggiatore intelligente, che ha saputo vedere per sè stesso. Ma se
quella solitudine spirituale e le meditazioni sui più ardui problemi
della vita avevano scosso la sua religione, l'ingenita bontà della sua
anima resistendo all'inevitabile pessimismo dell'esperienza aveva
saputo conservare verso tutti una grazia indulgente. Nullameno aveva
giornate ben tetre. In mezzo agli splendori più aristocratici del
lusso e circondata da una ammirazione quasi unanime, poichè la sua
virtù oramai indiscussa aveva placato tutte le gelosie, ella non
sapeva spesso di che vivere. Nulla l'interessava; aiutava il conte
nelle più delicate e difficili urgenze, ma senza risentirne che il
leggero compiacimento di un servizio reso ad un amico, mentre tutte
quelle vanità diplomatiche irritavano meglio che non rompessero la
noia del suo primato nei saloni. Qualche volta abbassando lo sguardo
all'altezza della propria posizione invidiava le povere donne, anche
le più miserabili moralmente, che vivendo nella lotta potevano
esaltarsi delle proprie passioni. La sua bellezza di statua le pesava
sul cuore. Quella contemplazione della vita infatti non doveva
bastarle come a quei grandi filosofi, che discendendo negli ultimi
abissi del pensiero vi affrontano contraddizioni più tremende di ogni
dramma. Fra le tempeste del pensiero di Hegel e la bufera delle guerre
di Napoleone chi oserebbe decidere? Ma ella non era così: la sua
contemplazione somigliava a quella di un guardiano sulla cima di un
faro, che si stanca dell'orizzonte e finisce coll'invidiare i vascelli
allontanantisi fra gli uragani.
Ma la passione passò finalmente sopra lei. Il nuovo ambasciatore
mandato a Vienna, mentre suo marito sempre primo segretario aspettava
anche questa volta di essere promosso, era un uomo quasi giovane.
Qualche filo bianco gli appariva appena fra i capelli biondi, era alto
e sottile, piuttosto nobile che bello nell'aspetto, con una voce anche
più insinuante delle maniere. Una tempesta parlamentare l'aveva
momentaneamente costretto ad accettare quel posto, nel quale solamente
una sorella l'accompagnava, perchè da molti anni la moglie aveva
voluto abbandonarlo tornando in Inghilterra. A Vienna il suo arrivo fu
un avvenimento: egli era stato uno dei maggiori collaboratori di
Cavour nell'unificazione monarchica, meno largo del maestro, ma con
quella poesia romantica nel cuore, che resterà nella storia la più
amabile contraddizione di una generazione fatalmente equivoca e
mercantile per conquistare a Casa Savoia l'Italia contro i più moderni
ideali repubblicani.
Fin dalla prima presentazione, fra lui e la contessa Ginevra, fu uno
scambio di impressioni profonde: egli era solo come lei, al culmine
degli onori, ma senza la gloria vera che abbisogna ai grandi spiriti,
e quell'amore che può farla dimenticare. Benchè si parlassero quasi
guardingamente, a lei parve di leggergli nei grandi occhi azzurri una
nostalgia; egli le sentì in un impeto improvviso della voce una di
quelle invocazioni supreme, che le nature potenti non ancora
abbastanza adoperate gettano nel tramonto della giovinezza; grido di
allarme e di rimpianto, perchè tutto sta per mutare, mentre il cuore è
ancora vuoto e il pensiero rivolgendosi al passato sbigottisce di
vedervi già cancellate le proprie orme.
Ma siccome non si fecero la corte, il conte non comprese nulla.
Malgrado l'apparente mondanità della loro esistenza si erano
riconosciuti alle stesse abitudini spirituali, all'alterezza del
carattere e al bisogno insoddisfatto di grandi cose; egli disperava
della gloria in quel periodo assegnatogli all'opera, già dominato dal
nome di Cavour; ella non aveva più la fede della donna in sè stessa,
giacché la sua vita non avrebbe potuto ripetersi in altri, e dentro
quella bellezza ancora fulgente nel meriggio, dalla quale parevano
talora guizzare i lampi di tutte le promesse, aveva indarno accumulato
un inesauribile tesoro di tenerezze.
Quindi ella si nascose quasi nell'ombra della propria superiorità
colla facile condiscendenza dei grandi spiriti, che possono abbassarsi
senza diminuirsi; egli invece le scoperse improvvisamente tutto sè
stesso sollevandosi il cuore dal lungo peso di un segreto.
Ma nessuno scontro, e nessun patto fra loro.
Poi una sera, mentre erano soli, cedendo all'impeto irresistibile
della passione egli la strinse repentinamente fra le braccia; l'altra
rimase convulsa, colla bella faccia ombrata di dolore, e gli occhi
stellanti.
--Ginevra, tu sei libera!
--Egli ha la mia parola.
Si sciolsero lentamente. Egli andò a sedersi sopra una poltrona, in
silenzio, ella ratteneva con un delirante sforzo di volontà le
lagrime, che le gonfiavano gli occhi; quindi egli si alzò e venne ad
inginocchiarlesi davanti, prendendole una delle belle mani. Se la pose
sulla fronte:
--Vostro per tutta la vita.
Ginevra lo baciò sui capelli.
Ma, come doveva accadere, la passione li travolse poco dopo, e tutti
lo seppero. Era impossibile a due anime, così alteramente ingenue, il
destreggiarsi nelle piccole quotidiane menzogne col pubblico:
fortunatamente il conte, colla solita cecità dei mariti, non se ne
accorse.
Il loro amore ebbe la solenne poesia dei vesperi estivi, quando la
terra brucia ancora degli ardori del meriggio, e nel cielo di un
azzurro profondo gli ultimi raggi del sole si colorano di porpora. La
contessa Ginevra diventò più bella. Il suo volto, luminoso di
serenità, assunse allora quell'espressione di dolce imperio, che anche
adesso le rimaneva, mentre tutte le potenze della donna liberandosi
finalmente dal suo spirito come germogli a primavera le sbocciarono in
una potente ed insieme delicata fioritura. Egli l'adorava
rinfacciandole dolcemente di non averlo saputo attendere, perchè
allora la sua forza d'uomo ne sarebbe stata raddoppiata. Questo
rimpianto del passato, reso più acuto dalle contraddizioni
dell'adulterio, alle quali tratto tratto si urtavano dolorosamente,
rendeva più trepida la loro tenerezza nella calma drammatica della
loro compiuta fusione: egli risospinto ai propositi di gloria dalla
fede di avere trovato finalmente in lei quel compagno d'arme,
indissolubilmente affezionato, che gli eroi ebbero sempre in tutti i
poemi, pareva ringiovanito.
Quindi si dimise da ambasciatore per riconquistare in Parlamento il
posto di ministro; il conte Ramponi, da lui persuaso, lo seguì
barattando la carica di primo segretario d'ambasciata in quella di
senatore. Allora la Corte era a Firenze.
La contessa Ginevra vi si stabilì occupando tutto il primo piano di
uno dei più illustri palazzi, e regnandovi con più vivo splendore. Il
suo salone diventò il ritrovo degli spiriti più eletti e di ogni
celebrità riconosciuta: la colonia estera vi si affollò, professori,
artisti, letterati vi aggiunsero colla ricchezza dello spirito quella
intonazione di superiorità, che sembra rendere tutto il resto della
vita come uno spettacolo per pochi privilegiati. Allora la contessa
Ginevra richiamò Bice, sempre così gracile malgrado i suoi tre anni
compiti, e se ne innamorò perdutamente come d'una figlia. Quella fu la
grande stagione della sua vita: bella ancora, adorata da un uomo che a
lei pareva grande, e forse lo era, quasi madre nell'adozione di quella
piccola creatura, ammirata da tutti come una regina dello spirito
nella città, che ancora ne conservava più viva la tradizione, potè
inebbriarsi lungamente di sè stessa. De Nittis, professore di
filosofia all'Istituto superiore, divenne uno de' suoi amici più
devoti, quantunque il suo spirito profondo e modesto si turbasse quasi
agli eccessivi splendori di quella casa; ma Ginevra troppo felice per
compiacersi nella preziosità delle grandi mondane, sapeva anche in
mezzo a quel tumulto di gloria aristocratica conservare la magnifica
semplicità della propria natura.
Quindi De Nittis divise con lei l'intimità di Bice: la piccina, sempre
vestita e merlettata come un confetto, non voleva stare che con loro
due, ma intelligente quanto ostinata nelle proprie voglie si disdiceva
solamente, quando egli fingeva di adontarsene.
Per quattro o cinque anni nessuna nube passò pel cielo della contessa
Ginevra; quell'illustre, del quale allora tutti i giornali
raccontavano le battaglie quotidiane alla Camera, le serbò la fedeltà
dei grandi spiriti; ella lo sostenne colla propria fede recandogli
l'aiuto di tutta quella influenza femminile, ed attirando persino De
Nittis nell'orbita della loro passione. Durante la crisi di Mentana,
in quel rimescolamento tragico della coscienza nazionale, mentre la
Prussia già vincitrice dell'Austria si levava lentamente minacciosa
verso la Francia, e Vittorio Emanuele per supina dedizione di vassallo
si ostinava ancora a pregare d'alleanza Napoleone III, De Nittis
presago dell'imminente sfacelo napoleonico e dell'avvento germanico
dettò un opuscolo, che servì all'altro per il suo più memorabile
discorso contro il ministero Rattazzi. Fu l'ultimo bel giorno di
battaglia: la contessa Ginevra stava nelle tribune un po' pallida;
l'aria era satura di elettricità, nella Camera guizzavano urli e
baleni. Egli si mostrò superbo di destrezza e di temerità; la Camera,
indovinando in lui un probabile successore alla presidenza del
ministero, tentò al solito di smontarlo, mentre Rattazzi, duttile e
veemente, parve concentrare in tale supremo duello tutta la perfidia
della propria abilità e l'audacia del grandioso disegno, nel quale
aveva rinvolto la monarchia di Savoia, l'impero francese e la
rivoluzione garibaldina. Vi furono istanti quasi angosciosi quanto in
un naufragio ed effervescenti come in una festa. De Nittis, entrato
quasi non visto nella tribuna diplomatica, era rimasto in piedi dietro
la contessa Ginevra: ella non ebbe nemmeno la forza di salutarlo.
Rattazzi dovette soccombere.
La contessa, che per la prima volta dimentica degli sguardi della
gente, era scattata in piedi col volto raggiante, incontrò l'occhio
profondo e quasi mesto di De Nittis; egli le offerse prontamente il
braccio per uscire.
Appena fuori della tribuna le disse:
--Ha vinto per altri.
E fu vero.
Da quel giorno la salute di lui si alterò.
La contessa Ginevra raddoppiò d'amore sopportando ammirabilmente le
sciocche punture del conte, che incapace di sospettare la loro
passione, e passato naturalmente al partito di Corte, si divertiva a
canzonarli di quel fiasco. La sua scempiaggine cresciuta cogli anni e
nella nuova vanità senatoriale, che gli faceva credere di dover capire
la politica, arrivava talvolta sino all'impertinenza; l'altro invece
atterrato nell'egoismo della propria ambizione non sentiva quasi più
le delicatezze consolatrici della donna.
Quindi lentamente tutto finì. Vi furono assenze e brevi rotture, nelle
quali ella si mostrò inalterabile di abnegazione, benchè costretta
ogni giorno più a ripiegarsi sopra Bice: poi la gente si diradava nel
suo salone, mentre ella ingrassava rimanendo ancora bella, parendo
ancora la regina di un regno già tramontato da un pezzo. Il pubblico
abituato da troppo tempo ad ammirarla si era rivolto altrove;
finalmente ella lo sentì, ed abbassò il capo sotto la condanna.
Quando cinque anni dopo egli morì a Roma, nella nuova capitale
d'Italia, senza essere più ridiventato ministro, ella già vedova del
conte accorse da Bologna per ricevere l'ultima parola della sua anima.
Egli non la riconobbe.