IL SOLDATO.

Sdrajone sul pavimento se ne stava il carceriere Macaruffo nel corridojo

delle prigioni, facendo sue prove di appetito sopra un tozzo di pane

inferigno e una fetta di lardo, e succiando tratto tratto da una brocca di

vino, che con affettuosa devozione tenevasi fra le gambe, distese sul

terreno. Era notte e silenzio, nè altro splendeva se non un fioco

lampione sospeso alla volta e una lanterna sorda deposta a manritta di

Macaruffo, i cui raggi lo illuminavano a mezzo, e venivano riverberati da

un mazzo di chiavi, pendentegli dalla cintura, e delle quali si sentiva lo

sgarbato tintinnio ad ogni volta che egli desse. Una sentinella passeggiava

da capo a fondo, taciturna, facendo dei monotoni passi rimbombare

sordamente il concamerato corridojo, poi si fermò accanto al carceriere,

e impugnata con ambe le mani l'asta della lancia all'altezza della testa,

se ne fece puntello alla persona, alquanto incurvata verso il Bergamasco,

al quale drizzò così la parola:

--Compare, la tua cena è parca da senno.

--Pane d'un dì e vino d'un anno (rispondeva l'altro). Ce ne fosse

sempre, col caro d'oggidì! Tutto costa un occhio, e nel mestiero si fila

sottile. Maledetta sia l'ora e il momento che scelsi questo mestiero! Fare

il cane tutto il giorno, ingegnarsi di tormentar più che si può gente

che non m'ha offeso per nulla: e in pagamento aver da litigare il pane, e

in tasca neppur tanto da far cantare un cieco. Uf!»

E qui tirava un buon fiato di vino, poi, forbendosi la bocca col dorso

della sinistra, soggiungeva tentennando il capo:--Se non fosse... se non

fosse....

--Ma se tanto ti pesa codesto arrabbiato mestiero, perchè non

lasciarlo?» lo interrogava il soldato.

--Lasciarlo, eh? Mi fai ridere, e ho male. Hai un bel dire tu che hai tutta

la casa nella valigia. Ma di' su: come si fa allora a mantener la moglie e

una nidiata di ragazzi e un'altra di vizietti? E mia madre m'ha fatto qui

un osso, che, è inutile, non posso lavorare: mi fa male: sarebbe un

accopparmi. Ma che serve darsi delle scese di capo? Cacciamo i fastidj

trincando. Mille pensieri non pagano un debito».

E tornava attaccar la bocca alla mezzina, poi ne offriva al soldato con

rozzo garbo, dicendogli:--To', camerata, tirane un sorso, chè il vino

sbandisce le malinconie».

Quegli prendeva la brocca, ne gustava, o almeno vi poneva le labbra, e,

rendendogliela,--Dunque vuol dire che se tu trovassi da vivere altrimenti,

lo faresti, eh?

--Se lo farei? e di che voglia! Non so qual altra vita non durerei per

abbandonare le chiavi, il nervo, i ceppi, i catenacci e il diavolo che se

li porti! Qualunque vita, purchè non fosse quella manifattura del

lavorare. Mi terrei di passeggiare tutto il dì nato a far la ronda, come

te; andrei fino a Gerusalemme in ginocchio, quand'anche vi fossero cento

miglia, perchè, vedi, io son mantello da ogni acqua, purchè si

buschino quattrini, e non vi si abbia a mettere la schiena.

--Ma dimmi, se nel tuo mestiero ti cascasse da guadagnare?...

--Guadagnare?... (domandava Macaruffo con ansietà) Guadagnar denari?

--Per esempio... (continuava il soldato) una cinquantina di fiorini

d'oro?...»

Il carceriere guardò in faccia all'altro con un'aria di attonita

mentecattaggine, poi diede fuori in uno scroscio di riso sgangherato, come

chi ne sente una grossa, ed esclamando,--Sì! son lì che covano!»

bagnatasi di nuovo la gola, porse il fiasco alla sentinella,

dicendogli:--Bacia, bacia questa reliquia, che, a quanto vedo, il cervello

ti comincia a ballare la frullana, e così finirai di darvi volta.

--Non do la volta per niente, (ripigliò l'altro, ricusando di bere) ti

parlo del miglior senno», e cacciò a mano una borsa di pelle, e

svolgendola, fece scintillare allo sguardo del carceriere un bel marsupio

di oro. Stupefatto, questi balzò in piedi; di tratto l'occhio suo,

luccicante per quel che aveva bevuto, lo divenne ancor più per la

maraviglia, e, presa la lanterna, ne fece rimbalzare i raggi sopra quei

ruspi, che il soldato gli faceva scorrere davanti per metterlo in maggior

succhio; e, col dito teso verso di quelli,--Tu, (esclamava) tu, povero

soldato, tanta grazia di Dio? Deh, che mestier grasso è la guerra! Chi

più ruba è più bravo. Quello doveva esser il mio pane. Viver di

robatura non di limatura. Se però non vi fosse quell'appendice del farsi

ammazzare...

--Questi (replicava il soldato con una bizza mal repressa) questi non sono

rubati, ma di buon acquisto. E... e se fossero tuoi?

--Se fossero miei? (rispondeva l'altro, sempre col tono dello stupore). Se

fossero miei, domanderei se Bergamo è da vendere.

--Ebbene, (continuava l'altro) prima di domattina possono diventare belli e

tuoi, e senza una fatica al mondo.

--Che celii?... Ma per guadagnarli, di' su, che s'ha a fare?

--Nient'altro (ripigliava il soldato abbassando viepiù la voce) se non

tirar un catenaccio, e lasciar andare di gabbia due uccelli.

--Zt!...» fece il carceriere, premendo la mano sopra la bocca della

sentinella. Poi, con un tono serio e profondo,--Che? come? due carcerati?

Poffar mio! Camerata, so che tu burli».

Posò ancora in terra la lanterna, borbotton borbottone; si tornò a

sedere dinoccolato presso di quella; pensò, vi bevve sopra, e tacque un

momento.

Ma i fumi del vino facevano effetto: maggior effetto faceva il bagliore di

quei zecchini, il quale, siccome avviene a chi guardò nel sole, era

rimasto fitto, indelebile negli occhi a Macaruffo, che in vita sua mai non

ne aveva veduto altrettanti. Onde il soldato che, scontento del primo

tentativo, non però disperato, avea ripreso il regolare suo passeggiare,

ebbe per buon augurio quando, al tornargli appresso, Macaruffo, con voce

più di rammarico che di collera, rappiccò il discorso, dicendo:--Ma

ti pare? Lasciar fuggire due prigionieri! Domani si cercano: non vi son

più. _Ehi, Lasagnone, che n'è?--Illustrissimo, io non ne so niente,

io; proprio niente, in coscienza_. E lui: _Fuor camicciuola: mettetelo

sulla corda_; e dalla corda alla forca. Cu cu! Avrei fatto la pannata al

diavolo. I denari va bene, ma la forca! Di me, mia madre non ne fa più.

--Oh certo (soggiunse la sentinella affettando scarso interesse per la

cosa); certo, se tu fossi gonzo al segno da lasciarti pigliare. Ma, pareva

a me che con cinquanta di tali fratelli in saccoccia, vi fosse a far meglio

che cotesta arte.--In quanto? in quattro ore tu sei ai confini; varchi

l'Adda, ed eccoti a casa tua, sulle tue montagne, ove voglio chiamar bravi

quei che ti verranno a rintracciare. Tu rivedi la moglie, i figliuoli;

rizzi casa: prendi figura di galantuomo in paese; fai collottola, e la

sguazzi in pace e trionfale».

L'altro teneva le pupille intente senza trar fiato, assorto nelle belle

fantasie che quelle parole e quei denari sviluppavano nel suo cervello,

come in quello di una fanciulla le prime lusinghe di chi le parli d'amore.

Poi, strette le labbra e scotendo il capo, esclamava:--Campare da vivo e

ben avere da morto, è pur bella cosa: non dice male, no, costui». Poi

si tornava a tacere, a pensare; onde il soldato, che s'accorse di far

breccia, rincalzava così:--Ma fai bene: sta a cotesto pane: chè, chi

non sa ghermirla, non la merita. Mi ero figurato che a cinquanta di questi,

guadagnati in grazia di Dio, tu non dovessi torcer il grifo. Tal sia di te.

Questo tesoretto non mi mancherà modo di goderlo, a me. Tu seguita a

ugnerti il muso col tuo lardo, e se un bel giorno al signor Luchino

salterà la bizzarria di cacciarti fuor dei piedi, e tu, vecchio e

impotente a lavorare, colla moglie e coi ragazzi, per Dio! allora dirai:

mia colpa».

E facendo sonare la borsa, se la rimise nella fusciacca, e continuò le

sue volte innanzi indietro, ostentando più trascuranza quanto la cosa

gli stava più a cuore, e più sentivasi combattuto fra la voglia di

rompere il muso allo sciocco montanaro, e la necessità di tener buono

colui, e di star egli medesimo in cervello.

Tutto questo a Macaruffo pareva un sogno, e si fregava gli occhi, quasi per

accertarsi di essere ben desto, e che non fosse, com'egli diceva, uno

scherzo del decotto di uva; e in tentenno fra la paura e l'ingordigia,

l'andava librando dentro di sè. Alzossi; colle mani alle reni e la

faccia curvata, a guisa di un matematico che cerchi la soluzione di un

problema, si pose anch'egli a misurare il corridojo con certi passi

disuguali, ora celeri, ora rallentati, secondo gli passavano i pensieri.

Dapprima andava a ritroso della sentinella; poi, come vide che questi non

rompeva il ghiaccio, se gli accostò:

--Ehi, camerata, chi avrebbero ad essere cotesti uccelli da sgabbiare?»

Il soldato, facendo maggiormente il fastidioso perchè capiva prender

buona piega la faccenda, rispose:

--Mi piacque! Dal momento che non te ne senti, cosa accade far coteste

none? Per iscalzare, eh, poi correre a rifischiarlo? ma ti costerebbe

salata!» e spalancando due occhi di fuoco, faceva colla labarda un

gesto, del cui significato non si poteva dubitare.

--Chi? io la spia? nemmeno pel doppio oro di quel che hai tu allato. Di',

via; non istare sul tirato; toccala su; ho forse detto assoluto che non

volessi? parla dunque. Chi sono costoro?»

Il soldato, accostandosi di più a Macaruffo, gli proferì

all'orecchio:--Quel signore e quella signora là»; ed accennò le

porte, sotto alle quali, uno dall'altra lontano, stavano rinserrati

Franciscolo Pusterla e la Margherita.

--Capperi! (esclamò il carceriere) uccelli grossi.

--O grossi o no, cosa fa a te? (ripigliava l'altro). Quando tu sei fuori,

tanto monta l'aver liberato costoro, come l'aver lasciato sgattajolare lo

spazzaturajo, che fu preso stasera e uscirà domattina. Col divario che

quelli,--già chi non muore si rivede,--quelli ti tratteranno in modo che

buon per te: il monello, all'incontrario, la prima volta che gli darai

nell'ugna ti farà la sassajuola».

Macaruffo ruminava un poco; indi tornava su:--Questa m'entra. Ma in fede

mia, il denaro non m'indurrebbe. Credi, se c'è persona per cui farei

questo servizio, sarebbe quella signora appunto. È così buona! Io la

bistratto, l'aspreggio, che anche Giob rinnegherebbe la pazienza: ed essa

mai un lamento; e mi saluta con cortesia, e mi augura bene a me quand'io

gliene fo delle crude e delle cotte.

--E poi è innocente (soggiungeva il soldato); innocente come una santa:

è una mostruosa iniquità di quell'infame...

--Che innocente o non innocente? (l'interrompeva Macaruffo) I padroni san

loro quel che va fatto, e noi dobbiamo obbedire senza cercare il quinto

piede nel montone. Se la castiga così il signor Luchino, se le ha tolto

fino quei bocconi da paradiso, avrà le sue buone ragioni. E messer

quell'altro chi è?

--Suo marito.

--Lo so; ma che cosa ha fatto?

--Niente, al par di lei; com'è vero che son battezzato».

E Macaruffo sogghignando:--Qui dentro tutti ripetono la stessa canzone. Se

tu sentissi! ci pare il limbo dei bambini. Ma appunto, anche un bambino

egli tiene con sè.

--Sì, suo figliuolo; figliuolo di lor due.

--Ma, vo' dir io, e quello avrebbero a lasciarlo qua?

--No, no: andrà con loro.

--Ma tu hai parlato soltanto di due.

--Oh quest'altro si sottintende: è la giunta soprammercato» diceva

con qualche impazienza l'uom d'arme. Ma l'altro:--Che giunta? che

soprammercato? non tirarmi fuori altre gretole. Se ha da andarsene anche

quello, voglion esser altri quattrini. Dici poco? Tre persone per cinquanta

fiorini! Fuori, fuori degli altri; già per quel che ti costano! O

ripiega in altro modo: o se non sai, buona notte; il cecino resterà in

bujosa.

--Odi, mascalzone (ripigliava il soldato, frenando a stento il parossismo

di rabbia): cinquanta fiorini sono qui, (e gli gettava la borsa): pel

ragazzo guarda questo». E distendendo la mano sinistra, mostrava in dito

un bel diamante. Il carceriere fissandolo, toccandolo, volgendone le

brillanti faccette diversamente alla luce, domandava:--È scaglia di

bicchieri?»

Il soldato lanciò un potentissimo giuraddio, ed esclamando a tutta

voce,--Che tristo ti faccia Iddio! se tu sapessi quant'è prezioso!»

andò colle pugna sul viso del malnato, e col calcio della lancia

battè per terra con tal forza, che Macaruffo diede un passo indietro,

parandosi colle mani spiegate, e dicendo:--Ih ih, che furie! Casca il mondo

per così poco?»

L'altro, ricompostosi come chi si frena per necessità, e col nifo di un

ragazzo che inghiotte una medicina disgustosa perchè sua madre lo

assicura che altrimenti non guarirà, ripigliava:--Questo anello, parola

d'onore, val la metà di quei danari e d'avvantaggio. E te lo darò a

te in prezzo del figliuolo, al primo uscir loro all'aria aperta».

Qui un gran ricambio di _ma_, di _se_, di objezioni, di confutazioni;

sinchè, per non ve l'allungare, il partito e la fuga e il come e il

quando rimasero accordati. Il soldato baciò l'anello, e stette a

contemplarlo fiso fiso. Macaruffo, strettagli la mano e detto--Birba chi

manca», sdrajatosi di nuovo sull'ammattonato, pieno d'allegrezza e di

buon pro ti faccia, al lume della lanterna guardava, pesava, numerava,

fiutava persino i fiorini. Tante volte il denaro corruppe per un delitto;

allora corrompeva per salvare degli innocenti: corruzione ancora: ma del

peccato non deve ricadere la sua parte sopra coloro che strascinano a

commetterlo?

Qui però, o lettori, dovete esser curiosi di sapere chi fosse il

pietoso, che patteggiava lo scampo di esseri, pei quali, tristo il mio

racconto se voi non aveste preso interessamento.

Era Alpinolo. Vi deve ricordare come il lasciammo, in quella funesta sera

del 20 giugno 1340, sulla via di Brera, dove consegnò a frà

Buonvicino il fanciulletto del Pusterla. Scarico di quel sacro peso, allora

primamente rivolse gli occhi sopra sè stesso; e non dubitando di essere

anch'egli compreso nel novero dei proscritti, trascinato piuttosto

dall'istinto della conservazione che da un calcolo di salvezza, errò di

via in via, di porta in porta, e lungo tutta la mal compiuta mura,

finchè là verso la rocchetta di porta Romana, dove era un montone di

materiali preparati per finire i lavori di questa, trovò modo di

uscirne, siccome l'avevano trovato molt'altri dei perseguitati e dei

timorosi.

Vedutosi alla campagna, si diede a fuggire in arbitrio di fortuna e secondo

il cavallo lo portava, come una cosa pazza. Pur troppo conosceva che

immediata cagione di tanto disastro era stato lui medesimo; e per quanto

gli paresse non averne colpa più che di una imprudenza, colpa che la

coscienza dei giovani così facilmente si perdona; per quanto si

industriasse di voltar ogni male a carico dello scellerato Ramengo, pure,

se non un atroce rimorso, certo il più disperato furore lo lacerava:

bestemmiava tutta la razza umana, quasi fosse complice delle iniquità

del suo offensore: ma poi finiva col maledire sè stesso, perchè non

avesse mai saputo frenare gl'impeti sconsigliati di gioventù, perchè

non avesse imparato mai la virtù che, diceva egli, è somma ed unica

nella società, quella di simulare e dissimulare cogli uomini, in cui non

vedeva più che ingannatori ed ingannati, che oppressi ed oppressori, che

il brutale dominio della forza, o il maligno dell'astuzia.

Ben cercava consolarsi, rassicurarsi almeno, col riflettere a quanto aveva

operato per salvezza del Pusterla, all'avere a questo serbato un figlio;

che gli facesse conoscere la speranza, che l'attaccasse all'avvenire. Ma,

come attribuire lode a sè stesso d'avere in parte medicato una ferita,

da lui medesimo aperta?--Non è il Pusterla tuttavia nel forte del

pericolo? quando pure gli riesca di camparne, qual vita sarà la sua,

esule dalla patria, profugo fra sconosciuti, diviso da ogni suo bene, dalla

Margherita?... E questa? Sventurata! sa Dio quante ambasce, quanti

patimenti! Ed io son qui, qui in sicurezza?... No, no, si ritorni;

dividerò con loro i guaj, di che sono stato o causa od occasione;

andrò fuggiasco con lui: lo servirò da fante: gli parlerò della

Margherita, gli conterò il mio fallo, diventerò per penitenza il suo

schiavo: assisterò almeno alle sue miserie, come fui a parte di sue

fortune».

E così, senza dar lena o fiato al suo cavallo, voltava la briglia e si

metteva a ritornare verso Milano. Schiariva già l'alba: ed ecco altra

gente venire di colà cavalcando. All'incerto crepuscolo li ravvisò:

erano altri Milanesi, o colpiti dalla persecuzione, o paurosi di quella, o

goffamente vani di mostrarsi perseguitati. Aveano a capo Zurione, fratello

di Francesco Pusterla, il quale ravvisato Alpinolo,--Ehi! qual furia? dove

si va? verso Milano? indietro, indietro.

--Perchè?» domandò il giovane con piglio fra torvo e smemorato, a

guisa di persona destata per forza.

E l'altro:--Come? non sai nulla? tanti arresti...

--Li so pur troppo!» esclamò Alpinolo.

--Tu avevi entratura colla casa nostra; non la camperesti netta. La

città è chiusa; drappelli di soldati battono la campagna su tutte le

direzioni. Indietro con noi.

--E il signor Franciscolo?» proferì Alpinolo, più per una

riflessione sua che per una domanda ad altrui.

--Non si sa: è scappato; lo raggiungeremo.

--La sua signora?

--L'hanno pigliata».

Se sapete come accori l'udirci assicurare da altri di una disgrazia, di cui

pure siamo certi, non vi stupirete che Alpinolo, a questi detti, si

scotesse da quella specie di sonnambulismo, e urlando, e cacciandosi le

mani fra i capelli prorompesse:--Maledetta spia!

--Oh sì (entrava a dire Ottorino Borro). Non può essere stato altri

che qualche infame spione. Ma...

--Ma non andrà a Roma a pentirsi», l'interrompevano gli altri in

coro; e ruminavano chi potesse esser costui, senza però nè indovinare

nè darvi appresso; e giurando di fargliela pagare. Pronta allora come un

vendicatore, insistente come un rimorso, affacciavasi ad Alpinolo l'idea

del suo peccato: e che colui che maledivano era lui appunto; e perdeva il

coraggio di riferire come la cosa fosse passata. Tutti avrebbero inteso la

sua colpa; pochi udita, nessuno accettata la scusa.

Persuaso dalle loro istanze, e comprendendo come il suo tornare sarebbe,

non solo inutile, ma anche dannoso crescendo i testimonj e le vittime, si

accompagnò col Torniello, con Maffino da Besozzo, con Ludovico Crivello

e cogli altri foruscenti.

Ma da una parte quei fuggiaschi, per cacciare l'incalzante pensiero di

quanto abbandonavano o perdevano, volentieri cercavano ogni occasione di

spassarsi. Benchè si trovassero ancora su terre viscontee, la tirannide

non faceva sentire il suo maligno influsso così lontano da sè, nè

soffocava i buoni frutti della primiera libertà; incontravano cuori

amorevoli, gente cortese, ospitale, che gli soccorreva d'ogni loro bisogno,

li compativa, ed ajutava come potesse. Deposto quindi ogni timore,

cercavano conforti ai casi loro col bagordare sulle bettole, tentare le

fanciulle, mescersi ai giuochi nelle borgate dove arrivavano. Del che li

disapprovava apertamente chiunque avesse fior di senno, e principalmente

Maffino da Besozzo, che ripeteva doversi acquistare credito alla propria

causa, e chiarire l'ingiustizia degli oppressori, con un dolore decoroso,

col mostrarsi allo straniero degni dell'amore dei buoni e superiori

all'odio dei ribaldi. Ma un rabbioso dispetto ne provava Alpinolo, che

avrebbe voluto vederli tutti desolati e sempre colla lacrima sugli occhi,

l'imprecazione sulle labbra. Anche il loro frequente augurare ogni mala

ventura a chi avea cagionato tutto quel disastro, era un martoro

insoffribile al giovane, talmente che più non potea vedersi fra loro.

Una mattina, cerca, aspetta, più non trovano Alpinolo.--Ove sarà

andato?» uno domandava all'altro, e nessuno sapeva rispondere: onde,

persuasi che, per qualcheduna delle sue stravaganze, avesse preso altro

partito ai casi suoi, seguitarono la strada, e passarono in terre sicure.

Imperocchè quello sminuzzamento d'Italia, che sempre di tanto

pregiudizio riuscì al suo politico ordinamento, di qualche vantaggio

tornava a chi fosse costretto sottrarsi alle persecuzioni, offrendogli a

pochi passi dalla patria un asilo, salvo almeno dalla prima furia, e

sinchè il persecutore non avesse tempo di preparargli insidie anche

colà.

Alpinolo, scostatosi da loro con orribili pensieri per la testa, si

avviò lunghesso il Po, verso i luoghi dove avea passato la sua prima

fanciullezza. Quante care immagini gli destava in mente il rivedere quei

luoghi! immagini placide, serene, come son quelle dei primi anni: trastulli

puerili; quiete cure attorno a colui che chiamava padre, ajutando a

distender le nasse, a mettere giù le insidie ai pesci, a cercare

vermicciuoli da infilare su la lenza: immagini a cui aggiungeva una

solennità profonda il bujo della notte che tutt'intorno taceva, e che

formavano, deh quale contrapposto collo stato presente di lui, or che

tornava reo di tanta colpa, abbominevole altrui, esecrabile a sè stesso.

Quali accoglienze avesse alla capanna dei mugnaj lo udiste già

raccontare da Maso a Ramengo. In quel piccolissimo mondo era stato un

grande avvenimento la partenza di Alpinolo, era un grandissimo il suo

ritorno; onde tutti, Alpinolo qua, Alpinolo là; e la gioja e le carezze

loro e fin il tripudio del cagnuolo, avrebbero imbalsamato l'animo di esso,

ove meno profonda ne fosse stata la piaga. Egli, traendo tutto a suo

tormento,--Ecco! (diceva) qui tanto tripudio pel mio ritorno; tanto

disgusto quando scomparirò: e laggiù in quella fogna di città,

spariscono a quel modo tante persone e tali, e pochi lo sanno, e meno se

n'accorano. O gente, gente! Davvero somigliante all'erbe, che una per una

sono fresche e verdi, ammucchiate fermentano e imputridiscono».

Abbiamo già detto altrove siccome colà lasciasse il cavallo, i

denari, e fin quell'anello che teneva caro sopra ogni cosa, come unica

eredità e memoria de' suoi genitori, e che a sè stesso avea giurato

di non levarsi di dito se non per l'ultima cosa di questo mondo. E per

l'ultima credeva egli in fatto abbandonarla, giacchè il suo divisamento

era di uccidersi, per finire a questo modo gli spasimi della sua delirante

volontà.

Con tale proposito, scese al margine del fiume, colà appunto ove gli

narravano che la prima volta avea preso spiaggia semivivo con sua madre: e

dove poi cresciuto, avea piantato una croce sopra il cadavere di essa,

educandovi fiori all'intorno. Ora i fiori erano appassiti; la croce stessa,

battuta dal vento, era crollata. Con mortale scoraggiamento stette a

contemplarla Alpinolo, poi affissossi al fiume, coll'occhio cristallino e

incantato d'uomo senza speranza, e proruppe:--Deh perchè non mi diede

sepoltura quando appena nato m'accolse? Almeno sarei morto innocente e

senza tanto peso d'affanni... e di colpe; senza conoscere gli uomini... in

grembo a mia madre! Oh madre, madre mia! Aver una madre, un padre, qual

consolazione in terra maggiore di questa? Ah! ella è morta, e chi sa

quanto sofferse. Ma mio padre... perchè nol vedo, nol conosco, non gli

parlo una volta? una volta almeno non posso dirgli, Padre mio? Oh questo

solo basterebbe a innondare di dolcezza una vita, di cui non ho assaporato

che il fiele. Mio Dio! se siete in cielo, se ascoltate il pregare degli

uomini, fatemi vedere una volta mio padre; un solo momento, e di più non

vi chiedo.--Ma... che importa a me di mio padre? che m'importa di nessuna

cosa terrena? Tutto è finito. Quest'acqua, ecco il mio rimedio e la mia

speranza: mi fu culla, mi sia tomba. Fra un momento si avvolgerà sopra

il mio capo, ed avrà spento quest'incendio.--Addio!»

Volgevasi a dare un'estrema occhiata al rozzo casolare dei quieti

mugnaj.--Fossi almeno figliuolo di quelli! Avrei padre e madre. Scarso di

speranze e di patimenti, stando al bene e al male con loro, sarei vissuto

della vita oscura e vegetativa degli operosi, che nascono e muojono

ignorati dal mondo che nutriscono. Povera gente! così buoni! Il cavallo

e i denari miei li rifacciano delle spese per me sostenute... Ecco! ho

imparato anch'io dal mondo a credere che tutto si compensi a denaro, a

rispondere denaro ove si domanda sentimento e cuore. Deh almeno ignorino

per sempre la mia fine».

Disse, e si slanciò nel fiume.--O giovani! a tale passo lo strascinava

qual altra cosa se non l'imprudenza?

Nessuno lo vide, eccetto il fido cagnuolo, che si pose ad urlare, a

guajolare, correndo e ricorrendo dal mulino fino alla riva: l'acqua si

chiuse sopra di lui, poi trasportatolo assai più in giù dal luogo ove

erasi tuffato, lo risospinse a galla fra un istante. Ma quell'istante avea

fatto risorgere in Alpinolo l'amore della vita e una risoluzione istintiva

di trarsi in salvo. Espertissimo nel nuoto, ben presto si ridusse all'altra

riva, dove spossato si gettò sulla ghiaja, flagellata dalle onde; ed un

sopore di stanchezza, somigliante al sonno, lo prese. Quando l'anima

tornò agli uffizj suoi, era pentito del tentato suicidio.--Perchè

dare altrui il gusto di avere una vittima di più, un nemico di meno? E

quanto al castigare me stesso, il morire che è mai? Un momento. Il

peggio è vivere: qui sta la forza, qui il coraggio: non nella viltà

di sottrarsi a un peso che ci aggrava.... Ed io vivrò, vivrò pel mio

tormento, ma anche per la punizione di quello scellerato».

Così rasciutti al sol di luglio i panni, unico avere rimastogli, per

trovare come pascersi, su quelle prime si allogò presso un contadino,

aiutandolo nei sudati stenti della segatura. Con due braccia di quella

forza e una tal pertinacia di volontà, era presso a tutti il benvenuto.

Già udimmo annunziare come si fosse imposto il castigo di non profferire

sillaba per sei mesi, nè occorre vi dica se egli l'osservasse a puntino,

e se questo il facesse più caro ai villani, sì per compassione di uno

sgraziato muto, sì perchè non perdeva tempo nel chiaccolare. Così

mise il collo sotto, tirando la vita l'un dì per l'altro, finchè

l'ottobre terminò i lavori campestri: ed egli, ajutandosi alla meglio,

riprese la via, tanto che si avvenne in altri profughi lombardi, i quali lo

tolsero seco, e non sapendosi spiegare quest'improvvisa infermità di

lui, lo rimisero in assetto di panni, e il tramutarono a Pisa. Quivi a suo

tempo ricuperò la favella con meraviglia di tutti, e senza che mai ne

spiegasse la cagione. Già ne fu narrato come a Pisa succedesse il suo

incontro con Ramengo, e come questo gli sfuggisse. Tristo e peggio contento

che mai fosse, Alpinolo per tutti i giorni successivi non si diede pace,

ricercandolo in ogni canto, appostandolo su tutte le vie: ogni giorno

più volte ritornava alla bettola d'Acquevino a ricercarne: ma questo gli

rispondeva:--Cosa credete, che Pisa sia un orto? bisognava mettergli un

grano di sale sulla coda». In fatto Ramengo gli sfuggì pur troppo, ed

egli si rimase col suo farnetico.

Ma sebbene quella città si governasse liberamente, e desse ricetto a

questi e ad altri dei tanti che si sottraevano ai tirannelli, sorti in ogni

paese d'Italia, non è però che vi fossero i ben veduti. Da antico, in

cuore di questi poveri Italiani sono radicati orribili rancori fraterni,

che fanno riguardare come straniero chiunque nacque di là dal monte o

dal fiume ond'è circoscritto quel palmo di terra che chiamano la patria:

rancori che li fecero più ingordi della vendetta che gelosi della

sicurezza; ostinati a volere schiavi pericolosi coloro che avrebbero potuto

provare fedeli e soccorrevoli amici; e che li spinsero a disputarsi a

vicenda un dominio ed una libertà che non doveva a nessuno toccare. Se

poi, da una parte l'esule eccita a compassione i generosi, dall'altra gli

animi vulgari (e il vulgo è più numeroso che non si creda), avvezzi a

confondere la forza col diritto, la vittoria colla giustizia, lo riguardano

con un occhio, se non disprezzante, almeno ombroso, quasi un irrequieto

che, se non seppe trovarsi bene in patria, amico a' suoi compaesani, peggio

il potrà in terra forestiera.

Questo esacerbava ai nostri profughi la loro situazione: talchè,

segregati da quasi tutti i cittadini di colà, si adunavano fra di loro,

e massime le sere nell'alberghetto di Acquevino; ove, discorrendo col

dialetto nativo, trovandosi fra visi tutti conosciuti, cantando le patrie

canzoni, ragionando gl'interessi della terra natale, facevano illusione a

sè medesimi, quasi ancora calcassero quel suolo che ambivano tanto.

L'ostiere li veniva accarezzando, e persuadendo a smettere gli impetuosi

loro disegni,--Fate a mio consiglio, non c'è anche in Toscana buon'aria,

bel vivere, liete campagne, squisito vino e cortesi donne? Perchè

bramate miglior pane che di frumento? Godete la vita e la gioventù».

Ma essi ne beffavano i codardi pareri, e confondendo l'iroso desiderio

colla speranza, tramavano le guise di ricuperare la patria e di

migliorarla, senza mettervi però nè la pazienza, unica operatrice

degli stabili mutamenti, nè un giusto calcolo delle difficoltà che

poi sono rivelate dal primo accingersi all'opera.

Scarse (già molte occasioni avemmo di ripeterlo) erano le comunicazioni

fra gli Stati, non occorrevano gazzette che, spacciando il falso ed

alterando il vero, servissero agli interessi delle fazioni; e se Pisa pei

tanti negozj poteva, più d'ogni altra città d'Italia, cioè del

mondo, ricevere e trasmettere notizie, queste però arrivavano ricise e

in ombra nelle lettere dei mercanti, dei quali era costume non dare mai

nè derrate senza giunta, nè novelle senza frangia. Ciò appunto

apriva più vasto campo alle immaginazioni concitate, che sopra un motto,

un cenno, ergevano i più superbi edifizj, cui la prima aria mandava in

fumo, siccome il bel fenomeno della fata morgana.

Tra quei rifuggiti, molti n'avea di buona fede, che disinteressantemente

amavano la patria, ricordavano i passi che aveva fatto mentre si governava

a comune, e vagheggiavano la gloria di renderla a quel franco stato,

durante il quale tanto era progredita. E per l'abitudine, tanto più

naturale all'uomo quanto è più giovane e sincero, di supporre in

altrui i proprj sentimenti, credevano che i compagni della sventura e del

servaggio fossero anche compagni d'affetti e di pensieri; e che per via di

ragioni si potrebbe, non che Milano, tutta Lombardia ridurre concorde nel

non tollerare un'ingiusta oppressione. E a dimostrarla ingiusta ricorrevano

alla storia,--fievole voce dove tuonano altre più robuste; e ricordavano

i tempi della Lega Lombarda, e l'ultimo atto ove i nostri aveano espresso

la loro volontà, cioè la pace di Costanza; ne sognavano il

rinnovamento, e una federazione che resuscitasse la penisola a nuove sorti

gloriose.

Capo di questi che, comunque passionatamente, pure ragionavano, era Maffino

da Besozzo, quel che, ancora in patria, vedemmo come fosse accusato di

freddo, di moderato, di troppo cristiano.

Pover'omo! balzato nella sventura, ridotto a vedere sempre in opposizione i

diritti col fatto, la giustizia coll'esito, fu tratto al sepolcro da una

malattia endemica tra i forusciti, e che i medici non seppero battezzare,

perchè nei loro cataloghi non hanno classificato il crepacuore.

Altri operavano ad impeto e per vendetta: credevano legittima qualunque via

per ottenere il vantaggio della patria; esageravano, e per sino fingevano i

torti privati e i comuni; i disastri cagionati al paese da Luchino: torti e

disastri che credevano fin troppi per sollevare, al primo invito, tutta

Lombardia contro dei Visconti; ottenere il favore degli altri popoli in

nome dell'umanità; e determinare l'imperatore a sposare la causa dei

molti deboli infelici contro un solo prepotente fortunato.

Questi conoscevano l'uomo!

I pochi poi, meglio astuti degli uni e degli altri, che volevano raggirare

la cosa secondo i loro fini e verso i proprj intenti, applaudivano alle

valenterie dei secondi; fiancheggiavano le ragioni dei primi, e mostrandosi

zelantissimi della libertà, e d'intelligenza coi ben pensanti d'ogni

paese, venivasi acquistando sopra i forusciti un'autorità, che, qualora

se ne presentasse il destro, avrebbero adoperata poco meglio di coloro cui

miravano a spodestare. A questi si conveniva la divisa di tutti i

rivoluzionarj ambiziosi: «Esci di là, che ci voglio entrar io». Mi

dispiace a dire che i più frugatori tra questi erano Zurione Pusterla ed

Aurigino Muralto, che dal vinto Locarno erasi qui pure rifuggito, e che vi

ricorda qual tristo servigio rendesse al nostro Francesco.

A quali appartenesse Alpinolo è mestieri ch'io ve lo dica? ma la

fierezza spensierata ch'egli dimostrò nell'incontro con Ramengo, fece

conoscere agli ambiziosi come costui potesse divenire stromento opportuno a

qualsivoglia colpo arrischiato: onde posero ogni artifizio ad ingannarlo

sul vero stato degli affari, esagerando il malcontento dei Lombardi, le

speranze, le intelligenze, le forze congiurate.

Scorso il primo inverno fra progetti, fra ordire macchinazioni e dilatarle

in Milano e negli altri Stati, coll'aprirsi della primavera aumentarono le

speranze dei nostri forusciti. Nè crediate che avessero trovato qualche

miglior modo ai loro disegni: ma è uno dei fatti più accertati (ne

diano poi la ragione i fisiologi) che il ringiovanirsi della stagione

veniva e viene riguardato dai desiderosi di novità come apportatore del

compimento dei loro voti. Onde, nel mentre ai moderati le circostanze

parevano o sfavorevoli o disopportune, e predicavano doversi aspettare

l'occasione sicura, perchè un tentativo fallito è un puntello al

potere minacciato, gli impetuosi li tacciavano di vigliacchi, di rémore,

d'invecchiati.

--Mentre l'erba cresce, il caval muore (esclamava Ottorino Borro).

L'occasione, se da sè è lenta a venire, bisogna farla nascere. Non

è già tutto disposto?

--Tutto (rispondeva il Muralto). Per messi, per lettere, da ogni parte io

sono stimolato. È un fremito universale... non vedono quell'ora di menar

le mani. In tutti i quartieri di Milano c'è combriccole dei nostri:

nostri sono i caporioni delle altre città: Guglielmo Bruciato di Novara,

Simone da Colobiano in Vercelli; in Cremona Venturino Benzone....

--Passerino Bonacossi di Mantova (l'interrompeva Zurione Pusterla) e il

Lanzavecchia d'Este, ecco, mi scrivono delle gagliarde pratiche che hanno

in piedi con Guglielmo Cavalcabo di Cremona, con Giovanni e Simon da

Coreggio e con Brandaligi de' Gozzadini di Bologna».

E il Muralto soggiungeva:--Per Franchino Rusca di Como, Castellino Beccaria

pavese, e i Tornielli di Novara, e i Vestarini di Lodi, un segno appena, e

sono assicurato che, a vedere e non vedere, metteranno in piedi altrettanti

eserciti.

--Ma in che anni?...» domandava Caccino Ponzone da Cremona. E Bellino

della Pietrasanta gli rispondeva:--Uh! gli anni son fatti per le prigioni.

Il povero Maffino da Besozzo, ripeteva che le nespole maturano solo col

tempo e colla paglia. Non siamo neanche a tiro. Vuolsi aspettare il momento

favorevole, e coglierlo al volo.

--No, no, (ripigliava Zurione) non aspettare: tener tutto in pronto,

perchè occasioni può nascerne una come cento.

--E quali sarebbero?

--Eh! si va a Roma per più strade. Se, per esempio, ai Visconti rompesse

guerra il papa...

--Il papa? (saltava su Ottormo Borro). Ma se non sa predicare che pace, se

non sa cercare che concordia.

--E se fosse vero quel che ci disse quel milanese il giorno della festa di

Ponte, che Mastino della Scala...

--Quello era uomo da credergli!...» così il Pietrasanta interrompeva

Aurigino; ma più violentemente l'interrompeva Alpinolo, mandando tutte

le pesti e tutte le saette addosso all'esecrato Ramengo. Poi, come si fu

racchetato un po' il bollore episodico, suscitato da quel nome e da

quell'idea, Zurione ripigliava:

--L'occasione però meglio opportuna sarebbe se il signor Luchino

morisse.

--A questa ci si ha da venire senza fallo! ma Dio sa quando!» esclamava

Lodovico Crivello.

--È ben vero (seguitava il Pusterla) che la si potrebbe accelerare...

--Un buon veleno, eh?» arrischiossi a dire il Ponzone.

--Sì, (rifletteva il Pietrasanta) ma chi deve essere quel muso che

glielo mesca? Cinto di cagnotti, non accosta al labbro un cibo che non gli

abbiano fatto la credenza gli scalchi.

--Ma, (tornava su il Ponzone) da un coltello vo' veder io chi gli faccia la

credenza.

--Oh sì, un coltello (parlava l'impetuoso Ottorino Borro). Quand'io feci

il passaggio oltremare intesi come nella Siria viva un gran principe;--lo

chiamavano il Veglio della Montagna--e tiene ai suoi cenni uno stuolo di

bravi, devoti a ogni prova, che han nome gli Assassini. Vuole egli disfarsi

di qualche nemico? castigare un oppressore? dice a un Assassino:--Va e

ammazzalo». L'Assassino va e va, gira l'Asia, gira la cristianità,

finchè lo trova. Trovatolo, se gli inchioda ai fianchi, sinchè viene

il bello. Allora gli pianta un pugnale attossicato nel cuore, e con un

altro uccide sè stesso».

Applaudivano quei focosi al racconto, alla risoluzione, alla fedeltà; e

Zurione, commentando diceva:--E che?... mancherà chi voglia fare, per

salvezza della patria, quel che altri fanno per superstiziosa obbedienza?

Tanti si tolgono da sè la vita per fuggire un momentaneo dispiacere, e

nessuno vi sarà che abbia una colpa da tergere, un fallo da riparare

coll'avventurare così santamente la sua? O il colpo riesce, e

sopravvive, quanta universale riconoscenza! se perisce, qual dolce riposare

sotterra, fra il compianto generale, con una fama perenne, agguagliato a

quei generosi Armodio e Bruto, e altri eroi che liberarono il mondo da

simili pesti!

Divampava, a tale discorso, Alpinolo; e considerando sè stesso come

causa di tanti mali, lo credeva diretto proprio e unicamente a sè. Nè

in tutto apponevasi al falso, poichè il demagogo aveva fatto disegno

sulla vita di quel giovane ardimentoso, il quale, già da un pezzo

sitibondo di sangue, trascinato dalla forza prepotente di un pensiero

abituale, ora più non frenandosi, si fece avanti, e battendo il pugno

sulla tavola, gridò:--Io sarò quello!»

Una concorde acclamazione lo saldò nel suo proposito. Milano è

città grande e popolosa: la barba cresciuta sul giovane volto di

Alpinolo, e coltivata al modo che solevano i soldati, le chiome in altra

guisa composte, un abito diverso e divisato gli davano fiducia di rimanervi

sconosciuto. Giusto in quei dì era corsa voce che il signor Luchino

soldava truppe; poichè, non essendovi allora eserciti stanziali nè

una fittizia necessità avendo giustificato il martirio di due milioni di

Europei, condannati a patimenti e disagi per tener le nazioni una in

soggezione all'altra, aveano i tirannelli compreso che, per acquistare e

conservare il potere sgradito, unico spediente era il circondarsi di truppe

mercenarie, pronte a ogni cenno, a scannare quelli che essi chiamavano loro

figliuoli.

Luchino, ridotto, come tutti gli oppressori, a minacciare tremando, con

titolo di dare riposo ai cittadini, gli aveva disarmati: ma i molti

insofferenti alla vita tranquilla e i Giorgi, sottrattisi al rigore del

capitano di giustizia, o in grosse bande o sparpagliati, mantenevano la

guerra a minuto, infestando le strade, e fin le borgate assalivano e

saccheggiavano. Che pensò dunque Luchino? Gli invitò a sè,

promettendo stipendiarne il valore. Così soggettati a militare

disciplina, poteva agevolmente tenerli in freno e a ogni suo volere; essi a

vicenda trovavano comodo peso la milizia, che porgeva occasioni di rubare e

soperchiare impunemente, senza i disagi del vivere in boscaglia. Accettavan

dunque il partito, e seguitavano a frotte i pifferi che andavano in volta a

reclutarli; poi, sotto il comando di Sfolcada Melik, divenivano guardiani

dei luoghi che prima solevano infestare.

Fra questi fece disegno d'arrolarsi Alpinolo, confidando gli verrebbe il

destro di trovarsi vicino al principe,--Alla prima occasione (diceva esso

ai compagni d'esilio) io lo assalgo....

--E non lasciarlo nemmen confessare. Vada al diavolo eternamente»,

soggiunse il Muralto. Esso, con occhi di bragia, proseguiva:--Così

potessi col colpo istesso finir qualche altro!... Poi...

--E poi (l'interrompevano i consorti) corri per le vie con quel pugnale

fumante alla mano: il popolo ti trae dietro esultando; la patria è

salvata dalle sue branche, e il tuo nome immortale».

Se quelli che così dicevano parlassero persuasi e di cuore è bene non

cercarlo: ma Alpinolo, convinto che tutti partecipassero all'ardore suo

istesso, non era cosa che non si promettesse.--Ma, alla peggio, (diceva) so

come si fa a morire».

Con tal proposito rientrò in Lombardia, ben provvisto a denaro.

Non volle scostarsi dal Po senza visitare anco una volta il mulino dei suoi

educatori. Travisato, e in quell'arnese, a pena in sulle prime il

riconobbero: fin il cagnuolo gli abbajò contro, come a un paltoniero, ma

quando il ravvisarono, che gioja per quella buona gente, per Maso, e per la

Nena principalmente, nel vederlo tornare dopo che non era male che non ne

avessero temuto! La loro contentezza toccava nel più vivo l'anima

affettuosa e passionata di Alpinolo; rifletteva:--Se è tanta, in persone

non legate a me se non dai benefizj fattimi, quanta sarebbe se fossero i

miei veri genitori?.. come tripudierei se una volta raggiungessi quella

somma delle felicità, da me immaginata, di poter trovare il padre

mio!»

Per la prima cosa ridomandò dai mulinaj quello che di carissimo avea

loro dato in serbo: le lettere di sua madre e l'anello. Non sapevano essi

come esporgli la cosa, e finalmente, mortificati, a ritaglio, supplendo

l'uno quando mancava all'altro la parola, gli narrarono quel ch'era

accaduto coll'ignoto signore, e lo sperpero delle lettere, e le smanie mai

più vedute. Quali imprecazioni non avventò Alpinolo contro colui che

aveva trassinato così sacri pegni! ma quando gli fu pôrto il

diamante, quasi gli venisse restituito un figliuolo da gran tempo perduto,

si attutì, lo premette contro le labbra, e più di una grossa lagrima

gli cadde su quell'unica memoria dei suoi genitori. Andò a prostrarsi

sulla zolla che copriva sua madre, ne ravviò i fiori d'attorno, indi

prese congedo.

--Ora non sarai di tornata fin Dio sa quando! (gli diceva la Nena). Io sono

vecchia: un'altra volta non mi troverai più. Ricordati sempre di me

nelle tue orazioni.

--Non parlargli di malinconie (soggiungeva Maso). Io ho girato il mondo, e

so che le montagne stanno a posto, ma gli uomini s'incontrano. Ci

rivedremo, n'è vero, signor Alpinolo?

--Sì, (rispondeva questo) forse più presto che non pensiate, e in

tutt'altro aspetto.

--E di buon umore», ripigliava la Nena.

--E carico di onori e di ricchezze», aggiungeva Maso, il quale, pratico

del mondo, sapeva in che consistano le sue felicità.

Alpinolo se n'andò; raggiunse un drappello di quelle cerne ed entrò

con esse in Lombardia. Eran costoro feccia di gente come chiunque fa

mercato del proprio sangue; ai più, da un sucido stracciume trasparivano

le carni sporche e abbronzite; molti ancora avevano manco un occhio o una

mano, perchè come ladri avevano già subita la pena degli statuti di

Milano, che infliggevano, pel primo furto, la perdita di un occhio; pel

secondo, l'amputazione della mano; pel terzo la forca; ma sozzi, storpi,

ladri, servivano ugualmente ai fini di Luchino.

Nè avvicinandosi ai luoghi di sue giovanili memorie esultava l'animo di

Alpinolo; anzi, con una scontenta maraviglia, con un iracondo stupore,

vedeva come, nonostante i guaj della tirannide, i contadini seguitassero,

tranquilli, ai lavori; i trafficanti, al commercio; i padri, alle faccende

casalinghe; egli ch'erasi immaginato dappertutto sconforti e desolazioni,

che pietà fosse il vederli; e che fin la terra fin l'aria sfruttata,

immalsanita, dovessero partecipare al duolo e all'onta del servaggio.

Quando poi dai casali e dalle borgate traevano, come si fa, a guardare

quella frotta di soldati, e dietro e a paro di loro marciavano i fanciulli,

misurando il passo secondo la cadenza dei pifferi, il cuore faceva sangue

ad Alpinolo, sembrandogli che avrebbero tutti dovuto riguardar con orrore

quegli artefici di loro catene.

Ma, (diceva tra sè), non è che vulgo ignorante e materiale. In

città, oh, in città sarà tutt'altro andare».

E in città fece la sua entrata fra un centinaio di quella soldataglia, e

colà pure la plebe a riguardare le nuove reclute, e chiamarsi l'un

l'altro, e mostrarsele, spensierati come la pecora quando vede arrotare il

ferro destinato a scannarla. Intanto su per le piazze cerretani e

saltimbanchi mantenevano nel vulgo quell'allegria, che tanto piaceva a

Luchino; i signori, in una attività inoperosa, passavano i giorni fra

risa e motti e festeggiar compagnevole; le botteghe, non che fiorire come

prima, erano cresciute in numero e in appariscenza; stabilite tessiture

d'oro, d'argento, di seta; introdotte bellissime razze di cavalli e di cani

da caccia; il vino, migliorato coll'innestare la vernaccia sulle viti

nostrali, moltiplicava le ubbriachezze popolari e la patrizia festività;

_ganzerre_ sul Ticino e sul Po, mettevano Milano in comunicazione cogli

altri paesi, talchè, non di una città, ma aveva aspetto di una intera

provincia, dove argento, oro, perle, larghissime balzane, sfoggiavan le

donne sui vestimenti; nelle case cibi squisiti, bevande prelibate e

forestiere, e ogni guisa di delicatura.

Questo fenomeno riusciva inesplicabile ad Alpinolo, il quale ignorava come

ripiglino fiore le terre confortate di pace e di sicurezza; e come alla

prosperità materiale si fossero vôlte interamente le classi medie,

dopo che il governo di un solo le dispensava dal dover necessariamente

pigliare parte alle fazioni interne e alle guerre esteriori. Quei

principotti poi, mentre calcavano i ricchi e chi faceva ombra,

favoreggiavano la moltitudine; avevano gara tra sè, non meno in

magnificenza di Corte e di apparati, che in prosperità e ricchezza dei

piccoli loro Stati; poco o nulla si impacciavano nelle particolarità

dell'industria e del commercio, abbandonandoli all'operosità di ciascuno

e all'emula concorrenza; onde, nel mentre coll'avarizia, colla libidine,

coll'invidia, colle personalità tormentavan chi stava a loro vicino,

lasciavan godere agli altri i comodi della primitiva libertà, senza le

agitazioni di essa.

Soltanto l'eccesso della politica depravazione rovina a bella posta il

traffico e la cultura di un paese per fiaccarlo: soltanto più tardi

sentì la Lombardia la silenziosa oppressione di governi che, senza

individualmente uccider nessuno, dissanguavano l'intera nazione. Potrebbero

i primi paragonarsi ai flagelli, che tratto tratto desolano un paese:

guerre, turbini, contagi, poi cessano, e lo lasciano rifarsi; gli ultimi,

ai miasmi che corrompono l'aria, e che, senza parere, moltiplicano vittime

alla sorda, ma continuamente.

Chi però ha fiore di sentimento, pensi quanto atroce penitenza si fosse

imposta Alpinolo in quell'ostinato suo intento. Tra una marmaglia

spregevole e spregiata, dipendente dal brutale comando del connestabile

Sfolcada Melik, vivere ancora, passeggiare per quella città che in sì

diverso aspetto lo aveva veduto; che in ogni luogo gli ridestava tante

memorie; che vie più aveva cara dopo costretto ad abbandonarla: vivervi

come uno straniero, come un ministro della tirannia; e non potere mai con

veruno manifestare le commozioni di un cuore convulso. Mirava le case ove

già soleva essere il ben accolto e passare le gaje serate: ora stavano

chiuse per lui. Imbattevasi talora in alcuno degli amici, con cui tante

volte avea comunicato timori e speranze, ragionato del presente,

dell'avvenire, che gli avevano promesso ogni poter loro per la causa del

bene; ora tacevano, obbedivano. Scorreva ancora per la via degli Spadari:

Malfilioccio della Cochirola non v'era più, chè, a forza di

rimpiangere i tempi passati, era ito ad acculacciare la pietra: ma tutti

gli altri lavoravano come e più che prima; lavoravano (pensava Alpinolo)

le armi dei proprj padroni, le punte contro i proprj petti. S'incontrò

qualche volta anche nel Basabelletta: cauto e coll'acqua in bocca costui

tirava lungo le pareti, contento d'averla scampata, nè più brigandosi

di leggere sul libro dei ricchi e dei potenti. Passava Alpinolo dal palazzo

dei Pusterla, vuoto degli antichi padroni, ed abitato dal capitano di

giustizia Lucio;--un Lucio sostituito a Franciscolo, alla celeste

Margherita!

Le persone da questa beneficate se la saranno certo ricordata, se la

ricordava la fanciulla di Santa Eufemia, per lei campata dal disonore: ma i

poveri, gli infelici, i disuniti cosa altro possono che amare? Spesso in un

chiassuolo, sur una piazzetta, Alpinolo scorgeva otto o dieci giovani,

stretti a colloquio animato, confidente, misterioso: il cuore gli diceva di

che parlottassero; tanto più che, quando s'accostava lui, con quella

divisa in dosso, li vedeva o disperdersi timorosi, o non dissimulare con

atti e con motti lo spregio verso chi aveva venduto il suo sangue per

ribadire le loro catene. Come l'animo di lui si struggesse sotto quella

lenta tortura, io non farò prova di descriverlo. Fu per soccombere delle

volte assai, e fuggire;--ma rimeditava il suo fallo, e gli pareva che ad

espiarlo fosse scarso qualunque inferno.

Fatalità! certe anime robuste, nate fatte ad ogni gran cosa, capaci de'

più ostinati sacrifizj, delle più magnanime risoluzioni, quante volte

si vedono andar traviate, e svaporare quella vampa in null'altro che il

rendere infelici sè ed altrui, perchè all'impeto della volontà non

è proporzionata la ragionevolezza: perchè conoscono ogni eroismo fuor

quello della pazienza.

Così spasimava Alpinolo quando stava scevro e solitario dagli altri;

quando era accompagnato, seppelliva dentro il suo dolore; obbediva come un

automa ai cenni dei caporali, per quanto se ne facesse schifo; mescevasi

alle gozzoviglie de' suoi commilitoni, a trar sulle carte, a sbalzare dadi,

ove, ad onta delle severe proibizioni del principe, biscazzavano il loro

guadagno; pagava ad essi il fiasco, lasciavasi spillare il suo, tanto per

farseli amici: onde tutti «Quattrodita» di qua; «Quattrodita»

di là: unico nome col quale il conoscessero.

Ma il vino, che nelle orgie nauseabonde tracannava di brigata, tornava in

tanto veleno a quel dispettoso; e al vedere una ruga sdegnosa che tratto

tratto gli solcava la fronte, e ne alterava il baldanzoso raggio giovanile,

era facile accorgersi come quella fosse una testa pensante, fra tutte

l'altre impassibili e macchinali. E nel bel mezzo di loro, mentre in

apparenza alternava con essi i brindisi e lo sguajato motteggiare,

concentravasi in sè stesso, e fremeva e si stomacava del dover vivere

confuso tra quella schiuma di ribaldi, che per mestiero, diceva, oggi

custodiscono l'assassino, domani il martire generoso; oggi difendono una

vita insidiata, domani ne spengono mille; oggi scannano il nemico, domani

il camerata; e sotto la divisa che si chiama del prode velano la massima

della viltà, un'obbedienza irriflessiva sino al delitto, ai voleri di

colui che ne forzò la volontà.

Fu alcuna volta che si arrischiò a gettare fra di loro alcune lontane

parole di emancipazione, di libertà; pei più era un parlar di colori

a ciechi: i pochi che lo intesero gli chiedevano che pazzo gli toccasse di

desiderare di meglio? non era libertà la loro di aver da mangiare e bere

e fare stare gli altri?

Alpinolo davasi premura di assentire a dottrine così antiche, e rodendo

il freno, capiva la necessità di non far conto che sopra sè stesso

per l'adempimento de' suoi disegni.

Non gli era riuscito difficile accostarsi a Luchino. Quando il Visconti si

presentava spettacolo ad un popolo che opprimeva e disprezzava, credevasi

sicuro perchè cinto di guardie: eppure fra queste n'era una, il cui

unico pensiero era d'ammazzarlo. Alpinolo, in fatti, dominato da

quell'idea, tratto tratto divampava in viso, e negli occhi, sporgeva sino

la mano al pugnale: pure il trovarsi circondato da pronti nemici, e, quel

che più gli pesava, da incerti fautori, lo smoveva dal proposito di

sangue. Allora poi che gli veniva un bel destro di scannare Luchino, e

forse porre in salvo sè stesso, quello che prima gli era parsa una

giusta vendetta, anzi un fatto glorioso, gli si presentava come un delitto:

spingevasi innanzi, poi si ritraeva sgomentato, perchè la coscienza con

voce imperiosa gli diceva, _No_. Di questo provava dispetto e vergogna come

d'una fiacchezza, d'una viltà, d'un perfidiare alla parola data a sè

stesso: e nei momenti di passione tentava conficcarsi nel suo proponimento,

e rinvigorire la volontà con ragioni, con superstizioni, con distillare

le colpe altrui e il proprio livore. Stava mezzo un dì appoggiato su

quel canto del Broletto nuovo, dove erasi lasciato tradire da Ramengo: ore

ed ore teneva gli occhi fissi sovra la porta dei Pusterla, donde avea

veduto strascinar fuori la Margherita; andò alla Madonna di S. Celso,

che in quegli anni appunto aveva cominciato a diventar celebre per

miracoli; e con un fervore intenso, ma distratto ed irrequieto, ben altro

da quello di chi prega la giustizia ed ottiene la pace, supplicò nostra

Donna:--Datemi forza per uccidere il nemico del pubblico bene e di quella

santa che tanto v'imitò. Se me ne fate la grazia, voglio andare

pellegrino armato a Nazaret, e non tornare finchè io non abbia ucciso

mille di quegli infedeli, che negano culto al vostro santo nome».

Da questa insana preghiera, da quel voto di vendetta fatto alla Madre di

misericordia, credette egli d'avere attinto nuovo vigore, e pochi giorni

dopo parve gliene nascesse favorevole occasione. Era di guardia ad un

gabinetto di piacere, posto in mezzo ad artificioso boschetto nel parco di

Belgiojoso, delizia dei Visconti; e guardando attraverso al graticolato

della gelosia, che vi lasciava liberamente circolare l'aria, vide Luchino

che, rinvolto nel mantello, vi si era addormentato: addormentato solo, coi

due mastini al piede, che dormivano anch'essi. Alpinolo rinnovò il suo

voto, accostossi, brandì il pugnale, l'innalzò sul capo del tiranno,

esclamò dentro di sè:--Cane! non ti ridesti più fino al giorno del

giudizio».

Il giorno del giudizio!

Questa idea se gli attraversò come una sbarra che, gittata fra' violenti

passi d'un furibondo, lo fa cadere per terra.--Il giorno del giudizio!

Dunque e lui ed io avremo a trovarci un dì al cospetto di un giudice

comune: Anche Luchino potrà a quel tribunale aver torto.--Ed io? dovrei

mostrare, io, la mano lordata d'un assassinio?»

Simile pensiero gli rattenne il colpo, sventò in un minuto la

risoluzione maturata per un anno; e cautamente indietreggiava per uscire,

ma non potè fare così cheto, che non risvegliasse i cani. Balzano

questi abbajando: Luchino stesso destasi e sorge impugnando la spada: volle

il caso che in quella il capitano Lucio entrasse a riferire con aria

trionfale, siccome il giorno innanzi, nella rocchetta di porta Romana,

erano stati condotti Francesco Pusterla e il suo figliuolo.

L'accostarsi del soldato fu interpretato per zelo d'avere voluto dar avviso

che alcuno veniva, ed Alpinolo restò salvo; ma qualunque peggior

tormento, ma il lacerargli brani a brani le membra non avrebbero a pezza

uguagliato lo strazio ch'e' provò nell'intendere la fiera novella, nel

mirare la gioja spietata di Luchino e del capitano di giustizia, a udirli

dire:--Ora daremo spaccio a tutto. Domani a Milano; e presto ogni cosa

sarà finita».

Anche questo supplizio gli serbava la sua imprudenza! Or chi dipingerà

le furibonde smanie di lui? Nuovo sangue parevagli accumularsi sulla sua

cervice; e da quest'ora; diverso consiglio il predominò, quello di

tentare la liberazione di quegli infelici. Concepire un disegno e balzare

al momento dopo l'esecuzione, senza per nulla calcolare i passi intermedj,

era stile di Alpinolo: e chi gli avesse posto mente, sarebbesi accorto

come, da quel punto, egli acquistò quella specie di serenità, che

nasce da una forte risoluzione.

Non ebbe a stentare per farsi destinar alla custodia delle carceri di porta

Romana, ma al momento di superarle, tutte gli si attraversavano le

difficoltà dell'impresa, come un viandante giunto ai piedi di una

montagna, comprende insormontabile l'ertezza d'un varco, che da lungi gli

era parso un lene declivo.

--Di notte quando le altre sentinelle dormono (considerava tra sè),

scanno il carceriere, e libero quei tre infelici. Oh la gioja di rivederli

congiunti!--Ma... e se colui schiamazza?... poi, come troverò le chiavi?

come la via per trarli non visti da questo andirivieni di camere, di

anditi, di scale?--E poi, e poi... ucciderlo? cosa mi ha egli fatto di

male? Un'altra vittima, un innocente; che forse ama ed è amato, che

forse ha quel ch'io non ho, un padre. Son io forse il signor Luchino da

sgozzare un uomo senza valutare il dolore che ne verrà a tanti esseri

incolpevoli? E coll'aggiungermi quest'altro peso alla coscienza, potrei

sperare d'alleggerir il primo? Per cagion mia non s'è pianto assai?»

Risolveva dunque di guadagnarlo a denaro--In tal caso (pensava egli)

l'avrà voluto da sè, qualunque cosa accada. Ma ancora, e quando siano

tratti di carcere? Come camparli se di fuori nessuno mi dà mano, se

nessuno mi prepara l'occorrente alla fuga? Darmi io stesso in traccia dei

cavalli? noleggiarli io? postarli? mi darei nell'occhio: potrei essere

indicato, e mandare tutto in fumo. Ne andasse solo la mia vita, non

esiterei; ma la loro! Dunque è forza mettersi in mano di qualche altro.

Ma a chi far capo?... Non ho io già troppo caro pagata l'aver una volta

creduto ad alcuno? E poi che sozzura d'uomini non mi son veduto d'attorno?

I più vi credono pazzo se vi prendete affanni per altrui: quelli di

miglior pasta v'ajuterebbero anche, purchè ciò non ne guastasse gli

agi, non rompesse i sonni, non tardasse il pranzo, sovratutto non

disgustasse i superiori. I giovani chiamano merito il potere; i gradi, le

dovizie; e politica e sapienza il conoscere l'arte di procacciarsene; i

vecchi erigono in virtù l'impotenza dei loro desideri; i pochi generosi

giaciono sviliti, e contenti di guajolare e di bramare. O uomini! uomini!

tutti tristi, corruttibili e corrotti; nominate prudenza la scaltrezza;

virtù la dissimulazione; vizio necessario la falsità: il potere vi

sgomenta; l'astuzia vi divide; l'oro vi compra; l'aspetto dell'innocenza

non fa che allettarvi ad ingannarla!»

Margherita Pusterla: Racconto storico · 第 47 / 62 题