PADRE E FIGLIO.

Entrando nella città, ritrovarono tesi da parete a parete drappelloni

bianchi e vermigli, e filze di verzura secondo la stagione, che ivi

chiamano _le fiorite_; dai balconi e sui muri sfoggiavansi ricchi tappeti e

arazzi portati di Levante, e stoffe di seta, che alle Corti dei re parevano

ancora un lusso esorbitante, e qui abbondavano in mano di quegli attivi

negoziatori. In alcun luogo zampillavano fontane di vino, tra un'ingorda

ciurmaglia intenta a riceverlo nelle aperte bocche, od attingerne col cavo

della mano; in altri apparivano credenze e buffetti carichi d'ogni

rarità venute dal Mar Nero, dal Golfo Arabico, dal Baltico, e serbate in

memoria delle ardite e felici navigazioni. Brigate di giovani pisani, con a

capo i loro più valenti e denarosi signori, tutti divisati ad un modo,

con vesti di colori appariscenti, e briose cavalcature, movevano incontro

ai vegnenti e salutavano i nostri Lombardi, i quali rispondevano:--Addio,

Benedetto Lanfranchi!--Bel puledro, Nieri!--Passerino si discerne sempre

alle più ricche divise!--Viva Banduccio Buonconti!--e stavano ad

osservarli, mentre, dietro a gonfaloni con varie imprese e con motti

bizzarri e ingegnosi, a suon di nacchere, di tamburi, di zuffoletti, si

tiravano appresso la turba. Meno pompose venivano poi, dirigendosi al

tempio od al ponte, le arti e le maestranze, guidate dai loro abati, tutti

vestiti a una taglia, e tutti con un tal abbandono d'allegria, che Ramengo

non potè di meno di riflettere quanto a Luchino avrebbe dato gusto

l'avere un popolo così festivo, e quindi così facile a governare e

raggirare.

Udiva intanto un gridio, un trescamento di merciajuoli, che, colla bottega

ad armacollo, gridavano, a' bei vezzi, a' bei nastri, agli abitini, alle

crocette; di montanari che, al suono di ribecchini e tamburelli, facevano

ballare i cagnuoli e le marmotte; di Lucchesi che esibivano santini di

gesso, santa Zita, loro patrona, e santa Verdiana da Firenze, che dava a

pascere ai serpenti. Altrove si faceva cerchio attorno al cerretano dai

rimedj e dai segreti, od al cantastorie il quale mostrava sur un

cartellone, il disastroso allagamento di Firenze dell'anno 33,--quando,

(diceva esso) quest'Arno che vedete tanto quieto, straripò sulla

città, portando via bestiame, case, palagi e migliaja di persone, che

pareva il finimondo. Perchè non s'è portata via del tutto quella

città, che Pisa ne sarebbe più grande e più gloriosa?»

Così il cantafavole; e il popolaccio, con villano patriottismo, ne

secondava l'imprecazione, gridando:--Mora Firenze! e viva Pisa!» nè

volevasi ricordare che il ciurmadore istesso, poco prima o poco dopo,

avrebbe in Firenze augurato col rabbioso Ghibellino che la Capraja e la

Gorgona chiudessero la foce dell'Arno, sicchè in Pisa annegasse ogni

persona.

La genìa dei cerretani, e col nome proprio e con altri più onorevoli,

non s'è ancora estirpata, come ognun vede; bensì è finita

un'altra, che avea gran corso allora. Persone non d'ingegno, ma di memoria

e di fronte vetriata, ricorrevano a quei che sapessero far versi; e parte a

prezzo, parte per misericordia, parte per importunità, ne impetravano

alcune composizioni, italiane o provenzali, che poi, con grande enfasi e

gesti smaniosi, recitavano su per le fiere e nelle sale. Il Petrarca [23]

ci ha lasciato memoria di molti fra costoro, che gli vennero innanzi poveri

in canna, od ottenuti da lui alcuni sonetti, li rivide, pochi anni dopo,

ben in arnese, ben in carne e ben al soldo, mercè le largizioni degli

ammiratori.

Il poeta era dunque miglior mestiere che non oggidì, quando di simil

arte più non avanzò se non qualche improvvisatore, da assettar

piuttosto nella riga di quelli descritti innanzi.

Ramengo, infatti, ne intese di molti, i quali, in abiti bizzarri,

accompagnandosi colla ghironda e la mandòla, gridavano stanze e sonetti

appunto del Petrarca, di Cin da Pistoja, di Guido Cavalcanti, o leggende in

cui si ricordavano le antiche vittorie dei Pisani sopra i Saracini di

Sardegna, le imprese loro alle Crociate, il valore della Cinzica de'

Sismondi, le cortesi prodezze di Uguccione della Fagiuola; senza

dimenticare il conte Ugolino, sulla cui fine versavan tanto obbrobrio,

quanta dispettosa compassione v'avea profuso l'Alighieri.

Fra il latrato, la gioja, la curiosità del popolo, che non si ricordava

come la peste già irrompesse da ogni banda nel paese; che non si

sovveniva di aver avuto fame jeri, e che l'avrebbe domani ancora,

spingevansi i nostri Lombardi verso i varj posti dove sperassero scontrare

Alpinolo, e li seguiva Ramengo, al quale il cappuccio a gote dava il modo

di celarsi, quando mai imbattesse persona che gli convenisse evitare.

L'ansietà che doveva stringergli il cuore, non tolse ch'e' restasse

compreso di maraviglia nel veder quella stupenda piazza, ove nel mezzo

sorge la maestosa cattedrale; davanti, il battistero rotondo di San

Giovanni, e la torre inclinata, tutta a colonne; da lato, il Camposanto:

storia compita e parlante delle arti belle in Italia. Byron, anche ai

nostri giorni, chiamava quella piazza un sogno orientale; qual doveva

apparire colla mobile decorazione di una folla sterminata e vivace?

Fra la quale videro guizzare un Milanese, a cui, dando la voce, il Muralto

addomandò:--Ehi, Ottorino Borro, perdio tanta premura? Sapresti dirci

ove stia Alpinolo?

--Sta in prima fila per combattere al Ponte; là sono tutti i nostri

camerata. Corro a raggiungerli»; e si perdette tra la calca.

--Ma come gli entrò il ticchio (esclamava Ramengo) di mettersi a questo

inutile sbaraglio? Combattere in frotta colle pertiche come un villano?

--Andate a dirlo a lui (gli rispondevano). È così fatto. Quando sia

da porsi in prova il coraggio, il volerlo distogliere è un buttare il

fiato».

Mentre queste parole erano fra di essi, la campana del Comune

toccò.--È il segno! è il segno!» gridarono i nostri, e accorsero,

ed a spintoni si fecero strada. Ma di arrivare fin presso al

combattimento non era speranza; onde, ficcatisi sotto un portico,

sostenuto da una colonna di porfido egiziano e da una greca scanalata,

un po' colle buone e un po' colle brusche salirono sovra certe are,

qui portate dall'Attica, e poterono dominare quella folla di teste,

parte nude, parte coperte colle più varie foggie del mondo, dal

vistoso turbante del Levantino al positivo berretto del Veneziano;

dalle ondeggianti piume del cavaliere provenzale, all'abborrita

reticella gialla dei poveri Ebrei; dal tòcco di velluto ad oro dei

baroni napoletani, al cappuccio arrovesciato dei Milanesi, che si

erano posti fra i primi per testimonj alle prodezze del loro compagno.

Allora, a suon di tromba, comparvero il gonfaloniere e gli anziani sotto un

pergolo adornato a guisa di un padiglione turco; la turba spettatrice

più sempre si accalcava, mentre i disposti al combattere fremevano

impazienti attorno alle sbarre dei due capi del Ponte, come freme un

torrente attorno alla chiusa. Poi, quando ad un nuovo segnale caddero le

sbarre, fra uno schiamazzo universale, tutti con tutti andarono ad

affrontarsi, e per quanto Ramengo guardasse, non gli apparve nella prima

mezz'ora che una procellosa mescolanza di gente che assaliva, di gente che

respingeva, che si raffagotava; noderosi randelli a furia picchiavano su

quelle povere teste, su quelle povere spalle; e gli urli di chi batteva,

gli strilli di chi era battuto, mescolavansi alle acclamazioni di:--Viva

Santa Maria! viva Sant'Antonio!»

Cresceva furore ed interesse alla scaramuccia l'esservisi, come soleva,

interessate le fazioni e i politici puntigli; e le due parti dei Raspanti e

dei Bergolini, che nei consigli e nelle frequenti baruffe per le strade

dividevano Pisa, qui avevano tolto la prima a favorire Santa Maria, l'altra

Sant'Antonio; onde il grido di guerra, le bandiere, gli applausi, gli

insulti infervoravano la rabbia, il baccano, fieri quanto si possa

immaginare.

Poi a poco a poco divenuta meno stivata la mischia pei morti, i feriti,

gl'intronati, gli stanchi, già si poteva discernere da qual parte la

fortuna piegasse; intanto si vedevan ora deporre dalle barche, intirizziti

e guazzosi, quelli raccolti dal fiume, ora i mal capitati strascinarsi da

sè, od esser portati a braccia fuori della zuffa, premendosi le mani

sulle membra fiaccate, sulle tempia sanguinanti, protestando al cielo e

alla terra di non avventurarsi mai più in quegli stolti badalucchi;--ma

quelli che guarivano, credete a me che vi saranno tornati.

Però, dinanzi a quelli della parte di Santa Maria e dei Raspanti, si

vide ben tosto sopra gli altri distinguersi uno per disperata robustezza di

colpi, pel cerchio che largamente si faceva, per la rovina che menavasi

davanti. Ramengo, alle fattezze e al grido dei compatriotti, non tardò a

riconoscere Alpinolo, nè più da esso dispiccò gli occhi, ora

inquieto del vederlo in pericolo, ora pieno di compiacenza e meraviglia a

tanto vigore, e mostrando agli altri Lombardi quei colpi, che veramente

parevano più che da uomo.

I Bergolini e Sant'Antonio non poterono a lungo stare alla prova di quella

furia; e per sottrarre le teste voltarono il dosso. Allora quelli che, come

dietro a un torrione, s'erano tenuti a riparo alle spalle di Alpinolo, con

un coraggio da non dire si precipitarono addosso ai fuggenti, per aver la

gloria, men bella forse, ma più sicura, di batterne i terghi, urlando a

tutta gola:--Viva Santa Maria!--Viva i Raspanti!--Vergogna ai

Bergolini!--Viva i Gambacurti!--Viva gli Aliati!--Abbasso Dino della

Rôcca», questi eran i nomi dei capi delle due fazioni. Alpinolo

cessò le picchiate quando cessò la resistenza, ed appoggiatosi al

riposato targone, osservava, immoto come uno scoglio fra le ondate, il

facile coraggio della vittoria.

Ad un cenno del gonfaloniere, fu di nuovo abbassata la sbarra; trombe e

chiarine diedero dentro a giubilo: Santa Maria scampanava a distesa, e i

Milanesi, fattosi largo, accostaronsi ad Alpinolo, e tripudianti

abbracciandolo, se lo tolsero sopra le braccia per recarlo a ricevere la

corona dalla Signoria, e gridavano:--Viva Alpinolo!--Viva Milano!--Viva

Sant'Ambrogio!» E poichè la folla di rado grida un _viva_ senza

aggiungere un _mora_, è probabile, quantunque la storia nol dica, che

gridassero:--Morte al Visconte!--Morte ai traditori della patria».

Il lampo di gioja che quel trionfo faceva brillar sul viso di Alpinolo,

mescevasi in modo indefinibile colla cupa costernazione che vi avevano

improntata i casi passati, e coi segni d'un dolore profondo e celato che lo

straziava. Quando Aurigino Muralto, riuscito ad accostarsegli,--Sta su

allegro (gli gridò). Buone nuove: è arrivato un Milanese.

--Un Milanese?... e chi?

--Un tuo conoscente: Lanterio da Bescapè; occhio dritto del Pusterla; e

t'ha a dire cose di gran rilievo, ma a te solo.

Un tumulto di idee scosse in quel punto la mente di Alpinolo; e Francesco,

la Margherita, fra Buonvicino, gli Aliprandi, gli amici tutti lasciati a

Milano se gli pararono innanzi, colla speranza forse di vederne alcuno,

d'averne forse un messo, certo notizie; onde, coll'impazienza più viva,

senz'altro aspettare i premj nè la corona, sviluppatosi dalle braccia

dei compatriotti, si difilava verso là dove gli avevano detto che

troverebbe quest'amico, sotto al portico dei Marmi, con una premura tale,

che guaj ai petti, alle braccia di coloro che gl'impedivano il

passo.--Eccolo! vello!» dissero i Lombardi, mostrando l'avveniticcio ad

Alpinolo, che, fissandolo, si trovò a fronte Ramengo.

Invano avea questi voluto sottrarsi all'incontro, ed avere Alpinolo da

sè a sè; invano ora accennava al garzone che tacesse, venisse, dovea

parlargli. Un padre che abbia scorto un aspide attorcigliato al collo

dell'unico suo figliuolo, non fa gli occhi così spaventati come Alpinolo

allorchè i suoi scontrarono l'esecrata faccia del traditore.

--Ramengo!» urlò con voce somigliante ai mugghi di toro ferito a

morte; e non badando agli atti che questo gli faceva, agguantar di nuovo il

randello, sua arma trionfale, e scaraventarsi alla volta di esso,

gridando:--Infame spia!» fu un batter di palpebra. I Lombardi, non

sapendo spiegare quell'ira, si ritraevano e il lasciavano fare, ma non

istette ad aspettarlo Ramengo, che, visto quel flagello, precipitossi

dietro ai marmi, ivi accumulati, ed uscendo dall'opposta parte, si ficcò

dove la calca era più serrata, e gobbo gobbo tra quel brulicame cercava

di sgattajolare. L'iracondo, con un diavolo per pelo, non lasciava però

di seguirne le vestigia, ripetendo a gran voce:--Spione! pur t'ho côlto!

Largo! guardate la vita! lasciate ch'io l'accoppi! un colpo le pagherà

tutte!» e per farsi piazza, batteva da destra, da sinistra su chiunque

pe' suoi peccati gli cascasse fra i piedi.

Il vulgo pisano, non diverso dal vulgo degli altri luoghi e degli altri

tempi, aveva già provato un poco di dispetto (chi vuole, lo chiami

nazionale) al veder che uno _straniero_ avesse riportato l'onore di quel

giorno; e, come suole, gliene volevano male i vincitori, non meno che i

vinti. Ora poi nel veder quello stesso, se non bastava mostrare di non

curarsi del premio, accendersi in ira sì rabbiosa, e senza conoscere il

perchè di quella bussa disperata, non se ne davano pace:

I più timidi levavano il volo, come colombi grulli, spaventati; i

prudenti s'addomandavano:--Con chi l'ha costui?» e facevano largo; ma

quelli di spiriti più vivi, quelli che ancora si sentivan la stizza

d'altri colpi toccati dalla mano di lui, perdettero la pazienza, e

cominciarono a voltarsegli con un viso brusco, e rompere la strada a lui ed

ai concittadini suoi, che per amor di patria, anche senza dimandarne la

cagione gli davano spalla.--Per tutti i santi del calendario! (esclamava il

popolaccio). E' pare che costui abbia bevuto sangue di drago e pasciuto

carne di cocodrillo».

--Vuoi finirla una volta, ambrosiano insatanassato?

E qui tra Milanesi e Pisani cominciava quella battaglia di lingue, che suol

precedere la battaglia di mani.

--Fatevi da banda, anime di sambuco! Pisani, vitupero delle genti!»

gridavano i Lombardi guardando in cagnesco.

--Andate via, Milanesi mangiafagiuoli», rispondevano i Pisani mostrando

il pugno.

--Meglio fagiuoli che non le _cee_[24] che se ne comprano trentasei per un

pel d'asino.

--Che state dunque qua, baggiani da dodici la crazia? che mutate l'Arno

nella cantarana di Sant'Ambrogio.

--Ci stiamo perchè possiamo. E però?... spendiamo dei vostri?

Covielli, che un solo Milanese vi ha volti in fuga a diecimila?

--Odi parlare che par tedesco!

--Odi che favellando par che sgargarizzino!

--Sì--no»; le ingiurie eran più che le parole; dalle parole si fu

ai fatti:--Sono Guelfi, sono Ghibellini, sono Raspanti traditori»; una

frastagliata di minacce, poi para, picchia, martella: una soda baruffa si

impegnò, peggiore della prima e di maledetto senno, per calmar la quale

ebbero a fare e dire assai, parte i soldati, parte i prudenti e i nobili e

il gonfaloniere; più d'uno restò morto sul campo, moltissimi ebbero

di che ricordarsene per tutta la vita; ma come spesso nelle baruffe degli

innocenti profittano i ribaldi, tra quel bolli bolli potè Ramengo

pigliare il tratto innanzi, e tra il pigio della folla, andarsene a Dio ti

rivegga.

Quando Alpinolo s'accorse che il più seguirlo era un perder tempo, non

vi starò a descrivere che rumore menasse, quanto bestemmiasse quel che

si bestemmia quando altro non si sa o non si ardisce, cioè il destino,

per averglielo mostro un tratto, poi tolto di nuovo: sopratutto dava

biasimo a quei Lombardi come imprudenti, come sconsigliati, per avergli

pôrto ascolto; e che bisognava arrestarlo, e che non s'ha a prestar fede

al primo avventuriero che capita... ma tra quel rimproverare sorgeva la

voce della coscienza a dirgli: _E tu?_

Allora gli cadevano le parole di bocca e la baldanza di cuore, nè più

pensando a rimbrottare altrui, con sè solo la prendeva, tornava a

maledire sè stesso, e il dì che nacque, e chi lo generò, e la

fantasia entratagli di mettersi a combattere; la quale se non fosse stata,

avrebbe incontrato Ramengo, avrebbe fatto le vendette di sè, di

Franciscolo, di quell'angelo di Margherita, della patria, per sua cagione

perduta, dell'umanità da lui disonorata.

Io auguro che i lettori miei trovino, quantunque in tempi più fieri e

meno maliziosi, essere strano che diverse persone dessero nel calappio,

teso dal ribaldo. L'auguro per il loro meglio, giacchè questo proverebbe

che essi non hanno, ai loro giorni, avuto incontri con simile fiore di

scellerati, nè conoscono per prova con quanta sottigliezza sappiano essi

insinuarsi negli animi, colorire l'impostura, ammantare di generosità

l'infamia, di amicizia il tradimento, e col mutare voci e costumi, placidi

coi quieti, iracondi cogli stizzosi, bugiardi con tutti, acquistarsi fede

d'ogni parte. L'auguro anche in quanto sarebbe indizio che non hanno mai

provato i duri passi dell'esilio, nè quindi indovinano, quanta

consolazione rechi, a chi va profugo dalla patria, lo scontrarsi in altri,

di sorte e di pensieri conformi; quanto facile sorrida la speranza di

potere, con un modo o coll'altro, spesso coi più disastrosi, ricuperare

la terra nativa. A chi di tali cose avesse esperienza, pur troppo non

saprebbe di stravagante e di improbabile la confidenza che, al primo

incontro, posero in Ramengo quei garzoni, e che in lui collocherà un

altro nostro amico [25].

Perocchè Ramengo, appena si trovò campato dal pericolo di cadere

ammazzato dal proprio figliuolo, comincio fra sè a rammaricarsi e

indispettirsi. E abituato com era ad imputare sempre altrui le conseguenze

dei suoi proprj delitti, ed a cercare nell'ira rimedio ai rimorsi, anche

per questo accidente voleva sempre maggior male al Pusterla.--Perchè

egli m'ingannò col mostrarsene amoroso, uccisi la mia donna. Un figlio

almeno mi restava di lei, un figlio che poteva formare la mia compiacenza,

rendermi invidiato da quelli che ora mi disprezzano, ed ecco fra noi

cacciarsi di nuovo quest'infame, e per le pazze sue fantasie, padre e

figlio rimangono divisi, inimicati. Ma no; mai non desisterò finchè

io non riesca a riconciliarmi col figliuol mio. Torrò di mezzo costui

che l'affascina, allora ci ravvicineremo io ed Alpinolo; ricomparirò con

esso nella società a Milano, alla Corte. Quando io sarò salito in

grandissimo stato, oh chi mi cercherà di qual passo io vi sia giunto? Ma

tu, tu maledetto... tu che sei cagione di staccarlo da me, ora so dove ti

annidi; e non sia mai uomo se non te ne fo scontare la pena col sangue.

Allora solo le poste saranno pareggiate».

E scrisse a Luchino Visconti la lettera che abbiamo trovata in mano del

segretario, il giorno del colloquio di lui colla Margherita, nella quale

gli chiedeva l'impunità per suo figlio, ed accennava in nube d'essere

sul punto di partire per raggiunger il Pusterla. Di giorno più non

osò mostrarsi per le vie di Pisa; non tornò all'albergo presso

Acquevino, il quale teneva infamata la sua bettola per aver dato ricovero

ad un cotale, e ripeteva che di quella genia non ne fu mai stampa, nè

mai ne sarà in Toscana. Un bucuccio segnato con una frasca, e dove per

pochi soldi dormivano facchini, marinaj e male donne alla loro posta, diede

ricovero a Ramengo nei giorni seguenti, ma abbondando di denari e di

scaltrimenti, non tardò ad accontarsi con un capitano di marina, il

quale, col primo buon vento dovea mettere alla vela per Antibo, e con esso,

di fatti, tra pochi giorni abbandonò sano e salvo l'Italia.

Alpinolo, che nè dì nè notte si dava pace per trovarlo, e in tutte

le vicinanze lo appostava, e spiava ogni angolo più riposto, ogni

concorso più affollato, ebbe un bell'aspettarlo; nè più lo doveva

incontrare se non--vedrete in qual orribile luogo!

Margherita Pusterla: Racconto storico · 第 40 / 62 题