PISA

Perduta ormai la speranza di rivedere Alpinolo, certo che, dovunque fosse,

costui ne avrebbe fatte di tali da lasciarsi scoprire anche troppo. Ramengo

andava tra sè pensando ove rintracciario; giacchè il desiderio di

scoprire un figlio lo faceva disviare dalla pesta che fin la aveva

ansiosamente fiutata. In una delle sue corse alla ventura, mentre

costeggiava il Po, ascoltò di sotto un macchione uscire un fischio come

d'uomo che chiami: s'accosta: era un barchettajuolo, il quale sommessamente

gli chiese:--Vuol forse passare, signor cavaliere?

--Perchè cotesta domanda?

--Oh la si lasci servire. Conosco ai panni ch'ell'è un milanese. Se n'ho

passati queste settimane!»

Tali parole diedero la spinta all'irresoluta volontà di Ramengo, il

quale risposto un sì piuttosto agl'interni suoi ragionamenti che

all'inchiesta del barcaruolo, calossi, fece allogare il cavallo nel

barchetto: poi mentre il rematore faceva forza vogando e tagliando

obbliquamente il filone del fiume, il ribaldo, intento a scalzare, gli

domandava dei passeggieri, degli abiti loro, dei discorsi, del dove si

dirigessero: poi l'interrogò se fra quelli aveva veduto un bel fante

così e così, dipingendo Alpinolo.

--Eh eh! (rispondeva il remigante) se dovessi averli a mente tutti. L'è

stato un via vai! Però... quel che mi descrive mi pare di averlo veduto

sì: un uomo così fra i trenta e i trentacinque...

--No, no: meno: neppur venti; capelli neri...

--Appunto: or mi raccapezzo: occhi grigi, bassotto, tarchiato...

--Anzi, occhi neri: alto tanto più di me; ben tagliato in tutte le

membra:--impossibile vederlo e non ricordarsene.

--Uh! tanti asini si somigliano».

Capì Ramengo che l'uomo era tanto gonzo, tanto occupato del mestier suo,

da non poterne succhiellar nulla: onde giunto all'altra riva, scarsamente

regalatolo, si mise alla ventura, perchè l'unica indicazione datagli dal

navalestro fu che quei profughi erano _andati di là_. Varcò ancora da

luogo a luogo, richiedendo da per tutto, e da per tutto udendosi rispondere

che Milanesi di fatto, se n'eran veduti molti, ma niuno sapeva ridire chi

fossero, dove si dirizzassero: al più conoscevasi che andavano fuori via

dalla patria per la tirannide di Luchino.

Ma altri tiranni egli vide dominare per le varie città di Romagna: a

Rimini i Malatesta, gli Ordelaffi a Forli, a Faenza Francesco di Manfredi,

i Polenta a Ravenna: Roma lamentavasi vedova, dopo che i papi, tramutandosi

in Avignone, l'avevano abbandonata alla tirannide di que' suoi baroni,

contro dei quali doveva pochi anni dopo, sollevare generosa ed impotente la

voce Cola Rienzi: Bologna riceveva vita e splendore da forse quindicimila

Italiani e Tedeschi, studianti sulla sua Università, la quale fino

d'allora procacciavale il titolo di _dotta_ che conservò sin qua, come

conservò nello stemma la parola LIBERTAS, quantunque già in quei

tempi si fosse ai papi assoggettata. Valicando poi l'Apennino, Ramengo si

calò nel bel paese toscano.

Quivi la libertà era con maggior gelosia custodita, quanto a peggiori

abusi vedeansi rompere i signorotti di Romagna e di Lombardia: tutte le

terre difendevano acremente le loro franchigie, ed abborrivano il governo

d'un solo. Ma come sperare che una fanciulla si conservi innocente fra

bordellieri e femmine da conio? Quei tristi vicini se ancora non osavano

attentare direttamente alla libertà dei Toscani, se ne preparavano la

via col romperli, e col fomentarvi i mali umori. Sotto pertanto a

quest'infame influenza, le nimicizie cittadine ivi peggio che altrove

imperversavano: e i nomi di Guelfi e Ghibellini, che negli altri paesi

avevano quasi perduto la significazione, mantenevano quivi una tenace

vitalità. Ghibelline erano Pisa ed Arezzo; guelfe Pistoja, Prato,

Volterra, Samminiato, Siena, Perugia e principalmente Firenze; talchè,

invece di maturare un concorde sentimento di nazionalità, dal quale

soltanto potevano sperare frutti per l'avvenire, combattevansi e

contrariavansi l'una l'altra; patria riguardavano l'angolo dove ciascuno

era nato: forestieri ed avversarj tutti quelli d'altra terra, tanto più

accaniti quanto più vicini; e nelle loro querele invocavano spesso o le

funeste armi o la più funesta mediazione dei comuni e più veri

nemici, gli stranieri.

Fra quelle lotte però sentivasi la vita: ciascuno capiva quel che

valesse di per sè, e quel che potrebbe d'accordo cogli altri; il

commercio, l'agricoltura, le arti erano salito in gran fiore; pittura,

scultura, architettura, offrivano modelli, che il difficile nostro secolo

non cessò di ammirare; e la lingua, venuta a mano di Dante Alighieri

morto venti anni prima, e del Petrarca e del Boccaccio, giovani ancora,

acquistava il primato che più non perderà, sopra l'altre d'Italia.

Come in quella Grecia, a cui per tanti lati somiglia la patria nostra, si

dimenticavano le mutue nimicizie per convenire ai giuochi in Olimpia,

così l'umore allegro dei Toscani li raccoglieva alle splendide feste,

onde solevano spesso ricrearsi le diverse città, o nelle solennità

dei loro santi patroni, o per memoria di antichi fatti, o per celebrazione

di nuovi. Pisa in quel tempo aveva appunto riportato vantaggio contro i

Moreschi, che dalle coste d'Africa infestavano il Mediterraneo e l'Italia;

onde, per solennizzare quel trionfo e la presa di alcune loro galee,

dovevasi finire il carnevale colla festa di Ponte. Nè d'altro che di

questa udiva Ramengo ragionare per tutta Toscana allorchè vi capitò:

chi poteva, preparavasi per andarvi; gli altri se ne struggevano di

desiderio.--Perchè non v'andrò anch'io?» disse Ramengo. «Fra

tale concorso di gente, nulla più probabile che incontrar quello ch'io

cerco».

E vi si drizzò.

Pisa in quel tempo era nel maggior suo fiore. Porto frequentissimo come

(fatta ragione ai tempi) oggi sono Amsterdam e Londra, nel 1283 aveva

armate fino centotrè galee per guerreggiare Genova, che gliene oppose

centosette: vedeva a' suoi mercati accorrere Mori d'Africa, Normanni del

Settentrione, Turchignoti di Levante; mandava i suoi legni verso le Indie

orientali a caricarsi di spezie, che poi diffondava per tutta Europa,

riportandone in cambio legnami, canapa, stoffe, denaro. Alle speculazioni

congiungendo l'amore per le arti belle, innato nella patria nostra, dalle

imbarbarite regioni dell'Asia i Pisani traevano marmi, colonne, sculture,

di cui abbellivano la patria: di Palestina recarono terra per riempiere il

loro cimitero, onde poter dormire in terra santa; attorno a quel cimitero,

i ristoratori delle arti belle fabbricavano, scolpivano, dipingevano,

più insignemente perchè l'originalità non era stata per anco

soffogata dall'imitazione, nè il raffinamento materiale aveva tolto la

mano alle idee ed al sentimento. Su quelle pareti era stata ridotta a

figure la _Divina Commedia_ di Dante, per leggere la quale avevano eretta

una cattedra nella nuova Università;--poesia, pittura, scuola nazionale

e religiosa: commercio, arti, devozione, sapere, libertà; begli elementi

della vita italiana d'allora.

Oggi Pisa è ben altro. Una borgata a mare, allora appena avvertita, le

tolse quel resto di commercio, che le mutate condizioni d'Europa lasciarono

alla Toscana; i cencinquantamila suoi abitanti sono ridotti ad un settimo

appena; la marmorea cattedrale, lo stupendo battistero, la mirabile Loggia

dei mercanti, gli altri edifizj di antica maestà fanno un melanconico

contrasto coll'erba crescente per le vie spopolate, col silenzio delle

ammutolite officine, coll'inoperoso vuoto del suo Lungarno; e la bizzarra

Torre sembra chinarsi in atto di compassione per deplorarne le perdute

grandezze.

--Potenzinterra! ei dee venire da in capo al mondo se mai non ha inteso

parlare della festa di Ponte»; diceva a Ramengo l'oste Acquevino, che,

venuto giovane da Pontedera senza un becco d'un quattrino, come egli

diceva, in sulla via di Pisa avea rizzato dapprima un frascato, ove dava

bere a' mulattieri, cavandone le spese e qualche zaccherello di vantaggio;

poi coi quattrini facendo quattrini, e spacciando gran nomi ai piccoli vini

che la sete faceva parere strabuoni, murò un'osterietta, che, se alcuno

gli diceva essere piccola, egli, senza certo aver mai letto di Socrate,

rispondeva,--Così potessi averla sempre piena di avventori». Posta

sur un dosserello, aveva dinanzi uno spazzo ove si giocava al pallamaglio,

e da cui vedevansi passar rasente quelli che si avviavano alla città, e

dominavasi la vasta pianura, che da un lato scende fino al mare, dall'altro

è chiusa da collinette biancheggianti nel verde degli olivi, e

tramezzata dall'Arno che poi a forma di semicerchio divide Pisa. Colà

Acquevino fatto maturo e grassotto, ma sempre fresco, snello, gran

chiacchierone, gran lodatore del suo paese, del bel cielo, della buon'aria,

della buona gente, quanto un poeta arcade, dava alloggio a qualche

forestiere, facendogli poi nello scotto pagare la colpa di non esser

toscano; somministrava bubbole e da bere a vetturieri e pedoni; e con

religiosa integrità serbava prosciutti del Casentino e fiaschetti

d'aleatico e di Montepulciano, che un professore dell'Università aveva

paragonati all'ambrosia e al nettare degli Dei; similitudine che Acquevino,

da venti anni ripeteva come nuova di zecca a tutti i signori, che (diceva

egli col tono onde una civettuola dice esser brutta per sentirsi raffermare

il contrario) venissero ad onorare quella sua catapecchia.--E (soggiungeva)

qui gente non ne manca mai. Perchè io non sono come que' miei

confratelli, che vogliono far commenti all'altrui starnuto. Libertà per

tutti; chi paga è buon amico».

Vedendo arrivare in sulla sera Ramengo solo e con magra valigia, gli aveva

dapprima fatto gli occhi grossi ed era stato con lui tant'alto; ma quando

lo intese comandare la camera migliore, i più squisiti bocconi, il

centellino più scelto, e gli balenarono all'occhio i fiorini d'oro

lampanti, onde aveva rigonfia la borsa, disse fra sè:--Costui vuol

riuscire meglio a pan che a farina»; e mutò cantare: non fu buon

garbo che non gli usasse, e mentre si dava fretta intorno alle pietanze e

ai forestieri, trovava qualche ritaglio di tempo per regalare due parole

all'ospite dalla buona borsa, e vantargli il suo paese e la sua

osteria.--Pisa (gli diceva) fior del mondo; senza far torto a nessuno, e

meno al suo paese, signor forestiere. E se non fosse stata Pisa, tutta

Toscana era a manco d'un pelo di venir turca, e non si berrebbe

vino.--Ch'io le ne mesca un altro bicchieretto?--Vogliono esser forse

trecent'anni, i Saracini avevano posto piede in Calabria: ma i Pisani,

nemici dei nemici di Dio, mandarono il fiore della nostra gioventù a

snidarli. Cosa pensano quei dannati? Con navi sottili e col diavolo che li

ajuta, nel fondo della prima notte di gennajo hanno faccia di entrare in

Arno, invadono il sobborgo, lesti e queti così che nessun popolano se

n'accorse, fuorchè ai colpi dei malnati e alla vampa degli incendj.

Allora tutti a fuggire senza guardarsi alle gambe, e senza pensare ad

avvertire la città perchè si mettesse in difesa. Una donna sola, oh

viva le donne toscane!--la sola Cinzica de' Sismondi, attraversa i

maledetti che già occupavano il ponte d'Arno, corre ad avvisare la

Signoria; e subito un dar delle campane, un sonar di trombe, un leva leva,

un presto presto, un corri corri, tutti, a vedere e non vedere, pigliano le

armi; fanno fronte ai Saracini che, rincacciati, n'hanno di grazia a fare

salva chi può, si tolgono di testa il baco di mai più tentare la

gente più valorosa di cristianità. In memoria di quel trionfo sul

ponte stesso...»

Qui Acquevino, richiesto da altri avventori, dovette interrompere la

narrazione di quel fatto, successo intorno al mille, e in memoria del quale

il borgo rifabbricato di là d'Arno fu nominato di Cinzica, ed istituita

la festa del Ponte. Noi meno, pressati dagli avventori che non fosse

Acquevino, procureremo supplirgli alla meglio nel divisarne il modo.

La smania di fazioni, di allegrie, di battaglie, di devozioni tutt'insieme,

che Pisa, colonia greca, aveva dalla Grecia portato, suggerì quel genere

di festa; lo tenne vivo il desiderio politico di alimentare gli spiriti

guerreschi, tanto necessarj per mantenere la pace e tutelare i diritti.

Imperciocchè in grazia di quella, i più valenti e animosi fra i

giovani pisani si addestravano continuamente nelle armi e nei movimenti del

corpo; e in tal guisa formavansi prodi e disciplinati sotto capitani, che,

come più esperti, erano a ciò trascelti per voce di popolo, e che,

dopo le finte lotte, poteano guidare anche alla vera.

La città e il territorio si dividevano in due fazioni, chiamate dei

Bianchi e di Borgo, ovvero di Sant'Antonio e di Santa Maria, da due chiese

una di qua, l'altra di là del fiume. Nappe di color diverso, per lo

più intrecciate e regalate dalle belle, distinguevano i parteggianti; e

per quindici giorni innanzi alla festa non era quasi nient'altro che

lottare e tambussarsi, ora in pochi, ora in più, con guasto anche di

molte vite. Giunto poi il dì solenne, i combattenti delle due fazioni,

protetti il capo di celate, con alla mano noderosi randelli che chiamavano

i targoni, schieravansi dai due capi del ponte di mezzo, formando una

fronte di forse quaranta. Non appena alzata la sbarra, si movevano

all'incontro, e venuti al colmo, allora era il menar delle mani, il

cozzare, il picchiarsi; e la baja diventava pur troppo da vero. I primi,

coi targoni appuntati al petto, pigiavano, spunzavano contro gli avversarj;

altri menavano, facendosi piazza; alcuni carpone si ficcavano tra le gambe

dei combattenti, o per arrovesciarli, o per alzarli di peso e buttarli in

Arno. Sulle spallette intanto venivano i capitani, col battacchio

anch'essi, dando un poco di regola a quel tumulto, rincorando, zombando, ma

coll'occhio attento a schivare gli avversarj, che, se vedevano il bello,

con uno spintone li sbalzavano dal ponte. Sotto a quei colpi, tra quella

furia, guaj a chi stramazzasse ai piedi della calca! Il men male era per

chi dai parapetti traboccassero in Arno, ove stavano pronte le barchette a

raccorli. Del resto si ferivano, si abbattevano, si disarmavano avversarj,

si facevano prigionieri; nè per tre quarti d'ora restava il calcare, il

ferire, l'accopparsi, come diceva Acquevino, con mirabile tripudio degli

spettatori. Dalle finestre, dai terrazzi, dalle bertesche, d'in su i tetti,

una calca di gente attendeva, smaniando di gioja, di timore, di applausi,

d'incoraggiamenti, di fischi, secondo che questa o quella parte piegava o

prevaleva; secondo che era in fortuna o in disdetta l'amico, il parente,

l'amante; secondo che Sant'Antonio o Santa Maria più acquistavano del

combattuto ponte; e sì gran fervore ponevano nel matto parteggiare, che

madri, sorelle, amiche, all'udirsi annunziare le ferite e fino la morte dei

loro cari, domandavano qual delle due parti avesse avuto il meglio, e se

l'annunzio rispondeva ai loro desiderj (Spartane fuor di tempo) obliavano i

più teneri e sacri affetti per prorompere in festose acclamazioni.

Spirato il termine concesso a quel furore, sonavasi a raccolta, calavansi

di nuovo le sbarre, e la parte che più avea preso dell'erta, veniva

gridata vincitrice. Qui le baldorie, il trionfo, e i più segnalati

campioni, incoronati dalla Signoria, abbracciati, baciati da chiunque avea

la fortuna d'esserne, in quel giorno, amico; e scornacchiare i vinti, e

cantare inni, come fossero stati distrutti i nemici della patria.

Poichè le usanze sopravvivono al loro motivo, i Pisani continuarono il

sanguinoso spasso anche quando il valore non solo era divenuto inutile, ma

si sarebbe reputato una colpa; e finalmente Pietro Leopoldo di Lorena,

trovandolo troppo per un giuoco, troppo poco per una guerra, lo proibì.

--Non ha mai visto, signor forestiero, in vita sua e per tutto il mondo, un

tal concorso di cristiani?» domandava l'oste a Ramengo, il quale, la

mattina dello spettacolo, stava sopra un terrazzino, ombreggiato da un

leccio, osservando Pisa e la folla che vi traeva. E girando in tondo la

mano distesa, seguitava:--Le par poco? Che sciali! Che bellezza! che brio!

Un toscano si discernerebbe anche di mezzo alla moltitudine di Val di

Giosafatte. Quelli che vede in lucco maestoso sono i Fiorentini; ricchi

sdondolati, sa, speculeranno anche sulla festa. Quest'altri, tutti in

fronzoli e in fiocchi, sono Pistojesi; quelli là, da Siena, la gente

più leale e sincera delle tre parti del mondo. Il desiderio di vedere le

nostre feste gli ha fatti dimenticare delle vecchie emulazioni; e a Pisa

tutti saranno i ben accolti, e nemmeno si temerà che ci portino la

peste. Oh veda la bella cavalcata! Sono signori della Versilia e della

Lunigiana, terribili nei loro castelli non meno che sul mare; lo sanno i

viandanti.--Buon divertimento a lor signori! Posso servirli di

nulla?--Questi sono di que' ricchi cogli arnioni, e vengono dalla val di

Nievole, fertile e ridente, ch'è il paradiso di Toscana, come Toscana

è il paradiso del mondo. Snidarono essi gli antichi baroni, e si

piantarono nei loro palazzotti per coltivar le vigne e gli uliveti.

Osservi, belle e robuste figure. E tutti hanno in groppa fanciulle e donne,

che, non v'è rimedio, le eguali non vede il sole, per quanto giri.--Viva

il bel sole, vivano le belle donne di Toscana».

Così, ma a spizzico e scappa scappa, raccontava l'ostiere a Ramengo,

intanto che dava ricapito agli altri, che cominciavano bene la mattinata

con un fiaschetto; e quel vivo spettacolo pareva ammansare il truce animo

di Ramengo, che, nella contentezza di sapersi padre, nella speranza di pur

trovare suo figlio, di riconciliarsi con esso, pareva entrare in una vita

nuova, e talora sentivasi preso da un tal accesso di benevolenza, che

proponeva lasciare la micidiale e infame sua scelleraggine, e cercare con

belle azioni la stima dei buoni, la tranquillità dell'animo, la

serenità che attorno a sè vedeva regnare nella turba festiva.

Alla quale intento, mirava dai poggetti, dagli scenderelli, dai tragetti,

sbucare i villani, a larghi cappelli di treccia bianchi, con nastri rossi e

neri; e quadriglie di contadinotte che, cammin facendo, trecciavano la

paglia.--Esse scendono dai colli di Signa (ripigliava Acquevino). Questi

sono i robusti montanari di Lucca. Cotesti pallidi e scialbi vengono dai

contorni del lago di Bientina»; ed ai vivaci colori del loro vestito

faceano contrasto i bigi e neri e bianchi delle tonache di tanti frati, e

il marrone dei mendicanti, che accattavano pei poveri e per Dio.

Su per l'Arno intanto vedeva un mondo di bacchette guizzare leggiere fra

mezzo ai grossi legni ancorati. Chi capitò a Pisa per la festa della

Luminara, che si rinnova nel giugno d'ogni terzo anno, ed ha goduto, per

non più dimenticarlo, l'incantevole prospetto di quella città, con

tutti gli edifizj, le cupole e i campanili accesi a lumicini e fiammelle, e

una quantità di navicelle illuminate vogare l'una a prova coll'altra,

potrà immaginare il tripudio che, in tempi tanto più prosperi ad

essa, vi si doveva fare alla festa di Ponte. Fra tutta quella moltitudine

era una curiosa allegria; eccitata viepiù dal felice rinnovarsi della

stagione, ed alimentata da capricciosi scherzi, da bizzarri motteggi, che

si facevano, che si slanciavano gli uni agli altri, nella dolcissima e

vivace loro favella. Un coro di giovani, dando fiato alle zampogne,

accompagnava gli accordi di altri che cantavano la nota ballata:

Vaghe la montanine pastorelle,

Donde venite sì leggiadre e belle?

E com'ebbero finito l'aria, una forosetta, che, per grandi occhi e per

guancie rubiconde come una melarosa, si discerneva dalle compagne,

rispondeva con voce più robusta che delicata, mentre appunto passava

sotto al balcone ove stava Ramengo:

E s'io son bella, io son bella per mene,

Nè mi curo d'aver de' vagheggini;

E non mi curo niun mi voglia bene,

Nè manco vo' ch'altri mi facci inchini.

--Guarda che bella tosa», esclamò un giovane, sbucando di dietro la

taverna, e spingendosi audacemente verso la fanciulla. Al suono della

parola e dell'accento forestiero si voltò Ramengo, e riconobbe un

crocchio di Lombardi. Quando ogni paese portava diversissime foggie di

vestimenti, bastava un'occhiata per discernere gente da gente; e i Lombardi

d'allora, dico i più ricchi e da festa, usavano nobili panni, assettati

alla persona, foderati di seta, o cappe tedesche foderate di vaj; cappucci

alle gote con fregi d'oro intorno alle spalle; ai piedi calze e calzeroni;

alla cintura larghe correggie con fibbie d'argento, da distinguerli al

primo sguardo.

Vibrò Ramengo un'occhiata fra loro; fissò con sguardo scrutatore quei

visi, ed accertatosi che fra quelli non v'era chi lo conoscesse per veduta,

o gli potesse interrompere i disegni suoi, scese, e col parlare si diede a

conoscere per loro compatrioto. Tosto gli furono essi intorno con

quell'amorevole premura, onde si suol salutare un concittadino su terra

lontana, dove basta la comunanza di patria per far riguardare siccome amico

anche uno sconosciuto.

In quella libera città avevano fatto capo i molti forusciti da ciascuno

dei varj paesi lombardi; e quivi, pascendosi delle speranze, dolce e

indigesto nutrimento dei profughi, preparavano maneggi ed armi contro al

tiranno della patria loro. Ma il tiranno della patria loro aveva il

vantaggio, che ha sempre chi già trovasi in possesso d'una cosa, sovra

colui che ne lo vuol privare; e mentre essi menavan trattati a danno di

lui, altri più vivi ne raggirava sott'acqua, Luchino; quelli andarono

sventati, questi riuscirono al loro intento.

Ma non anticipiamo gli eventi, e ci basti per ora mostrare come quella

festa, al pari di tutte le altre antiche e moderne, nostrali e forestiere,

potesse rassomigliare al color di rosa, che tinge le guancie d'alcuni

consumati da mal sottile: sul volto non appare che la sanità, ma dentro

cresce lo spasimo e il marasmo; oggi sorridono, domani morranno.

Ramengo, sicuro tra quei sicuri, salutava, rispondeva, abbracciava,

stringea la mano a questo o a quello, e sebbene potesse sperare che il nome

suo fosse tra i forusciti riguardato come quel d'un amico, d'un compagno di

sventura, gli parve però prudenza il dissimularlo, e si diede per un tal

Lanterio da Bescapè, nato all'ombra del Duomo di Milano, abitante alle

Cinque Vie, e come loro fuggiasco dalla patria,--perchè (diceva) chi

può reggere regga in una terra, a quel modo oppressa da così

scellerato tiranno. Tenga egli seco i suoi mastini, tenga il suo Sfolcada

Melik; non chi sentesi nelle vene stilla di sangue italiano».

Pensate se quelle parole andassero a' versi de' forusciti, e quasi il

parlare avventato fosse infallibile contrassegno di spiriti animosi e

sinceri, già, senza un sospetto al mondo, computavano il nuovo arrivato

per un acquisto; già prendevano occasione di narrargli ciascuno i torti

fatti da Luchino alla loro patria, a Cremona, Pavia, Lodi, Como, Bergamo,

ed i particolari loro disgusti, o domandarlo de' suoi, che immaginate

s'egli sapeva impiantare e colorire al vero. Ognuno poi si affrettava a

chiedergli di questo o di quello fra i parenti, fra gli amici che aveva

lasciato a Milano.

--A che partito sono gli Aliprandi?

--Morti per fame.

--E Bronzino Caimo, quel gran moderatone, sta sempre col tiranno?

--Sta col muso alla ferrata per aver osato difendere la verità, se pure

non gli è già capitato di peggio.

--E Matteo Visconte?

--Confinato a Morano di Monferrato.

--E Barnabò?

--In Corte dello Scaligero. E dicono farà un parentorio con quella

signora regina.

--E Galeazzino? sempre bello? sempre galante? sempre adoratore di madonna

Isabella?

--Oibò! Il signor Luchino dorme soltanto finchè vuole. Il bel

Galeazzo è vagabondo per povertà, e per far perder allo zio la sua

traccia. Dicono però sia in Fiandra»,

Così rispondeva Ramengo alle varie domande, lieto di mostrarsi informato

per guadagnare maggior fede, e di narrare quel che sapeva onde ricavarne

quel che cercava. Perocchè, come il marinaro nel riveder le onde quiete,

come il ladro al presentarglisi un bel tiro, come il beone all'entrar in

una bettola, dimenticano ogni proposito antecedente, così Ramengo

dissipò quei momentanei impulsi al bene, tosto che si vide innanzi

l'occasione di poter nuocere; volle mentire sulle prime, affine di

scoprire, se potesse, ove trovare Alpinolo, quindi, al solito, un peccato

il trasse all'altro, all'ebra necessità del delitto, a far il male per

il male istesso.

--Ma dunque (gli domandavano quegli infervorati), che vivere è oggi a

Milano?

--Il vivere (rispondeva Ramengo) dell'inferno e di ogni paese in

servitù. Luchino ogni giorno più imbaldisce, perchè vede che le

alre città, spaurite, vengono a lui, come il bove che volontario andasse

al macello. Dieci n'ebbe già Azone in obbedienza, non è vero? Ebbene,

costui già v'aggiunse Bobbio, Asti, Parma, Crema, Tortona, Novara,

Alessandria....

--Vili! così lor pute la libertà? così vogliono farsi puntello al

trono di uno scellerato?» l'interrompeva Aurigino Muralto da Locarno. Ed

Acquevino, che mesceva loro del più generoso, ripetendo,--Guardino

com'e' brilla, spruzza, salticchia! Resusciterebbe un morto», ascoltando

quegl'infervorati loro parlari, quel prendersela così d'impegno,

dimenava il capo ed esclamava:--Poveri paesi! Viva la libertà toscana!

Per dio bacone, viva il giardino d'Italia!... Ma trovato quest'aria, questo

vino, questa pace, cosa importa a loro chi sia e quale il padrone? Non

basta ciò alla vita beata?» E andandosene canterellava:--Nè per

tempo nè per signoria non ti dar malinconia».

Prediche al deserto. Ramengo, dopo vuotata una tazza con quei

compatrioti, proseguiva:--Giudichereste però che egli cresca per

questo in potenza? Tutt'al contrario: ingelosi le potenze vicine, e al

primo vento le barbe diverranno rami. I signori Gonzaga lo guatano da

Mantova in cagnesco; il conte di Savoja già levossi i guanti, e

prepara delle buone armi; il marchese di Monferrato non vede quell'ora

di romperla seco. Ma chi la romperà in modo da non rappiccarla

più, ve ne accerto, sarà Mastino della Scala. Nel paese poi non

vi dico altro. Sapete che gran ghibellino si è mostrato Luchino

finchè durò in condizione privata. Chi non avrebbe creduto che

dovesse ora in ogni cosa dar mano alla parte migliore? sostener i

nobili contro la ciurmaglia? Ma no, li tratta nè più nè meno

di quel che faccia coi Guelfi più marci nell'anima. Questi però

non gli credono, e lo tengono un impostore; gli altri se gli

rovesciano ogni di più; cosicchè gli è proprio il colosso di

Nabucco dai piedi di creta.

--Ma il sassolino che basti ad atterrarlo?» soggiungeva Caccino Ponzone

cremonese.

--Eh! il sassolino ci saria ben egli (rispondeva quel falso) e se... Ma

lingua taci...» e battevasi sulla bocca.

Era il miglior modo di metterli in savore, onde, stringendosegli viepiù

intorno e punzecchiandolo,--Che? dite su; c'è qualche nuvolo in aria?

c'è speranze? Abbiamo ben compreso che voi in cose di Stato pescate al

fondo. Perchè far misteri con noi? la causa dei Milanesi non è quella

pure di noi tutti? e siam qui per dare di spalla quanto valiamo. Non si

aspetta che quel momento del Signore, il _dies irae_. Ma chi dirigerebbe?

--Se Franciscolo Pusterla...» Proferito questo nome, Ramengo si recava

sulla sua, con una di quelle pause a tempo, che sono il giuoco dei

maliziosi, e girava uno sguardo aggressivo su tutti quegli impavidi visi,

come per succhiellarne il pensiero più arcano. Ma non facea bisogno di

tanto perchè l'imprudenza andava in essi di pari coll'ardor giovanile,

tanto che il tristo n'ebbe miglior mercato che non isperava.--E che? (gli

domandavano coloro) siete anche voi di quelli del Pusterla?

--Come! se sono dei suoi?... (ripigliava Ramengo) Chi aveva il mestolo di

tutta quella faccenda a Milano? e perchè m'ho avuto di grazia ad uscirne

colla pelle? Ora qui (e li mostrava) ho dispacci da recare a lui... ma,

acqua in bocca, che alcuno non mi ascoltasse. La prudenza non è mai

troppa. Coloro hanno bracconi da tutte le bande. Io ho lettere per lui dal

signor Mastino della Scala...»

Ramengo punzava, ed emetteva queste parole a scosse; balestrando gli occhi

in faccia a tutti: essi credevano per cautela, in fatto era per ispiare

l'impressione che su loro faceva, e se alcuno potesse o volesse dargli

notizie o modo d'averne. E notò alcuni che dimenavano il capo, come

volessero esprimere,--Non ne faremo niente»; sicchè continuò:--Ma!

quando si dice gli uomini!... Chi lo avrebbe creduto? Egli, che poteva, sol

che volesse, divenire capo e salvatore della patria, ora dorme... s'è

rimpiccinito... scappa come un fiacco paltone...

--E' bada a fare _mea culpa_ ai piedi di un fornaio...» uscì a dire

Aurigino Muralto.

Fornajo di mestiere, quindi _Fournier_ di soprannome era stato il padre di

Benedetto XII papa, allora sedente in Avignone. L'indicarlo a quella guisa,

anzichè spiattellarne il nome e il luogo, era stato una di quelle povere

transazioni che fanno colla prudenza coloro i quali sanno alle sue leggi

rassegnarsi solo fino ad un certo punto.

Aurigino non si sarà creduto d'aver fatto il minimo, male, non n'avrà

concepito il minimo rimorso, eppure avea messo lo spione sulla traccia, che

più non perderebbe. Ramengo toccava appena il suolo colle piante per

l'esultanza di questa scoperta, ma dissimulando e facendosene appieno

informato,--Di certo (proseguiva) e' s'è messo ad Avignone come un

chierico, il quale aspiri al cappel verde o al rosso, o come un basso

delinquente, che cerca sicurezza celando lo stocco micidiale fra le tonache

e le cocolle. Ma lo ridesteremo noi da codesto pigro sonno... oh, lo

ridesteremo!

--E qui (soggiungeva il Ponzone) troverete amici suoi, da potervi dare

indirizzo e ajuto.

--Vi saranno, m'immagino, suo fratello Zurione, Maffino da Besozzo, quel

della Pietrasanta...» domandava Ramengo. E gli rispondevano:--Sì, ma

chi ne mostra più amore e devozione è lo scudiere Alpinolo.

--Alpinolo?...» ripetè colui, sentendosi dai capelli alle piante

rimescolare.--Alpinolo? dov'è? ch'io lo veda tosto, ho estrema

necessità di parlargli per cosa che molto dappresso lo tocca. Dov'è?

dov'è?

--Che furia!» saltava su quel mezzo prudente da Locarno.--Finiamo di

bere, e poi venite con noi. Laggiù ve li faremo trovar tutti. Che festa

per loro a rivedervi!...

--Ma io voglio parlare con Alpinolo dapprima... con lui testa testa. Le

cose so come vanno trattate»; e mentre egli era dominato dall'ansietà

di trovare un figlio, e dalla speranza che, scoprendosegli padre, ne

avrebbe e perdono ed amore, essi continuavano a bere, a discorrere, a

ragionare, massimamente di Alpinolo.

--È un demonio colui quando si tratta di mettersi ad un'avventura.

--E per un proponimento non ha il pari. Ti ricordi, Ponzone, i primi

giorni? Noi lo credevamo muto: nè parlava nè faceva segno. Che è,

che non è, aveva fatto proposito di non proferire sillaba per sei mesi.

--E così giovane! (soggiungeva il Muralto.) Che gran soldato vuol

riuscire!

--Ed ai nostri giorni (replicava il Lambertengo) se n'è visto dei

soldati, con nient'altro che la propria spada, fare slanci, e toccare i

primi gradi. Costui lo vedo già a un gran posto.

--Di chi dicono? (s'inframmetteva Acquevino) Di quel garzonotto con quegli

occhi senza secondi? E come se lo conosco! Caspita! gli è di buon gusto

e vien a bere qui tal volta un par di gotti, e non mesce a miseria; e dice

che vini come i toscani, è inutile, non se ne trovano al mondo nè in

maremma. L'altro dì era con alcuni; e dagliene un sorso, dagliene un

secondo, erano brilli; e venuti a parole, uno gli disse:--Taci là, tu

che non hai nemmeno padre.--Non avea finito, che Alpinolo, senza dire,

guarda che ti do, stampandogli le cinque... volli dire le quattro dita

della sua mano sulla guancia, gli buttò tre denti in gola».

Che suono facessero ad un padre, ad un tal padre, siffatte parole,

immaginatelo. Sapeva d'esser vicino al figlio, e quel figlio lo sentiva

lodato: lodato per quell'unica virtù ch'egli valutava: l'unica che, in

tempi di quella sorta, potesse aprirgli facile varco alla glòria e alla

potenza. Che lusinghe per la vanità di Ramengo! come struggevasi di

vederlo, di abbracciarlo! Come si componeva in bocca le parole per calmare

la prima furia! Dimenticava perfino di avere scoperto il nascondiglio del

Pusterla, dimenticava Luchino ed i premj sperati e le giurate vendette.

Quindi, col cuore palpitante, al modo che gli aveva palpitato nelle notti

che stette appostando il drudo della Rosalia, calossi verso Pisa in mezzo a

quei buoni Lombardi, i quali, intrecciati braccia con braccia, intonavano

le canzoni della patria loro,--canzoni che per l'esule finiscono sempre in

un sospiro!

Margherita Pusterla: Racconto storico · 第 38 / 62 题