RICONOSCIMENTO.

Camminerebbe pur bene il mondo, se, nell'effettuare lodevoli disegni,

ponessero i buoni tanto impegno, quanto nei loro scellerati i ribaldi, pei

quali le malvagità che non han potuto compire, sono un debito che si

credono obbligati di spegnere. Luchino e Ramengo avevano raggiunto la

Margherita e molti dei presunti congiurati: ma si eran lasciati sfuggire

Franciscolo, e tanto bastava perchè considerassero il colpo come

fallito. Ramengo specialmente rodevasi dentro, che il suo nemico avesse

potuto camparsi col figliuolo; il figliuolo che tanto gli faceva stizza e

invidia, come quello che gli rammentava l'unica gioia innocente che esso

agognasse sulla terra, e che, come voleva credere, per colpa di

Franciscolo, eragli stato tolto di godere.

--Che importa (diceva tra sè) che costui deva andare ramingo sopra la

terra? Egli ha un figliuolo. Io vivo in patria, ma solitario; non avrò

mai un figlio, le cui bellezze e le glorie si riflettan sopra di me, che

m'aiuti a salire, che faccia me invidiato quant'io invidio altrui.

E più smaniava di vendetta allorchè rifletteva come quel fanciullo

l'avesse avuto in propria mano, e gli fosse stato rapito con forza e con

ischerno da quell'abborrito Alpinolo, a cui sempre più male voleva, come

sogliono i ribaldi a coloro che ne sfuggirono gl'inganni o la violenza.

Nell'ebbrezza pertanto della sua scelleraggine, propose al signor Luchino

di uscire all'inchiesta del gran cospiratore e dei complici suoi. Per

colorire la cosa, Luchino comprenderebbe anche Ramengo nella lista degli

indiziati e degli sbanditi: talchè egli, in aspetto di perseguitato,

entrerebbe creduto e compatito in mezzo ai forusciti, e potrebbe così,

sotto l'ombra d'una fraternità di sentimenti e di castigo, discoprirne

le trame; ritrovare il nascondiglio del Pusterla, e forse trarlo nelle

reti. Così leali mezzi adoperavano i principi--allora.

Ben fornito a denaro, ma in apparenza di fuggiasco, e travisandosi col

mutar foggia di barba, di capelli, di vestito, uscì dunque Ramengo di

città, e prima scorse lo Stato dentro ai confini, se mai s'avvenisse a

qualche amico dei profughi che stesse macchinando, o che gli desse fumo di

ciò che gli importava. Da per tutto ritrovava la gente bassa intenta ai

lavori dei campi, al traffico, alla domestica economia; i baroni nei loro

castelli desiderosi di godere la vita e di conservare il poco potere che

avevano ancora; i giovani cupidi di imprese in guerra e in amore; e per

mezzo a tutti, preti e frati che predicavano la necessità di amarsi, di

compatirsi, di negar la propria volontà, chi voglia vivere meno male

questi fugaci giorni dell'esilio. Ramengo entrava fra loro narrando,

chiedendo, tentando; essi gli rispondevano senza sospetto, senza doppiezze;

rimembravano migliori tempi, l'udivano volentieri quando esso per

suggestione accennava la probabilità che rinascessero, ma tutto finiva

qui; ed egli, domanda, guarda, rifrusta, nessuna potè trarre alla luce

delle bramate iniquità. Fermò dunque in animo di proseguir le sue

indagini verso il cuore d'Italia, e dirizzossi al Po. Schivando

Pizzighettone e Cremona, come faceva di tutte le città lombarde, dopo

Grotta d'Adda piegò in quel terreno che scende laddove l'Adda mette foce

nel re dei fiumi; terreno allora del tutto incolto, ghiajoso e sterpigno,

in cui le acque esercitavano a baldanza i loro guasti, non frenati dalla

mano dell'uomo. Nel fendere quella lama, un improvviso temporale, come suol

avvenire sul mettersi dell'autunno, colse Ramengo in sulla sera, ove, non

che vedere alcun ricovero, nè tampoco un sentiero discerneva che lo

avviasse. Cacciato dalla pioggia battente e dalla notte che cadeva,

spronò il cavallo senza sapere verso dove, ma secondo il terreno gli

pareva abbassarsi, sperando che in riva al fiume troverebbe una casipola,

un navalestro, un pescatore. Di fatto la sua fortuna, o la disgrazia

altrui, gli fece discernere un giovane mugnajo, che a mazzate cacciavasi

innanzi l'asinello colla soma del grano, per riparare la quale erasi cavata

la giubba, buttandovela addosso al modo di sargia.

--Ehi! quel ragazzo! c'è a trovar un ricovero da queste bande?

--La venga con me. Qua a mancina sta un macchione di pioppi, indi il fiume

e il mulino di mio babbo».

Così rispose il ragazzetto, ma poichè il somarello andava più di

buona voglia che di buon passo, Ramengo n'ebbe abbastanza di

quell'indicazione, e toccò via di trotto serrato, sotto all'incessante

acquazzone, finchè alcuni lastroni di macina l'avvertirono del mulino

cui era già addosso, senza peranco vederlo. Un lampo gli mostrò sopra

un dosserello la casipola, in riva al fiume, coperta da due pioppi

piramidali e da un cespuglio di ontani, e vicina ad un barcone da mulino.

Da un finestruolo e dalle fessure degli assi mal confitti sbucavano liste

di fumo e traluceva la vampa di un fuoco allegro, sul quale una donna

veniva rosolando una frittella, come ne davan l'avviso e l'odore oleoso e

lo scroscio che confondevasi con quello della pioggia esterna.

Ramengo, scavalcato, bussò risoluto alla mal chiusa portella; un cane

alzò subito vivi latrati: la donna di dentro abbandonando il fuoco e

rompendo a mezzo un'_Ave Maria_, corse ad alzare il saliscendo, gridando:

--È lui: è Omobono: entra: tu devi essere lavato come un....

Interruppe il paragone al vedere, invece del somaro, un puledro che ansava

e fumava, e invece del figliuolo ch'ella aspettava, uno sconosciuto;

però men dispiacente che maravigliata, con rusticale cortesia

l'invitò ad entrare. Entrò di fatto Ramengo in una cucina bassa,

tuffata, fumicosa, col pavimento di terra battuta e disuguale; nel mezzo

quattro sassi fermavano il focolare, dove ardeva una fiammetta, e sebbene

fosse appena di settembre, la famiglia stava a godersela come di gennajo,

mentre recitava il rosario. La vampa che se ne diffondeva mostrava gli

utensili più necessari a preparare i cibi grossolani; la madia, una

cassapanca, un par di scannelli; poi appiccati agli arpioni, alle

rastrelliere, nasse, fiocine, bertovelli, lenze, e insieme vagli e sacchi

d'un bianco polveroso come il vestire di quegli abitatori.

Al comparire dell'ignoto, un ragazzo ed un vecchio si levarono da sedere;

Ramengo senza tampoco salutarli si fece al fuoco, dicendo:--Che tempo del

diavolo! Ho dovuto ritirarmi qua entro per non annegare.»

Il vecchio, riponendo la coroncina e racchetando il cagnuolo,

soggiungeva:--Se vossignoria si contenta di ciò che v'è, è a suo

piacere.»

Egli, accomodandosi al fuoco, donde quelli con rispettosa cordialità

s'erano ritirati,--Sopratutto (disse) vorrei riparato bene il mio cavallo.

--Oh per questo (replicò il sere di casa) vossignoria non si dia pena:

ci abbiamo uno stallino pel nostro giumento, con riverenza parlando, e dove

i bardotti stabbiano qualche volta i rozzi che tirano l'alzaia. Vi

troverà anche la compagnia di un puledro, che le so dire vale il suo.

Ehi! Dondino, va a riporlo.»

--Un altro puledro? (chiese sbadatamente Ramengo) e di chi? Vostro?

--Mi corbella, signoria? nostra una bestia di quella fatta? È d'un

cavaliere nostro amico.

--Un cavaliere vostro amico? (ripetè Ramengo con un certo sogghigno

beffardo). E come si chiama?

--Si chiama... Oh vossignoria deve conoscerlo... è tanto nominato! Si

chiama il signor Alpinolo».

E proferiva questa parola con una dignitosa compiacenza, col tono solenne

d'un medico che pronuncia il nome greco della malattia considerata,

sicchè era una squisitezza il vederlo. Ma Ramengo a quel nome rizzò

la testa, tese le orecchie, siccome il suo cavallo quando udisse schioccare

la frusta, ed esclamò:--Alpinolo? che veniva da Milano? un tòcco di

giovane ben complesso? sui diciott'anni, capelli neri, ricciuti, occhi di

fuoco?

--Ma sì, ma sì, (interruppe il buon mugnajo a quella descrizione da

passaporto). Forse che vi sono due torrazzi di Cremona o due Alpinoli a

questo mondo? Signoria, sì, quel desso in petto e in persona.

--Oh come capitò da queste bande, che non ci verrebbe uno se non

perduto? e lo dite amico vostro?» Ed ora dov'è? continuò Ramengo,

mal celando l'ansietà messagli in animo da questa notizia.

L'altro, tutto pacato, se non che un'aria del più perdonabile orgoglio

rideva sul suo volto, proseguiva:--Ebbene, ha da sapere vossignoria.... Oh,

l'è una favola a dirla. Ma prima si accomodi. Ehi, Omobono, (così

diceva a quel tale garzoncello, figliuol suo, ch'era giunto anch'esso, e

che tanto volentieri avrebbe trovato sgombro il focolare e lesta la cena),

accosta un trespolo, reca una bracciata di legna, poi va a dare un'occhiata

al mulino se tutto è bene. Vossignoria si faccia presso al fuoco, che

non abbia a pigliarsi una infreddatura. Oh, questa pioggia le ha passato la

gabbanella: la dia qui alla mia donna da sciorinare.

--Sì, sì, ma continuate quel che v'ho chiesto.

--La sappia dunque che il signor Alpinolo.... tale quale mi vede, io son

suo padre... cioè... egli deve a me la vita. Anzi sono più che suo

padre, perchè suo padre è stato... che so io?... qualche crudelaccio

che lo buttò via; che, quanto fu da lui, tentò di mandarlo a male

e...

--Non dite così» gli dava sulla voce la Nena, sua moglie; giacchè

il lettore può essersi accorto ch'erano quel Maso e quella Nena, da cui

Ottorino Visconti avea portato via Alpinolo ancor fanciullo.--Non dite

così; siete troppo facile a pensar sinistro.

--Eh!» rispondeva Maso, dimenando il capo e stringendo le labbra con un

garbo fra di bonarietà e di importanza:--Tu non hai perduto mai di vista

i pioppi di questa riva. Ma io del mondo n'ho veduto la parte mia, e ho

sempre trovato che chi pensa male pensa bene. Fatto è che Alpinolo

moriva se non ci fossi stato io.

--Ed io?» soggiungeva la donna.

--Sì; anche tu: ma la storia è lunga e vossignoria vorrà dormire,

neh?

--Contate, contate» insistette Ramengo, non tanto desideroso d'incantare

la noja coll'apprendere la storia d'Alpinolo, come intento a scavare dove

egli si trovasse, avendo per fermo che con lui sarebbe anche il Pusterla. E

chi dirà se quell'anima truce non meditasse anche di ricambiare

l'ospitalità del pescatore coll'accusarlo d'avere tenuto mano coi

ribelli e d'averli ricoverati? Purchè gli tornasse conto, purchè si

avvicinasse alla sua meta, che importavano all'ambizioso quelli che doveva

in sul cammino calpestare? Ma il mugnajo, sicuro dell'innocenza sua,

proseguiva:--Per rifarmi dunque da capo, vossignoria deve sapere che... un

pezzo fa... vogliono ben essere sedici o diciasette anni, n'è vero, Nena?

--Fate il vostro conto» rispondeva la moglie.--Sapete che allora io

aveva al petto il nostro Omobono che è qua.

--Appunto! or mi raccapezzo; sconta dall'anno che passarono di qua i

Fiorentini soldati, con tutte quelle croci segnate sulle spalle; e dicevano

che il papa per ogni milanese che ammazzassero, gli assolveva da un peccato

mortale».

Il buon uomo voleva dire dei crociati che, al tempo della guerra di Monza,

mossero contro de' Visconti sotto al cardinale legato. Ma Ramengo, ristucco

di tante digressioni quanto n'è il nostro lettore,--Facciamola un po'

corta», gridava risoluto.

--Or bene (seguitava il pescatore); diciott'anni fa, salvo errore, una

mattina appena l'alba, come è costume di noi molinaj, m'alzavo per

cacciare in alto il barcone: quand'ecco là basso, dove il fiume fa una

ritorta o un gorgo sotto agli ontani, vedo attraversato un barchetto, fatto

in tutt'altra foggia dai nostri, e nessuno che lo guidasse. Qualche

disgrazia, diss'io tra me; i barcaroli si saranno annegati. Corriamo a

tirarlo alla riva, se mai capitasse il padrone: se no, sarà legna per

st'inverno. Ma indovini mo?»

Qui Maso alzavasi sulla predella, e traendo la mano dalla giubba, la

sporgeva distesa verso Ramengo.

--Dentro v'era una donna con un bambino».

A queste parole, uno sbadiglio che errava sulle labbra di Ramengo, si

convertì in un Oh! e sentendosi tutto rimescolare, balzò in piedi di

scatto; l'attenzione sua cambiò di natura, e spalancò gli occhi

addosso il vecchio, il quale proseguì:--Una donna e un bambino; signor

sì: non c'è meraviglia che tenga: ma una donna vestita bene: n'è

vero, Nena? doveva essere di condizione: giovane, bella che non le dico

altro: e il bambino non finiva forse un mese. Ma l'uno e l'altro erano

bagnati, fradici, e inoltre morti.

--Morti?» urlò Ramengo.

--Morti: sì, signore» continuò Maso.--Io dissi: Bella pesca ho

fatt'oggi! Li trassi a riva; chiamai gente, li levammo fuori, li portammo

in casa, e qui mia moglie, che tiene della medichessa, si pose intorno a

loro ostinata di farli rivivere. Ma tutti li tenevamo per ispacciati;

pallidi, freddi, non polsi, non fiato: Che vuoi? le dicevamo, vuoi

rinnovare la risurrezione di Lazzaro? le dicevamo. Ma ella, questa buona

donna incapricciata che fossero vivi ancora, tanto fece e tanto, che li

vide ancora a respirare.

--Erano dunque vivi» interruppe Ramengo con viva impazienza.

E il pescatore:--Gnor sì, vivi, ma se non fu un miracolo questo, io per

me non credo neppur a quelli del santo di Padova. Il bambolo, appena

riavuto, si attaccò al seno della mia donna, e in poco tempo tornò

vispo e bello.

--L'avesse veduto!» entrava in mezzo la Nena.--Un bambino che pareva

pitturato: bianco, sodo, come di cera: certi occhietti da mangiarlo; dritto

come un fuso: e solamente aveva manco l'indice della mano sinistra.

--E si vedeva (interrompevala Maso) che gli era stato tagliato via: che'l

vi avesse qualche brutto male. Ma per seguitare, signoria.... o l'ho

ristucco con queste chiaccole?

--No, no, seguitate; ma presto; come andò a finire?» diceva Ramengo:

e se la stanza non fosse stata così buja, lo avrebbero veduto divenire a

tratto a tratto smorto e divampante, e il suo labbro e le sopracciglia

contrarsi e squassarsegli tutto il corpo in violenta convulsione. Maso

intanto, con quel misto di bonarietà e di rustichezza che distingue i

costumi campagnuoli ed insieme coi sentimenti generosi senza ostentazione,

che meglio si trovano quanto più basso si discende nella scala sociale,

proseguiva pacatamente:

--E sicchè... ma dove son restato? Ah si! ora mi raccapezzo. E sicchè

il bambino a vedere e non vedere si rifece sano e in tono. Ma colla madre

fu un altro cantare. Tornò sì in vita: quando aperse gli occhi si

guardava intorno e chiamava... un certo nome...., un nome bisbetico....

Nena, lo ripeschi tu quel nome?

--Diceva, Ramengo, mio Ramengo dove sei?

--Chiamava Ramengo?» tonò lo sconosciuto.

--Sicuro!» seguitava il pescatore.--Proprio Ramengo; non m'è uscito

mai di mente quel nome. La non sapeva dir altro: ed anche quando delirava

non faceva che ripeter quello, e....

--E qual altro? chiese il fellone, spalancando gli occhi incontro alla

nuova parola che aspettava.

--E diceva anche: Povero bambino, e molte altre volte, Caro, perchè non

vieni? tanto aspettarti? ma avesti paura, eh? Egli è burbero, ma è

buono» ed altre cose senza senso, perchè era fuori di sè. Già

del guarirla non ne fu nulla. Quel che la mia Nena le fece intorno non si

potrebbe mai dire.

--Oh bello!» ripigliava la donna con una compiacenza tutta ingenua.--Ho

fatto il mio dovere. Non siamo nati per volerci bene, per farci del bene

uno all'altro? Dico vero, signor forestiere? E poi, chi non avrebbe ajutato

quella povera creatura! A vederla si capiva ch'era fresca di parto: bella

che doveva essere stata un angelo: ma sfinita e tutta pesta, e guardava con

due occhi da ammansare una tigre».

Ramengo si scostava dal fuoco, e sciorinandosi e soffiando passeggiava pel

camerotto.

--Che, le fa caldo?» domandava Maso.--Pure badi che le fumano ancora gli

abiti indosso.

--Sì, sì» gridò questi con un tono dispettoso: ma finite

cotesta cantafavola, prima che vi venga un canchero nella lingua. Non so

come diavolo c'entrino queste bubule con quanto io vi ho domandato.

--Come c'entrino? bubule?» ripigliò il molinaro, un pocolino

meravigliato di quelli sbattimenti.--Ora lo sentirà. La donna dunque

andò di male in peggio. Entro quella barca, sole, acqua, fame, lo sa lei

sola ed il Signore quel che ha sofferto: e quando a riciso ce ne contava

alcuna cosa, bisognava piangere come ragazzi. Pure anche un cieco avrebbe

veduto che qualch'altra cosa le stava sul cuore, peggio che i patimenti del

corpo, una passione, ma di quelle! Perchè, appena si trovava in sè,

dava in pianti dirotti, e non c'era più via di farla parlare. Quando

vide il suo fantino riavuto, si fece serena come un occhio di pesce, lo

prese, lo baciò, il guardò fisa fisa: poi ricadde in delirio:--E l'ha

voluto ammazzare?... e non lo vedrà più... e non conoscerai nemmeno

tuo padre--e altre parole da vera delirante.

--Per venirne a una, costei è viva o morta?» saltò su Ramengo

impazientito.

--E Maso:--Vede quelle foglie, là, entro quel bugigattolo, con sopra un

po' di materassuccia? Sono il nostro letto, e quivi, potè ben farne la

mia Nena, ma quella poverina dopo pochi giorni spirò.

--E quando spirò (seguitava la Nena asciugandosi gli occhi col

grembiule) l'avesse vista! Mi stringeva le mani sode sode. Capivo ben io

quel che voleva dire! Voleva dirmi: Tenete da conto il mio bambino e...

--E voi che n'avete fatto?

--Che vuoi che ne facessi? lo allattai del mio petto, diventò

grandicello, e buono come il pane, ma vivo come un pesce e ardito come un

capriuolo, e stette al nostro mestiere, fin quando un signore, che aveva il

nome di quelli che comandano a Milano, il menò con sè, ed ora è il

signor Alpinolo.

--Ma chi fosse costei non ve lo disse? nol poteste sapere?» domandava

Ramengo con ombrosa curiosità.

--Mah» rispondeva la Nena.--Cosa non avrei dato per saperlo! Una donna

così gentile, un puttino così innocente, qual crepacuore pei loro

parenti d'averli perduti! E se io avessi potuto presentarmi ad essi, e

dire: Io so quel che n'è successo; la gioja loro mi sarebbe stata cara

un mezzo mondo.

--E conti poco il gusto di saperne la storia?» parlava Maso.--Perchè,

Dio buono! la doveva venire da lontano: che barche di quella generazione

sul Po, lo conosco tutto quanto è lungo, non ce ne vanno».

E la moglie ripigliava:--La storia sarà che suo marito un giorno

l'avrà menata a spasso: lui cascò nell'acqua; i fiumi erano

grossissimi, e la poveretta fu menata giù.

--Ah! sarà» rispondeva Maso dimenando il capo:--ma ti ricorda come

esclamava,--Perchè lo ferisci? quel coltello piantalo nel mio cuore!--Io

sarei piuttosto di credere che un qualche suo nemico l'abbia ridotta

così.

--E perchè avevano a lasciarla viva?» saltava dentro Omobono.

--Come sei materiale! per farla penare di più. Dei cattivi ce n'è di

molti, credilo a me che so del mondo; ed essi conoscono bene che il morire

è poco: ma il bevere la morte a sorsi a sorsi, come ha fatto questa

creatura...

--Oh, babbo mio, chi gli fosse bastato il cuore di far ciò, aveva ad

essere non un uomo, ma un demonio in carne e ossa».

Quali dovessero sonare a Ramengo tali discorsi, lo immagini il lettore.

Ai rimproveri della coscienza opponeva lo spietato gusto della vendetta,

più sentito ora che comprendeva quanto essa fosse stata atroce; ora che

la vedeva non finita ancora; e che senza saperlo, trovava d'aver già

contro il frutto del delitto, preparato nuove trame onde perderlo, e ciò

che più il dilettava, perderlo insieme coll'autore dei suoi giorni, e

d'un sol colpo sterminare quanto al mondo aveva di esecrato. Quindi, dopo

un breve silenzio, che i buoni villani aveano creduto di compassione,

addimandò:--E Alpinolo dov'è?

--Lo sa lei?» rispose il mugnajo, contraendo il capo fra le spalle.

Quattro o cinque settimane fa, una notte tardi tardi, eramo a letto, e

sentiamo un cavallo arrivare: fermasi: bussano:--Qualcuno, diss'io fra me,

al quale faccia male l'aria di qua del Po, e voglia passarlo. Mi affaccio,

domando.--Chi è?--Son io.--Chi io?--ed egli--Padre (perchè m'ha

sempre conservato questo nome), son Alpinolo: apritemi». Corsi io, corse

la Nena, corsero Omobono e Donnino; per tutti era una festa il suo arrivo.

Ripone il cavallo: entra... Se l'avesse visto! che cera! che occhi!--Al

figlio di mia madre non la si dà ad intendere, gli diss'io; te n'è

capitata una grossa: di' su: possiamo nulla per te? E lì mia moglie e i

miei figliuoli a confortarlo, ad esibirsi, a interrogarlo; non rispondeva;

stava come trasognato; poi scrollava il capo, pestava i piedi,

esclamando:--Infame! maledetto! E quella meschina? ed io dargli ascolto?--e

simili voci, da cui nulla si raccapezzava. Volevamo indurlo a mettersi a

letto con noi: non volle: ci pregò d'andar noi a dormire: ma era

possibile? sedemmo dunque sui sacchi di farina e sullo spento focolare:

egli stava appunto ove ora lei, colla testa fra le mani, così; e noi

attorno a guardarlo, a sospirare anche noi, finchè cominciò a farsi

giorno. Allora alzossi, passeggiò innanzi indietro, appoggiossi alla

spalletta dell'uscio, e stette intento all'alba che spuntava. Certo allora

gli rivenivano per la mente i giorni di sua fanciullezza, quando non era

che figliuolo di Maso, e correva spensierato e folleggiante con questi

altri a diguazzarsi nella rugiada. Eh! loro signorie hanno de' grandi

piaceri nel loro stato, ma non è poi tutto oro; e noi poveri abbiamo

anche noi i nostri, e meno scese di capo. Insomma è che Alpinolo parve

un tantin sollevato; ci chiese scusa, povero giovane! del dolore

cagionatoci la notte; che erano avvenute a Milano gravi disgrazie; cacciati

a prigione dei suoi più cari amici; che per lui non v'era pericolo, ma

andava per certe sue bisogne ad un luogo qui poco oltre, onde ci lasciava

il cavallo; e se mai tardasse oltre una settimana, era buon segno, e

vorrebbe dire che aveva preso altra strada, e il cavallo diventasse nostro

e i denari. Ci baciò tutti, e piangeva: e se n'andò; e dopo d'allora

l'ha visto lei?

--E dell'anello?» diede su la vecchia.

--Oh questo che cos'ha a che fare?

--Ha che fare moltissimo» riprendeva essa.--Conviene ben dire che gli

frullasse pel capo qualche fatto assai rischioso, se depose quelle robe che

mai non aveva divise da sè.

--Che robe sono?» domandò Ramengo. E il mugnajo, quasi per supplire

all'inettitudine di sua moglie che tartagliava nel cominciar il racconto,

proseguì:--Essa vuol dire che Alpinolo, già uscito di casa, fermossi,

pensò, esitò un tratto, poi si cavò dal seno un arnese e dal dito

un anello che sempre portava; baciò il tutto affettuosamente, e li diede

a mia moglie, dicendo: Custoditeli con ogni cura: è quanto or mi resta

di caro nel mondo: e replicò i pianti, tornò a baciarli, poi se ne

fuggì a precipizio.

--E cotesto arnese che cos'è» richiedeva il traditore.

--È tutta l'eredità di sua madre», gli replicava la Nena.

--Essa nelle ultime sue ore non faceva che baciarli e guardarli; poi mi

fece promettere gli avrei dati al bambino, perchè li portasse sempre, in

memoria, diceva, delle due persone che più di tutte, diceva, essa amò

al mondo. E sono, un anello di diamanti, e un borsellino con cuciti entro

due pezzetti di carta, due lettere, mi hanno detto.

--Due lettere?» proruppe con voce tonante Ramengo, i cui occhi gettavano

faville.--Due lettere di Rosalia? Ove sono? a me: voglio vederle: datemele:

presto: le voglio.

Quel tono imperioso, quel gridare, quel muoversi violento, parvero cosa

straordinaria alla rustica famiglia, che in muta ammirazione guardava al

forsennato, mille sospetti formando: ma poichè egli instava, la donna si

volse al marito e--Ch'io glieli mostri?»

Questi fe' spalluccie; ma l'altro replicava:--Sì, sì, datemeli: li

voglio, o vi mostrerò chi sono: porrò a soqquadro la casa: li

torrò per forza»; e tanto minacciò e promise, che la donna aprì

la cassapanca, e con occhio sospettoso rivoltasi a colui--Ma mi promette di

restituirmeli?»

Prima di rispondere, esso glieli aveva strappati di mano, e con un tremito

febbrile strinse Fanello:--era l'anello ch'egli avea dato alla Rosalia

quando la promise sposa. A guardarlo, che pensieri gli corsero alla mente,

che tempi si ricordò! Tempi d'amore, di pace; che avevano lampeggiato un

istante sul bujo dell'anima sua, come se una rosa germogliasse fra le

cocenti arene del Sahar. Colle dita tremanti fece un moto quasi volesse

avvicinarlo alle labbra, poi dispettoso lanciollo per terra. E mentre la

Nena premurosa ne seguiva il fosforico brillare fra le tenebre, e raccolto

lo riponeva, gli uomini con un silenzio pieno di aspettazione si fissavan

sopra quell'uomo, alla cui figura cresceva terrore la rossastra luce del

fuoco. Egli stracciava il sucido involto dell'amuleto, e svolgeva due brani

di pergamena, indi accostatosi ad un tizzone, leggeva tra sè:

_Poichè il destino della nostra patria è deciso, la abbandono, e vo

contro gl'infedeli. Solo m'affanna il discostarmi da te che sopra ogni cosa

amo. Cinque giorni rimango da queste parti. Se puoi eluder la vigilanza di

lui, fa ch'io possa una volta vederti, abbracciarti. Il valletto che ti

reca questo, doman sera tornerà per la risposta. Qualunque rischio a me

non parrà troppo per poterti dire a voce quanto ti ami il fratel tuo._

In quelle carte Ramengo cercava, voleva trovare il delitto, e scopriva

invece l'innocenza della Rosalia! Come intontito rimase alcun tempo sopra

quei caratteri; poi ripensando, svolse a furia l'altro viglietto:--Chi sa

che non trovi in esso quello che cerco?» ma era della medesima mano, e

vi stava scritto così:

_Tutti questi giorni aspettai il valletto, colla risposta;_ _nè l'un

nè l'altra arrivò. Che sarà? Parto dunque senza vederti, sorella

diletta, ma dovunque io sia, qualunque sorte m'attenda, te porterò

sempre in cuore, sempre il Cielo pregherò di concedere a te la

felicità, ch'io non devo conoscere più. Addio._

--Dunque ella era innocente!» proruppe Ramengo in un tono che fece

sbigottire tutta l'intenta famigliuola. Sorse furibondo, mugolando,

cosperso di bava, digrignava i denti, morsicò e fece a brani quei

viglietti, e cacciavasi le mani nei capegli, stracciandoli a ciocche. Gli

ospiti, ad uno spettacolo di cui nulla comprendevano, eransi tutti insieme

ristretti da un canto, e la donna si segnava dicendo:--Ch'e' sia

indemoniato?» Egli per la rozza cucina trascorreva a passi concitati,

ora bestemmiando, ora gridando con voce senza parole; poi d'un calcio

sfondò la porta e uscì. Era una notte fosca come i suoi pensieri; la

pioggia ingagliardita e tuoni e lampi l'accompagnavano; ma egli non vedeva,

non udiva la notte, l'acqua, il vento, il cielo malvagio. Donnino, che gli

tenne dietro così di lontan via, lo vide a gran passi traversare la

campagna, e poi ben tosto il perdette di vista, e tornando al casolare, ne

contava fra meraviglia e paura, le smanie, l'agitazione, esclamando:--Deve

aver le lune ben a rovescio».

Altro che lune! era un demonio, col quale in cuore Ramengo continuò

l'errante corso. L'aver ucciso una innocente ed a quel modo, sarebbe stato

ragione sufficiente per giustificare quel turbamento disperato in un animo

molto ribaldo. Ma nel suo non era commozione di pentimento, bensì una

foga di ire, di dispetti, poichè il tristo, non che indursi a dar torto

a sè medesimo, dai proprj peccati trae motivo di nuovi odj: vaso guasto,

ove sin la rugiada si corrompe; serpe, nel cui seno perfido il miele

diventa succo mortale. Quella donna egli l'aveva pure amata: aveva provato

le dolcezze dell'essere riamato, come si suole di cosa perduta, ne

rammentava tutti i pregi, nessuno dei difetti, il peccato in lei supposto

era scomparso. Ed egli l'aveva uccisa! Aveva privato sè dell'unica

incolpevole dolcezza che in vita sua gustasse mai!--Foss'ella vissuta, oh

come diversa sarebbe trascorsa la mia vita! Placido in grembo della

famiglia, padre di cari bamboli.... Padre! oh! essere padre! questa

consolazione l'ho libata, ma solo quanto bastasse per sentire più grave

la maledizione del non poterla provare mai più. Fosse ella vissuta; che

importerebbe a me questa superba di Margherita? che invidiar alle gioje del

Pusterla? E di tutte queste privazioni, chi fu la causa? se non il Pusterla

istesso? Maledetto! egli mesce il veleno nella mia tazza; egli appuntò

un coltello fra me ed il seno delle mia donna. Scellerato! S'ei non l'amava

perchè farne le mostre? perchè tentar di sedurre quell'angelo?

perchè, se non per farmi onta e dispetto?»

E stringendo il pugno, e stralunando gli occhi verso il cielo, scagliava

sopra di quell'innocente le imprecazioni più rabbiose e più

immeritate.--Se tu non fossi stato (proseguiva) sarei con onore vissuto tra

gli uomini, non trascinato sopra una via, per la quale ora mi è forza

camminare. Sì... è forza ch'io ne tocchi l'estremo; e se per tua

cagione perdetti i gaudj dell'amore, possa io almeno inebbriarmi in quelli

della vendetta! Rosalia! Rosalia! te lo giuro! ti vendicherò! ti

vendicherò!»

Così la conoscenza del suo delitto a nuovi delitti lo traeva;

somigliante a chi, nel terrore di un incendio, getta nuova esca al fuoco,

sperando di soffocarlo.

Taceva, seguitava, errando come una cosa pazza per la landa uliginosa,

affondandosi nelle pozze, saltando i fossati, poi si fermava, apriva il

pugno coi brani dei viglietti lacerati, che macchinalmente stringeva,

fissava su di essi gli occhi cristallini, dimenava il capo:--Ecco! essa gli

avrà baciati tante volte, vi avrà sparso sopra chi sa quante lagrime;

sarà morta premendoli al cuore, col nome di suo fratello sulle labbra,

mentre avrà traboccate l'ira e le maledizioni sopra colui che la

uccideva... Sopra lui, e non sopra quello che ne era la causa! Col latte

avrà stillato l'odio nel mio bambino, gli avrà insegnato ad

abborrirmi... Ma no! oh no! egli ignora l'autore dei suoi giorni, e spasima

di saperlo, per poter con lui comparire nella società, ed ottenere

quell'onore della cavalleria che gli fu negato, sol perchè d'ignota

razza. Certo lo cerca, e non sa che quel desso erasi posto sulle orme sue

per trarlo a rovina. Ma ora il troverò ben io, me gli paleserò: gli

dirò che son suo padre. Qual tripudio per lui aver trovato un padre!

come mi amerà! ed io amerò lui, compenserò lui dei torti fatti a

quella sciagurata; potrò ricomparire nel mondo tenendomi ai fianchi un

figliuolo, che sarà il mio decoro, il sostegno e la consolazione dei

miei vecchi giorni. Ma che? no! neppur questo mi sarà dato forse. Eccolo

involto nella malvagità del Pusterla. Perdio! avrà dunque il Pusterla

a presentarsi traverso a tutte le mie gioje, a tutte? essere causa sempre

dei miei tormenti? Maledizione sul capo di lui!»

E imperversava di nuovo: poi fermavasi a guardare la notte, ad ascoltar lo

scroscio dell'acqua, unica voce nel silenzio della campagna disabitata.

Quella campagna, quella notte un'altra gliene ricordava, un'altra in cui

aveva ricevuto dalla Margherita quell'affronto; un affronto che omai non si

poteva lavare se non col sangue. A tale rimembranza viepiù ribolliva il

suo furore; nell'istante che scopriva il proprio misfatto e la innocenza

dell'uccisa e del perseguitato, invece di pentimento, concepiva i più

atroci disegni di vendetta.

Pure tra quell'inferno gli tornava innanzi giocondo il pensiero del sapersi

padre! padre di un figlio che, ignorando l'antica sua colpa, l'avrebbe

amato come quello che gli porgeva il modo di collocarsi con onore nella

società; sostituendo così sempre il calcolo al sentimento, come uomo

avvezzo a non vedere negli uomini che mezzi od ostacoli al salire. E quel

figlio era lì vicino; e forse coll'alba poteva vederlo; forse tornando

nel casolare vel troverebbe. Appena dunque la nuova luce gli lasciò

distinguere gli oggetti circostanti, s'avviò per rintracciare la strada.

Molto era corso quella notte, l'acquazzone aveva cancellato ogni sentiero,

ogni pedata per la selvaggia lama; pure il muggito del fiume si udiva,

dietro al quale dirigendosi, arrivò dopo lungo cammino, alle sue rive,

secondando le quali distinse finalmente la baracca de' mulinai. Vi si

accostò come uomo che va ad intender la sentenza di sua vita o di sua

morte, entrò, ed alla Nena, che stava accosciata al fuoco, e che tutta

si risentì al vederlo, chiese:--È tornato?

--Chi?» domandò ella.

--Chi! chi! Alpinolo.

--Signor no... ho gran paura... Dio nol voglia, ma qualche disgrazia deve

certo essergli accaduta. Un animo me lo fischia all'orecchio. Povero

giovane!»

E fra il così dire, dava pure qualche sguardo sospettoso e di sottecchi

a quell'ignoto, ripensando in che gran bestia l'avea veduto la sera

antecedente. Egli fece sellare il cavallo, e se n'andò, lasciando detto

che, se mai Alpinolo capitasse, ad ogni patto il ritenessero finchè egli

tornasse, importandogli come la vita di parlargli. Quel giorno, il domani,

e i seguenti vagò alla ventura, secondo che il capriccio, il caso, il

cavallo, qualche idea, qualche superstizione lo portassero: fermavasi in un

paese senza un perchè, camminava, tornava indietro, finchè ricapitava

pur sempre al mulino. Quivi il suo giungere turbava la vita ingenuamente

spensierata di quella buona gente, che ricordandosi quelle furie, avrebbero

visto meno male il traboccare del Po.--Fosse almeno la febbre costui

(talvolta diceva la Nena) che con una messa a san Sigismondo me ne

libererei». E qualche altra:--Fin Giuda a casa del diavolo trova riposo

la domenica: ma per costui non c'è festa che tenga».

Così colla testa ingombra di pregiudizj e col miglior cuore del mondo,

non sapeva perchè, ma non poteva tollerare quell'uomo:--E neppure il

nostro cagnuolo (soggiungeva) si è potuto mai assuefare a vederlo senza

guaire come se lo pelassero».

Ma poichè per gli importuni ci vuol meglio che augurj e imprecazioni,

Ramengo tornava sempre, assiduo come un creditore; la prima domanda che

faceva era sempre di Alpinolo se fosse comparso; la risposta era sempre il

medesimo no.

Margherita Pusterla: Racconto storico · 第 36 / 62 题