E Margherita?
Fortunati del mondo, se tutto questo racconto non fa per voi, meno ancora
questo capitolo, che versa tutto fra solitari patimenti, che voi non
potreste capire. Ma chi soffre, chi ha sofferto, mi intenderà, li
compatirà.
Nessuno forse de' miei lettori (giacchè non posso sperare che queste
pagine mie varchino di molto il recinto di Milano) nessuno forse sarà
passato sul ponte di porta Romana senza voltare un'occhiata alla casa sulla
destra di chi esce, alla cui facciata servono di fregio certi bassorilievi
che rappresentano Milano riedificata dai collegati lombardi. Queste
sculture, testimonio della rozzezza, di esecuzione e della rettitudine di
concetto nelle arti belle del secolo duodecimo, ornavano la porta della
mura che quivi, in due archi, era stata fabbricata al tempo appunto della
Lega Lombarda; dove poi sta ora quella casa, Luchino edificava una
fortezza, la quale di molto allungavasi fra la via del _terraggio_ e la
fossa. Nell'anno in cui ci troviamo col nostro racconto, quella fortezza
non era peranco terminata: le reliquie poi di essa, e singolarmente un'alta
torre, durarono sinchè, mezzo secolo fa, non fu demolita da quella or
savia or pazza foga di riedificare, che non sa far di nuovo senza
cancellare le traccie degli avi.
Nell'alto appunto di questa torre venne rinchiusa la Margherita: e la
stanza a lei destinata nulla avea dello squallore, con cui
quell'atrocità che si chiama giustizia punisce l'uomo, che essa non ha
ancora sentenziato degno di pena. Una finestruola le permetteva di vedere,
attraverso alle sbarre di ferro, i comignoli della città: si accorgeva
ancora d'un mondo che le viveva d'attorno; ancora udiva le campane, le
cavalcate, il fragore delle officine; vedeva il cielo, il sole, il verde:
scarsi ristori del tanto che avea perduto: ristori però di cui si
conosce il pregio immenso allorquando il raffinamento della crudeltà ha
fatto sperimentare quanto si può star peggio.
Eccola dunque sola, strappata a tutte le consuetudini della vita, alla
libertà delle occupazioni, degli ozj, quasi non dissi dei pensieri: in
balia di gente sconosciuta, da cui non intende mai una parola pietosa, mai
non riceve uno sguardo di compassione; dove ogni rumore è una mano
gelata che le stringe il cuore, ogni tirar del catenaccio è un colpo di
coltello.
E questo, perchè?
Una profonda oscurità le cela ogni cosa.
E tutti i suoi cari?
Ah! le lacrime, che aveva rattenute fintanto che non contemplava se non la
propria situazione, quando rifletteva al figliuolo, allo sposo, in copia le
sgorgavano dagli occhi sconsolati. Qualche motto che ha potuto raccogliere
dalla tranquilla crudeltà dei sergenti, che la trassero di casa e dalla
schiamazzante indolenza della plebe accorsa a vederla, e che accennava
tradimento, principe, ribellione, castigo meritato, le lasciarono
argomentare si trattasse di un delitto di fellonia, onde fosse accusato il
Pusterla. D'altra parte, sotto tiranni, qual è il delitto che si appone
a chi non n'ha alcuno? Ed ella conosceva Luchino, sapeva d'averlo irritato
colla sua virtù; la parola poi che le gridò quell'ignoto nell'atto
che partiva incatenata, le lasciava indovinare i segreti maneggi di una
lunga e scellerata vendetta. Che non aveva dunque a temere? Lo sposo forse,
certo il figliuolo sono stati côlti--gettati in carcere--dove?--come?
Stanno forse qui, qui vicino a lei.--E non saperlo! e non vederli!--e con
loro chi sa quanti dei loro amici? forse i più cari.
Allora le si affacciava alla mente un giudizio, di cui la sentenza fosse
prestabilita, indi una condanna, un supplizio.--Dio! Dio! Ella si copriva
gli occhi colle mani, gettavasi boccone sullo stramazzo, fremeva convulsa,
lacrimava: poi quando questo sfogo medesimo aveva tornato un poco di calma
ai suoi pensieri, ella rifletteva:--Se Luchino è sdegnato contro di me,
contro me sola dee versare il suo furore. Qual colpa hanno al suo cospetto
que' miei innocenti? Oh fossi certa che del mio strazio avesse egli ad
accontentarsi! come paziente soffrirei ogni travaglio! come lieta
incontrerei la morte più tormentosa!--Ma colui.... oh non se ne
sazierà. Antichi rancori, invidie antiche gli risorgeranno nell'animo
ora che gli venne il destro di soddisfarle, e punirà in essi le colpe
che non hanno, per lacerare me nella parte più sensitiva del cuore».
E qui tornando sui sogni di un'agitata immaginazione si vedeva dinanzi le
torture, il patibolo, il manigoldo; e quel ch'è peggio delle torture,
del patibolo, del manigoldo, il ghigno di colui, che con fredda vendetta ce
li prepara; onde scorata profondavasi nell'abisso dell'incomparabile sua
miseria!
Pure la speranza, che negli infelici non è calcolo ma istinto, veniva
volta a volta a lusingarla. Nei primi giorni pensò che quella potesse
essere una dimostrazione e null'altro, un atroce scherzo per isgomentarla e
smuoverne la ritrosia:--Domani verranno a liberarmi. Di me che vorrebbero
mai farne?»
Ma troppo presto le correvano a mente altre scelleraggini di Luchino: e
prima ancora che quel domani indarno aspettato la disingannasse, già lo
aveva fatto la ragione.
Se non che al rimembrare le colpe di Luchino, diceva fra sè stessa:--Non
è costui odiato da tutti i cittadini? non ha egli rapite a mano a mano
tutte le franchigie di questo popolo che, fremendo, lo vede sciupare i
frutti del suo sudore e del suo sangue? Francesco, all'incontro, il mio
Francesco, non è amato, accarezzato da ognuno? Quanti poveri non
sovvenne la nostra famiglia? a quanti oppressi non diede la mano? quanti
non giovò di opere e di consiglio? Deh con che indignazione si sarà
intesa per la città la nostra cattura! Certo, il nuovo misfatto avrà
colma la misura della pazienza; balzeranno alle armi:--ecco, si
combatte:--i pochi vili fautori di esso si nascondono per sentimento di
giusta vergogna, per paura della tremenda vendetta popolare; le lancie
prezzolate nol difendono che col valore di gente mercenaria;--i buoni
trionfano: Luchino è in fuga; la città torna franca; si disserrano le
prigioni; fra le acclamazioni del popolo, Franciscolo corre a me.--Oh
contento! rivederci dopo tanto pericolo! dopo sì acerbo soffrire! ed
essere stati occasione di tornare la patria in libertà».
Questa idea diffondeva sulla pallida fronte della Margherita il raggiante
incarnato della speranza; ma o scricchiolar di catene, o cigolio di
chiavacci la richiamavano, infelice! alla troppo diversa realtà. Passa
intanto un giorno, due, tre; una settimana, due, e la liberazione non
viene, non viene l'impeto popolare, il quale, se al primo istante non
trabocchi, sbolle e si racqueta. Bensì il continuare al solito del
rumore cittadino l'avverte come ciascuno badi a sè, nè curi più
che tanto se altri viva tormentato. Che più? ode, vede le cavalcate
passar rumoreggiando in vista della sua prigione, dirizzandosi a fare di
sè pomposa mostra su quel corso, o ad esercitarsi nelle caccie e nelle
gualdane: suono di chiarine festose, popolari canzoni: di tempo in tempo un
festivo dar nelle campane, chiaro le dimostrano come gli spensierati
cittadini ridano sulla tomba dei loro fratelli, la quale può, il giorno
da poi, schiudersi sotto ai loro piedi.
Però la disperazione stessa ha la sua calma; e il tempo, scorrendo sopra
le piaghe dell'anima, mentre le incancrenisce, fa sentirne meno vive le
fitte. Già con quieta melanconia può la Margherita rivolgere per
alcuni momenti il pensiero sul passato, sul presente, sull'avvenire: ogni
ora del giorno le ricorda un'occupazione, a cui soleva altre volte
dedicarla. Alla mattina, quando incontro alla prima luce dischiude gli
occhi riposati, poichè sparve quella istantanea illusione che, sul primo
svegliarsi, fa credere al prigioniero di trovarsi ancora nella sua camera,
nel suo letto, pensa come occuperebbe quel giorno se fosse libera di sè.
Sono placide cure casalinghe, santità di affetti famigliari, opere di
pietà, doveri di religione. Qui come lo passerà? Come gli altri,
inerte, lungo, pensieroso, angustiato.--Ma chi sa? forse oggi qualche bene
mi succederà: se non altro un accidente che distingua la monotonia dei
patimenti».
Questa fiducia l'accompagnava il mattino; vedeva il sole crescere
sull'orizzonte, poi chinarsi come si era chinato jeri, e l'altro, e
l'altro; e al modo stesso si ripetevano gli stessi piccoli casi, gl'insulti
stessi, le stesse fitte d'ogni dì. Veniva l'ora del crepuscolo,--l'ora
delle memorie e delle meditazioni; ripensava ad altri giorni, ad altre
sere, le paragonava con queste, e coricavasi colla speranza medesima, colla
quale si era levata; e al mattino la ritrovava ancora sullo spinoso
capezzale.
La ragione--la filosofia.--Oh che sono mai le loro consolazioni quando il
male stringe?
Ecco un sapiente ti grida,--Meglio il dolore che il disonore.
Oh sì: ma ciò toglie forse che il dolore prema?
--L'uomo (soggiunge un altro) è nato alle pene.
Tristo conforto una sì crudele necessità! Ma come meritò egli
questo castigo del nascere? E poi, egli gira gli occhi intorno, e vede
altri, colmi d'ogni bene di fortuna; prosperi gli scellerati, anche
tranquilli dopo che soffocarono il grido della coscienza tra il vortice di
commessi e di meditati delitti: vede esultare nella vendetta coloro stessi
che lo fanno soffrire così. Perchè non hanno sortita anch'essi la
loro porzione di patimenti? Qui la filosofia che cosa risponde?
Verrà un terzo, che freddamente chiede:--Il rammarico a che giova?
--Ah! lo sa troppo la infelice che a nulla giova, e questo appunto
l'accòra, che, da tanta afflizione, verun frutto non venga a sè,
veruno a' suoi cari.
Più risoluto intuona un altro:--Non vi è male fuorchè la colpa.
Non vi è male? eppure essa lo sente, e tale che le vince le forze. Si
trattasse di doglie del corpo, le tollererebbe. Fossero soltanto mali suoi!
ma qui ha consorti nei patimenti le persone più caramente dilette: uno
sposo, un figliuolo che nulla ha per anco gustato, e già si satolla di
fiele. O filosofo, condannerai gli affetti più naturali? e come
conforterai chi da questi appunto è tormentato? Gli rammenterai forse
altri tempi, felicità godute? Ah taci, che il rincorrere i beni passati
gli esacerba la presente condizione.
O gli ripeterai i pomposi esempj degli eroi e de' sapienti del mondo, e il
generoso modo onde tollerarono i guaj, con cui sempre il mondo li
ricambiò? Ma quanta parte non vi aveva l'ostentazione? L'eroe che
affronta la morte in campo, sa che migliaja di spettatori lo guardano, sa
che muore per la salute della patria, per una causa, che è o che crede
buona; sa che la gloria di un nome eterno seguiterà al suo coraggio,
mentre un eterno obbrobrio verrebbe dietro ad un istante di viltà. Chi
sconta sul patibolo la colpa di aver avuto ragione troppo presto, si
conosce spettacolo dell'intera società, la quale dal suo ultimo contegno
giudicherà della sua dottrina; e vuole colla propria costanza suggellare
la santità della causa per cui muore, e l'infamia di chi lo fa morire.
Ma qui è una sventurata, sola, senza testimonj, se non chi o per
abitudine è reso incapace di compassione, o per viltà la sbeffeggia;
ed ignora se, fuori di là, pur uno si ricordi che ella soffre.
--Ma ha il testimonio della buona coscienza.
Oh! l'innocente sta forse a condizione peggiore del reo: questi conosce il
suo peccato, prepara le discolpe, calcola le conseguenze, se non altro
dice,--L'ho meritato». La innocente invece non sa perchè tormenta;
questo solo sa, di tormentare senza colpa per satollare la rabbia d'un
nemico. Può l'animo non covar rancore? e il rancore non è senso
spasmodico, che basta ad avvelenare sino la felicità?
Belli sono, o filosofi, i precetti vostri, banditi dalle cattedre e dai
libri; eccellenti contro ai mali passati ed ai futuri; ma se il presente
incalza, allora natura reclama il suo diritto, e ridendo di voi, li
sparpaglia al vento.
La Margherita non ignorava queste consolazioni: che suo padre, conoscendo
quanti triboli ingombrano questo breve tragitto dalla cuna alla bara,
l'aveva già fanciulla premunita contro il mutarsi della fortuna; e le
lezioni dei primi anni tornano vive in mente a chi è dalla sventura
arrestato nel corso, e costretto a volgere un minuto sguardo sugli anni
trascorsi. Ma poichè ne aveva amaramente conosciuta la vanità, altri
sentimenti doveva cercare nella sua memoria e nel suo cuore, ed
esclamava:--Santa religione! in mezzo al tumido spirito del secolo,
tripudiante nell'ebbrezza delle passioni, nella soddisfazione del senso,
nella superbia della scienza, tu comparisti ad insegnare il perdono, la
pazienza: dal nascere tuo fosti nutricata di lagrime e di sangue; tra
lagrime e sangue crescesti ad occupare la terra!--Oh benedetto conforto,
largito dal Cielo nelle miserie che i ribaldi accumulano sulla terra!
Tutta assorta in quella, Margherita contemplava il nulla delle cose di
quaggiù: come nessuno sia senza colpa in faccia a Colui, che scopre
macchie negli angeli suoi, e che esercita con afflizioni anche la giusta
vita per tramutarla, espiata, in una migliore. Allora essa rammentava un
testimonio che, presente a ciascun sospiro, esplora il cuore e i pensieri,
registra ogni lagrima per compensarla. Esulta l'empio nelle disoneste
prosperità? Margherita il compiange, sapendo che altro giudice lo
aspetta con altre bilance a rivedere le ragioni di chi soffre e di chi fa
soffrire. Trovasi divisa dai suoi; forse mai più non li vedrà--mai
più in questa vita; ma un'altra ne segue, per la quale tesorizza ogni
istante di patimenti.
E quali esempj le offre questa religione? Un Dio, che veste le miserie e il
peccato altrui: viene tra i suoi, e n'è ripudiato; benefica, e non trova
che ingrati; sparge il vero, ed è calunniato, e la calunnia trionfa; un
amico lo vende, gli altri lo abbandonano; un popolo, fra cui trascorse
beneficando, lo grida a morte, e morte decreta una politica atroce mentre
lo confessa innocente. Quanto lui chi soffrì? Sei tu innocente? ma chi
come lui? Patisci per la giustizia? ed egli era venuto in terra a portare
la verità e la libertà vera. Egli pure sentiva tutte le umane
affezioni: sulla tomba di Lazzaro pianse: s'indispettì alla durezza di
cuore dei Giudei: anelò mangiare la pasqua coi fratelli: gemette sui
preveduti guaj della patria; antivedendo la passione, venne tristo fino
alla morte, pregò che quel calice gli fosse levato; quando ne sorbiva le
ultime stille, si querelò col Padre che l'avesse abbandonato;--e
spirò, e lasciava detto che, chi non togliesse la croce sua, non era
degno di lui.
E sua madre? quanto più grande, più innocente e santo ella conosceva
il divin Figliuolo, tanto più acuto coltello le trapassò l'anima, dal
povero tugurio dove appena aveva come ripararlo nascente, fin quando
esangue se lo vide deporre fra le braccia. Il mondo la saluta regina dei
dolorj, donna dei tribolati. Come un amico partecipe delle umane angoscio,
la invocava Margherita nella semplicità del suo cuore:--Tu pure fosti
madre: fosti tu pure calunniata; vedesti il Figliuol tuo in mano dei
malvagi. O Maria, prega per me, prega per loro.
E recavasi fra le dita il rosario.
Era quel rosario, che fra Buonvicino pentito le avea donato, augurandole
che un giorno potesse da quello cavare consolazioni. Quel giorno è
venuto, e vere consolazioni essa ne attinge. Bacia la crocetta di legno
pendente da quello, la preme sul cuore, la stringe fra le mani
giunte:--è il segno delle tribolazioni santificate dalla pazienza e
dall'amore; e inginocchiata si dà a ripetere la salutazione a Maria; e
l'orazione insegnata da Cristo qual compendio di quanto dobbiamo sperare e
domandargli. Allorchè ripeteva _Perdona a noi, come perdoniamo a chi ci
offese,_ arrestavasi per esaminare se davvero ella perdonasse:--santo
precetto, ignorato, o non inteso dalla superbia del secolo, ma che pone il
colmo alla perfezione, nel tempo stesso che fa un dovere la serenità
dell'amore: ed a cui volle Iddio aggiungere la sanzione maggiore, il
perdono ch'egli pure concederebbe a chi avesse perdonato.
Poi quando Margherita implorava da Maria che pregasse per lei _adesso e
nell'ora di sua morte,_ la materia prevaleva un tratto allo spirito, e le
si affacciava alla mente quell'ora, tanto diversa da quanto fin là si
era immaginato.--Chi sa? forse qui, qui sepolta in un carcere, dovrò
aspettare, pigro, tormentoso l'estremo momento; e quando giungerà, non
amici che mi confortino: non un occhio che mostri compassionarmi: non una
voce conosciuta, che dagli spasimi dell'agonia mi richiami un istante
ancora alla vita: non una mano che risponda alle lente strette della mia.
Guarderò intorno, nè incontrerò che visi inconsapevoli, e quelle
persone che m'hanno fatto soffrire. E quando gli occhi miei più non
vedranno, una mano straniera sbadatamente me li chiuderà.
Qui un pensiero più truce le soccorreva: un morire diverso, subitaneo,
violento--il patibolo, una folla indifferente spettatrice, un superbo che
sorrida... Per tutta la persona un fremito le scorreva, e, come se
veramente avesse quelle immagini orrende sugli occhi, li copriva colle
palme e--Maria, Maria! pregate per me adesso e in quell'ora.
Per onorare la Madonna, univa la sua preghiera a quella di tutti i fedeli
allorchè le squille invitavano a salutarla. E principalmente quando, la
sera, parevano congedare i mortali dalle fatiche del giorno al riposo,
rammemorando un altro riposo perpetuo, dove ci attendono coloro che prima
di noi patirono e sperarono quaggiù, la Margherita, suffragando ai
defunti, abbandonavasi nei pensieri del passato, ricordava coloro che aveva
veduti staccarsi dal mondo, pregava per una madre che aveva appena
conosciuta, per un padre... Oh quanto sentiva di dovere a quel padre!
quanto ora gliene tornerebbe soave un detto solo, una consolazione!
Poi le cadeva in mente che forse, tra i poveri morti, v'erano altre persone
a lei più vicine, uno sposo, un figlio:--Chi sa se Luchino li
risparmiò?--Chi sa se già non mi aspettano all'altro mondo? E
sconsolavasi, e piangeva dirotto: finchè la speranza veniva a mormorarle
nell'orecchio colla voce d'un angelo--Sono vivi: li vedrai.
Ma quando?
Poichè a molte superstiziose osservazioni propende chi soffre, mille
pronostici andava ella traendo dai più naturali fenomeni: un sogno era
un presagio:--Quando quel ragno avrà compita la sua tela uscirò di
qua entro:--Conterò venti giorni, e a capo di questi verrà qualche
novità. Il finire e il cominciare d'ogni mese, d'ogni nuova settimana, e
il mutare delle stagioni, e i dì foschi e i sereni, davano appiglio alla
malata immaginazione per chimerizzare, per temere, per confidarsi.
Principalmente all'accostarsi delle solennità, le si serena la speranza
che rechino la fine di lunghi tormenti, e ne valuta a giorni ed ore
l'avvicinamento;--e giungono e passano. Allora un più giulivo dar delle
campane, un più frequente brulicar di persone in abito adorno, la fanno
ricorrere col pensiero ai riti onde la Chiesa festeggia quei sacri
anniversarj; ai tempi quando, con una pace ineffabile, ella vi assisteva;
un sacerdote apriva i tesori della parola, bandendo i precetti dell'amore,
della mansuetudine, della pazienza; un inno più allegro dei pieni cori,
un'armonia solenne degli organi le diffondeva nell'anima una serenità,
sconosciuta fra i godimenti del mondo.
Ma ora? Quei giorni in nulla sono differenti dagli altri, se non quanto li
rende più melanconici il paragone. Appoggiata la testa e intrecciate le
dita ai rigidi cancelli della sua prigione, abbassa lo sguardo su quei
tranquilli, che con lieta premura s'avviano al tempio, alla festa, quasi
voglia indovinare chi siano, di che favellino.--Questi altri tornano
liberamente alle case loro.--La casa! oh quante dolcezze sono compendiate
in questo nome! e quanti tormenti per chi ne è staccato da violenta
mano! Vedi là quella madre col bambolo suo: forse gl'insegna le
orazioni, forse gli dà un buon consiglio, un rimprovero affettuoso. Oh,
anch'io una volta, aveva anch'io un fanciullo che amava me quant'io lui,
che mi chiamava mamma. Oh parola di ineffabile espressione! Ed era così
bello, così carezzevole, così innocente! gli angeli parevano gioire
nel suo riso: i suoi baci mi facevano prelibare il paradiso. Ei sarebbe
cresciuto: soave consolazione della vita mia, di suo padre... Ah forse nol
vedrò più più! Deh santa Vergine! liberatemi da queste pene:
tornatemi a mio marito, a mio figlio, a casa mia.--La mia casa... la casa
mia!--O almeno fatemi contenta di questo! che una volta, una sola volta, io
possa rivedere, abbracciare il mio bambino!»
In tal guisa la Margherita strascinò i pigri giorni dell'estate, sola,
destituita d'ogni conforto, se non quello che traeva dalla sua religione e
dal tempo che medica tutto.
Coloro frattanto, per cui cagione essa pativa, saranno rimasti quieti e
senza pensieri, ai comodi della vita, agli spassi. Deh! come può uno
godere un istante di tranquillità quando sa che quest'istante è
aggiunto alle angoscie della sua vittima? Come può un giudice, non dico
divertirsi e distrarsi, ma appena riposare, ove rifletta che ogni ritardo
prolunga gli spasmodici dubbj d'un essere pensante e delle tante persone
che vivono della vita di lui? Penetrate nei fondi delle prigioni,
interrogate l'animo di chi v'è rinchiuso, calcolatene, non
coll'orgoglio, ma colla virtù che sente, l'eternità dei giorni
inoperosi, l'ambascia delle notti insonni, toccate quella fronte, in cui
bolle un pensiero d'uomo, quel cuore che palpita per una moglie, in grazia
sua desolata, pei figli rimasti senza pane, per un padre che la sua
lontananza spinge nel sepolcro. Ed è uomo come voi, come voi redento da
un Sangue prezioso, come voi incamminato ad un avvenire, ove la prepotenza
e l'oppressione staranno su diverse bilancie. E forse è un innocente,
che non aspetta altro che il giudizio per trionfare nella sua virtù. E
voi gli prolungate questi spasimi di un'ora, di un giorno? che dico? mesi
ed anni il tenete fra gli squisiti tormenti dell'incertezza, che sarebbero
troppi a punire il maggior delinquente? Oh riflettete!...
Ma che? dipingendo il secolo decimoquarto, m'era uscito di mente ch'io vivo
nel decimonono, quando la voce di filosofi e della crescente civiltà
abbastanza tonarono a ciascuno i suoi doveri: talchè il mancarvi, non
è ignoranza, ma perversità.
La giustizia d'allora, ignara dei pigri avvolgimenti moderni, anzi più
spacciativa che nol comportasse la sicurezza dell'innocente, non avrebbe
lasciato languire Margherita sì a lungo nell'aspettazione di un
processo, quando non fosse stato una mira particolare di Luchino, che
voleva punirla della virtù, trarla forse agli indegni suoi propositi, o
giungere per suo mezzo ad avere in mano anche il Pusterla. Però un
giorno, tornando d'aver corso lo sparviero, rientrava il Visconti dalla
porta Romana: leste le guardie, dando fiato al corno, calarono il ponte
levatojo: si disposero in ala di qua e di là, mentre egli passava in
mezzo a loro: giunto ai piedi dell'arco, fece di berretto, e piegò la
fronte fin sulla chioma del cavallo innanzi all'effigie della Madonna,
scolpita sopra quella porta. Poi girando l'occhio a sinistra, dove si
lavorava la sua rocchetta, si risovvenne di colei che in quelle prigioni
pativa, cioè si risovvenne che poteva farla patire d'avanzo.
--Ehi, Grillincervello», disse sorridendo al buffone, inseparabile
compagno:--Ti ricordi della bella dama che tempo fa ti mostrai su quel
terrazzo alla Balla, e tu mi dicesti....
--Che la non è biada pei tuoi denti», interruppe lo sguajato.
--Sai tu dov'ella sia?» richiese il principe.
--In catorbia: lo so.
--Dunque?...
--Mah! badate (ripigliava il buffone) che il _dunque_ non sia precipitato.
Quante volte io vedo sul vostro piattello un ghiotto boccone che mi tocca
l'ugola: dite per questo che io possa bagnarmene il dente? Gli è grazia
che ne senta l'odore».
Sogghignò Luchino, e,--Va, buffone, e di' al carceriere che passi alla
nostra Corte».
In quei tempi non si stava tanto sul sottile delle convenienze; e persone
di Corte erano, come l'astrologo e il buffone, così il carceriere e il
boja; i quali poi nella raffinatezza successiva non dovettero ricevere gli
ordini, nè presentare la relazione ai grandi se non per infinita scala
di intermediarj: tutto a vantaggio della verità e della tenerezza di
cuore.
Non paja adunque sconveniente che il carceriere si presenti in petto e in
persona a Luchino; nè di conseguenza che noi ci fermiamo un tratto a far
conoscenza con quello, che da tanto tempo era unico compagno della nostra
Margherita.
La giustizia non si faceva--allora--coscienza di collocare presso al cuore
delle sue vittime l'indivisibile tormento di un uomo, scelto tra la feccia
più ineducata della società, onde esercitare quest'ultimo grado della
tirannia, che appunto per essere l'ultimo, pesa più grave, come più
immediato, e perchè chi lo occupa vuole sopra i suoi dipendenti
vendicarsi delle umiliazioni che soffre dai superiori, e si attribuirebbe a
colpa la pietà, se pietà mai potesse germogliare in gente che
s'induce a guadagnare un pane sui martirj altrui.--Dico allora, quando la
malata e pietosa fantasia di Silvio Pellico non aveva ancora creato di
pianta lo Schiller e la Zanze.
Il custode della Margherita, a vederlo, era un coso lungo lungo e badiale,
colla pelle tutta chiazzata e a mascherizzi, occhi guerci e suffornati in
archi di ciglia setolose, capelli rossastri spartiti in sulla fronte, e
tirati giù come una cornice barocca attorno a quel poco viso che
lasciava discoperto una folta e sudicia barbaccia, da mettere nausea e
spavento. Nasceva egli dalla valle d'Imagna nel Bergamasco; e i suoi buoni
compatriotti supplivano allora, come anche oggidì, alla scarsezza del
terreno col lavorar al tornio l'acero e il faggio delle loro selve in
palle, mestole, taglieri, truogoli, zipoli e siffatti, che poi scendono a
spacciare a Bergamo o a Milano. Anch'egli era stato dirizzato su quell'arte
del mestolajo, come suo padre, come suo nonno, e il padre e il nonno del
suo nonno; ma diverso in tutto da loro, sin da giovinetto gli era stato
mutato il proprio nome di Macaruffo in quello di Lasagnone, perchè non
sapeva piegar la schiena, e la poca fatica gli era una sanità. Cambiò
mestiere più volte, ma senza trovar mai basto che gli entrasse; e
dicendosela assai meglio colle mezzine che collo scalpello e col tornio,
stavasi tutta la giornata indarno, mangiando il pane a tradimento.
Accoppiando così l'abborrimento al lavoro colla insofferenza della
povertà e colla leccornia più triviale, avrebbe rinnovato il misfatto
di Giuda per buscar denaro e golerie col minor lavoro. La sua gioventù
fu infamata di sozze e vili cattività fra' suoi valligiani, i quali
solevano dire che esso contraffaceva a tutti i comandamenti del decalogo,
eccetto quello del non lavorar la festa. Sperando che questa dovesse
rimettergli il senno, gli diedero moglie; ma un bel giorno e' la piantò
con un figiuolo in braccio e un altro nel ventre, a buscarsi il tozzo come
potesse, od a basir di fame; egli calossi alla pianura, e mescolatosi ai
Giorgi, si buttò alla strada. Neppur tanto coraggioso per riuscir bene
nella scelleraggine, poco andò che il capitano Lucio se l'ebbe nelle
branche.
Ma questa, soleva egli dire, fu la sua fortuna. Perocchè, facendosi
rapportatore degli antichi suoi camerata e dei malandrini che gli erano
dati compagni nella prigione, acquistò tanta grazia presso il capitano
di giustizia, che tolto di là, mercè due sode braccia, un muso duro e
un cuore più duro ancora, fu destinato prima per aguzzino, poi per
carceriere nella torretta di porta Romana. Superbo coi sofferenti perchè
vile coi superiori, sapeva che col ceffo e coi modi avrebbe sgomentato
quelli, mentre a questi per nessuna cosa del mondo avrebbe osato dire un
no.
Nei primi giorni che la Margherita si trovò nella costui balìa, per
procurarsi quelle prime necessità che il suo stato portava, ella dovette
cedergli a poco a poco ogni superfluo che le fosse rimasto addosso; nè
esso le concedette requie finchè non la ebbe ridotta al più positivo
e indispensabile vestire. Colla sommessione dell'agnello che lambisce la
mano di colui che lo scanna, essa gli parlava: ma quello, burbero sempre,
sardonico, stizzoso, rispondeva, la proverbiava, sghignazzava. Essa gli
ragionò di compassione, nè tampoco il nome ei ne conosceva. Essa gli
ragionò di Dio: ei sapeva che vi era, gli recitava per abitudine le
devozioni, da sua madre insegnategli, ma non andava più in là, e
nemmanco figuratasi che questa credenza dovesse modificare le sue azioni, e
tanto meno fargli tradire l'obbligo del suo mestiere, che credeva quello di
essere spietato.
Per quanto deva patirne la _storica dignità_, non voglio tacere questa
circostanza minutissima. Una volta (fu sui primi di maggio) Lasagnone
entrò nel carcere di lei con una bella rosa fra l'orecchio e le tempia.
Un fiore, quel fresco colorito, quella rugiadosa fragranza, dovettero
suscitare mille care idee nella Margherita, che mossa da innocente
desiderio, con affettuosa commozione additando la rosa, disse al
carceriere:--Donatela a me.
--Ah sì? La vi piace, eh? rispose il villanzone; pigliò fra le dita
la rosa, la annusò sgarbatamente, mostrò porgerla alla meschina; poi
ritirandola di scatto e sfogliatala, la gettò per la finestra, e
sghignazzando come di un lepido fatto, se ne andò.
Che caso da' nulla, non è vero? finalmente non si trattava di pane, non
d'altra necessità; eppure, che volete? alla Margherita fece tanto colpo,
e tanto se ne ricordò, che quando una volta potè sfogarsi con un
confidente, gli ripetè questo a preferenza di cento altri torti.
--Lesto, lesto, Lasagnone, che ti chiama il sor padrone intonò
Grillincervello, sporgendo la testa rasa da un finestruolo al lungo
corridojo delle prigioni, e ritraendolo presto e fuggendo come fa un lupo
dal luogo dove altre volte restò preso alla tagliuola.
--Me? domandò Macaruffo tra meravigliato e pauroso: ma non ricevendo
risposta, fretta fretta gettò via un suo abituale saltambarco sdruscito
e bisunto, infilò un cappotto marrone alquanto migliore, si tirò
sulle orecchie un berretto rosso, diede una girata a tutte le prigioni se
fossero ben assicurati i chiavacci: e messosi in cintura a sinistra un
grosso coltellaccio, a destra il mazzo delle chiavi, uscì frettoloso.
Passò davanti a San Nazaro, lasciò a destra il lago artificiale
presso al luogo ove sorge l'Ospedale, e di cui serbano memoria le vie di
Pantano e di Poslaghetto e venne a San Giovanni in Conca. Fin qui
stendevasi il palazzo, o piuttosto l'aggregato dei palazzi dei Visconti; e
Luchino stava continuandone la fabbrica con quattro grandi torri ai canti,
e dentro ogni migliore comodità. Nel tornare quivi era scavalcato il
principe: dato un'occhiata alle costruzioni, censurato, lodato, ordinato
siccome dee fare un padrone; quindi per un corridojo coperto, largo dieci e
più braccia, e che accavalciava i tetti, era venuto fino alla Corte, ed
entrato nelle splendide sale.
Poco tardò a sopraggiungere Macaruffo, e lasciandosi dietro quelli che
non avevano se non da esporre al principe i loro bisogni o domandargli la
giustizia, fu introdotto da Grillincervello, il quale, con un fare tra
goffo e maligno, scotendo i sonagliuzzi, imitava il rovistio delle chiavi,
che tintinnivano ad ogni passo del montanaro. E poichè questi, col
berretto in mano, rannicchiato presso allo stipite della porta, faceva
grandi inchini, grande strisciar di piedi, il buffone forbottandolo gli
diceva:--Bada, frusto villano, che non mi stracci il tappeto: vien di
Damasco, e me lo pagheresti con altrettanto della tua pelle».
Luchino, senza guardare in viso al carceriere, domandò:--Che fa la
signora Margherita Pusterla?
--Oh!... magnifico.... serenissimo.... Oh signor principe! la sta da papa
rispondeva l'altro.--Nessuno che le torca un capello. Non trae mai fiato di
lamento. E poi le domandi, e sentirà.
--Ma di me che dice?» richiese il Visconti.
--Dice... cioè... oh serenissimo... oh magnifico...» e seguitava
questa litania, non tanto per adulazione, quanto perchè non sapeva che
cosa rispondere; onde corrugava la fronte, e fissava due occhi stupidamente
indagatori in faccia al padrone, come per leggervi se dovea rispondere che
lo bestemmiasse, ovvero che lo benedicesse. Ma leggere sul freddo e
impassibile viso di Luchino, era impresa difficile anche ad occhi molto
più aguzzi de' costui; laonde imbarazzato egli cagliava. Se non che lo
trasse di pena Grillincervello dicendo:--Su, parla: che? hai tu veduto il
lupo? Scommetto la mia marotta d'argento che essa ne ragiona col miele
sulle labbra: n'è vero?
--Appunto (parlava il carceriere): non sa finire di lodare la sua
beneficenza che le ha dato sì vistoso alloggio.
--E sicuro dai ladri», interrompeva il buffone.
--E che la fa trattare come neanche a casa sua».
Qui il bergamasco taceva, seguitando a confermare l'asserito cogli atti del
viso e con premer la mano sul petto, e Grillincervello saltava su:--Non lo
sapeva io? Padrone, tu puoi quando che sia licenziare il tuo Andalon del
Nero, e nominare me per astrologo serenissimo. Egli pronostica dalle
stelle, io dal mio can barbone, che più gliene appoggio di sode, e
più mi corre a leccar la mano».
Luchino fece un moto delle labbra che somigliava a un sorriso; poi voltosi
al carceriere,--Da qui innanzi però trattala meglio, ed ogni mezzodì
vieni a levare alla nostra cucina un piatto da recarle».
Poi, al tempo stesso che, alzando la mano, gli accennava d'andarsene,
soggiunse:--E le dirai che il principe si ricorda di lei».
--Carità pelosa» mormorò il buffone. Il carceriere spalancava
tanto d'occhi, corrugava la fronte, rotondava la bocca dalla meraviglia, e
pensava fra sè:--Trattar bene un prigioniero! Ch'e' voglia morire?»
Poi, moltiplicando le riverenze profonde fino a terra, dava indietro per
uscir a modo dei gamberi, allorchè Grillincervello, dopo una sonora
risata, ghermitolo per un braccio, e col dito dell'altra mano accennandolo
a Luchino, disse:--Lasagnone meriterebbe il suo nome in superlativo se di
quel piatto non ungesse la sua golaccia, ed a voi non desse ad intendere
che madonna ne viene grassa, e che ve ne sa gran mercè.
--Potrebbe fargli (ripigliò con fiera ilarità il Visconti), potrebbe
fargli il pro che ha fatto jeri la lepre a quell'altro».
Bisogna sapere che il giorno innanzi era stato côlto uno sciagurato, il
quale aveva avuto l'imperdonabile ardimento di uccidere un lepratto: ed il
principe freddamente aveva sentenziato che il delinquente mangiasse quella
bestia così cruda, con ossa e pelle e tutto, come dovette fare, e in
conseguenza crepare.
Grillincervello intese l'allusione, ed esclamando:--Dio salvi i cani da
tali bocconi!» accompagnò con un calcio Macaruffo, il quale tra i
denti augurava che il desinare diventasse tanto tossico al linguacciuto
beffardo, perchè gli avesse sturbato il disegno che aveva già fatto
sopra la vivanda della cucina principesca.