IL PROCESSO.

A Milano intanto erano stati disposti i processi delle persone arrestate

per l'affare della congiura. Il signor Luchino Visconti era studioso di

serbare le apparenze della giustizia; e i suoi lodatori rammentavano spesso

a grande encomio il seguente fatto. Aveva egli commesso il governo di Lodi

al suo prediletto figliuolo naturale Bruzio, giovane studioso di lettere,

ma immerso a gola in ogni turpitudine. Sotto la costui balìa accadde che

un gentiluomo lodigiano uccidesse un altro, onde fu preso e condannato nel

capo. I parenti del reo si presentano a Bruzio, e--Messere (gli dicono), se

avete bisogno di denaro, non perda la testa il figliuol nostro, ed eccovi

quindicimila bei fiorini, un sopra l'altro».

Ciò udendo, Bruzio, avido dell'oro, cavalcò a Milano, fu dal padre, e

inginocchiatosegli davanti, gli chiese grazia pel delinquente, mostrandogli

come egli potrebbe così ristorarsi della sua povertà. Luchino fece

segno ad un sergente che gli portasse il suo elmo, il quale era forbito e

lucente, con sopra un bel cimiero, coperto di velluto vermiglio: ed

avutolo, disse a Bruzio:--Leggi queste parole che vi sono scritte».

Dicevano _Justitia_.--E la giustizia (soggiunse) noi porremo ad effetto;

nè permetterò che quindicimila fiorini possano più della mia

divisa. Va e torna a Lodi, e fa giustizia, od io la farò di te».

Giustizia di questo calibro ne troverete facilmente presso i peggiori

tiranni; troverete anche chi l'ascriva loro a merito, merito ad assassini

che fedelmente spartiscono fra loro ciò che rubarono alla strada. Ma

alcuni opinano che vera giustizia non possa mai esercitarsi laddove chi

governa ha interesse diverso dei governati; poichè, qualora si trovino

questi in collisione con quelli, l'istinto dell'utile personale si mescola

alle decisioni, quasi senza che i giudici se ne avvedano. Quanto più

doveva succedere in tempi tanto grossolani, e ignari della dignità

dell'uomo!

Il diritto di sangue nelle repubbliche lombarde, dopo la pace di Costanza,

spettava al podestà, magistrato che generalmente chiamavasi da paese

forastiero, durava in posto uno o due o tre anni, e proferiva le sentenze

di concerto con un luogotenente o vicario condotto seco, e con alcuni

pratici della legge e delle costumanze, a norma di queste e di quelle. Il

travalicare però il diritto nei casi di Stato era abuso di cui già si

lordavano le repubbliche, e peggio i tirannelli succeduti ad esse in ogni

parte d'Italia. Quando fu trovata, o dirò meglio, quando si tornò a

studiare la ragione scritta nelle Pandette, i potenti non curarono gran

fatto le garanzie ivi sancite dalla libera sapienza romana, ma trassero a

loro servigio le esorbitanti leggi, che la timida tirannide dei Cesari

aveva mescolate agli ordinamenti migliori; e si valsero di quegli esempj

per farne puntello alla mal fondata autorità e credersi giustificati,

se, nei casi di maestà, trascendevano il diritto.

Allora i giureconsulti, non guardando più ciò che era giusto ma

ciò che era scritto, sugli esempj di una società nella quale non era

ancora venuto Cristo ad erigere un potere tutelare contro la spada,

degenerarono a schifosa servilità, e divennero adirati campioni della

parte ghibellina, per quel genio d'imitazione romana che tante cose ha

già guaste nel nostro bel paese. Quando il Barbarossa adunò a

Roncaglia la dieta italiana, famosi legisti pronunziarono che l'imperatore

era padrone del cielo e della terra, delle vite e delle robe. Poco meno

sostiene Dante nel ghibellino suo libro _De Monarchia_. I giureconsulti

avevano sempre, come si dice, in manica un discorso per indurre la città

a mutare il governo a popolo in governo d'un solo: i tirannelli non

domandatemi se facessero lor pro di dottrine per le quali la legalità

non si riponeva nella ragione, ma negli atti del governo, qualunque ei si

fosse: che sostenevano essere assolutamente obbligatorio il comando della

legge, e la legge essere ciò che piace al capo: pel qual modo essi

tiranni poterono vantarsi protettori della libertà, purchè questa

venisse definita il poter fare tutto ciò che non è impedito dalla

legge.

Sentono di quello spirito gli statuti criminali di Milano, dei quali il

CLXVII sancisce che _ribelli del Comune milanese s'intendono tutti coloro,

che fanno contro al pacifico stato del signore e del Comune di Milano:_ il

precedente ordina che, nei casi di ribellione, presa in così lato senso,

il podestà e i giudici suoi, tutti e singoli sieno tenuti per proprio

uffizio ad investigare e procedere per indizj, argomenti e tormenti, e con

tutti i modi che parrà; ed a punire e condannare.

Così elastici regolamenti facevano che in ogni paese, come dice il

Muratori, quando per semplici sospetti o per vendetta si voleva togliere

taluno dal mondo, sempre era in pronto la voce e il processo di congiura.

E la voce d'una congiura l'avea qui sparsa Luchino; si trattava ora di

convalidarla con un processo. Il 15 giugno, vale a dire sei giorni prima,

era entrato podestà in Milano Francesco de Oramara marchese di

Malaspina, giureconsulto anch'egli, e adoratore della lettera scritta, che

poneva per primo dovere d'un magistrato il conservare la quiete; e

nell'assumere la carica aveva giurato di far osservare gli statuti del

Comune di Milano, e principalmente gli accennati contro i ribelli, o come

qui li chiamavano, i _malesardi_. Non avrebbe dunque messo impaccio alla

condanna de' ribelli: ma dall'altra parte egli era un onest'uomo, corto

sì, ma retto, retto quanto bastava per venir raggirato da uno scaltro

birbante; ma incapace assolutamente di menare una brutta pasta per

piacenteria o per sordide speranze. L'uomo da ciò l'aveva in serbo

Luchino.

Quella banda di San Giorgio, che v'ho detta raccolta da Lodrisio Visconte a

danno del Milanese, dopo sconfitta a Parabiago, si era sparpagliata; e i

mercenarj, avvezzi alla prepotenza ed al saccheggio, e buttatasi alla via,

rubavano, assalivano, incendiavano; terribili ancora a minuto sotto il nome

di Giorgi. Per reprimerli, fu dato licenza a chiunque di farsi giustizia da

sè: e le memorie dei tempi ricordano che Antonio e Matteo Crivelli, cui

i Giorgi avevano guaste le ville, quanti ne poteano avere gli arrostivano,

e infarcendoli di avena, li davano a' cavalli; ad altri sul Cremonese fu

stratagliata la pelle sul dorso a modo di nastrini indi il boja li

frustava, gridando ad ogni colpo «Stringhe e bindelli». Così si

educavano i privati e il pubblico all'umanità.

Luchino, per quel suo amore così fatto alla giustizia, aveva contro ai

Giorgi istituito un magistrato nuovo, il capitano di giustizia, con

autorità amplissima. E perchè il mite naturale de' Milanesi non

rattenesse nell'esecuzione, scelse a quel posto un tal Lucio, severissimo

uomo, il quale, imprigionando e impiccando a josa, sbrattò dai ladri il

contado. Dai ladri dico grossi e minuti; giacchè molti signori, annidati

nelle rôcche e nei palazzotti di campagna, non lasciavano passare immune

se non chi avesse il salvocondotto della miseria. Anche a costoro pose

freno Luchino: impedì le guerre tra persone e persone, famiglie e

famiglie: dichiarò che tutto il contado immediatamente dipendesse pel

criminale da Milano; sicchè i feudi si limitarono a semplice

giurisdizione, non a tirannia: e i cortigiani del principe lo poterono

lodare d'avere stabilito l'eguaglianza di tutti in faccia alla

legge;--eguaglianza però dalla quale si dovevano intendere eccettuati i

forti, gli scaltri, gli adulatori, il principe, i suoi favoriti, e i

favoriti de' suoi favoriti.

Miglioramenti così fatti sono una vera benedizione del Cielo qualora

vengano da principe buono e di rette intenzioni: se mai è un tristo, gli

somministrano armi terribili, che, dopo adoperate pel pubblico bene, può

far servire al suo malnato talento. Luchino di fatti colla stessa mano onde

feriva i nemici della società, abbatteva i suoi personali. Nel che

egregiamente era servito da quel Lucio, così austero, così pratico

delle leggi, o a meglio dire, dei tranelli del Foro, così zelante di far

osservare il diritto: cioè la volontà del principe, e non già per

coscienza erronea, ma perchè smanioso di togliersi d'addosso un'enorme

vergogna che lo rimordeva più che un misfatto, quella d'essere nato da

povera gente e povero egli stesso. A chi abbia profondo nell'animo questo

abborrimento è facile, vi so dir io, il trovar modo da fare passata ed

arricchire, perchè il merito, quando si vuol vendere, trova facilmente

compratori.

E Luchino aveva comprato costui, e adoperatolo altre volte a' suoi fini:

onde non esitò a porre gli occhi sopra di esso anche nel presente caso,

e cominciò dal carezzarlo e solleticarne la vanità. Nel giorno della

solenne traslazione delle ossa di san Pietro martire, la gran festa che

abbiamo accennata terminò per la Corte in uno splendido convito, ove

sedevano il vescovo Giovanni, tutti gli ambasciatori delle città e dei

principi, gran signori e letterati sì paesani, sì avveniticci; e

tanto straordinaria era la profusione, che Grillincervello, facendone le

meraviglie, disse all'orecchio di Luchino:--Padrone, hai qualche pesce da

pigliare per la gola?»

Ho detto profusione, ma niuno diasi a intendere che nelle grosse spese di

quel pasto si trovasse nulla della finitezza e del buon gusto che oggi

possiamo immaginare ed effettuare. La prima messa fu di marzapani e

pignocate dorate, colle armi della biscia; indi vennero pollastrelli con

savore; due porcellini e due vitelli interi, dorati anch'essi; poi

un'abbondanza di spicchi di castrato, di capretti interi, di lepri e

piccioni e fagiani e pernici e storioni, e quattro pavoni coperti di tutte

le penne e due orsi; tacio le cento maniere di gelatine, di salse, di

paste, di canditi, di frutte, uno sfarzo di piattelli e tazze d'argento,

d'acque odorose date replicatamente alle mani, come lo rendeva necessario

il non usarsi le forcine; vini poi squisiti e senza misura. Ogni nuova

imbandigione era portata a suono di tromba e d'altri strumenti, da donzelli

superbamente divisati, fra mezzo ai quali scorreva Grillincervello, tenendo

in allegria con motti e con versi e strofe da ciò, e ricevendo da questo

e da quello i rilievi e i doni, dei quali aveva fatto un cumulo su un

deschetto in disparte, dicendo che gli basterebbero per mantenere quindici

giorni le molte mogli e i molti figliuoli che, secondo la scostumatezza de'

pari suoi, egli teneva in casa.

I discorsi erano vivi tra i convitati; altrimenti da quel che sogliano ora

a tavole principesche, e questo era una nuova lusinga all'amor proprio di

Luchino, giacchè neppure la ilarità dei bicchieri non suscitava

ragionamenti che gli potessero tornare spiacevoli. La quiete e felicità

dei popoli soggetti, gli atti di beneficenza, le prodezze guerresche,

l'onta dei nemici, qualche lepida avventura privata, porgevano ampio

soggetto di ciance e d'adulazione. Mal vi apporreste credendo dovessero

schivare studiosamente di discorrere delle disgrazie della settimana, degli

infelici che languivano nelle prigioni, mentre alla Corte si sguazzava. Non

era quello un nuovo trionfo del signor Luchino? Non era un pericolo

ovviato? un atto di pubblica giustizia? Poco tardarono dunque a formare

tema di discussione il podestà ed il capitano di giustizia, collocati

vicino e in mezzo ad altri giureconsulti.

Dei cui discorsi avvedutosi, Luchino volse la parola a Lucio, e--Voi (gli

disse), voi che delle leggi sapete quel che n'è; voi che tutti

interrogaste gli oracoli dell'antica sapienza, qual pensiero fate sopra

tanto caso? che n'avrebbero sentito quegli insigni nostri progenitori i

Romani?»

Qui la calcolata vigliaccheria del capitano era accresciuta dal vedersi

distinto in mezzo a tanta nobiltà; sicchè senza esitare

rispondeva:--Il giudizio intorno a traditori della patria può egli

essere dubbio? Quanto a me, avvezzo a sostenere francamente la giustizia, a

decidere secondo quella, che che me ne deva costare, dico e mantengo che,

se la vostra serenità risparmiasse il sangue di costoro, verrebbe meno

a' suoi doveri, e tradirebbe il potere affidatole dal popolo».

Quanto bel suono faccia ai tiranni l'udirsi parlare del dovere di essere

cattivi e di fare a proprio modo, sarebbesi potuto scorgere dalla

compiacenza che scintillò nell'occhio di Luchino. Il quale, lieto di

essere stato così bene compreso, continuava:--Sì, ma qui s'avrà a

fare con volpi vecchie: gente da toga e da spada, scaltriti a segno da

negare i fatti più evidenti.

--Principe, a vincere nemici insegnatemi voi: per far parlare un ostinato,

non ho bisogno di scuola».

Così sotto alla maschera di rozza veridicità ascondeva colui la

più turpe adulazione, e pattuiva l'infamia; e qui come d'un bel fatto,

venivasi vantando di difficilissimi processi, dove era riuscito a

convincere al modo suo i più scarsi d'incolpazioni; dietro a che la

disputa s'infervorava tra que' legulej, e durava gran pezzo dopo levate le

mense; finchè Luchino, tratto in disparte il capitano, gli affidò

l'incarico di guidare quel processo, e conchiuse:--I Pusterla sono

ricchissimi possessori; e al fisco abbonderanno i mezzi di compensare

lautamente i fedeli suoi ministri».

Furono sproni a buon cavallo; e Lucio da quell'ora non pensò che ad

ordire le fila per la tela meditata.--Datemi in mano due righe d'un

galantuomo, m'impegno di trovarlo reo di morte», ha detto non so qual

moderno forestiero. Pensate poi allora, quando il maltalento dei capi e la

corruttibilità dei giudici non si trovavano frenate da provide garanzie

e dall'opinione e quando fin la tortura poteva essere adoperata per

istrappare di bocca la verità o quella che voleasi verità.

Oltre il consiglio generale, in cui sedeva la suprema autorità, ne era

in Milano un altro particolare di ventiquattro cittadini, dodici del popolo

e dodici dei nobili, parte _juris periti_, cioè letterati e cogniti

delle leggi, parte _morum periti_, cioè senza lettere ma pratici delle

costumanze patrie e degli statuti: duravano in uffizio due mesi,

chiamavansi società di giustizia, ed a loro spettava il conoscere i

delitti di maestà preseduti sempre da un giudice forestiero.

Il giudice presidente o capitano era esso Lucio, il quale passò dunque

in rassegna per iscegliere quelli che facessero al suo caso.

Ecco qua (diceva egli tra sè stesso) gente di idee nuove, ma che

pretende cavate dal Vangelo, la quale riporta tutto al regolo della

giustizia, supponendo che la giustizia sia una cosa reale, e che s'attacchi

non alle convenzioni degli uomini, ma ai voleri di Dio. Fanatici! utopisti!

credono che il principe deva star alla rettitudine come l'infimo de' plebei

e che sia un gran che la testa di un uomo, per quanto oscuro. Non fanno per

me.

--Quest'altri sono incamminati sul buon sentiero e sanno volere la

giustizia senza rinnegare la politica; giusti fino al trono. Nelle

differenze tra privato e privato e' si farebbero coscienza di portare danno

pur d'un bruscolo; ma qualora si tratti del principe, la pensano più

liberalmente. Alcuno di questi giova introdurlo nel consiglio, perchè

gridano alto giustizia, leggi, ragione, e fra il popolo hanno voce d'essere

zelatori. Gridino pure; ma in consiglio i seniori li compatiranno come

inesperti, e il voto loro rimarrà eliso dai meglio assennati.

--Questi altri, onesti di fondo, incanutirono nel mestiere, onde si sono

formata l'abitudine di veder sempre nero, di credere tutt'uno accusato e

reo, e necessari alcuni sacrifizi al pubblico bene. Un pajo anche di

questi. Un pajo di quei gran giurisprudenti che, fino dalla scuola, si sono

avvezzati a intendere e proclamare che suprema legge è il pubblico bene,

e del pubblico bene prima condizione la quiete: nè la quiete potevasi

conservarsi altrimenti che col rispettare l'ordine stabilito, qualunque

esso sia; e in conseguenza essere il maggior reo colui che dà moto a

novità.

Luchino poi aveva cominciato a mostrarsi rigoroso cogli uffiziali di Corte,

i quali avessero angariato o rubato ai cittadini, e con tormenti li

sforzava a palesare gli illeciti guadagni. Chi fosse tinto di questa pece

aveva dunque, come diceva Lucio, una museruola alla bocca per tacere e fare

a modo.

Tra sì varie maniere di vedere la giustizia, Lucio potè costituire il

suo consiglio senza neppur ricorrere all'abiettissima viltà di quelli

che si vendono per denaro ai potenti, e che speculano sul piatto degli

oppressi. D'altra parte egli sapeva benissimo come in tali vertenze gli

svantaggi dell'accusato sieno tanti, che è un prodigio d'innocenza chi

n'esce purgato: aggiungeva le torture, sieno le sfacciate e strillanti

della corda e del cavalletto, sieno le ipocrite ed ignorate della prigione

e della lentezza: onde, esaminata ogni cosa, esaminate le speciali

circostanze di un delitto di Stato, ove accusatori, testimonj, giudici

sanno di gratificarsi il padrone coll'aggravare gl'imputati, si trovò

d'aver buono in mano e disse a sè medesimo:--Cuor mio riposa: un bel

palazzo e un ricco podere e la confidenza del mio signore non mi possono

mancare».

Ma per essere sempre più sicuro del fatto suo, il capitano sottopose per

primo a giudicatura quel Franzino Malcolzato, servitore del Pusterla,

bravaccio famigerato per risse e ferimenti e omicidj. Costui, come si vide

posta innanzi da un canto la tortura, la forca, o al men che fosse la

prigione perpetua; dall'altro promessa l'impunità qualora si confessasse

reo e manifestasse le volute colpe del padrone e i complici suoi, non

esitò nella scelta, e Lucio trionfò della sua invenzione. Secondo

dunque gli veniva questi suggerendo; il Malcolzato disse che d'una grande

congiura aveva inteso ragionare: sparlar abitualmente del principe e de'

suoi fatti; discorrere di speranze, di vicine mutazioni, d'un avvenire

migliore; il suo padrone aver tenuto a Verona spesse e segrete conferenze

col signor Mastino della Scala e con Matteo Visconti: aver ricevuto colà

Alpinolo, spedito in gran diligenza dai congiurati milanesi, e con questo

esser venuto di volo alla città, spesso tra via bestemmiando il signor

Luchino; nel palazzo del Pusterla esservi armi; quella tal sera aver egli

introdotto colà i più fidi amici, che dissero, che disposero, che

giurarono uccidere, incendiare, rubare;--e seguitò narrando cose tanto

assurde e contraddittorie, da mandarlo ai pazzarelli o condannarlo di

impostura.

Nel consiglio di giustizia non mancò chi riflettesse all'incongruenza di

tali deposizioni; ma Lucio fece sentire come i tumulti bisognasse frenarli

col porre il piede sulle prime faville; che se la pace di tutti richiedeva

qualche vittima, tornava meglio colpire quel ribaldo, che non mettere a

repentaglio tante teste segnalate.

Vero è che la giustizia non dovrebbe accettare diversità di persone,

ma quante altre cose non dovrebbe! i pochi opponenti, vedendo prevalere

l'opinione dei più, entravano in diffidenza della propria e in timore

d'ingannarsi; la riverenza pel potere sì profondamente era nei più

radicata, che, senza avvedersene, mescolava nei giudizj la probabilità

di godimenti, d'onori, di partecipazione a qualche brano dell'autorità

stessa; poi essendo molti a giudicare, ciascuno vi portava una volontà

meno ferma, una meno intera valutazione delle conseguenze, che non avrebbe

fatto qualora da solo avesse avuto a prendere la deliberazione; e la

responsabilità dell'esito pareva diminuita in ragione del numero dei

colleghi. Finalmente, riflettevano, si tratta d'un mal arnese, da cui la

società non può aspettarsi bene di sorta.

Guai all'uomo che patteggia un solo momento coll'austerità di sua

coscienza! se è privato, diverrà un iniquo; se magistrato, un

satellite; se principe, un tiranno.

A quell'indegno procedere non resse Bronzino Caimo, valoroso giurisperito,

che in piena adunanza osò mostrarne l'enormità ai suoi colleghi.

Lucio (anche i tristi s'ingannano qualche volta) non aveva dubitato di

trasceglierlo, perchè, sebbene non dissimulasse la sua avversione alle

violenze di Luchino, neppure i nemici di questo mostravano farne gran

capitale, attesochè si dichiarava sempre abborrente dalle illegali

opposizioni e dai miglioramenti recati colla spada: onde solevano dire

ch'egli pretendeva raddrizzare il mondo coll'aspersorio e col messale.

Ma l'aspersorio e il messale lo facevano ripugnante a qualunque viltà, e

coraggioso sostenitore del vero; tanto che la processura da Lucio

impiantata non sarebbe in modo veruno potuta giungere a compimento, ove

prima non si fosse punito costui, che osava di aver ragione.

Lucio pertanto, in segreto interrogatorio, potè far confessare al

Malcolzato, che Bronzino Caimo era esso pure dei congiurati, anzi uno dei

più pericolosi perchè ragionevole, e quando il generoso si preparava

a non permettere che fosse, così senza un richiamo, violata la

giustizia, si vide egli medesimo trascinato nelle prigioni, e chiamato

innanzi a quei giudici stessi, ai quali doveva servire per lezione di

docilità.

Senza dunque che altri più fiatasse, le confessioni del Malcolzato

furono tenute buone: poi sotto pretesto che egli non volesse dir tutto

quello che sapeva, gli venne tolta la promessa impunità, e, condannato a

morte, fu tra pochi giorni appiccato, siccome ministro scellerato delle

scellerate trame del Pusterla. Il popolo corse a vedere, e disse:--N'ho

gusto! egli era un prepotentaccio, e meritava di finir così. Viva i

nostri padroni che purgano il mondo da questa feccia».

Ma come le ingiustizie s'incatenano! Da questo supplizio restava convenuto,

non solo tra il popolo, ma in giudizio, che una congiura esisteva, che

n'era capo il Pusterla, che il secondavano gli altri nominati, oltre i

più non iscoperti. Potevansi dunque chiamare in processo gli altri sopra

un fatto, della cui verità non si doveva più dubitare dopo che era

passato, come dicono, in giudicato: ed a Lucio non restava più altro a

fare che mostrarne colpevoli gli imputati....

Oh, togliamo una volta le mani da questa sozza pasta, congratulandoci dei

progressi che alla ragione criminale fecero fare coloro, i quali non

temettero offendere i principi col francheggiare la sicurezza di tutti.

Per allora la conclusione fu che, terminati i dibattimenti della società

di giustizia, i trombetti del Comune andarono in giro per la città, e ad

ogni crocicchio fermandosi, dato fiato alle trombe, invitarono i capi di

famiglia, perchè, il tal giorno a mezzodì, si radunassero alla

concione generale nel Broletto nuovo.

In questo generale parlamento risedeva, come ho detto poco sopra,

l'autorità suprema del governo: intendo di diritto, perchè nella

pratica si credeva che, col nominare un principe, si fossero i cittadini

spontaneamente esonerati di un tal peso per gettarlo sulle spalle a questo,

il quale poche volte gli incomodava a venire a dir di sì.

Una delle poche volte fu questa, acciocchè coll'ombra del suffragio

universale sanzionassero un nuovo atto di sua tirannia. Già sulla loro

decisione verun dubbio non provava il Visconte, conoscendo per esperienza

come il voto della moltitudine così congregata non sia null'altro che

l'espressione di quello degli intriganti, da cui si lasciano raggirare quei

più che non ebbero nè voglia nè tempo nè capacità di ponderare i diritti

e la giustizia. D'altro lato, guardando di mal occhio queste apparenze

repubblicane, che sopravvivevano insieme colla monarchia, Luchino

godeva screditare tali assemblee nell'opinione, col farsele consorti

nei delitti.

Allora adunque che furono ivi radunati i cittadini, comparve in mezzo di

loro la società di giustizia, e il capitano, salito sulla parlera,

espose la congiura scoperta e sventata, nominò i rei, pubblicò le

sentenze proposte sì contro gli imprigionati, si contro i fuggiaschi. I

quali ultimi non erano pochi, giacchè tutti quelli che sapevano di

essere in qualunque modo dispiaciuti al Visconte, sebbene del presente

fatto non avessero nè colpa nè conoscenza, temettero ch'egli

cogliesse volentieri quest'occasione, in cui il rigore pareva giustificato.

Quelli dunque, che nei tempi di fazione si eran chiariti nemici del

biscione, fuggirono; fuggirono quelli che altre volte n'erano stati

perseguitati, ragione per esserlo di nuovo; fuggirono Ottorino Borro e

Pagano Casati, per non provar novamente i guai che a lungo avevano sofferto

nelle prigioni di Binasco; fuggirono Lodovico Crivello, Bellino della

Pietrasanta, altri ed altri neppure nominati dalle imprudenti o dalle

estorte accuse, ma, che il Visconte e i suoi enumeravano come argomento

della estensione di quella trama.

Fra quelli che erano intervenuti al colloquio funesto, e contro cui vi

erano imputazioni dirette, erano riusciti a sottrarsi Zurione, fratello di

Franciscolo, Calzino Torniello da Novara, Maffino Besozzo ed altri, che, se

tutti io nominassi, alcuno si dorrebbe perchè avessi richiamato in luce

il delitto e la pena de' suoi avi, altri se ne farebbe bello, siccome d'una

domestica gloria:--tanto in ciò vanno concordi le opinioni.

Letti i processi, voglio dire quella parte di processi che a Lucio piacque

estrarre, apparve così enorme la colpa di tutti, che i novecento

capifamiglia, i quali davano voto segreto con sassolini bianchi e rossi,

trovaronsi tutti d'accordo nel confermare la condanna, eccetto una qualche

dozzina, che dovevano o avere sbagliato, o non compresa la serenissima

volontà.

I fuggiaschi vennero dichiarati sbanditi dallo Stato milanese, scaduti

dalla nobiltà, cioè mutato il sangue; i nomi loro scritti sul libro

dei signori ricevitori della Camera del Comune di Milano, e le effigie

rozzissimamente dipinte sul muro del Broletto nuovo, appese alla forca. Ma

ciò che è più positivo, i beni loro restarono messi al fisco, e

quelli soli del Pusterla salirono al valore di dugentomila fiorini d'oro,

che oggi si ragguaglierebbero a dieci milioni di franchi.

Di somma voglia Luchino avrebbe côlto il destro di togliersi d'in su gli

occhi i tre nipoti, Bernabò, Galeazzo e Matteo, siccome gliene offrivano

ragione le lettere trovate in casa Pusterla, e che furono l'argomento di

maggior peso in quel processo. Ma egli non aveva osato farne proferire

sentenza finale, tra perchè il fratello vescovo erasi interposto a

favore loro con vive istanze, tra perchè temeva si levasse ancora tanto

rumore, quanto pochi anni prima per l'assassinio di Marco Visconti.

Davanti a una Madonnina che soprastava alla porta Romana, furono dunque

accesi due torchietti, e intimato a Bernabò e al bel Galeazzino (Matteo

era già sul Veronese) che, prima che i due ceri fossero consumati fino

al verde, eglino dovessero uscire di città: e, come se ne furono iti, fu

mandato un bando che li dichiarava esclusi dallo Stato come _sospetti della

fede, violatori della pace, spergiuri detestandi; et che non potessero

contrar matrimonio, nè morendo avere sepoltura ecclesiastica_.

Pur troppo, come sapete, ritornarono; fecero di questo paese il peggio che

seppero, vennero sepolti in chiesa, e lasciarono prole niente migliore.

Il peggio toccò agli infelici ch'erano stati côlti. Martino e Pinalla

Aliprandi, chiusi nelle carceri pretorie in piazza dei Mercanti sotto alle

scale del palazzo, da un pertugio di quella carbonaja poterono udire la

sentenza che li condannava a morir colà entro di fame. Poi il dì

seguente videro Borolo da Castelletto, Beltramolo d'Amico, e l'incorrotto

giudice Bronzino Caimo, decapitati sulla piazza stessa; li videro, e come

dovettero invidiarne la pronta morte, essi costretti a doverla aspettare a

gradi a gradi, con tutti gli atroci spasimi del digiuno!

Ogni anno si soleva imporre sul censo una taglia straordinaria, detta il

fiorin d'oro, molto incresciosa non meno alla nobiltà che alla plebe. La

mattina dell'esecuzione, Luchino pubblicò che quell'anno la condonava, e

che non la riscoterebbe più fuorchè nel caso d'invasione di nemici.

Tanto bastò, e fu sin troppo, perchè il dabben popolo milanese

dimenticasse quel sangue, anzi corresse a vedere quell'atto di giustizia

del suo generoso signore; il popolo, tanto somigliante ai fanciulli, che da

ogni cosa traggono motivo di festa, che contemplano giocondi lo strato

disteso sulla bara del padre, e dicono _oh bello_ alle molte candele accese

ai funerali della madre loro.

I giudici, uscendo di carica, si trovarono consolatissimi d'avere, per la

pubblica sicurezza, lavorato tanto, colla soddisfazione d'essere pur

riusciti a scoprire i traditori del paese e castigarli. Più soddisfatto

rimase il capitano Lucio, il quale da un viglietto di Luchino si trovò

assegnato per residenza il palazzo dei Pusterla alla Balla, e conceduto ad

uso il delizioso podere di Montebello, salvo ad accordargliene la

proprietà quando fosse deciso definitivamente intorno al Pusterla e alla

sua famiglia.

Anche la storia doveva, come spesso, offrire l'umile servigio della sua

penna alla prepotenza; talchè, o prezzolata, od abbagliata, o trovando

più comodo il credere che l'esaminare, affogando sotto pompose parole il

vero, e mentendo l'eloquente semplicità dell'affetto, scrisse qualmente

lo sciagurato Francesco Pusterla, benchè il più ricco e il più

nobile fra i signori milanesi, benchè con gran favori e con gelose

missioni distinto dai Visconti, aveva macchinato a rovina di essi, e

meritato così di cadere dalla opulenza di Giobbe nella miseria di

Giobbe: grand'esempio di non tentare novità contro ai signori del

proprio paese.

Così un consesso indipendente processò: la legge proferi la sentenza:

il suffragio universale la confermò: il popolo applaudì; la storia

perpetuò. Chi più avrebbe osato dubitare dell'esistenza di una

cospirazione, e della giustizia con cui fu castigata?

Margherita Pusterla: Racconto storico · 第 29 / 62 题