I DISASTRI.

L'uccisore di Rosalia frattanto, guadagnata la riva, traversò le rovine

di Lecco, monumento di vendetta pubblica: rivide la macchia, fra cui esso

aveva concepito la vendetta privata, che ora tornava d'aver compiuta;

entrò nella rôcca, nella camera sua, e respirando come persona giunta

al termine di un difficile cammino, buttandosi sui letto esclamò:--Alla

fine son contento.»

Ma contentezza non segue al delitto, neppure in chi vi ha fatto il callo:

le gioje che esso procura sono tempestose, come l'inferno da cui procedono.

Quelle coltri, quel materasso riuscivano ispidi, pesanti per Ramengo;

voltavasi, contorcevasi, volendo pure a sè medesimo simulare

tranquillità, chiudeva gli occhi, si provava di dormire, ma rivenendo in

sè, trovavasi averli spalancati, fisi, incantati sopra i fantasmi che

l'immaginazione gli presentava. Non erano fantasmi di paura, ma quei della

donna sua, del figliuolo, delle loro ambasce; e lì immobili, confitti

alla proda del suo letto, al capezzale, alla porta: sicchè non potendo

stornarli, procurava mutar lo spavento in un'atroce dilettazione. Balzò

di su la coltrice, salì sulla vedetta: e quivi fermi gli sguardi

lampeggianti sopra il lago, col fosco crine spartito sulle due tempia

convulse, il pugno sopra la spada, l'altra mano aggrappata ad un merlo, si

sarebbe detto una statua posta colà ad ornamento o a spauracchio.

Tentennò poi risolutamente il capo, e proferì:--Sei là! là in

mezzo. Maledetta! perchè non dura eterna questa notte? perchè non

può colei sentir in essa tanti affanni, quanti da due mesi a me ne ha

fatti soffrire!»

Poi mirò farsi bujo verso tramontana, e un nebbione, quasi densa fumea

di fornace, avanzarsi radendo il lago: previde la burrasca, e ne

tripudiò: tripudiò quando la vide scoppiare: ogni groppo di vento che

rompesse, ogni fulmine che cascasse, egli trasaliva d'infernale piacere,

nella frenesia della rabbia figurandosi quel che ne patirebbe la donna.

L'acquazzone tutto il lavava; gli strideva tra le chiome il vento;--e' non

lo sentiva; non sentiva altro che l'ardore della vendetta.

Solo al primo albeggiare si tolse da guardare il lago; e salito a cavallo,

uscì furiosamente lunghesso la riva se mai essa vi fosse approdata, se

piuttosto la procella ne avesse rigettato il cadavere. Nulla vide, nulla ne

intese raccontare, onde fu al colmo della soddisfazione, sperando che,

com'era stato suo disegno, il lago avesse inghiottito e la vittima e le

traccie del delitto. Su quei primi giorni mascherò il rimorso con una

smania di operare; spedì attorno a cercare se mai il nembo o la piena

avessero fatto pericolare alcuno: sotto veste di esplorare gli andamenti di

certe bande che infestavano la valle San Martino, mandò di qua, di là

scorridori che gli riferissero a minuto quanto udivano, ma nessuno gli fe'

cenno di una donna affogata: onde esclamò:--Hai pur dato l'ultimo

tuffo!--Possa la tua agonia essere stata lunga, affannosa quanto te

l'auguro io, quanto la meriti! Possa io un giorno, come ho goduto, della

tua morte, così godere di quella dell'infame tuo drudo!»

A chiunque abbia idea della disordinata prepotenza dei governi militari in

ogni tempo, e della confusione speciale d'allora, quando, per troncare un

viluppo inestricabile, fu fatto uno statuto[16] che nessuno si ricercasse

per delitti commessi durante la guerra di Monza dal primo novembre 1322

all'undici dicembre 1324, sarà agevole spiegare come veruno

giuridicamente chiedesse conto a Ramengo della donna scomparsa; in privato

poi, coi subalterni gli valeva la superiorità per farli tacere: coi pari

e coi superiori non gli mancavano sfuggite e pretesti. A Lecco diede voce

che la Rosalia fosse andata a Milano: a Milano che fosse corsa ad unirsi

co' suoi parenti forusciti; poi che era morta, morta lei, morto il bambino,

e se ne finse accorato, celando il suo delitto sotto impenetrabili

apparenze, come celato lo aveva la superficie del lago, cui unicamente

l'aveva confidato.

La prima volta che di ciò fu inteso, il giovane Pusterla se ne mostrò

tocco nell'anima, siccome succede allorquando vediamo peccare chi più ci

pareva dabbene; allorquando vediamo chiuder il libro della vita chi non ne

avea scritto ancora che pochi fogli. E non rifiniva di chiederne; e

s'ingegnava di consolare Ramengo, prima colla speranza che certo ella

tornerebbe al marito, al dovere: poi, dopo credutala estinta,

coll'enumerarne le belle doti, e rammentare certi atti minuti, certe

leggiere parole, che tra i casi ordinarj sfuggono innotati, ma che tornano

a mente vivacissimi allorchè scomparve quello alla cui memoria erano

attaccati.

Ma questa commiserazione, questi encomj, ben altro suono facevano a

Ramengo. Non già ch'e' fosse cotanto geloso dell'onor suo che credeva

oltraggiato: ma la commiserazione faceva dispetto a lui, bramoso di

eccitare invidia: e nella ribalda anima sua il rimorso palliavasi sotto

altri affetti, dei quali soli era capace: odio, disprezzo, vendetta.

Sebbene verun tribunale, veruna potente voce chiamasse conto a Ramengo

dell'operato, sì lo interrogava fieramente una voce interna, quella che,

se i gran malvagi asseriscono di non sentire più, o mentiscono, o il

vero è che l'hanno soffocata sotto altre voci, principalmente sotto alla

smania che gli invade di nuovi delitti. Come l'ubbriaco, allorchè il

vino comincia a fargli dar volta al capo, crede ripararvi col berne del

nuovo: come una donna che d'una prima infedeltà sentesi spinta a

cancellare la memoria col commetterne di nuove, e sostituire la vorticosa

illusione della voluttà alla severità dell'innocenza perduta e al

salutare stimolo della coscienza; tale Ramengo per rapirsi allo strazio del

primiero misfatto provava una diabolica necessità di consumarne di

nuovi. E com'è sottilissimo l'amor proprio a trovare scuse fino alle

atrocità; così Ramengo versava ogni colpa sua sul Pusterla: fingeva a

sè stesso di avere amato Rosalia d'immenso amore, sinchè tra i loro

cuori non si frappose quell'esecrato: esagerava le speranze che avea

fondate su quel fanciullo; e col lungo fingere un tal sentimento, talvolta

Ramengo ritrovava in sè un vero rammarico di avere perduta quella sposa,

di cui gli ricorrevano a mente le rare doti del corpo e dell'animo, e le

dolcezze ch'essa gli prometteva.

Più ancora compiangeva il perduto figliuolo: così è dolce cosa a

tutti il vedersi crescere intorno un bambolo, col quale ritessere il

cammino della vita: così all'ambizioso è caro il poter erigere su

quello la speranza e i disegni dell'avvenire! Nè poteva Ramengo

ripiegare con un nuovo matrimonio, poichè da una parte la vulgare

opinione aggiungeva non so che obbrobrio alle seconde nozze e a chi le

contraeva; i feudatarj ne esigevano una tassa a profitto delle loro stalle:

obbrobrio che, a chi pretendesse trovar ragioni delle popolari ubbie,

parrà strano davvero in tempi che nessuno se ne apponeva al concubinato,

all'adulterio. Ma se questo riguardo era gittato alle spalle dai principi e

dai maggiori cittadini, doveva rispettarlo Ramengo, smaniato com'era di

salire, e quindi in necessità di accarezzare e i vizj de' magnati e i

pregiudizj de' volgari. Dall'altra parte chiedendo una seconda sposa poteva

indurre e questa e i parenti a cercare più sottilmente l'esito della

prima moglie, e rimestare così una sucida pasta.

Doveva dunque dire addio alle casalinghe consolazioni, smettere la lusinga

di potere, quel che a stento gli veniva fatto per sè stesso, montare

sublime per via di un figliuolo. Ma, anzichè accettare ciò come

conseguenza e punizione del suo misfatto, non volea vedervi che una ragione

onde portare peggior odio al Pusterla, onde concentrare su lui solo tutto

l'astio, che era un bisogno dell'anima sua, e che dapprima sfogava contro

la povera Rosalia.

Però una vendetta subitanea e violenta poteva fallirgli, e venire

punita, e non corrispondeva agli spasimi che nella sua immaginazione a lui

preparava. Conservò dunque le apparenze di servitù e di amore verso i

Pusterla, anzi le raffinò, come è stile dei traditori: non avresti

detto potersi dare altri più zelante dell'onor di quella casa: ma

intanto ne spiava ogni andamento, simile al lupo cerviero, che con lunga

persistenza seguita la vittima che destinò pasto alla rabbiosa sua fame.

Corsero gli anni: al Pusterla incontrarono i casi che già accennammo, e

si sposò colla Margherita Visconti. Ramengo, siccome cliente della

famiglia, assistette alla pompa della benedizione conjugale: e quel sacro

istante, in cui il cuore balza fra due vite, fra i desideri del passato e

le promesse dell'avvenire, ricordò al feroce il momento in cui egli

erasi giurato amore colla sua buona Rosalia. Vide poi la tenerezza e la

felicità spargere fiori a gara intorno e sopra della Margherita: con

invidioso struggimento vide il suo abborrito diventar padre d'un vezzoso

fanciullo: la beatitudine che quello godeva nelle incolpate mura

domestiche, gli riaprì, se mai erasi rimarginata, la ferita onde in

grazia di lui dicevasi trafitto.--Ecco! a me rapita una moglie, un

figliuolo: messa nell'animo mio questa procella.... tutto per colpa di

lui... ed egli nel colmo d'ogni felicità! E quel bambino? Oh un figlio!

se avessi io pure avuto un figlio! quanti ineffabili gaudj! quante floride

speranze! Poter anch'io amare, poter destare invidia! E non l'avrò

mai... mai! Colpa di chi? Ed egli lo ha... e così bello! Ha una donna...

una tal donna! Oh potessi turbargli cotesti godimenti! oh potessi mescere

alle sue labbra un sorso del fiele, di cui esso ha attossicate le mie!»

L'astio (tant'è versatile!) assunse perfino le apparenze di amore.

Perocchè, o rimanesse veramente preso anche Ramengo alla virtù e alla

bellezza della Margherita, come se un demonio s'invaghisse d'un cherubino:

o non si tenesse per pagato fin a che non ricambiasse collo scorno lo

scorno che dal Punteria pretendea aver ricevuto, incominciò a

corteggiare la costui moglie. E prima le venne in atti ed in parole

prodigando le lusinghe, da cui ella potesse argomentare come di lei vivesse

passionato: spinse quindi la sfacciataggine fino al punto di richiederla

apertamente di amore. La Pusterla vedevasi di così immensa distanza

superiore a colui, del quale, se non sapeva tutte le nequizie, indovinava

per istinto la maligna natura, che dalla sozza sua persecuzione affatto si

trovava sicura, e senza farne motto a veruno, le parve assai castigarlo col

disprezzo. Ramengo però non era uomo da fare come sbigottito e vinto al

primo colpo: anzi viepiù s'infervorava, fosse per punta, fosse

perchè, confidente nei meriti suoi, come suol essere chi non ne ha,

credesse potere coll'assiduità riportare una vittoria, tanto più

gloriosa quanto più difficile. Oltrechè fermamente erasi proposto di

cominciare le sue vendette contro il Pusterla dal contaminarne la donna: e

quando pure non vi dovesse riuscire nel fatto, anche le apparenze gli

sarebbero bastate; bastato che la vulgare malignità trovasse onde

appuntare la Margherita, e turbare i sonni a Franciscolo.--Ma costei

(diceva tra sè) non è costei come tutte le donne? A qual di esse

torna ingrato un omaggio che si presti alla loro bellezza? Oh cadrà,

cadrà: venga solo l'occasione».

E l'occasione parvegli venuta nell'incontro che sto per dirvi.

Sebbene non ancora tanto divulgata come si fece poi nel secolo XVI e nel

seguente, pure già correva allora l'opinione, che un uomo potesse far

patti cogli spiriti dell'inferno, ed acquistare così una facoltà

soprannaturale, alcune volte di giovare, più spesso, di nuocere altrui.

Sapevasi che versiere e stregoni potevano destare i turbini e quietarli;

ogni temporale si credeva da loro suscitato; e ne trovavano irrefragabili

prove nelle strane apparenze che assumevano le nubi accavallandosi, e nelle

quali l'immaginazione ravvisava figure di giganti, di bestie, di demoni.

Gli astrologhi, generazione molto attenente alle cose della magia, davan

norme ai principi, che dal cenno di essi facevano dipendere le azioni loro,

le guerre, le partenze. Ove, per dirne una sola, ricorderò l'avventura

del Petrarca che, mentre nel nostro duomo recitava un'adulatoria orazione

per l'inauguramento di Bernabò, Galeazzo e Matteo Visconti, si vide sul

più bello interrotto da quell'astrologo Andalon del Nero, che altrove

mentovammo, il quale aveva scoperto esser quello il preciso minuto della

combinazione di stelle migliore per fare la cerimonia. Ogni malattia poi

alquanto bisbetica veniva attribuita a fascino e sguardo maligno: erano

fatture di streghe gli accidenti, di cui l'uomo o non sapeva render ragione

o non aveva coraggio d'incolpare sè stesso: e credevasi ch'elle si

congregassero, certe notti, in certi luoghi, a tenere i loro conciliaboli

infernali.

Nè tutte queste opinioni erano germogliate unicamente nelle teste

plebee: forse anzi si apporrebbe chi dicesse al contrario non essersi tra

il vulgo radicate se non in grazia delle discussioni e degli ordinamenti di

chi dirigeva il vulgo. Le città dettarono leggi contro i maliardi:

qualche chiesa introdusse formole per esecrarli e scongiurarli; i sapienti

ne discutevano di proposito e sul serio; quando poi i tribunali

processarono per delitti di malía, la credenza diventò certezza:

volevate che i giudici e i tribunali s'ingannassero? Da una parte dunque

ridotta a sistema, questa opinione si confermò in coloro che

pretendevano di sapere, dall'altra, sparsa tra il vulgo da parabolani

d'ogni abito e d'ogni condizione, acquistò fin al segno, da parere

bestemmiatore ed eretico chi ne dubitasse.

Crescendo adunque il potere e il numero degli streghi a misura delle

persecuzioni, anche i ripari e gli antidoti si moltiplicarono: e mentre la

classe culta aveva scongiuri e fiamme, il popolino ne praticava di meno

empj e atroci; ad ubbie opponeva ubbie; e tra siffatti rimedj,

efficacissima era tenuta la rugiada della notte di San Giovanni. Chi si

bagnasse a quella, asserivano poter tutto l'anno vivere sicuro da

fatucchiere: certe erbe sbocciate e côlte in quella notte, erano il

tocca e sana degl'incanti. La quale opinione si collega ad altre che qui

non è il posto di commentare, ma di cui alcuna traccia è rimasta viva

fin nel secolo delle macchine a vapore, sì in Italia, sì fuori. In

tutto il nord, dalla Svezia alla Sassonia e sul Reno, si accendono ancora

grandi falò pel San Giovanni; un Inglese trovandosi in Irlanda la

vigilia di quel giorno, fu avvisato non si meravigliasse se a mezzanotte

vedrebbe accendersi dei fuochi su tutte le alture del contorno[17]; a

Newcastle le cuciniere fanno quella sera fiammate di gioia, a Londra gli

spazzacamini vi menano danze e processioni in vestire grottesco; in una

valle della contea di Oxford, detta Caval Bianco, si raccolgano tutti i

vicini a _ripulire_, come essi dicono _il cavallo_[18], cioè a svellere

l'erba da uno spazzo sterrato, che rappresentava un cavallo colossale, ed a

passarvi la giornata fra campestri allegrie. Io so di paesi lombardi ove,

malgrado le proibizioni, quella notte suonano continue le campane:

fanciulletto fui più d'una volta, da qualche femminella all'antica,

condotto a ricevere la guazza di San Giovanni, e in diversi luoghi mi

furono mostrati enormi noci, i quali, fin a quella sera conservatisi aridi

come di gennajo, la mattina si trovano verdeggiare del più folto e gajo

fogliame.

Ai tempi della nostra Margherita, in proporzione della fede o della

corrività, più solennemente celebravasi la vigilia di San Giovanni.

Dal cadere della sera fino all'alba successiva non tacevano mai le squille

sui centoventi campanili della città, affinchè le streghe, a cui, se

nol sapeste, è spaventosissimo lo scampanio, non potessero cogliere le

erbe nocevoli, nè impedire con loro malizie che fossero côlte le

preservative: intanto la gente non velava occhio per uscire garagollando a

ricevere la guazza miracolosa. Era quindi una specie di festa, un

berlingaccio notturno. Nei villaggi, adunati tutti alla campagna, su

qualche aja, in certi luoghi da ciò, i villani, al suono di zampogne e

cornamuse, canticchiavano, ballonzavano, pregavano: dico la gioventù,

nel mentre che i vecchi strascinatisi anch'essi pigramente al lampaneggio,

ripetevano una litania di storie di streghe: una donnicciuola assicurava

d'avere ella stessa veduto il tale o tal caso: l'altra di avere conosciuto

due, tre, più fatucchiere: quale, intender ogni notte un gatto miagolare

sul tetto della vicina: quale sentir la sua pigionale, di mezza notte,

massime quando il marito non fosse in casa, aprire e bisbigliare,

certamente, col foletto; il maggior numero e le più sincere si erano

quelle che assicuravano in vita loro non aver mai patito di malíe,

perchè mai non aveano lasciato di bagnarsi alla rugiada del San

Giovanni.

La Chiesa, che in tutto allora interveniva, neppur qui mancava: come si

continuò fino a noi nella solennità del Natale, così allora in

quel giorno si celebravano tre messe, una a mezzanotte, l'altra all'alba,

la terza sull'ora nona. Durante e dopo la messa notturna, si cantava un

ritmo, cioè un inno, una sequenza, lunga e di metro variato, della quale

pongo qui sotto per saggio alcune strofe[19]; la cantavano preti e

chierici; e il popolo, a tutta gola e cogli spropositi onde suol rifiorire

i cantici latini, rispondeva per ritornello:

_Quam beatus puer natus

Salvatoris angelus,

Incarnati nobis dati

Verbi vox et bajulus._

In Milano, senza ch'io vel dica, immaginerete che la solennità era

più raffinata e clamorosa. Niuno sarebbe rimasto fra le mura: tutti

uscivano chi di qua, chi di là; i più verso una selva, posta dove

ancora si dice San Giovannino alla Paglia: ed era una gara delle donne di

venirvi in begli abiti bianchi e divisati, che facevano singolare spicco al

bujo della notte; scollacciate secondo che portavano l'usanza e la

stagione, e con una vaghezza di fiori in capo, in mano, alla cintola, al

lembo delle vesti. Molte in coro intonavano certe canzoni, di semplici

note, cui gli uomini tenevano bordone; altre ad allegre sinfonie menavano

vivaci carole: non potendo nel recinto di quella selva penetrare nè

lettighe nè cavalli, e trovandosi a ronzare tutti a piedi, indistinti i

nobili dai plebei, i ricchi dai pezzenti, tolto di mezzo l'oltraggioso

ricordare della diversità delle fortune, nasceva una libertà sicura e

procace, somigliante a quella dei balli mascherati in carnevale. La notte,

la folla, l'allegria non è mestieri ch'io vi dica di quanti disordini

fossero cagione od incettivo in tempi come quelli.

Se la Margherita credesse anch'ella e temesse le streghe e le altre

superstizioni, non ho argomenti nè per asserirlo, nè per negarlo;

è probabile di sì, giacchè, quando un errore è divulgato,

troppo poche sono le menti privilegiate che ne siano tenute monde dallo

spirito di osservazione e dal rifiuto dell'opinione popolare. Fatto è

che colla folla soleva anch'essa colà condursi, ed unita alle compagne,

prendersi onestamente sollazzo, andando in ronda quanto la notte durava.

Credette valersene agli effetti suoi il vile Ramengo, e standole

indivisibile al fianco siccome un rimorso...

I cronisti, da cui ricaviamo tutta questa serie abbastanza sconnessa di

fatti, sebbene in alcune particolarità usino troppo più licenza che

nol comporti la raffinatezza degli orecchi moderni, qui non discendono a

chiarire la cosa; nè altro appare, se non che Ramengo si avvicinò

alla Margherita; e quanto insolente si comportasse il possiamo argomentare

da ciò, che ella, tutta gentile e temperata che era, lo percosse d'uno

schiaffo.

Per un'anima bieca che, simile ad un vaso fetido ove si corrompe anche la

rugiada che vi caschi, convertiva in occasioni di scelleraggine fino i

più soavi affetti, non domandate se questa fu profonda, immedicabile

ferita. Nol rimorse la propria colpa: solo vide l'orgoglio suo oltraggiato,

il contaminato onor suo: la sete di vendetta, che già lo stimolava

contro dal Pusterla, altrettanto e più fiera s'accese ora contro della

donna di lui:--Sì, sì; un colpo solo le farà scontare tutte.

Orgogliosa! ti avrà a tornare a mente la notte del San Giovanni!»

Di questo accidente la Margherita non credette opportuno far cenno al

marito: infatti a che pro? quanto a sè, tenevasi più che abbastanza

sicura contro un essere tanto spregevole: dal manifestarlo allo sposo

potevano nascere e turbazioni e guai vicendevoli. Ramengo però da

quell'ora non osò comparire in casa i Pusterla; le prime volte che si

avvenne in Franciscolo, il cansò studiosamente; ma dal modo con cui egli

si comportava seco qualora lo trovasse in altre case, o nelle comparse, o

sotto ai coperti, ebbe a chiarirsi che nulla sapeva dell'occorso; si

rassicurò, non si mitigò. Prese anzi maggior corruccio dal conoscersi

disprezzato, e nè tampoco creduto degno di ira: e poichè l'odio dei

tristi grandeggia di tutta l'altezza onde il nemico sovrasta ad essi, gli

pareva non aver bene di sè, finchè coloro non avessero redento col

sangue i fattigli oltraggi. Sulla casa ove più non ardiva portare i

passi, teneva aperti gli occhi indagatori: già vedemmo con quali

seduzioni lusingasse Luchino a voler contaminare la bella donna: sapendo

poi la ruggine che era tra il Pusterla e i Visconti, confidava non

tarderebbe l'occasione di rovinarlo. Un'accusa è così presto trovata!

Quasi un anno era passato dal caso che vi raccontai, ed il prossimo ritorno

della solennità di San Giovanni aveva rincrudita in Ramengo la mal

saldata piaga. Le disposizioni dei cittadini per festeggiare quella notte,

da cui tre giorni appena li dividevano, i preparativi delle donne, il

tripudio con cui ne ragionavano i fanciulli, pei quali un dì festivo

è un avvenimento, suscitavano in lui una maggiore furia di dispetto. Or

pensa, lettor mio, se a gran disegno gli venisse l'imprudente colloquio di

Alpinolo, il quale gli poneva in mano uno stilo avvelenato, onde colpire

non la sola Margherita e il consorte di essa, ma quegli altri amici,

ch'egli esecrava appunto perchè amati da loro; e nel tempo stesso gli

lastricava la via di sollevarsi nel favore del principe con questa prova di

zelo. Ambizione! l'idolo suo: e per raggiungerlo v'era di mezzo la testa

dei suoi nemici.

Recatosi dunque alla Corte, e ottenuto accesso al signor Luchino, gli

rivelò la gran trama, e ben crederete che trovò i colori più neri

per aggravare la colpa e l'idea del pericolo. Il tornare secreto del

Pusterla a Milano, abbandonando la sua destinazione, già dava titolo a

sospettare: fresca era la memoria di Piacenza, perduta da Galeazzo, (noi

l'abbiamo accennata parlando di frà Buonvicino), appunto per maneggi

d'un marito oltraggiato: Luchino poi e sapeva di meritar l'odio di molti,

ed agognava l'occasione di punire su Margherita le virtuose ripulse. Quando

il tristo può ritrovare un pretesto onde, sotto velo di giustizia,

mascherare l'iniquità, non ha egli il suo voto?

Dalla relazione di Ramengo appariva che i primi da cogliere dovevano essere

o il Basabelletta o Alpinolo: e secondo le deposizioni di questi, regolarsi

per gli altri. Ma Alpinolo era conosciuto come un fiero, che avrebbe

resistito a qual volessero maggiore tormento, anzichè peggiorare in

nulla la causa dei suoi benefattori: avrebbe anzi voluto in ogni guisa

scaricarli, a costo della propria vita: vita d'uomo oscuro, e quindi di

poca importanza. Parve dunque miglior consiglio porre lo mani addosso al

Basabelletta; poco interesse aveva costui a tacere: e la corda gli

strapperebbe quante confessioni bastassero per procedere, non importa se

giustamente, ma legalmente, contro degli altri che più stavano a cuore.

Coll'abituale suo passo violento, e balestrando gli occhi in qua e in

là, attraversava Alpinolo la piazza del Duomo, sempre infervorato nelle

medesime fantasie; allorchè ode chiamarsi con voce sommessa e

incalzante. Si volge, e ravvisa uno dei sergenti del capitano di giustizia,

col quale egli soleva non di rado trovarsi in radunanze popolari, al

giuoco, negli spettacoli, sulla taverna, luoghi che Alpinolo bazzicava per

moltiplicare a sè ed alla buona causa amici e fautori tra la plebe e tra

la gioventù. E gli giovò: poichè colui, passandogli a fianco, con

aria di misterioso sgomento, gli disse:--Seguimi»; e senza mostrare che

fosse fatto suo, piegò verso il Broletto nuovo, e quivi ridotti in uno

di quei chiassuoli, badato ben bene che nessuno gli ponesse mente,--Va,

(disse ad Alpinolo con voce affannata) va, e fuggi, e fa fuggire subito il

Pusterla.

--Ma perchè?

--Il signor Luchino manda ordine che siano incarcerati lui, la moglie,

tutti voi altri.

--Ha forse scoperto?...

---Sì: ogni cosa; hanno messo alla tortura il Menclozzo ed ha

schiodato...

--E chi fu la spia?

--Dio lo sa! Nessuno ha parlato oggi col principe fuorchè Ramengo.

--Ramengo!» proferì Alpinolo, spalancando gli occhi con aspetto e con

voce d'un terrore disperato. Dunque era un traditore quello di cui egli si

era interamente assicurato! dunque di un tal precipizio era colpa la sua

imprudenza! Urlando e bestemmiando sè e lui, neppur fece motto al

benevolo sergente (dei ribaldi ci conservarono il nome le cronache; questo

benedetto non parve degno di menzione; stile vecchio), e viepiù che di

passo corse Alpinolo giù per la via dei Mercanti d'oro [20]; fu alla

Balla, e fattosi alla porticina posteriore della casa Pusterla, bussò

violentemente.--Oh, oh? volete sfondare l'imposta?» gridò una

vociaccia di dentro; e si vide da un finestruolo da lato sporgersi una

testa nera e barbosa, con due occhi sdrusciti e uno sberleffe attraverso

alla gota. Costui, che chiamavasi Franzino Malcolzato, erasi acquistato pel

paese un tristo nome di fastidioso e manesco, a molti appoggiando e pugni e

brave coltellate, ora per conto suo proprio, ora per l'altrui, finchè fu

tolto al servizio del Pusterla. Un signore anche buono tenevasi sempre agli

stipendj alcuno di questi bassi scellerati, sì perchè fosse uno

strumento di meno in pugno dei suoi nemici, sì anche per potersene

all'uopo servire contro di essi, in tempi che la giustizia si faceva troppo

spesso a punta di spade e di pugnali, o almeno a bastonate.

Quest'arnese, come vide e conobbe Alpinolo, tosto gli ebbe dischiuso.

--Dov'è il signor Franciscolo?» chiese il giovane pressato.

--È fuori.

--E Margherita? la signora?

--Attorno anch'essa.

--Ma dove, in nome di Dio?

Il Malcolzato non rispose che facendo spalluccie. Ed Alpinolo imperversando

e bestemmiando, corse alle scuderie, saltò sul cavallo più corridore,

e lanciollo a tutta briglia per correre dove potesse immaginare che i

Pusterla si fossero condotti; e l'ultima parola che ne intese il Malcolzato

fu:--Maledetto Luchino e chi fa per lui!»

--E maledetto sia,» replicò egli guardando dietro al garzone, il

quale se n'andava che nè anche il vento: poi, per incantare la noja del

far la sentinella, sedutosi s'un muricciuolo daccanto alla porta, diede

occhio alla serpe viscontea che era dipinta quivi sur uno stipite, e

zufolando la guardò beffardamente. Già aveva mal sangue coi Visconti

perchè gl'impedivano di esercitare liberamente le sue prepotenze; in

quella casa era solito udir parlarne tutt'altro che col miele sulle labbra;

ora, ispirato anche dalla sonora imprecazione di Alpinolo, così per

celia raccolse un pezzo di carbone, e attorno a quell'arma disegnò, come

sapeva, due pali ritti ed uno traverso, che dovevano significare una forca,

dalla quale scendeva una soga che si attortigliava al collo del biscione. E

guardando la sua fattura colla compiacenza onde Hayez può aver guardato

la Giulietta o la Stuarda da lui create, sghignazzava, e ripeteva con una

certa buffa intonazione:--Il biscione impiccato! impiccato il biscione!

così vada il suo padrone».

Stava il tristo nella goffa estasi sua, quand'eccogli addosso il temporale.

Perocchè all'ordine di Luchino, il connestabile Sfolcada Melik, con una

grossa banda di quei mercenarj suoi compatriotti, che Luchino comprava per

sua difesa perchè ignoravano il parlar nostro, non badavano alle

scomuniche del papa, nè cedevano a lusinghe di novatori, mosse tosto per

sorprendere in casa i gran ribelli. Allo scalpitare dei cavalli, al grave

passo dei pedoni, uscivano dalle botteghe, facevansi alle finestre le

persone;--Che è? Che non è?--È Sfolcada Melik, che Dio ce ne

scampi!--Dove vanno? perchè vanno?--Guarda, guarda, hanno seco picconi,

arieti, scale. Che vadano a pigliare una fortezza?»

I più quieti lavoratori si accontentavano di guardar dietro alla truppa,

stando a sportello o sui balconi; altri, come facchini, carbonari,

macellaj, correvanle dietro, e domandavansi un l'altro dove andassero, e

nessuno sapeva soddisfarne la curiosità. Vedendoli drizzarsi alla Balla:

--E che si che vanno a far la festa al signor Barnabo? o al bel Galeazzino?

Già, dà ombra a Luchino--già ne è geloso».

Ma la sbirraglia volta.--Sta a vedere! si fermano al vicolo

Pusterla;--appoggiano le scale al verone.--Vedi ve' colui come s'arrampica!

e' par tutto un orso!--Come?--Chi?--I Pusterla?--O Madonna di San Celso!

Son miei protettori. Scappa, scappa, che non mi credano del loro

partito».

E i più scappavano: il che chiamasi prudenza; gli altri stavano a

guardare, ma nella rispettosa distanza in cui li tenevano le labarde dei

soldati di Sfolcada Melik: parte dei quali dava da qui l'assalto alla

porta, alle finestre, fino al tetto; un'altra, alla guida di uno, che la

buffa calata sul viso impediva di conoscere, svoltò nella via dei

signori Piatti, e arrivò addosso a Franzino Malcolzato, intento a quel

giuoco che dicemmo.

--Una forca! impiccato il biscione! minacciata la forca ai Visconti! Ecco:

fin ai servi sono nell'intelligenza!» Così diceva alcuno, forbottando

e legando il Malcolzato, a cui una sbarra cacciata in bocca impediva di

gridare, come le corde gl'impedivano di rispondere ai molti pugni, onde

valorosamente il percotevano i Tedeschi.

Per quell'usciuolo intanto, e giù per le finestre e dal tetto erasi

versata nel palazzo la piena assalitrice, prendendo i pochi servi trovati;

poi si diffuse per le stanze come assaltasse un castello nemico, cercando i

gran malfattori, e tra via facendo profitto per sè col cambiar di

padrone al buono e al bello che capitasse sotto le mani.

Ma innanzi a tutti davasi da fare quel tale dalla visiera calata, e che,

mostrandosi pratico della casa, con vera passione frugava le camere, e

pareva scontento a mano a mano che, entrando in una, la trovava deserta, od

occupata da tutt'altri che da quelli che cercava. Quando in una galleria

vide Venturino, il bel fanciullo della Margherita, che infantilmente

trescava con uno sparviero, senza udire o temere il fracassìo che

attorno al palazzo succedeva. Col labbro tremante nel più amaro

sogghigno, si avventò contro lui quel malvagio, il ghermì, lo

fissò quasi volesse sbranarlo cogli occhi; e mentre il meschinello

strillava a tutta gola, e chiamava il babbo, la mamma sua, egli lo serrava

ferocemente contro al petto, e gli chiedeva con istanza,--Dov'è tua

madre?» Ma poichè egli non rispondeva se non con urli e lacrime, esso

lo minacciava, il percoteva, e senza un istante abbandonarlo, continuava le

indagini per ogni camera, per ogni ripostiglio più secreto. Che se non

poteva trovare nè il Pusterla, nè la Margherita, raccoglieva però

le armi, le valigie disposte, tutto ciò che potesse attestare o la

presenza di Franciscolo in Milano, o i preparativi di una rivolta:

singolarmente fu lieto al trovare la lettera che Matteo Visconti, per mezzo

del Pusterla, avea da Verona inviata ai suoi fratelli. Fatti poscia

incatenare i servi, già s'accingeva a partire non del tutto soddisfatto,

quando, nel metter il piede sul ponte levatojo, vede affacciarsi la

Margherita.

Nella carestia che allora dominava, molte donne, per vera fame, aveano

fatto getto della loro onestà. Là verso Sant'Eufemia abitava una

famigliuola, ridotta a tale necessità, che i genitori diedero ascolto

alle sozze sollecitazioni di un ricco, promettendo alle voglie di esso una

loro figliuola, purchè egli provvedesse ai loro bisogni. La fanciulla,

allevata nelle massime dell'onestà e nel timor di Dio, non reggeva

all'idea desolante d'un amore senza virtù e senza avvenire; supplicava

il cavaliero, supplicava i parenti; ma quello al mal talento, questi alla

fame più volentieri porgevano orecchio. Ridotta alle strette, la zitella

ricorse alla Margherita, e non fu invano, che i soccorsi di lei

risparmiarono un delitto. Ora, sopraggiunta a lei l'inaspettata partenza,

volle dapprima compire l'opera sua, e sebbene affaccendata nell'allestirsi

al viaggio, trovò un momento da correre a casa della meschina, nell'ora

che sapea d'incontrarvi il nobil uomo. E quivi, non dandosi per intesa

degli indegni patti ond'egli entrava colà, tolse a lodarlo della

carità usata con quella gente; gli espose come ella avesse trovato un

marito alla fanciulla, un onesto cardatore di pannilani, e che domani si

farebbero le promesse; talchè egli era in tempo a mostrare la sua

generosità.

Il ricco, preso da siffatta bontà, che non tocca mai tanto come quando

è vôlta sul consolare gli altrui patimenti, fece come la Margherita

volle; fu chiamato lo sposo, dato l'anello, e la Margherita se ne partì

tra mille benedizioni di quella povera gente, che instava perchè ella

domani assistesse ai contenti da lei preparati.

Oh le benedizioni dei poveri fruttano sempre, ma non nell'infeconda terra

delle tribolazioni.

Mentre, imbaccucata nella mantiglia, la Margherita tornava, vede trar

gente; avvicinandosi, s'accorge d'un serra serra intorno al palazzo:--Che

sarà?» al cuore di una sposa, di una madre, quanti spaventi! Tra la

folla, tra la soldatesca si apre il passo; più d'uno le

diceva:--Fuggite, salvatevi!» ed ella stessa, giunta al lembo della

calca, vedendo quell'invasione nel palazzo, stava in forse d'andarsene,

allorchè mirò uscire dalla porta quel mascherato, recantesi in

braccio il suo diletto bambino.

In simili casi una donna conosce pericoli? una madre? Si slanciò alla

volta di quello; ma neppure di raggiungerlo ebbe tempo; giacchè

l'incognito, non appena la scorse, diede un guizzo d'infernale compiacenza,

che fece guaire il fanciullo abbracciato; e additando la donna a Sfolcada

Melik,--Eccola: è dessa; legatela».

Il connestabile diede l'ordine; ma come, assalendola, ne ebbero fatto

cascare lo zendado, ed apparvero quella bellissima fronte maestosa, quegli

occhi avvivati dall'amore, dalla temenza, quelle bianchissime carni

impallidite, quell'aspetto, su cui con tanta eloquenza si dipingevano e

l'accoramento e la generosità che le faceva dimenticare il suo pericolo

nell'altrui, ristettero anch'essi quasi tocchi da sacro sgomento. Ma lo

Sfolcada, che poco capiva delle affettuose parole da lei indirizzategli, e

che non voleva rincrescersi di far male a quella razzaccia di Lombardi,

contro dei quali era lautamente stipendiato, le fece por le manette, e

strascinarla via; non prima però che quel malnato, nascosto dalla

visiera, si accostasse alla infelice, e mostrandole il figliuolo, le

dicesse in voce sommessa, ma rabbiosa:--Margherita, vi ricordi la notte di

San Giovanni».

Poichè allora non adopravasi cura per illudere il popolo, gli arresti si

facevano clamorosamente, a suon di campane. E la campana del Broletto nuovo

aveva cominciato a tempellare; a' cui rintocchi alzando il capo, gli

operosi dimandavano:--Che s'attacchi fuoco?» Ma poi intendendo che non

era altro se non un atto di giustizia, esclamavan beati i loro tempi,

perchè più non erano, al suon della squilla, costretti interrompere i

lavori per accorrere sull'armi. Propagandosi però quei tocchi a martello

di chiesa in chiesa, moltiplicandosi il rumore di vicinanza in vicinanza,

mano mano che i satelliti andavano pei varj quartieri imprigionando or

l'uno or l'altro, una sollecita curiosità, un panico terrore invadeva i

cittadini: tutta Milano andò sottosopra; i bottegaj chiusero: i privati

stangarono gli usci. Quando tale scompiglio si dilatò, era sulle

ventitrè: l'ora che, di solito, chi ne aveva, mettevasi a cena: e che

dai telonj, dalle officine tornavasi ai tugurj suoi la plebe operosa.

All'intendere quella novità, avresti veduto i Milanesi arrestarsi un

l'altro, farsela ripetere, poi fitto fitto ripeterla essi stessi ai

sopravvenuti, al compare, al collega, al camerata.

--Che? anche questa? nuove vittime? nuove crudeltà?»

E sorgeva in ciascuno un sentimento misto di pietà, di indignazione, di

ritorno sopra sè stessi: sentendo così in confuso che, quanto oggi

accadeva agli altri, poteva domani toccar a loro. I più deboli, i

denarosi, i pusillanimi, stringendosi nello spalle ed esclamando,--Poveri

noi! poveri noi!» si ritiravano chiotti chiotti a pollajo, senza

rivolgersi indietro; chiudevano ben bene le porte, e fattosi attorno un

cerchio della sbigottita famiglia, si davano a pregare, raccomandarsi al

Signore; come il contadino allorchè vede in aria certi nugoli

bianchicci, per così dire stracciati, ed ascolta un sordo continuo

brontolar del tuono, che lo fa pensare alle fatiche durate, alla messe

spigata, all'inverno imminente.

Ma gli animosi (e in quel secolo non erano i meno), quelli i quali alla

loro vita s'erano bagnati di sangue nelle frequenti scaramuccie, e di tempo

in tempo alimentavano l'abito della bizzarria e della fierezza

coll'attaccar risse e col mischiarvisi, od almeno star a vedere, appena

udito il caso, buffonchiavano, sbattevano per terra i berretti, arruffavano

i mustacchi e il ciuffo, poi sui crocicchi, nelle piazzuole, facevano

capannelli, ove comunicando un all'altro l'ardore, come più faville che

unendosi formano un incendio, se prima mormoravano, allora prorompevano in

sonanti imprecazioni; e senza guardare che fosse padrone o non padrone,

facevano a chi peggio dicesse del signor Luchino; lodavano il Pusterla,

forse non per altro motivo se non perchè era perseguitato; rammentavano

i tempi de' loro vecchi, quando si faceva senza d'un padrone, e si viveva

da papi.

--Come?--che? nuove catture; nuovi sbandimenti? (così dicevano con varie

voci e discordanti) Arrestato il cavalier Pinalla? un fior di galantuomo di

quella fatta! Io ho servito per cinque campagne sotto la sua bandiera; egli

è mio protettore spacciato.

--E suo fratello Martino? Pensate! domenica udiva messa in San Lorenzo a

due passi da me.

--E me? gli è mio vicin di casa, e non mi scontrava mai che non mi

dicesse,--Schiavo, Pizzabrasa.

--Anche Beltramolo d'Amico fu menato su ripiegato ripiegato, sai?

--Ah! quello gli sta bene: è un ghibellino marcio. Non l'ho inteso io a

dire che il papa ha fatto male a scomunicare l'imperatore e il signor

Matteo? Malann'aggia! Se non ci fosse il papa a fare star a segno questi

cani grossi, che ne sarebbe di noi e del popolo!

--Ma pel popolo e per Sant'Ambrogio si sarebbe fatto a pezzi Borolo da

Castelletto; e anch'egli è col muso alla ferrata. Quanto me ne sa male!

Un avventore di meno al mio macello.

--Il peggio è però di quella buona signora Margherita.

--Un occhio di sole.

--Un angelo in carne.

--Ad un pitocco non diceva mai, Andate in pace; nè, Tornate domani.

--Colla penuria che corre, in porta Ticinese nessuno ha patito la fame.

--Alla mia nonna inferma ogni dì ne mandava un fiaschetto».

E seguitavano innanzi con questi encomj finchè dandoci alle furie,

gl'interrompevano certe vociaccie sgangherate e risolute:--Ah cane!--ah

demonio!--Così becca via un per uno i nostri bravi signori!--Che razza

di città ha da diventar questa mai? Non ci resteremo che noi pitocchi.

--E allora chi verrà alle botteghe? chi ci toglierà per servitori?

chi ci pagherà da bere?--Bel vivere, perdio, vorrà essere allora?

--Vivere? (soggiungevano altri). Se pure ci lascerà vivere. Perchè io

lo vedo come in uno specchio; una volta che colle sue manifatture abbia

spazzato via i grossi, ingojerà i piccini in una boccata; come il lupo

colle agnella dopo squartato il cane.

--Oh se avremo giudizio (replicava Antellotto Braccioforte, fabbro ferrajo

tutto affumicato, e con voce usata a vincere il fragore delle incudini); se

avremo giudizio, non aspetteremo che arrivi sino a questo: e vi piglieremo

sopra un bravo rimedio a tempo.

--Un rimedio: sicuro: Un bravo rimedio; dice bene Antellotto (davano su a

molti insieme). Già non è il primo che si fa freddo. Abbiamo snidato

anche i Torriani: abbiamo strascinato per le strade anche Beno dei

Gozzadini.--Oh sì certo! bisogna pensarvi di maledetto senno, perchè

ormai chi è più sicuro nemmeno in casa propria?

--Oh, in quanto poi a casa mia (gli interrompeva il bottajo Calcintesta)

com'io son dentro del mio uscio, l'ho a vedere quel muso bravo che ha da

portarvi dentro i barbigi, l'ho a vedere.

--E anch'io--e anch'io», replicavano altri, destinati, tutta la vita

loro ad essere, come i più, null'altro che l'eco delle voci altrui, che

l'ombra degli altrui gesti; e imitando Calcintesta, col capo e colle pugna

facevano terribili atti di minaccia, che Dio ne scampi.

--E se (ripigliava il ferrajo) se si avrà a fare qualche fazione, a

menar le mani, ehi, camerati, mi avete visto delle altre volte. Per qualche

cosa mi dicono il Braccioforte.

--E nemmen io non son mai dato indietro ai pericoli.--E nemmen io»;

replicava il solito coro.

--Ohe! (saltava su il Pizzabrasa) suonano il terzo segno della campana! la

ritirata. A casa, a casa. Io non ho lanterna, e non mi sento di pagare le

venticinque lire di multa.

--Neppur io: dunque buona sera.

--Tutt'ora che mi vogliate, sul terraggio di porta Tosa, lo sapete. Addio,

compare, buona sera.

--Schiavo, Beccalò.--Dormi bene, Peregrosse»; e quei crocchi si

scioglievano, come un muro sotto alla mano del mastro che demolisce;

versavansi per le vie ad uno, a due, a più, difilandosi alle loro

casipole, al Guasto, alla Vetra, al Broglio, dove la poveraglia abitava,

stivata sino a venti per camera, uomini, donne, fanciulli alla mescolata.

Tra via seguitavano a parlottare, a brontolare, a rinfocolarsi a vicenda.

Giunti ciascuno sulla propria soglia, nel dividersi dalla compagnia, in

atto di far mari e monti, si danno certe strette di mano che fanno

spalancare le bocche, ed entrano nelle loro cameruccie. Colla prima sera i

poveri allora si mettevano a letto per potere colla prima alba essere ai

mestieri; e i lumi erano una rarità. V'è dunque bujo, se non quanto

le rischiara qualche raggio di luna, che batte attraverso le impannate di

carta oliata. All'aprire risoluto ed impetuoso dell'uscio, la moglie alza

il capo dal piumaccio, domandando perchè più tardi del solito;

quattro o cinque fanciulli, che le posano daccanto, e che furono tenuti

svegli fin allora dalla fame, chiedono al babbo che cosa portò da cena:

ma i babbi infuriati non badano, non rispondono nè a donne nè a

ragazzi, ed acceso un lumicino a mano, s'inviano a spiccar dal muro, a

trarre di sotto al letto le loro armadure: scoprono la barbuta che era

stata di loro padre e del padre del loro padre, ammaccata dalle asce

fraterne e dalle straniere; cacciano a mano lo stocco; tentano il ferro

della lancia, e si danno a spazzarne la polvere e i ragnateli, a

dirugginare, ad ugnere, ad affilare, a provarsele in capo, al dosso, in

pugno, ad armeggiare, facendo fischiare gli spadoni a due mani sovra il

capo dei coricati.

A tale scena le povere donne balzano sgomentate dal letto, avvolgendosi un

cencio intorno alle nude carni, che le camicie erano un lusso di pochi,

ed--O cara Madonna, di San Satiro! (esclamano) cosa c'è--che

fai?--perchè così scalmanato?--T'è accaduto qualche incontro?--Te

n'hanno fatto una grossa?» e piangono, e fansi il segno della croce; e i

ragazzi, vedendo la madre a piangere piangono anch'essi, s'aggruppano con

una meraviglia paurosa attorno al padre, pregandolo a dire cos'è, cos'ha

da succedere, a non lasciar piangere la mamma. Egli, così fra

l'allestire l'armatura, risponde con parole ricise e a spizzico!--Eh,

niente... non v'è niente... Toglietevi fuor dei piedi... Che volete mai

saper voi, tenerume? preparo le armi perchè... perchè... è sempre

bene trovarsi all'ordine. Non è niente, vi replico: via, volete finirla?

che serve piagnucolare? ci vuol altro che lagrime. Sangue ha da essere:

sangue.--Per me non sarò il primo, ma giuraddio se mi schiacciano la

punta d'un dito... Cani! gliela faremo vedere.--I Milanesi son buoni, ma

non di là da buoni. Pazienza e pazienza va bene; ma poi la scappa, e

rotto una volta il ghiaccio, saranno guai. Brutti mostacci!...»

Queste e più violente parole, dette coll'energia del dialetto e

coll'espressione dell'ira, sono atte a ben altro che a tornare tranquille

le agitate famigliuole; onde per quella sera è un sbigottimento, una

sospensione, un trambusto. Di cenare nemmanco si parla: ma ogni tratto

affacciarsi e tender l'orecchio ansiosi al minimo bisbiglio: e sgomentarsi,

ed accorrere ad ogni ubbriaco che schiamazza, ad ogni battente che si

rabbatte più risoluto: poi da un balcone all'altro chiamarsi a nome,

e--Compare, niente di nuovo?

--No, niente; e voi?

--Neppur io»; e tacere un istante per replicare un momento dopo con un

altro la stessa domanda, la stessa risposta.

A poco a poco però quell'ardore sbollisce: le donne pietose, i vecchi

prudenti riescono a mandar a letto gl'infuriati: l'ultima parola è una

minaccia, ma intanto le impannate una dopo l'altra si ravvicinano; i lumi

appena trapelano dalle accostate finestre, poi si spengono, e tutto rientra

nell'oscurità, nella quiete.

Alla mattina, svegliati tra il sì e il no, in mezzo al pacifico

sbadiglio consueto si risovvengono del tramestio, della furia schiamazzante

di jer sera; se ne vanno lentamente rivocando alla memoria le ragioni, i

successi: traggono il capo di sotto la coltre;--Come? già chiaro!»

Tendono l'orecchio, sentono la calma solita, il solito tranquillo ronzío

delle altre mattine. Sbaldanziti dunque e tutti calma, tranquillamente

stirandosi, tranquillamente mettendosi in dosso, tra il fare si affacciano

alla finestra.--Tutto è quieto: le botteghe ancora chiuse: le campane

non suonano che a mattutino o a messa; lattivendoli, ortolani, mastri

muratori, braccianti s'avviano alle loro faccende consuete.

--Tanto meglio! (esclamano). Sia ringraziato il Signore».

Al coraggio della paura è sottentrata la viltà della sicurezza: a

quel grand'impeto, a quella viva stizza, un languore d'inferno: se non che

per codarda apprensione vorrebbero non aver fatto, non aver detto quel che

si ricordano di jeri:--Ma erano molti, e di ragione nessuno avrà badato

a me. Al caso dirò ch'io era in cimberli».

Riprendono le scuri, le seghe, le cazzuole; raccomandano alla moglie di

riporre le armi tratte fuori, di far dire le orazioni ai puttini, di avere

scodellata la zuppa per quando suona la _zavatara_ (così, dal podestà

che la fece fondere, chiamavasi un campanone in Cordusio che annunciava il

mezzodì): e sbocconcellando un pezzo scusso di pan di miglio, goffi

goffi tornano ai lavorieri, docili, spensierati, come se nulla fosse

accaduto. Di quel cacciare di lingua, delle fragorose imprecazioni, delle

minaccevoli smargiassate della sera innanzi, null'altro è sopravvissuto

che un rumore misterioso, una curiosità piena di diffidenza, un cauto

mormoracchiare coi vicini di bottega, cogli amici di più specchiata

confidenza.

--E sicchè? ci ha novità?

--Mah! non ho inteso niente: quando capiterà qui un mio avventore, che

è tutta cosa del cuoco del luogotenente del capitano di giustizia,

saprò il fatto a minuto.

--E degli arrestati che ne sarà?

--Daran da fare a mastro Impicca (quest'era il nome del boja d'allora). Gli

statuti parlano chiaro: _Suspendatur eo modo ut moriatur_.

--Volete dire, eh? E noi andremo a vedere, dico bene?

--Mah! non so che dire. Chi ha buono non rimescoli. Che gerarchie entrano

per la testa a questi signori? Toglier a cozzare coi muricciuoli! È

proprio come se le lumache facessero a testate coi montoni. Dico bene?

--Voi dite come un predicatore.

--L'è il caso di quell'asino che, jer l'altro passando per di qui,

s'impuntò di non voler più andare innanzi. Che ne seguì? il

padrone lo mazzicò finchè poteva portarne; e la bestia, scalcia,

ragghia, ricalcitra, alfine dovette cedere e seguitare.

--Già il proverbio non falla: legar l'asino dove vuole il padrone.

--Tal quale. Gli uomini sono nati parte per obbedire, parte per comandare,

dico bene? Poco su, poco giù, comandi un solo o comandino molti, le cose

vanno dello stesso piede; e ad ogni modo noi, se vogliamo trarre in

castello, ci convien lavorare tutta la giornata: dico bene?

--Benissimo. Quanto a me, io sto coi frati e zappo l'orto. Se oggi odo

gridare _Popolo_ e _Viva Sant'Ambrogio_, grido anch'io _Popolo_ e

_Sant'Ambrogio_; se domani urlano _Viva i Visconti_, ed io urlo più

forte _Viva il biscione_.

--Bravo! così si sta amici con tutto il mondo.

--E si muore a suo letto».

Quindi si danno a fischiare una cadenza, a cantacchiare un motetto, a

sollecitare i battimazza perchè lavorino, a dare uno scapellotto al

fattorino impertinente, a far sentire più vivo lo strisciar delle piale,

il ronzare dei tornj, l'affollare dei mantici, lo stridio delle lime e

delle seghe, il picchio dei martelli: mentre la folla dei curiosi, dei

ricchi, degli scioperoni, degli affaccendati, dei divoti, seguita a

riempire le strade, le case, le piazze, le chiese, secondo l'usato, allegro

e melanconico ciascuno secondo gli accidenti suoi proprj; e nessuno in

particolare dolendosi di quello che era male di tutti.

La domenica seguente fu una memorabile solennità in Milano. Poichè i

tiranni hanno l'amor proprio di volere che i loro sudditi sieno

allegri--ottimo preservativo da quell'incomodo vizio del pensare--pompe e

feste si ricordano ogni tratto, introdotte o praticate dai principi

lombardi. A noi vaglia il ricordarne due in Milano, cominciate nel 1335 da

Azone Visconti: l'annua processione del _Corpus Domini_, e la festa della

Natività di Maria, in cui ogni città e borgo doveva, per suoi

deputati, mandare a Milano la propria insegna e un drappo di seta da

offrire alla metropolitana; i quali drappi, il primo anno, sommarono a

centoventidue, del valore di settemila fiorini.

Alla solennità celebrata nel giugno, ove ci troviamo col nostro

racconto, avea dato occasione il capitolo generale dei Domenicani, tenuto

nel convento di Sant'Eustorgio, sotto alla direzione di Ugo Vantemann,

sedicesimo generale di quell'Ordine recente e vigoroso; e vi fu dato

compimento col trasferire il corpo di Pietro martire da Verona, stato

ucciso a Barlassina da chi mal soffriva lo zelo di esso nello stabilire ed

esercitare fra noi l'inquisizione contro l'eresia. Giovanni di Balduccio da

Pisa, uno dei primi ristoratori della scultura, aveva in Sant'Eustorgio

preparato quell'arca di sì stupendo lavoro che tutti avete veduto; e

nella quale Giovanni Visconti, fratello di Luchino, in gran pontificale

depose le sacre reliquie, con una sfarzosa processione, decorata da tutti i

vescovi della provincia, dalla Corte, dal fior della nobiltà, dai

paratici, voglio dire dalle sessanta badie d'artefici e negozianti,

ciascuna con divise particolari e collo stendardo del proprio Santo

protettore. Dalle città vicine, da tutto il contado accorse il popolo a

folla, e tutto il dì fu uno scampanare a Dio lodiamo, e corse di

barberi, e rappresentazione di misteri, e preghiere, e ubbriachezze, e una

devozione, e un'allegria da non dire; poi la sera canti e suoni e luminare

e fuochi di gioja--che il vulgo non distingue mai dai fuochi d'artifizio.

Margherita Pusterla: Racconto storico · 第 25 / 62 题