L'ANNEGATA.

Una mattina, la sentinella avanzata della rôcca di Lecco riferì a

Ramengo come, sul tardo della sera precedente, si fosse avvicinato alla

fortezza, un, non sapeva chi, e aveva vibrato uno strale sul verone dove

stava la Rosalia, la quale avealo raccolto.

Divampò alla notizia Ramengo, persuaso che colui fosse il Pusterla, il

quale continuasse in tal guisa la tresca colla donna sua per fargli scorno.

E gli balenò innanzi l'idea di potere, e disfarsi di lei, e procurare un

dolore atroce alla casa dei Pusterla, con un assassinio giustificato dal

dover suo di custode: sicchè commise alle guardie che, se mai ciò

avvenisse di nuovo, traessero senz'altro sopra lo sconosciuto temerario,

l'uccidessero, e zitti.

La sera, di fatto, ecco di nuovo l'uomo si avvicina alla rocchetta:

Rosalia, che stava affacciata al balcone, non appena lo vede, slancia di

tutta forza verso di lui un sasso; quegli lo raccoglie, ma non appena

prendeva la via del bosco per ritornarsene, un colpo di balestra al capo lo

stende morto stecchito. Gli furono subito addosso le guardie, e trovarono

che non era se non un valletto incognito: nessun segno, nessuna divisa dava

indizio dell'esser suo, ma gli rinvennero il sasso, a cui era legato un

viglietto.

Ramengo, il quale aspettava col feroce dispetto che provano gl'ingannatori

nel vedersi ingannati, quando ricevette la notizia e lo scritto, compose la

bocca ad un riso somigliante al ringhio di un lupo che avvisò la preda;

congedò gli uomini: sciolse il foglio:--non è indicato a chi sia

diretto, ma è la mano di sua moglie, e tra spasmodiche convulsioni, vi

legge queste parole:

/# _Che dolcezze, da gran tempo sconosciute mi fece provar in tua lettera!

Tu vuoi, dunque per amor mio avventurarti a nuovi pericoli? Stringerti

anche una volta al cuore, è consolazione, che appena io osavo sperare.

Ma se egli ti vede, ne va la vita. Però l'altro domani egli uscirà

alla notte a perlustrare i posti sul lago. Appena partito, io esporrò

sul verone, a levante, un pannolino, e tu scendi alla portella di soccorso

che conosci. Quante cose ti dirò! Sai? il mio seno è fecondo. Possa

quel che nascerà somigliare a te! Addio, addio! Come tripudio al solo

pensare che tra poco abbraccerò il mio diletto!_ #/

A gran pena Ramengo durò sino al fine; morsicò il viglietto,

morsicò le proprie mani, e sbuffando, bestemmiando, muggendo come un

toro ferito, correva di su, di giù, dall'occhio mezzo nascosto tra le

ciglia corrugate gettava faville, dalla bocca mandava spuma, colle dita

serrate in pugno percoteva i mobili, le pareti, sè stesso: poi rompeva

in esecrazioni infernali contro la donna sua, contro il drudo di lej.

Tanto è vero che può la gelosia sorgere anche dove tace

l'affetto;--la gelosia, primogenita dell'amor proprio, che non tanto

c'inviperisce per la temuta perdita della persona diletta, quanto per

l'onta di vederci posposti e svergognati.

Più Ramengo non sapeva dubitare che la Rosalia nol tradisse: chi fosse

il complice suo, l'argomentava; i sospetti vaghi erano ormai certezza; non

restava che un partito solo--la vendetta.

Il furor suo l'avrebbe tratto in quel punto medesimo a correre addosso alla

sciagurata.--Scannarla, cavarle il cuore, strapparle dalle viscere il feto

non ben vivo, e stritolarlo sotto ai piedi, erano immaginazioni in cui si

compiaceva--e si mosse per darvi effetto; e già ghermiva la spaventata

Rosalia, quando gli parve che questa punizione non fosse di lunga mano

proporzionata all'enormità dell'oltraggio. Anche il drudo avrebbe voluto

cogliere ad una rete:--Oh allora allora!» E si pentiva d'aver lacerato

il foglio:--Avrei potuto inviarlo, trar lui pure nel laccio... Ma...

inviarlo! a chi? dove? Se non avessero ucciso il vile mezzano, avrei ben

io, a forza di tormenti, straziandolo a membro a membro, avrei ben io

saputo strappargli il nome dell'infame. Ecco che vuol dire precipitar le

vendette! Ma ora, oh l'ho imparato ora: questa sarà lunga, tormentosa...

Tremate, o scellerati!»

Sperò che, quantunque non ricevesse la risposta, potrebbe l'amante

capitare ugualmente: e però l'altro domani, sull'ora bruna, accennò

di doversi partire. La Rosalia lo congedò col solito affetto,

coll'affetto che opponeva ai mali suoi tratti, lo accarrezzò:--Perchè

(gli diceva), perchè sempre così aggrondato? Io ho paura. Ramengo,

sta buono!» e colla delicata destra gli palpava le ispide gote, mentre

coll'altra mano abbracciandolo, stringevasi tutta lusinghiera contro il suo

fianco: e con quella più tenerezza che poteva, alzava gli occhi gonfi di

pianto, verso i torvi e cagneschi di lui.--Sta buono. Mi vuoi bene ancora?

Dimmelo! accarezzami: non sono la tua Rosalia? non porto qui dentro un

nostro figliuolo? via, un bacio innanzi partire...»

Chi colla pietra infernale gli avesse toccato la viva carne, non avrebbe

recato a Ramengo tanto strazio, quanto lei con simili parole.--La bugiarda!

la infame! vuol con carezze ricoprire il tradimento: baciarmi e vendermi.

Ma ti pagherò della moneta stessa: inganni per inganni».

Tentennò, divincolossi, parve voler proferire alcuna parola, ma non si

udì che un rantolo nella gola; tese le mani verso le braccia di lei,

quasi per trarsela al seno; indi, come preso d'insuperabile repugnanza,

coll'atto medesimo la ributtò fieramente da sè, e senza un'occhiata,

senza un motto andossene precipitoso.

Ella sospirò, pianse: erano stranezze pur troppo solite in lui: ma ella

non vi si era mai incallita.

Ramengo salì in barca, allargossi, poi presa di nuovo la spiaggia e

tornato, si appiattò dietro una macchia donde potesse, non visto, vedere

la rôcca: ed ecco fra non molto, sciorinarsi il pannolino sul concertato

balcone. Al primo vederlo si rinnovarono, addoppiaronsi le furie di lui: il

cuore gonfiato non pareva gli potesse più reggere in petto: gettavasi

sul terreno, svelleva brancate di erba e le addentava, alzavasi, traeva la

sciabola, percoteva nelle piante, nei sassi, schiantava i rami, gli

arbusti, bestemmiava Dio, gli uomini, il cielo. La notte si offuscò;

egli, accostatosi di più, si appoggiò fra due piante vicine, e tra

quelle protese la faccia, come la jena quando aspetti al varco la gazzella:

fissato alternatamente al viottolo, alla porticina, al verone.

Ed ecco su questo apparire Rosalia, in una candida vesticciuola lina, e

mostrare di spingere lo sguardo via via per la pendice, come all'incerto

lume cercasse discernere un aspettato. Delusa, rientrava; usciva ancora:

sedevasi appoggiando il gomito sui balaustri del verone, e chinando la

bella faccia nella mano, in una ansiosa ma soave aspettazione. Qualche

volta alzando gli occhi alle stelle, sospirava: qualche altra li teneva per

alcun tempo coperti, poi più fisi gl'intendeva, se mai in quel mezzo

fosse comparso l'atteso: anche qualche canzone intonava, d'aria placida e

malinconica, che lene lene si perdeva tra i patetici silenzj della notte, e

si mescolava al fiottare lontano dell'onda, che frangeva al primo margine

del lago sottoposto.

Ma l'aspettazione della Rosalia e di Ramengo restò delusa. Non per

questo egli si stancò; ma e la seconda e la terza sera rimase alla

vedetta, e fin alla sesta soffrì quell'orribile tortura, sempre

lusingandosi di veder giungere il rivale, sempre colla rabbia in cuore,

coll'assassinio in mente: ma sempre invano. Ebbe tempo fra ciò di

stillarsi la sua libidine di vendetta: e fra le atroci veglie di quelle

notti, l'andò ruminando, pungendosela alla fantasia, raffinandola quanto

fosse mestieri per satollare quell'anima sua, ingorda di strazio e di

sangue. Il figlio che essa maturava nelle viscere doveva possedere la vita

per poterla perdere: lasciarlo nascere, metter lui pure a parte del

castigo, esacerbare le pene della madre, a cui dovessero giungere tanto

più micidiali, quanto meno aspettate.

Dissimulando pertanto, continuò verso la Rosalia col tenore di prima,

crescendo anzi di cortesie come chi medita un tradimento: se non che fra le

carezze, l'occhio suo fissavasi talvolta sopra di essa con un baleno

così sinistro, così cristallino, ch'ella, gettandogli le braccia al

collo gli domandava:--Cos'hai, Ramengo? tu mi guati così!»

Non rispondeva egli; ai baci di lei sentivasi correre dalle chiome ai piedi

un fuoco d'inferno: le dita sue irrigidite e convulse stringevano

involontariamente il pugnale, era duopo che la respingesse da sè, ed

uscisse all'aria aperta a sfogare l'indocile rabbia. Comprendeva la Rosalia

che una grave tempesta versava l'animo di lui: soffriva, taceva, non gli

scemava l'amore: consolavasi negli arcani godimenti della donna che sente

in sè stessa un altro essere, unito e pur diverso, vivente della

medesima vita, scosso da movimenti comuni, amato come sè e vagheggiato

come un altro: e tripudiava nel vedere avvicinarsi il tempo di metter alla

luce un bambino, pegno dell'amor loro, che l'amor loro crescerebbe colle

cure prodigategli d'accordo, coi vezzi infantili, colle speranze che

danzano intorno alla culla del primo figliuolo.

Maturato il tempo, ella espose un maschio: ed appena nel bacio primo ebbe

dimenticato il sofferto travaglio,--Recatelo (disse) a suo padre».

Gli recarono di fatto quella creaturina così gracile, che, sotto le

prime impressioni dell'aria e degli oggetti esterni, vagiva e agitava le

membra inferme: spettacolo d'affetto per tutti, d'ineffabile esultanza per

chi è padre. Ma l'occhio di Ramengo si fe' più feroce che mai;

digrignò i denti: un riso sinistro gli raggrinzò le labbra: tolse il

fanciullo sopra un braccio; coll'altra mano afferrò il pugnale, e trasse

al neonato.

La bambinaja fu abbastanza lesta per sottrarlo a quel colpo, diretto al

seno: ma non così affatto, che non gli recidesse, povera creaturina!

l'indice della mano sinistra. Alla vista del sangue che ne sprizzava, agli

strilli spasmodici del fantolino, il violento gettò lo stile, e

maledicendo e bestemmiando fuggì.

Che cuore l'amorosa Rosalia all'udir questo fatto! Affievolita dal

travaglio del parto, in quello stato in cui ogni commozione può divenire

micidiale, fu per soccombere. Però la ferita si trovò di facile

medicazione; donne venali prodigarono a lei quell'assistenza che le negava

il marito: questo ridivenne mansueto e pentito. Non del pentimento però

che avvia all'emenda: ma s'indispettiva seco medesimo d'essersi dall'ira

lasciato trasportare a tradir il secreto, che del suo scorno come della

vendetta volea fare con tutti, se fosse possibile fino coll'aria: onde

accagionando di quell'escandescenza certe sue cure penose, la fantasia

turbata da molesti pensieri fino il desiderio di cimentare l'amore di lei

colla pazienza e la costanza, si mostrò mitigato, venne al letto della

moglie, le parlò cortesemente.

Questa fu la medicina migliore, il miglior ristoro alla travagliata. Stese

la pallida mano tremante allo sposo, che gliela strinse nella sua: gli

mostrò il bambino che teneva al petto; e--Vedi (gli diceva) vedi

com'è bello! come poppa soavemente! È tuo figlio: è figlio nostro.

Di', non gli farai paura più? gli vorrai tu bene? Che viso d'alabastro!

come spira amore! Guarda: egli apre gli occhi.--Cari quegli occhietti! son

tutti gli occhi tuoi. Come ti somiglia! Prendi: levalo fra le braccia:

dagli un bacio»; e glielo sporgeva.

Ramengo, comunque fiottasse dentro, lo prese, il guardò fiso fiso, gli

accostò le labbra alla faccia, e lo baciò o ne fece le mostre. Ma una

furia di baci gli prodigava la madre, che in estasi d'amore, di

contentezza, sentendo tutta la beatitudine d'essere moglie e madre, amata e

amante, non poteva saziarsi d'osservarlo, di carezzarlo; lo fasciava, lo

snudava, l'adornava, l'atteggiava; traboccando sopra di esso quell'eccesso

d'affetto, che non le era dato versare sul marito.

Ma pel marito quella scena era una prolungata tortura: non vedeva nel

bambino che un frutto del delitto: non vedeva in lei che una infedele: e

più gli appariva tenera ed amorosa, più la esecrava come scaltrita

ingannatrice.--Tante carezze, per qual altro fine che per ingannarmi? È

sì affettuosa a quel fanciullo: qual meraviglia? Lo concepì dagli

infami suoi amori». E guardandolo, nol trovava per nulla somigliante a

sè: quegli occhi semichiusi, quel malatticcio pallore, quella cascante

gentilezza d'un neonato, punto non gli pareano ritrarre de' suoi robusti

lineamenti, del fuoco del suo sguardo.--No, no: non è mio figlio.

L'iniquo Pusterla m'ha oltraggiato. Mal per lui, giuro a Dio! Per ora

muojano madre e figlio, verrà l'ora, oh verrà anche per lui».

Così diceva tra il suo cuore; ma lo dissimulava, e in atti mostravasi

calmo colla moglie, le dava del buono per la pace, tanto che la Rosalia ne

rimase confortata, perdonò facilmente--e che non perdona l'amore? e come

non è ingegnoso a trovare scuse alla persona diletta?--Egli lo ama

certo: oh come non amare quest'angelo? l'ha baciato: e ogni giorno più

lo amerà. E quando col primo riso lo saluterà? e quando articolerà

una parola? E la prima che l'insegnerò sarà _babbo_. Appena potrà

mutare i passi, caro fanciullino! correrà da me a lui bamboleggiando,

gli si avvinghierà alle ginocchia, e gongolando gli ripeterà,

_babbo_. Esso dimentica per lui le cure, la guerra, le armi: umano si

curva, il toglie fra le braccia, lo paleggia, se lo leva sulle spalle, sul

capo, lo bacia e ribacia, poi viene a deporlo sul mio grembo. Crescerà

poi; verrà grande, bello, robusto come lui: tutti lo guarderanno; e gli

stranieri e le donne chiederanno; chi è quel pezzo di giovane? Ed io e

Ramengo ne esulteremo, e vedremo in lui il conforto dei nostri vecchi

giorni.

Questi sogni passavano per la mente della malata, intanto che porgeva

medicamenti e latte al fantolino; e da questi ricreata, a poco andare

tornava in vigore, lasciava il letto, ricompariva per la casa. Poichè

Ramengo le si offriva mansuefatto e gentile, la Rosalia, non che sgombrare

ogni corruccio, fin la memoria depose del maggior torto che ad una madre

possa recarsi, un insulto al suo bambino, e tornò tranquilla come prima,

e festiva nelle nuove cure, nel nuovo affetto.

Poco tempo dopo ch'ella fu risanata,--era sull'imbrunire d'un giorno di

maggio, bel tempo, quieto; il primo calore rendeva grazioso il soffiare

dell'aria vespertina, e Ramengo disse alla moglie:--Vedi bella sera. Che

non usciamo noi a far due passi? te ne dovresti trovar meglio».

--Volentieri», esclamò in tripudio la Rosalia, di nulla più

desiderosa che di cogliere ogni prova d'affezione venutale da lui, per

volergliene sempre più bene.

--E il bambino? (soggiungeva) Lo coricherò, è vero? Attendi tanto

ch'io l'abbia addormentato.

--Perchè nol recheremo anch'esso? (rispose Ramengo) O forse ti da noja

il portarlo?

--No! (esclamava ella affettuosa) «Oh non sai come ad una madre sia

gradito peso il proprio figliuolo? Non l'ho portato io tanto tempo qui?»

Così dicendo, l'avviluppava in un pannolino, e di costa al marito, si

avviava. Uscirono dalla rôcca, e presa la china, vennero verso il lago.

Era la prima volta che, dopo la sua malattia, essa rivedeva il cielo aperto

e sereno, il lago, i monti; tutta ne tripudiava, e come a chi esce da

prigione, il petto parea dilatarsele nel respirare quelle arie così

soavi, così vitali. Scesi laddove il lago slanciava quietamente le

ondate sovra le arene del margine, quietamente, benchè lo squagliarsi

delle nevi montane e la stagione oltre l'usato dritta alle pioggie,

l'avessero straordinariamente gonfiato, là sovra un muricciuolo

sedettero, contemplando quella pianura ondosa, che neppure da una barca era

solcata, perchè i sospetti guerreschi le avevano fatte colar tutte al

fondo. La Rosalia ora guardavasi alle spalle il Resegone, dalle cui cime

merlate il sole ritraeva gli ultimi raggi; ora dinanzi, il varco della

Valmadrera in cui la luce tramontando parea ricoverarsi, come il sangue al

cuore d'un moribondo; e accarezzava il lattante suo, lo vezzeggiava, e

parlandogli come se veramente egli potesse intenderla e risponderle,

diceva:--Apri gli occhi, amor mio: aprili, guarda questo bellissimo

spettacolo. Vedi là i monti? Un giorno li conoscerai ben tu. Sulle loro

coste, fin sulla vetta inseguirai i cavriuoli, lesto tu pure come un

cavriuolo, godendo l'aria pura, i lieti soli, la libertà. E quando sarai

di qui lontano, salirai su qualche poggio, su qualche torre, per discernere

ancora quelle creste: piene delle memorie di tua fanciullezza. E questo

lago? Mira: c'è dentro un altro bambino, bello come te. Ma un giorno tu

v'andrai per entro davvero a nuoto, lo solcherai in barca.

--E perchè (l'interruppe Ramengo), perchè non andiamo un tratto noi

pure in barca?

--Sibbene! (ella esclamò): purchè a te non ne incresca la fatica.

--Oh al contrario; è uno spasso, un esercizio.»

E in due salti fu al molo, ove sotto chiave si custodivano due navetti per

servigio del cartello, gli unici lasciati in tutta la riviera; e dati i

remi all'acqua, vi raccolse la Rosalia, che sedette sulla prora col

fanciullo, mentre Ramengo battea la voga. Scesero così giù giù per

la riva, su cui oggi va crescendo la città di Lecco: passarono sotto al

ponte, pochi anni prima gettato dal signor Azone, e seguitando fra Pescate

e Pescarenico, vennero dove l'acqua dilatavasi in ampio bacino. Intanto era

sparito affatto il giorno; le cime circostanti spiccavano nette e brune

dall'azzurro fosco d'un cielo senza nubi: e i naviganti, essendo nel mezzo,

appena distinguevano la riva: ma dalle finestre delle scarse casipole

vedevano esalare il fumo del fuoco a cui la povera gente coceva quel poco

di cena che l'interrotta pesca permetteva. Tutto era pace intorno e dentro

alla Rosalia, che inondata di soave giocondità, posava la bocca sulla

madida fronte del dormente bambino; allorchè d'improvviso Ramengo

batté fieramente del piede sul fondo del navetto, sicchè tutto lo

squassò, e fece trabalzar la madre e destare in sussulto il

fanciulletto. Indi urlò:--Traditrice infame! hai creduto celarmi le

sozze tue tresche. T'ingannasti. So tutto: e l'ora del castigo è

battuta. Scellerata, muori».

Sbigottita: cogli occhi, la bocca spalancati; pallido il viso; con una mano

serrandosi al seno il pargoletto, protendendo l'altra colle dita irrigidite

in atto istintivo di difesa, voleva la meschina rispondere, domandare,

pregare: ma non gliene lasciò tempo l'infellonito, il quale slanciati

nell'acqua i remi, si avventò egli pure nel lago. La Rosalia mise uno

strido, in cui sonava l'accento della disperazione; coperse gli occhi,

allorchè lo vide gettarsi dalla barca; scoprendoli poi, al fioco barlume

del crepuscolo potè vedere come, nuotando, egli guadagnasse la riva.

Cessato allora lo spavento pei giorni del marito, rimase dapprima attonita

e tolta di sè, dubbia se fosse un sogno; poi quando cominciò a

rinvenire, volse il pensiero sopra sè stessa, e sopra la sua situazione.

Sola, in mezzo d'un gonfio lago, in piccola barca, senza remi per aiutarsi,

sola con un bambino, la cui vita le era più cara della sua propria!

Ruppe alla prima in un pianto angoscioso, e le lacrime piovevano sulla

faccia dell'ignaro lattante. Ma tantosto la scosse dal doloroso letargo il

sentirsi bagnare le piante. Quel vendicativo avea strappato il capecchio

ond'ora calafatato il legno, sicchè l'acqua vi trapelava lenta lenta per

le commessure. Stette la tapina coll'occhio incantato sul fondo della

barchetta, e parve consolarsi.--Un'ora, due al più, e sarà empita:

affonderà: io con essa... e sarà finito quest'inferno.--Ma... e il

mio bambino?»

A tal pensiero rabbrividì; e affaccendandosi allora nel cercare

salvezza, quanto dapprima disperando aveva agognato la morte, si strappò

a furia dal capo, dal petto i veli, e con quelli si pose a ristoppare le

commessure, attentissima coll'occhio, coll'orecchio, se da veruna fessura

trapelasse acqua ancora; e quando più non le parve, si consolò,

riprese il fanciullo, sedette, guardò a questo, guardò alla riva,

guardò al cielo... Il bambino era sopito: la riva lontana, silenziosa

come l'egoista alle miserie dei suoi fratelli, il cielo bello, limpido,

qual suol esser al terminare di maggio in quelle floride parti della

florida Lombardia, la luna scema spuntava allora di dietro i monti

dell'Albenza, le cui vette si disegnavan sovra il profondo ceruleo

dell'aria per la quale scintillavano migliaja e migliaja di stelle.

Quante sere, lucide come questa, avea la Rosalia passate nell'amorevole e

gioconda compagnia delle amiche, presso ai parenti, spensierata fanciulla,

lieta di placidi gaudii, di allegre fantasie! E dopo sposa, quante volte,

in quell'ora, sul battuto della rocchetta erasi badata ad ascoltare i

malinconici concenti dell'usignuolo, od a spingere lo sguardo giù verso

la riva e per lo scarco delle colline, se vedesse tornare lo sposo!--Ed

ora? L'idea dello sposo le richiamava alla mente i più minuti casi del

passato; gesti, parole, tratti, che avevano voluto o non vedere o

interpretar in bene, ed ora le rivelavano una miserabile tela di sdegni

covati, di meditate vendette. Da lui condannata di colpa, onde non si

conosceva rea, di cui poteva giustificarsi con una parola, condannata a

penare qui, com'ella si credeva, una notte intera, nel deserto delle acque,

fra il disagio e la paura...--Oh! che nessuno mi venga a soccorrere?...

Nessuno?... Certo egli a quest'ora è giunto al castello; entrò in

casa, rivide i luoghi pieni delle memorie de' nostri primi giorni di

felicità; nessuno gli si fece incontro a festeggiarlo; rivide il letto,

rivide la cuna,--la cuna vuota; si ricordò di me, del bambino che non ha

colpa; s'è pentito d'averci messi a questa croce, e corre a salvarci.

Oh! saprò ben io dissipare i suoi sospetti: saprò bene col doppio di

amore quietargli ogni sdegno... Mio Ramengo! ancora mi vorrà bene,

m'abbraccierà ancora. Ecco, la sua destra è sotto al mio capo; la

sinistra mi accarezza, e tra noi due è questo caro fanciullo, e ci

baciamo tra noi, e lo baciamo lui. Ve'! qualcosa di chiaro s'inoltra nel

fondo... È senz'altro la sua barca.»

Il lume si avanzava lento, eguale, ma pallido, azzurrognolo, accostavasi

alla barca;--era un fuoco fatuo che seguitando si disperdeva. La Rosalia,

che al suo avvicinarsi aveva mandato il grido di chi implora soccorso, che

coi palpiti ne aveva misurata la distanza ed il lentissimo procedere, come

anche questa speranza dileguò, sospirava, piangeva, piangeva.

Posò il bambino sullo scannello di prua, e inginocchiatasi e sporgendosi

da una proda, cominciò colle mani a imitare l'ufizio di remo, se mai

riuscisse a farsi più presso alla riva. Il navicello si moveva, sì,

ma aggirandosi intorno a sè stesso, senza nulla guadagnare verso il

lido, talchè, stanca, rifinita, scoraggiata, tornò la dolorosa a

sedersi, a levarsi in grembo il fanciullo, a coprirsi gli occhi con le

mani, a piangere ancora, a fantasticare.

--Questa notte, per lunga, per ambasciosa, passerà: verrà il mattino;

alcuno comparirà, mi farò sentire; sarò aiutata, tratta a riva...

E poi? che farò io? dove anderò? Ritornare a lui?... ma se egli mi ha

scacciata... se ha decretata la mia morte... E la gente?... che dirà la

gente se mi vedono tornare a questo modo? Comprenderanno il fatto, me

incolperanno di tradimento, Ramengo di violenza. Che ne sarà di lui? di

me? Che avesse egli a soffrire per mia cagione? Oh Dio! Dio!» e

raddoppiava i gemiti, alzava le strida: strida da passare il cuore, ma che

si perdevano inesaudite nel silenzio dell'ondosa pianura e della notte

arcana.

Solo, tratto tratto riscosso da quelle, il fantolino mesceva ad esse i suoi

vagiti; ella carezzandolo allora, baciandolo, porgendogli la mammella, il

tranquillava; e, quasi avesse intendimento, gli diceva:--Dormi, fanciullo

mio, viscere mie, dormi. Questi mali almeno tu non li senti, tu. Ma la

povera tua madre!... Oh! sono io, vedi; sono io che ti ho dato la vita, son

io che ti nutrisco di me stessa, che ti alleverò, che ti educherò. E

guarda! ora son qui, di notte al bujo, sola, in una barca, nel mezzo di un

lago che non ha fondo... non ho un palmo di terra dove posare i piedi; non

un sasso dove declinar la testa. Ma tu intanto, tu almeno riposa. La tua

cuna, la morbida coltricina ti aspettano invano stasera, ben mio; pure hai

le mie ginocchia per letto, hai per guanciale il mio seno: il seno di una

madre: puoi tu desiderar di meglio? Oh no? Tu poppa in pace. A me sola i

guaj, a me la tempesta, a me l'inferno. O Signore! O Madonna santa! Ma voi,

Maria, foste anche voi madre, anche voi portaste un bambino, e fu cercato a

morte, e vi toccò di camparlo fuggendo. Deh! traetevi a compassione di

me; guardatemi dal cielo, datemi forza di passare questa notte,

quest'angosciosa notte, questa notte d'inferno».

E si segnava, segnava il bambino, bisbigliava le sue preghiere, e un poco

di pace sembrava pure stendersi sovra quell'anima ambasciata. Le chiuse gli

occhi una stanca calma; un lieve sonno la tolse all'ansia del presente. Ma

breve. In sobbalzo si svegliò, riaperse gli occhi, non bene ancora

sdormentata, credendo trovarsi nella propria camera, nel letto consueto, ma

tantosto guardando, toccando, si riconobbe, ricordò dov'era, come v'era

arrivata.

Coll'appressarsi della mattina, erasi levato una brezza sottile e

frizzante, che la faceva intirizzire e batter i denti, e che, ajutata da

quella che gli idraulici chiamano contrazione della vena, spingeva,

lentamente sì, ma sempre in giù la barchetta. Foschi nuvoloni si

erano pure addensati attorno alle creste della Grigna e del Resegone, che

incalzati dai venti delle diverse gole, di qua, di là avanzandosi come

due schiere nemiche, avevan tutto ottenebrato il cielo. Poi spesseggiavano

i lampi, un tuono sordo brontolava, cominciò la pioggia, si fece

dirotta, ed una furiosa tempesta si gettò sul lago. La Rosalia si volse

a guardar Lecco, sempre più s'andava quello discostando; e per quanto al

tetro guizzo dei lampi ella aguzzasse le pupille, nessun soccorso vedeva

comparire, nessuno più ne sperava.

Allora si presentò al pensiero della costernata la probabilità, indi

la certezza di un caso peggiore, che dapprima nol si fosse immaginato;

allora cominciò a capire che l'alba dovea, non che terminare i suoi

patimenti, esacerbarli.

L'acqua cadeva come se la versassero; dove ripararsi? come? La barca non

aveva padiglione, non tenda; già il brontolio dei tuoni e lo schianto

delle saette avevano svegliato il bambino, e le braccia materne non

bastavano a schermirlo. Dapprima, ella si trasse la sottana in capo, e

sotto a quel tetto sè medesima e lui protesse; ma l'acqua incessante

ebbe ben presto inzuppati gli abiti che grondavano, ond'ella si batteva il

petto, stracciava le chiome, percotevasi il capo; più non vedeva, più

non sentiva. Coricò il fantolino sul fondo, ove più rialzato lasciava

un po' d'asciutto, indi messasi carpone, appoggiata sulle mani, si fece

tetto a quello; e in sì penosa attitudine, porse al bambino la poppa, al

modo che sogliono le belve delle foreste.

Scarso partito anche questo! All'acqua trapelata la sera per le fessure,

aggiungevasi ora quella che il cielo rovesciava; le ginocchia, le gambe di

lei ne erano immollate; pure, pazienza! tollerava. Ma sempre più

alzandosi, dal peso medesimo determinata, saliva l'acqua anche dov'era

posato il bambino, onde la misera più non sapeva che farsi, come

schermirlo. Si levò di dosso i panni, e inzuppandoli nell'umore entrato,

li spremeva fuori dalle prode; facendo pala delle mani accostate, buttava

fuori l'acqua; ma in questa fatica di tanto stento e di piccolo profitto

conveniva lasciar discoperto il fanciullo che tutto si infradiciava, che

correva pericolo d'annegarsi. Spossata, la Rosalia tornò a collocarsi

carpone, strinse il fanciullo contro il petto, e piangeva e pregava, mentre

intanto continuava la pioggia come Dio la sa mandare, e l'aria di

tramontana cacciava il battello all'ingiù. Tratto tratto sollevando il

capo, essa vedeva traverso a quel diluvio, passar sulla riva i casali e le

terre, e come venne là dove alla Rabbia dopo Olginate, il fiume piglia

un corso violento, sentì trabalzare, aggirare vorticosamente il suo

legnetto: si credette sommersa,--baciò il bambino, e raccomandò

l'anima sua al Signore--l'anima sua e la vita del suo poppante. Ma dopo

sospinta alquanto dalla corrente, e respinta dalla ritrosa, si trovò in

mezzo alle acque che riposavano di nuovo, lentissimamente inoltrata dal

vento che scemava di forza.

Oggidì le molte palancose, che, o per comodo della pescagione, o per

dedurre l'acqua ai mulini, furono piantate in quel lago ove torna a

restringersi per formare il fiume dell'Adda, lo impigriscono talmente, che

fra Olginate e Brivio può dirsi un paludo morto, ingombro di alghe e di

cannuccie. Ma in quel geloso tempo servendo di frontiera, non permettevano

i signori di Milano che rimanesse rallentato da qualsifosse ingombro,

sicchè sbrigliato scorreva; oltrechè, essendo, come abbiamo

accennato, rigonfio per le nevi sciolte e per frequenti acquazzoni,

versavasi per quell'unico suo scaricatore, e seco traeva la navicella di

Rosalia. All'avvicinarsi d'ogni casa, d'ogni villaggio, quante speranze

sorgevano in cuore della meschina che alcuno la vedesse, la sovvenisse! Ma

era troppo di buon mattino: pei timori di guerra nessuna nave, come abbiamo

ripetuto, solcava allora quel fiume, e la direzione della corrente la

trascinava verso la riva sinistra, deserta di abitazioni.

Anche a Brivio da ultimo passò innanzi, e come vide scostarsi pure

questo castello, come si sentì trasportata rapidamente dal fiume, che

sotto di quello scende a scorsa, si diede per senza scampo perduta. Il

temporale, secondo suole in quella stagione, erasi presto sfogato; e

Rosalia, alzando gli occhi, vide lo stesso vento che avea addensate le

nubi, spingerle ora lontano, al modo onde si dileguavan le sue speranze, e

spazzare la volta del cielo, sulla quale cresceva il sole. Ma qual pro che

il cielo cessasse d'ispirarle sgomento, se non minore glielo infondeva la

rapidità dell'Adda, che, raggirandola, barellandola, la traeva frammezzo

a isolette, a selve, a dirupi, ove non avvisava un abituro, un campo

coltivato? Gli occhi di lei più non avevan lacrime, non più voce la

gola; e quelle ore di spasimo le avevano impresso sul volto un solco

profondo, come anni ed anni di cordoglio, come un'ora di colèra. Con una

stupida maraviglia levava gli occhi al cielo, li girava sulle spiaggie che

le si involavano dai lati, li chinava sulle acque che spumavano,

rumoreggiavano, facevano vortice dinanzi al serpeggiante navicello; ma

sempre finiva col fissarli sovra il suo pargoletto con un amore più

intenso, quanto più s'accostava alla disperazione.

Si assettò di nuovo, se lo coricò sulle ginocchia, gli porse una

poppa... l'altra.... Ohimè! erano inaridite!... Una notte come quella,

in sì fiero struggimento e sì prolungato, ne aveva esausto il latte.

Invano il bambino colle avide labbra facea forza di suggere; invano ella

stessa le premeva; a forza di dolori ne sprizzava sangue vivo, ma nessun

nutrimento. Un'altra idea s'aggiungeva dunque alle atroci da cui era già

straziata: l'idea di aver a morire dalla fame, prima che le acque gli

inghiottissero.---Ma no (diceva tra sé), il fiume è violento, molti

scogli l'ingombrano; romperemo a qualcuno... Ecco là in fondo come

spumeggia intorno a quel masso... ecco là come pare si precipiti. Ivi

sarà l'ultimo tratto, sarà la fine di tante pene.--Ma, e il mio

bambino? tu, frutto delle mie viscere? Perir anche tu? perire innanzi di

aver gustato la vita? innanzi di aver altro provato che pochi giorni di

pianto? O mio Dio! Dio mio! salvate quest'innocente! O angelo suo custode,

venite, levatelo sulle vostre ali, portatelo a salvamento! e me, me

lasciatemi pur al mio destino, non piangerò, non gemerò, morrò

contenta, solo che sopravviva il figliuol mio... Ma che? tu vagisci?...

poverino! hai tu fame? Oh trista me! Desolata me! E non avere onde

ristorarti! o doverti vedere a languire, e forse a morire fra poco!

Le tornavan copiose le miserabili lacrime, ed ancora porgeva il capezzolo

al figliolo, ma ancora senza frutto! onde, convulsa, disperata, chiamava,

strideva;--non rispondeva nessuno; nessuno l'udiva... Illanguidita,

piegavasi sovra il pargoletto, giungeva le sue alle labbra di lui,

nell'atto del colibrì quando porge la lingua a suggere per alimento agli

aerei suoi pulcini.

Rapido intanto, tortuoso caracollando scendeva il navetto. Qualche casipola

di pescatori, qualche mulino scorgeva di distanza in distanza; alcun

contadino, alcun boscaiuolo, alcuna lavandaia, intenti alle opere loro

sulla spiaggia, ove n'era alcun lembo, se vedeano quella barchetta di

lontano, la fissavano un tratto; qualcheduno esclamava:--Strano gusto

d'andare giù pel fiume ora che è così grosso!»

Ma altri soggiungeva:--Non vedi che non ha remi, nè timone? È una

barca che si perde.

--Si perde? Corriamo ad ajutarla. Malann'aggia la guerra che ci tolse i

nostri battelli!»

Correvano, e non sapevano dove, e gridavano verso la barca, e alcuno

affrettavasi ai posti dov'erano le sentinelle e le vedette, ma prima che

fossero arrivati, l'acqua superba avea tratto innanzi la navicella così

che più non potevano se non guardarle dietro ed esclamare:--Povera gente

che v'è dentro! Gli ajutino le anime del Purgatorio!»

Il fiume, che in quello spazio corre a rotta anche ne' tempi ordinarj, ma a

vero precipizio quand'è gonfiato, giunto al luogo che chiamano il _Sasso

di San Michele_ da una chiesuola erettavi dalla timorosa pietà, entra in

un letto più angusto, con furia ancor più minacciosa. Dico il luogo

appunto, ove, tre secoli dopo quel tempo, venne aperto a gran forza ed

artificio un canale navigabile, che dal sovrastante villaggio è

denominato il _Naviglio di Paderno_, e che con moltiplicati sostegni modera

l'acqua in modo, che senza guasto le navi discendono l'altezza di

ventisette metri nella traccia di un miglio o poco più.

Nulla eravi allora di ciò, e il fiume in balia di sè stesso dando

volta, s'insaccava in quella stretta, che oggi ancora, benchè difesa da

salda e fitta travata, mette i brividi ai pochi naviganti che s'avventurano

a passarle da lato, e che ripetono al piloto, ai rematori, di tenersi ben

rasente alla riva opposta, mentre si raccomandano al Signore, e rammemorano

i non rari casi d'infelici, che l'inesperienza o l'impeto strascinò

attraverso per le Trecorna, come vien chiamato quel gorgo. Di qua e di

là del quale ergesi a picco una montagna, da cui i secoli divelsero

enormi catolli, onde è seminato ed irto quel varco. Alcuni si alzano

giganti da emulare i greppi laterali; altri sporgono appena a fior

dell'acqua la cima tagliente; dell'acqua che, riurtata fra i massi,

spumeggia loro intorno, si ritorce in sè stessa vorticosa, ruggisce

sì che da lontano se ne ascolta il frastuono, come da lontano se ne

vedono balzare le spume ad incanutire i più erti scogli, e diffuse in

minutissima spruzzaglia, ingombrar l'aria d'una nebbia trasparente, e

colorarsi dell'iride, rinfrangendo i raggi del Sol levante e del morente.

Intese la Rosalia il grave e minaccioso frastuono, poi vide quell'abisso;

in soprassalto di terrore si scosse dal momentaneo assopimento, cacciossi

le mani nelle chiome irte sul capo; aperse quindi le braccia, le tese colle

dita aggranchite, spalancò gli occhi, la bocca ad un _ah!_ disperato

quando la barca fu presso, quando venne dal vortice strascinata. Al primo

sobbalzo si credette morta; premette al seno il bambino, quasi il suo seno

potesse sottrarlo da quel furore; avventò uno sguardo ansioso sulle

rive, quasi lusingandosi che le potesse bastar la forza per recare,

sventurata! attraverso quell'impeto, fin colà il diletto suo peso.

Udiva frattanto il fondo della barca crocchiare strisciando sul fendente

dei macigni: era diguazzata ora dalle onde che sovverchiavano il legno, ora

dal piovoso polverio, in cui quelle si risolveano frangendo contro i

ronchioni; ogni nuovo fiotto era una trafittura; nessuna era quella della

morte. La morte coglie bensì l'uomo, contento fra le lautezze della

gioja, ma risparmia l'infelice quando la invoca siccome termine delle sue

miserie.

Ed io, nato sulle rive di quel fiume, non dimenticherò mai d'aver

veduto... Egli era un povero sartore della mia terra, fidanzato ad una

setajuola della riva opposta, povera anch'essa, ma ricchi entrambi di

sentimento. Salì egli in battello per varcare il fiume, e andarla a

trovare; l'Adda era grossa: veniva la sera; egli, mal destro nel remare: la

corrente gli tolse la mano e gli strappò un remo, onde giù e giù.

Noi accorremmo; egli fece ogni industria per ajutarsi, ma non vedendo

più modo, in abbandono d'ogni rimedio umano--parmi vederlo

tuttora--inginocchiossi, incrociò le mani sul petto... noi pregammo per

l'anima sua. Al domani si trovarono giù per le Trecorna i galleggianti

frantumi del suo battello.

--La setajuola!

Ma per Rosalia non andò così. La sua barchetta, per non so qual

ventura, ficcossi fra due scogli vicinissimi, uno dei quali, d'ingente

mole, era stato rovesciato dal caso sopra l'altro, in guisa che questo gli

serviva di puntello, come il guanciale a cui un gigante riposasse le membra

enormi, stancate nella battaglia; e sotto al loro cavo, alcuna quiete avea

quel bollimento. Ivi non percosse la barchetta sì forte da andarne

spezzata, e il rincalzo delle onde ve la tenne come confitta e in tentenno

fra il mugghio, fra i vortici, fra la spuma, fra la continua aspettazione

della morte irreparabile.

La Rosalia si levò, curvossi sopra quell'acqua--un salto e più non

comparire fuori,--e aver finito, finito questo prolungato crepacuore.--Ma,

e il bambino? Oh finchè pure un filo di vita restasse, bastava per

attaccarvi la fiducia. Misurava coll'occhio l'ertezza di quelle rupi;

arrampicarsi fin lassù... nulla pareva impossibile alla forza, dirò

meglio, alla frenesia dell'amor materno. Ma e poi?... gente all'intorno non

v'è: il rovinio delle acque non lascia intendere le chiamate. Avrebbe

dunque a morir lassù di fame, dopo aver uno ad uno noverati i singulti

del moribondo figliuolo, dopo sorbito stilla a stilla il calice di quella

desolata agonia. Ora la corrente, che tanto l'avea dianzi spaventata, le

pareva desiderabile, come un rimedio, come l'unica speranza; poteva forse

recarla ad una riva, dove alcuno la guardasse, la soccorresse. Ma qui, qui

non altro poteva aspettare che la morte.

Risoluta pertanto ad avventurarsi di bel nuovo, col vigore che le

infondevano il prepotente istinto della vita e la pietà materna,

puntò le braccia contro quei massi, ne staccò la navicella aderente,

sicchè fra essa ed il macigno potesse mettersi un filo appena d'acqua,

il quale di subito dilatandosi il passo, allontanò il legno, e spinse;

l'istante dopo trovavasi ancora in balia della corrente, trovavasi fra

nuovi gorghi, fra nuovi scogli, poi librata all'impeto dell'Adda che,

emersa da quel sasseto, e ripigliando libero corso, la portava colla

rapidità del desiderio. Lo sgomento attuale cancellava la ricordanza del

precedente; avrebbe voluto ancora trovarsi fra quei sassi, fra quelle

angustie di prima, ma ferma ed appoggiata; e pregava Iddio di ridurla

colà, di presentarle un altro scoglio, ove un istante assicurare la vita

sua e del suo bambino. Chieder salvezza più non osava: assai le era

invocare la morte men dolorosa; o piuttosto ella medesima non sapea più

che dimandare, se non ogni momento, una situazione diversa da quella in cui

si trovava.

Però, dopochè nuovi pericoli la sgomentarono sotto al castello di

Trezzo, l'Adda, spaziando in men ripido letto, portava la navicella con

minor violenza, e nelle vicinanze di Vaprio, l'andava sempre più

accostando alla sponda, sicchè un raggio di speme tornò a brillare

sugli occhi di Rosalia. Di fatto ella fu dalla ritrosa trascinata rasente

ad un masso, che scalzato di sotto dal batter delle onde, formava una

grotta, dalla cui volta pendevano i radicioni e i torti rami d'un

caprifico. Ad uno di questi venne fatto a Rosalia di ghermirsi, e

coll'estremo di sua forza stringendolo,--Grazie al Signore, (esclamò)

eccolo salvato».

Respirò; con occhio consolato riguardò il suo bambino, e sul volto le

si fece tal mutazione, qual era successa nel cielo quella mattina. Il

fiotto tentava bensì di scostare il barchetto, ma essa, attenendosi con

ambe lo mani, ne vinceva lo sforzo. Cominciò poi a mirare d'intorno. La

rupe, dov'essa era fermata, sporgeva erta e discoscesa. Per quanto l'occhio

arrivasse, non si discerneva un approdo. In sulla sinistra dell'Adda,

stendevasi fiorita e verdeggiante la pianura, e per quella vigorosi

contadini e bizzarre Bergamasche attendevan giulivamente dietro alle opere

campestri; ma tanta era la lontananza, tale il rombazzo del fiume, che ella

non potea farsi intendere fin colà. Intanto il sole, giunto a mezzo del

suo corso, sferzava cocente il nudo capo di lei, procurandole un nuovo

tormento, quasi fosse destinata a tutti provarli in quel giorno. E le ore

passavano, e col fuggire di quelle cominciò ad accorgersi come la sua

posizione fosse mutata, non migliorata. Colà, soletta, scevra da tutti,

non vedeva modo come ajutarsi. Forse la disperazione avrebbe potuto

invigorirla ancora tanto, da ghermirsi di sterpo in sterpo, di ronchione in

ronchione, su fino alla vetta, ma e il bambino? Abbandonarlo non era neppur

pensiero che le nascesse, e con esso in collo, nè di muoversi tampoco le

era fattibile: solo per esso tenevasi così avvinghiata al ramo

salvatore.

Il bambino poco dopo si risvegliò, prese a guajolare, tormentato

dall'incomodo posare sugli assi, dalla fame, e dal sole che lo coceva anche

sotto ai panni, con cui, sciorinando il proprio capo e il seno, l'aveva

ricoperto Rosalia. Ogni suo strillo era un coltello al cuore della madre,

che tanto più addentro la trafiggeva, quanto erasi ormai creduta in

salvo.

E come chetarlo? Se abbandona lo sterpo, eccola di nuovo travolta nei

terrori di prima.--Forse è un villaggio qui vicino... ma, e se nol ci

fosse? se non arrivassero in tempo?» Allora tremava che il ramo non si

schiantasse, e viepiù lo stringeva, col furore onde chi affoga si

appiglia a che che gli si offerisca; e gelava e sudava qualora, intontita

dal sole, le paresse veder la rupe ondeggiare e cedere, o sentisse venirsi

meno la forza e fiaccar le giunture delle dita, che sbattevano in

convulsione.

Finchè però stava così, non poteva accarezzare il languido

infante, non premerlo al seno, non l'acquetare baciandolo, cullandolo sulle

ginocchia, fra le braccia. Più dunque non le restava che la voce, colla

quale il veniva confortando, lusingandolo a pazientare, a tacere, a

dormire: non temesse più: verrebbe presto il soccorso; tornerebbe a suo

padre, al suo tetto.... Fin qualche cantilena intonava per

addormentarlo.... cantava in quello stato, in quella agonia!

Ma il fanciullo nè ascoltava, nè smetteva il rammarichio e gli

striduli vagiti, che facevano a brani il cuore di essa. Tentava ella ogni

arte per accostarglisi, toccarlo almeno coi piedi, colle ginocchia, mentre

pure colle nude braccia supine aggavignavasi al caprifico. Più di una

volta fu per lentare le dita e lasciarsi ancora all'arbitrio del fiume, ma

non osava, e rompeva in più dirotto piagnisteo, che accordavasi con

quello del fanciullo in un'armonia di desolante pietà. Tratto tratto

ripigliando alquanto di lena, alzava un grido, il più forte che poteva;

udivasi l'eco iterarlo; l'eco insensibile come l'anima dell'avaro; gli

uccelli annidati fra quei macchioni, sbucavano strepitando, sparnazzando;

ma nessuno rispondeva; un momento dopo, tutto era rientrato nel silenzio,

appena rotto dal cozzare delle onde, che frangendo contro il masso,

facevano barellare il navicello.

Così la fiducia tornò a dileguarsi; più non videsi davanti che la

morte, resa anzi più atroce dalla necessità di eleggere tra

l'affrontarla col rimettersi alle onde, o sorbirla qui per estenuamento di

fame, con sugli occhi il languire affannoso, negli orecchi lo straziante

piagnucolare di quell'innocente. Quante miserie aveva essa mai osservate in

sua vita; quante madri infelici le erano occorse, tutte ora le tornavano a

mente: le une mendicanti dal duro passeggiero un tozzo da sfamare i

pargoletti; le altre, confitte sur un pagliericcio, inferme, senz'altro

poter dare alla loro prole che compianto; espulse di casa da prepotente

soldataglia, da disumani mariti, coi bamboli in collo;--ma i mali di

nessuna le parevano pari ai suoi: quelle avevano i piedi in terra, potevano

strascinarsi in cerca d'un alimento: destavano, se non altro, compassione

in chi le sguardava, ma essa!... Quante preghiere quel giorno non

recitò! quanti voci non fece! Se usciva da quel travaglio, se campava il

suo bambino, avrebbe digiunato tutti i venerdì, poi tutti i giorni;

portato di continuo un cilizio sulla nuda carne; visitato, ginocchione, i

Santuarj. Pareva che le preghiere la calmassero alquanto, la rianimassero;

ma come il suo bambino levava di nuovo i vagiti, smarrita, disperata,

ancora si dava a gridare, a bestemmiare, a maledire chi di tanti patimenti

le era cagione.

Il sole intanto calava; e la vampa, onde per tante ore l'avea

sferzata, dava luogo a quel piacevole ventare, che ricrea le sere in

riva ai fiumi. Già sulla spiaggia opposta Rosalia vedeva, oh con

che invidia! i bifolchi, togliendosi alle fatiche, incamminarsi ai

pacifici casolari: il boatiere cacciarsi innanzi la mandra pasciuta:

la fanciulla colla verga ravviare i branchi di paperi al pollajo. Era

l'ora del crepuscolo, l'ora delle rimembranze per chiunque godette,

per chiunque soffrì, per chiunque amò. Ma per Rosalia non veniva

che preludio di nuovi tormenti. La notte si oscurerebbe: se la fortuna

non aveva mandato nessuno a soccorrerla il dì, quanto meno la sera!

Pure di sopra al capo suo le pareva e no intendere un sussurro, una

faccenda:--Oh se riuscissi a farmi sentire!» E per quanto spossata,

alzò uno strillo,--il ripetè,--credette essere stata intesa,

perchè si fece silenzio: lo raddoppiò, e di fatto gente si

avvicinò all'orlo del masso, e--Chi è laggiù?» gridò una voce.

--Io... una infelice... ajuto, ajuto!» rispose la costernata.

--Ma come siete lì?» richiese la voce.

Margherita Pusterla: Racconto storico · 第 22 / 62 题