Ne prese pietà Ottorino, e--Verresti tu meco?»

--Se stesse a me! Ma recherei dispiacere a questa povera gente... mi

vogliono tanto bene!... Ma non ci ho mio padre!»

Quei mugnaj avevano di fatto messo un grande amore nel ragazzo: quando

però il Visconti chiese glielo lasciassero condur via, l'uomo

rispose:--Oh signoria, la è troppo buona. Se lo porti pure. Tutta

bontà di Vossignoria».

Ma la Nena, moglie di lui, forse che avesse in astratto sentito parlare dei

guaj del mondo e delle bisbeticherie dei signori, cagliava, e al garzone

diceva:--Non badargli! rimani qui. Pane non te ne verrà meno se vorrai

lavorare: e sarai quieto e dabbene e timorato di Dio».

Maso invece (così chiamavasi il mugnajo), uomo che aveva girato il

mondo, cioè era andato a prendere grano e riportar farina sino a Cremona

e a Casalmaggiore, e che davasi a intendere d'aver conosciuto gli uomini

perchè aveva conosciuto molti gastaldi e molti granaj, le dava sulla

voce, e--Come? vorresti tu rubargli questa fortuna? Non vedi? egli è un

diavoletto. Gran salute, gran coraggio, grande appetito; ha tutte le

condizioni per diventare un grand'omo. Lascia pure che sua signoria se lo

conduca, e vedrai, farà passata. Già non è nato mugnajo, nè il

deve diventare».

Le ragioni del marito, come succede, prevalsero: la Nena, sul congedarlo,

mentre rassettava indosso quel po' di cenci al fanciulletto che balzava

tant'alto dalla contentezza, gli diceva:--Guardati dai pericoli, fuggi le

cattive compagnie, le donne e le bettole», come dicono tutte le madri

nel licenziar i figliuoli, Maso gli soggiungeva:--Rispetta sua signoria e

fa fortuna»: e Ottorino si menò seco il ragazzetto.

Quest'era appunto il nostro Alpinòlo, e Ottorino destinava farsene uno

scudiero; e intanto che venissero gli anni, lasciarlo per paggio a Bice sua

moglie. Ma ohimè! tornando in patria scoperse che Bice l'avea tradito,

ed erasi fuggita a viver male nel castello di Rosate con Marco Visconti suo

cugino; il quale poi, sazio o insospettito, un giorno la trabalzò dalla

finestra nella fossa, salvo a piangerla dirottamente dopo morta.

Ottorino ne patì come uomo di sentir generoso che vedesi ingannato da

persona carissima; andò cercando distrazione fra le imprese e nei

viaggi, ed il cordoglio lo trasse a morte sul meglio del vivere: e nel 1336

fu sepolto in Sant'Eustorgio di Milano, presso suo padre Uberto.

Lasciò egli raccomandato Alpinòlo specialmente alla Margherita,

consolatrice sua in quel crepacuore; onde il garzone attaccassimo a lei,

con essa passò nella casa Pusterla, ove serviva a Franciscòlo in

uffizio di scudiere. Animo esuberante di affetto, non trovandosi al mondo

persona su cui per naturale legame potesse rivolgerlo, tutto l'aveva

diretto, dirò meglio, avventato sulla famiglia in cui era aggrandito: e

ne amava le persone e gli interessi coll'impeto di una passione, qual

poteva essere in un giovane che, non disciplinato da consigli di superiori,

conservava in tutto il vergine loro vigore la foga, l'irriflessione,

quell'estremo bisogno di sensazioni e di felicità, che sono pregio e

difetto della giovinezza. Un desiderio, anzi una vera mania di libertà

avevano ispirato in esso i bollenti discorsi del suo giovane signore, e le

compagnie che in Milano frequentava di giovani acuti alle novità, e di

veterani memori delle franchigie antiche e dispettosi della presente

servitù. Si sarebbe detto che, al modo onde gli uomini sollevati da

bassa fortuna s'ingegnano di farla dimenticare, così egli volesse far

dimenticare altrui, dimenticare egli stesso di non avere nè parenti

nè patria di nascita, coll'amare oltre misura quelli di adozione. Alla

sua balda imperturbabile volontà non era sacrifizio che paresse grave

per servire la repubblica milanese o i figli di Uberto Visconti e il

Pusterla: mettere per essi la vita gli saria parso ben poca cosa.

Tali caratteri che, qualora si fissino sopra un'idea o sopra una persona,

hanno per nulla tutto il resto del mondo, scarsissimi s'incontrano nelle

odierne società, il cui attrito, come fa coi ciottoli il torrente,

leviga e pareggia tutte le disuguaglianze della superficie. È un bene?

è un male? Chiedete se è bene o male la polvere di cannone, la quale,

ove saviamente si diriga, serve di potenza e di difesa; sregolata, diviene

micidiale.

Se a questo fare di violenza, mai non iscompagnata da generosità,

accoppiate la freschezza dei diciassette anni, una schiettezza ardita,

eppure educata alquanto dal conversare coi signori, una melanconia su tutti

i suoi sentimenti diffusa dall'ignorare i parenti suoi, comprenderete come

dovesse venir caro ai Milanesi, gente per natura d'ottimo sangue; nè

dico solo agli umili, ma a quelli ancora di alto grado. La stessa

incertezza dei natali, che il mondo, per una delle mille sue ingiustizie,

suole ascrivere a colpa, o almeno guardare colla superba compassione che

tanto si avvicina all'insulto, non che nuocere ad Alpinòlo, il rendeva

anzi più interessante a chi lo conoscesse, per la smania perpetua

ch'esso mostrava di trovare, di ricuperar suo padre, di togliersi dal volto

questa, ch'egli chiamava infamia, del non avere genitori. Se volta avveniva

che udisse narrare le angustie di qualche malarrivato,--Ma egli almeno ha

padre o madre», esclamava. Qualora mirasse un fanciulletto a mano o fra

le braccia dei genitori, struggevasi di pietà, di desiderio. Quante

fiate la Margherita il sorprese, che contemplando il suo Venturino e

blandendolo con melanconiche carezze, frenava le lagrime a stento!

Come la Margherita fosse opportuna a ispirar amore in chiunque le si

accostasse, già deve il lettore averlo compreso: e deve il lettore, per

poca esperienza che abbia del mondo, avere osservato come coloro che poco

hanno a lodarsi degli uomini, si volgano con entusiasmo di devozione alle

donne, in cui trovano la compassione, il disinteresse, l'affettuosità,

per così dire, che negli uomini rimangono o spente o soffocate dai

calcoli dell'amor proprio e dal tumulto delle faccende.

Perciò sopra la Margherita aveva Alpinòlo concentrato tutto l'affetto

che dapprima portava ad Uberto e ad Ottorino estinti, e ad altri due

fratelli di essa che allora combattevano in Palestina; non affetto qual

suole intendersi da uomo a donna; una specie di culto, tale da distruggere

tutti i computi della vanità, tutte le speranze della passione: e

considerandola come un punto lucente fra l'universale tenebria della

società, non avrebbe tampoco saputo pensarla capace d'azione men che

generosa e santa.

Se alcuno mai non ha versato lacrime sul seno di donna rispettata, se mai

non ha all'occhio di lei rivelato un cuore ferito e contristato, non

indovinerà quali momenti doveano esser quelli, in cui Alpinòlo,

sedendo vicino alla signora sua, coll'affetto di un fratello, colla

riverenza di un vassallo, le apriva le proprie ambasce. Su queste gli

uomini avrebbero sorriso sdegnosamente siccome di una debolezza, di una

fanciullaggine, di una esagerazione di sentimento: ma in lei trovavano un

eco, una simpatia, ed alcune di quelle parole che bastano a tornare per un

pezzo il sereno a chi più era da nubi ottenebrato.

Nell'anno precedente a quello in cui siamo col nostro racconto, i Visconti

erano stati ad un pelo di perdere il dominio. Lodrisio Visconti, nipote di

Matteo Magno, corrucciato di vedersi escluso dalla signoria, tentò fare

novità, fidando sui molti scontenti, sulle promesse di qualche vicino,

sul proprio ardire e sulla fortuna, e mosse contro Azone una banda di

mercenarj. Questa banda, composta di Tedeschi e guidata dal capitano

Malerba, fu chiamata la _Compagnia di San Giorgio_, ed è la prima delle

molte che poi resero il valore un mestiere, e che, terribili non meno agli

amici che ai nemici, tempestarono per due secoli la già abbastanza

afflitta patria nostra.

Contro l'istante pericolo presero le armi tutti i Milanesi, i quali, se non

trovavano gran fatto a lodarsi dei presenti dominatori, avevano però

abbastanza lume d'intelletto per non credere alle promesse di libertà,

che Lodrisio voleva effettuare colla violenza; nè sperare che un branco

di masnadieri comprati venisse a raddrizzare i torti e rinsanichire la

giustizia in un paese straniero. Non avendo però saputo impedire che

Lodrisio passasse l'Adda a Rivolta, giungesse fin nel contado del Seprio,

al cui dominio pretendeva, e si accampasse a Legnano, i Milanesi mossero ad

incontrarlo colà con tremilacinquecento cavalli, duemila balestrieri,

quattordicimila fanti, ragguardevole esercito per sì piccolo Stato. Lo

comandava Luchino, non ancora principe, il quale dispose l'avanguardia a

Parabiago, a Nerviano il centro, la retroguardia a Rho; ma sorpreso di gran

mattino il 21 febbrajo (era domenica, e nevicava a fiocchi) ebbe un tale

tracollo, che rimase egli medesimo prigioniero, e fu legato ad un albero

finchè la giornata fosse decisa.

Lo vide in quest'arduo Alpinòlo, che dietro a Francesco Pusterla

combatteva: e tosto recatone avviso ai cavalieri più fidi d'arme, con

essi rinfrescò la battaglia; e raddoppiando gli sforzi, giunsero a

ricoverare il capitano. Se non fosse stile della storia il non riferire mai

che a persone illustri il merito delle illustri azioni, avrebbe essa

confessato che la principale parte in quel fatto l'ebbe Alpinòlo, il

quale, facendo meraviglie della sua persona, arrivò primo sino al

Visconti, e tagliatone i lacci, rimessolo a cavallo, e cacciatagli in mano

una mazza ferrata, tornò con esso a mostrare il volto ai nemici; i

quali, al fine d'una giornata in cui cinque volte si rintegrò la

battaglia, andarono in piena rotta, lasciando prigioniero lo stesso

Lodrisio, che stentò degli anni assai in un carcere a San Colombano.

È questa la battaglia di Parabiago, tanto celebrata fra i Milanesi, in

cui si narrò che sant'Ambrogio comparisse nell'aria con un poderoso

staffile, percotendo quei mercenarj[7]; e in memoria della quale si

fabbricò un insigne tempio sul luogo dove Luchino fu liberato, con

ordine che ogni anno, nel dì stesso, considerato come festivo, i dodici

signori della Provvisione vi tornassero in grande solennità a far

un'offerta in comune, per assistere ad una messa speciale, nel cui prefazio

si scagliavano imprecazioni contro quelle masnade: rito che seguitò fin

quando san Carlo Borromeo lo restrinse a una visita alla basilica

ambrosiana in città.

Per allora grandi feste, grandi falò si fecero in Milano, e Azone con

pomposo corteggio recatosi a Parabiago, vestì cavalieri quelli che

più si fossero nella battaglia segnalati. Un araldo d'arme chiamava un

dopo uno i prodi, coi nomi e i titoli della famiglia e dei genitori: e non

trovandosi macchie, gli diceva:--Vieni, e t'accosta a ricevere il cingolo

militare, di cui la patria e gli altri cavalieri ti credono meritevole».

In questa guisa furono da esso araldo nominati ed esaminati Ambrogio

Cotica, Protaso Caimi, Giovanni Scaccabarozzo milanesi, Lucio Vestarini

lodigiano, Inviziato di Alessandria, Lanzarotto Anguissola e Dondazio

Malvicino della Fontana piacentini, Rainaldo degli Alessandri mantovano,

Giovannolo da Monza, Sfolcada Melik tedesco: i quali un dietro all'altro si

presentavano ad Azone, che ricevendone il ligio omaggio, dava ad essi una

leggiera gotata, presentava la spada, e ne circondava i lombi colla cintura

cavalieresca; mentre due altri cavalieri allacciavano ai loro talloni gli

sproni d'oro. Fu poi chiamato Giovanni del Fiesco genovese, fratello della

signora Isabella moglie di Luchino, ma gli onori non poterono esser renduti

che al suo cadavere, là recato sopra ricca bara, accinto di tutte le

armi come quando, ai fianchi del cognato combattendo, era rimasto ucciso.

Ultimo si proclamò il nome di Alpinolo, ma quando fu chiesto chi fosse

il padre suo e quale la schiatta, nessuno potè renderne conto; egli

stesso ammutolì confuso, come al rimembrare d'una vergogna; e non

potendo provare di non uscire di stirpe non infamata, non venne ammesso

all'onore dei prodi. Se la cosa il pungesse nell'anima, consideratelo. Solo

la tirannia più sozza e sconsigliata parevagli che potesse badare alla

razza, anzichè alla personale virtù: paragonava sè a questo, a

quello, singolarmente al Melik, tedesco prezzolato, e da quell'ora si fece

più astioso contro i Visconti, più sempre smaniato di conoscer suo

padre; e somigliante a certe vergini involontarie dopo una serie di

desiderj delusi, era divenuto irritabile, stizzito colla società, a dir

suo, così mal regolata: e sempre più entusiasta per coloro che vi

formavano eccezione, sempre più bisognoso di nuovi sogni, di pericoli,

di prove rinascenti.

I Milanesi davanti a quasi tutte le case nobili costumavano un porticale,

dove poter accogliersi ad asolare, a discorrerla cogli amici, a carattarsi

l'un l'altro, così portando la vita pubblica e comune d'allora, come il

rinchiudersi e isolarsi è portato in altri tempi dal non vivere ciascuno

che per sè, dal non far più che sè stesso centro e periferia di

ogni azione. Di sessanta che erano questi luoghi di ritrovo, che chiamavano

_Coperti_, ora appena sussiste quello dei Figini, fabbricato poco dopo in

piazza del Duomo[8].

Appunto sotto uno di questi Alpinolo, in sul mangiare, barattava parole,

col fuoco che egli in ogni cosa poneva, allorchè se gli avvicinò un

tal Menclozzo Basabelletta, umore satirico, beffardo, e caldo popolano,

come quei tanti in cui lo sprezzo tiene luogo di libertà. Non so se per

amore di bene, o per dispettosa invidia, o per piaggiare la plebe, che

anch'essa ha i suoi adulatori, si faceva indagatore maligno, e sarcastico

detrattore dei nobili, dei ricchi, dei magistrati.

Salutato egli il giovane, e battendogli sulla spalla,--Oh! (gli disse)

quella cima di tutte le donne, quella coppa d'oro di cui non rifini di

contar miracoli, scusa assai bene la lontananza del marito col ricevere il

magnifico signor Luchino. L'ho visto io più volte uscire verso la villa

di lei».

Chi avesse veduto Alpinolo inalberarsi nell'udire trassinato fra un pieno

circolo quel nome a lui sacrosanto, l'avrebbe assomigliato a un basilisco

che s'avventa a chi gli trasse la pietra. Rosso come i bargigli d'un

tacchino, divampante negli occhi.--Menti per la gola, sparlatore

villano!» urlò con irte le chiome; e cacciando a mano la sciabola,

saltò senz'altro alla vita del petulante. I circostanti accorsi

aiutarono questo a sottrarsi; poi con parole, e più a forza di braccia

ritenendo Alpinolo, poterono alfine quietarlo. Pure, giurando a gran voce

vendetta, ripetendolo bugiardo, stringendo le dita in pugno, pestando de'

piedi, digrignando i denti, corse in furia a casa i Pusterla, e senza

proferire parola, che tra quell'ira non avrebbe potuto articolarne alcuna,

si difilò alle scuderie, e gettata la briglia al primo cavallo che gli

venne sotto la mano, vi saltò su di netto e via a spron battuto.

--Salva! salva!» esclamavano le madri nel vederlo venire di carriera, e

si affaccendavano a levare di mezzo alla strada i bambini trescanti. Egli

via, prestamente ebbe guadagnata la porta Comasina, situata poco oltre il

ponte Vetere: e uscitone per la strada allora angusta e bistorta, percoteva

in fuga il corridore, quando, non essendo molto lontano da Boisio, conobbe

di lontano la compagnia di Luchino, che tornava di Mombello.

Augurossi di non avere occhi, tanto gli trafiggeva il cuore quel trovar

vero ciò ch'egli aveva al Menclozzo con tanta sicurezza disdetto. Più

che mai fuori di sè, figgendo gli sproni nella pancia al cavallo, il

precipitò di foga traverso ai frumenti spigati, evitando la brigata

abborrita. Allora fu che lo notò Grillincervello, ma non potè

intendere le imprecazioni, che non solo col pensiero, ma colla voce, ossia

con un rantolo, con un gorgolìo inarticolato, slanciava contro di loro

Alpinolo.

Siffatto, per viette non usate egli giunse a Mombello: in mezzo al cortile

balzò dal cavallo, e senza por mente a questo, così come era

polveroso e affiatato si presentò alla Margherita. Era la prima volta

ch'e' si permettesse con lei simile eccesso di famigliarità: ma era

anche la prima volta che per lei concepisse altro sentimento che di

venerazione. Non appena però si vide incontro il soave e sicuro aspetto

di quella bellissima, ancora un non so che turbato dalla visita ricevuta, a

guisa d'un bel cielo sul cui zaffiro la passata bufera lasciò tuttavia

qualche nuvoletta, ogni sdegno fu quieto in Alpinolo, ogni sospetto

dileguato: e come era stato subito a supporre il male, altrettanto subito

rimproverava sè stesso acerbamente d'aver potuto un istante dubitare di

quell'angelo. Chinò dunque gli occhi, quasi indegno si credesse di

fissarla; ma pure non potè lasciare di dirle:--Anche qua Luchino?»

La Margherita, colla dignità della virtù a cui non giungono

gl'insulti direttile, alzò il capo, e in tono di dolce rimprovero

esclamò:--Alpinolo! questa parola avrebbe potuto venire da tutt'altri:

ma da voi non l'avrei mai temuta».

Ruppe in singhiozzi Alpinolo, e le si gettò ai piedi chiedendole

perdono: narrò il sospetto, intese la spiegazione: e il conchiuso dei

loro discorsi fu ch'egli subitamente istruisse d'ogni cosa frà

Buonvicino. Non era scorso il domani, che Buonvicino era venuto alla

Margherita, e persuasala a pigliare i passi innanzi, e ridarsi senza indugi

alla città, come ella fece, tenendovisi ignorata nel chiuso palazzo

finchè ritornasse il marito.

Luchino pochi giorni tardò a rivenire all'assalto, pieno di una

contumace fidanza. Accostandosi a Mombello, trova un silenzio perfetto: le

finestre chiuse: nessuna bandiera sulle torrette. Luchino comincia a

sbuffare dal dispetto, Grillincervello dalle risa: questo lancia il suo

somaro, e poco poi torna indietro riferendo:--L'uscio è imprunato,

domine, c'è la faccia di legno.» Sviano dunque, e venuti alla corte

rustica domandano al gastaldo che n'è della signora del luogo.

--È partita.

--Quando?

--Jer da sera, eccellentissimo.

--Per dove?

--I fatti dei padroni io non li cerco, io.

--Ma non aveva ella disposto per rimaner qua dei giorni molti?

--Anzi dei mesi, eccellentissimo.

--Onde dunque l'improvvisa risoluzione?

--I fatti dei padroni io non li cerco, io. Mio dovere è obbedire,

eccellentissimo».

Troppo rincresceva a Luchino che altri dovesse accorgersi d'un torto

fattogli, d'un mancatogli riguardo; sicchè mostrò di pigliare la cosa

in riso; e prese a celiarne egli stesso, a lasciar quasi intendere che

ciò fosse un accordo, un'intelligenza. Ma questa necessità del

fingere ne aizzava tanto più lo sdegno, e pieno di maltalento, giurava

pigliar vendetta di quello che chiamava oltraggio. Legna al fuoco

aggiungevano quinci i lazzi del bigherajo che non si rassegnava a comparire

ingannato, quindi il vile cortigiano Ramengo, che, per sue ragioni malvolto

verso la Pusterla, sapeva con arte fina esacerbare contro di lei il

principe, sperando addensare un turbine sul capo della innocente.

Nè la speranza scellerata gli fallì. Da quel punto l'amore, dirò

meglio, il voluttuoso capriccio di Luchino, attraversato, si converse in

fiera collera: e con profonda atrocità si propose, così in generale,

di perdere quella infelice. Occasioni di nuocere a un nemico non vengono

scarse al potente, e pur troppo gliene offrono talora le stesse vittime

designate, talora gli amici di quelle. Fu il caso.

Alpinolo, coll'impeto sconsigliato a lui naturale non si limitò ad

adempiere la commissione di Margherita: la quale anzi gli aveva ingiunto di

risparmiare a suo marito la cognizione d'un oltraggio, per resistere al

quale ella sentiva abbastanza forte sè stessa, non abbastanza forte lo

sposo per accoglierlo come uom deve, o per legittimamente punirlo. Ma se a

lei la prudenza insegnava a rivelare il men che si può de' guai

irremediabili, Alpinolo era invece persuaso che il mostrare le piaghe

equivalga a rimediarvi. Non appena dunque ebbe inviato frà Buonvicino

alla signora, senza farne motto ad alcuno tornò fuori di città, e

tirò per la più breve a Verona.

Senza dar riposo mai al suo corpo, senza distinguere il fitto meriggio

dalla notte più fonda, stancando la cavalcatura, non l'indomito suo

corpo, scorreva paesi e paesi, ma ancora più a furia trasvolava il

pensiero, in un delirio di fantasie, vie più incitato dalle memorie dei

luoghi per cui traversava.

In Crescenzago era morto Matteo Visconti:--Anch'essi questi grandi, questi

prepotenti finiscono come l'ultimo della plebe. Oh se anche adesso il papa

volesse parlar alto, e quando uno si fa tiranno, negargli le consolazioni

della religione, la comunione coi fratelli!» A Gorgonzola il re Enzo era

caduto prigione dei prodi Lombardi:--Ora vanno essi a prigione dei

principi». Al ponte di Cassano i Milanesi avevano respinto Federico

Barbarossa; una lega benedetta dalla croce, v'avea fiaccato l'orgoglio di

Ezelino...; Treviglio stava libero ancora;--Possa conservarsi!»

Così al forte di Caravaggio, così a quelli di Mozzanica e d'Antignate

erano accoppiate ricordanze, vive perchè recenti, perchè ripetute dai

padri ai figliuoli.

Scorrendo il territorio bergamasco, Alpinolo si ricordava di quando

v'accorreano d'ogni parte gl'inviati della città, per giurare a Pontida

la reciproca difesa. Brescia gli tornava a mente i figliuoli, attaccati dal

Barbarossa innanzi alle macchine murali, e nullostante percossi dai

genitori, affinchè la pietà paterna non guastasse la patria

libertà. Il lago di Garda, le rôcche di Lonato, del Sirmione, di

Peschiera, di Castelnuovo per cui passò, le tante altre onde vedeva irte

le alture, gl'inspiravano un fiero coraggio, un orgoglioso dispetto,

paragonando il passato col presente; vedendo tutto oro in quello, in questo

tutto fango e sozzura.

Alle mura dei borghi e delle città, ai palazzi del Comune, ai tempj, ai

canali che crearono la fertilità d'intere provincie, egli

domandava:--Chi vi ha compiti?» e tutti pareangli rendere una sola

risposta:--La libertà. Ma ora (soggiungeva nella infervorata fantasia)

perchè non altrettanto? perchè le braccia non basterebbero ad

abbattere questi tirannetti che minacciano tremando? e render alla patria

le franchigie e il primitivo splendore?.... Perchè siamo divisi».

Al mezzo del seguente giorno pervenne a Verona, dove, per usar una frase

diplomatica, regnava l'ordine sotto la tirannia dei signori della Scala.

Capo della fazione guelfa in Italia era di quei tempi Roberto re di Napoli,

della ghibellina gli Scaligeri e i Visconti. I Guelfi (e chi nol sa?)

teneano col papa, i Ghibellini coll'imperatore, secondo credevano che l'un

o l'altro potesse meglio giovare alla patria ed alla libertà. Ma poi e

papa e imperatore erano stati messi da banda: il primo risedendo in

Avignone, allontanava la speranza di proteggere l'Italia o forse d'unirla

in un solo dominio: gli altri, senza nè forza, nè denari, nè

opinione, solo si reggevano in quanto erano sostenuti dai diversi

principotti; onde, conservando pure gli antichi titoli di fazione, e Guelfi

e Ghibellini non miravano che a crescere in dominazione.

Estendere la loro su tutta Italia era l'intento sì dei reali di Napoli,

sì dei signori di Milano e di Verona: ma appunto per ciò si

contrastavano gli uni gli altri; di modo che la politica, la quale, nei due

secoli precedenti, aveva operato a passioni ed entusiasmo, in questo era

ridotto a calcolo e ponderazioni; e gl'Italiani avevano inventata quella

bilancia di poteri, che divenne poi norma universale in Europa, e fu non

poche volte sostituita al diritto e alla giustizia.

Lunghi e fieri contrasti avevano tolto il re Roberto dalla speranza di

signoreggiare tutta Italia; ora a ciò avevano l'occhio Mastin della

Scala, e Luchino Visconti. Era Mastino succeduto a Cane suo zio, quel _gran

lombardo_, la cui cortesia fu il _primo rifugio e il primo ostello_

dell'esule Allighieri: e nessuna delle virtù, ma tutti i talenti n'aveva

ereditato e l'ambizione: comandava a nove città, state capitali

d'altrettante repubblichette, e ne traeva in gabelle settecentomila fiorini

d'oro; potè mandare a spedizioni lontane fin quattromila cavalli; e

chiesto dai Fiorentini di vender Lucca per trecensessantamila zecchini,

rispose non aver bisogno di quelle miserie.

Conveniente a tanta ricchezza era lo splendore di sua Corte, ove dava anche

magnifico ricetto agli uomini illustri, costretti ad esulare dalla patria,

assegnando a ciascuno agiati appartamenti, con dipinture allusive al loro

stato e grado; e sino a ventitrè signori vi si trovarono raccolti una

volta, i quali avevano tenuta, e per varie guise perduta la dominazione di

qualche città.

Non è qui il luogo di descrivere le arti, per cui andava acquistando

preponderanza sull'Italia, del cui dominio erasi lusingato a segno, che

fece preparare un diadema tutto gioje per coronarsene re. Ma una lega degli

altri principi, istigata dalla gelosia dei Visconti, gli ruppe il disegno;

del che egli voleva il maggior male ai signori di Milano, e non cessava di

scalzarne l'autorità. La mossa mal riuscita di Lodrisio fu tutta

maneggio di Mastino: ma fallita quella, perduta anche Padova, conobbe che

non era il caso di usare la forza aperta; e voltosi agli scaltrimenti,

propose patti. Per conchiudere questi era stato da Luchino, siccome

vedemmo, prescelto il Pusterla, sì per allontanarlo dalla moglie, sì

ancora perchè, conoscendo come costui non gli fosse troppo affezionato,

si persuadeva condurrebbe la cosa tanto tiepidamente, da non istringer un

nodo al quale nè egli era inclinato da vero, nè vi credeva inclinato

lo Scaligero, di cui anzi sempre nuove macchinazioni gli venivano

all'orecchio.

Che se Mastino cercava pace, v'era stato indotto anche dalla scomunica

lanciatagli dal papa, perchè, il 27 agosto 1338, esso e Alboino fratel

suo aveano per le vie di Verona, scannato il vescovo Bartolomeo della

Scala, per astio privato, dando poi voce ch'egli tenesse intelligenza coi

Veneziani e i Fiorentini per consegnare in man loro Verona, ed ammazzare i

due signori. Della scomunica ei si risero da principio; ma quando videro le

loro cose andar a fascio, pensarono davvero a torsela di dosso col

sottoporsi a pubblica penitenza.

Grave penitenza, giacchè richiedeva che, per quaranta giorni, portassero

dì e notte il cilizio, andassero scalzi e col cappuccio sugli occhi;

giacessero sul pavimento; non lavarsi, non radersi, non tagliare l'unghie,

non conversare, non accostarsi alla moglie, sedere per terra; sul desco

ignudo non mangiare, nè carni, nè uva, nè cacio, nè pesci; puro

pane e acqua tre giorni la settimana; levarsi al tocco del mattutino,

assistere agli uffici fuor di chiesa, oltre recitare certe orazioni.

Però non appena essi impetrarono perdono, la penitenza fu mitigata; e il

dì che Alpinolo vi giunse fu appunto quello in cui essi Scaligeri

facevano l'ammenda imposta. In camicia, a capo nudo, esso l'incontrò

fuori la porta di Verona, donde fino alla cattedrale andarono con in mano

un doppiere acceso, di sei libbre, e facendone portare innanzi a sè

altri cento somiglianti. Venuti poi alla chiesa (era domenica e tempo di

messa solenne) offersero quei ceri, chiesero perdono ai canonici, e furono

ribenedetti. In aggiunta dovevano, entro sei mesi, offrir a quella chiesa

un'immagine di nostra Donna d'argento e dieci lampade, con una rendita

bastante a tenerle accese: e istituirvi sei cappellanie con venti fiorini

d'entrata ciascuna. L'anniversario dell'uccisione del prelato, ciascuno dei

due peccatori dovea nodrire e vestire ventiquattro poveri: digiunare tutti

i venerdì: se mai si facesse il passaggio in Terrasanta, mandarvi venti

cavalieri, mantenuti per un anno. Il papa di rimpatto, oltre assolverli, li

nominava vicarj, essendo vacante l'impero, contro un annuo tributo di

cinquemila fiorini.

Acconciatosi anche col pontefice, tanto meno si sentiva Mastino la voglia

di accettare i gravi patti proposti dal Visconte. Era dunque mancato il

principale oggetto dell'ambasceria del Pusterla, sebbene riuscisse in una

commissione segretamente affidatagli da Luchino; ed era di ottenere che lo

Scaligero non lasciasse più uscire dai suoi Stati Matteo Visconte,

fratello di Barnabò e di Galeazzo, inviato anch'esso in aspetto di

ambasciatore, ma in fatto perchè a Milano egli dava ombra allo zio.

Fino a servire alle segrete intenzioni ed ai sottofini di Luchino erasi

lasciato indurre il Pusterla dall'ambizione, dal piacere di piacer al

padrone. Ora pensate qual dovesse egli rimanere allorquando Alpinolo, colle

vive tinte somministrategli da un'esagerata immaginazione, a sbalzi, a

scosse gli espose gli osceni tentativi di Luchino. Nessun maggiore dispetto

che sperimentare ingrato colui, per cui vantaggio siasi commesso

un'ingiustizia, un peccato. Lo provava Franciscolo, il quale esacerbato

contro Luchino quanto dianzi trovavasi a lui ben vôlto, scoprendo essere

un nuovo oltraggio quello ch'esso aveva accettato per una riparazione degli

oltraggi antichi, risolse senza più di abbandonare il suo posto e

tornare alla città, pieno di truci pensieri, e della speranza non solo

di ovviare lo scorno, ma di potersene vendicare.

Margherita Pusterla: Racconto storico · 第 16 / 62 题