LA CONVERSIONE.

Con questo martello passò Buonvicino la giornata: invano procurò

divagarsi in altre cure, in differenti pensieri. La notte non chiedetemi se

velasse le pupille; nè il dì seguente fu più tranquillo, o

l'altro, o l'altro. Aspettava una risposta, e la risposta non sapea venire;

temeva, sperava; e quel rimanere sospeso gli venne alfine così

tormentoso, che, per togliersene fuori, pareagli avrebbe sofferto meno di

mal animo la certezza del peggio. Alcuna volta per uscire dalla

perplessità, proponeva di recarsi a lei; pareva deliberatissimo, indi

mutava pensiero; tornava a risolvere, movevasi, usciva, s'avviava per quel

quartiere, giungeva a quella via mozza,--un'occhiata alla porta, un

sospiro, e passava.

Dopo tanti pentimenti e ripentimenti pure trovò il coraggio di entrare.

Come gli tremavano le ginocchia, come gli bollivano le tempia nel breve

tragitto dalla via all'ingresso! il rimbombare del ponte levatojo sotto i

suoi passi pareagli una voce di sconsiglio, di minaccia; salendo lo

scalone, dovette appigliarsi alla sbarra, perchè gli si annaspavano gli

occhi; vi era entrato sempre con tanto cuore, con sì serena

baldanza!--Ch'io non sia più uomo?» disse fra sè; e col muto

rimprovero rinvigorita la volontà, accostossi all'anticamera, ed ai

famigli chiese della Margherita. A lui non tenevasi mai la porta: onde,

rispostogli che la dama stava nel salotto, mentre un paggio correva ad

annunziarlo, un altro ve lo introduceva.

Era un salotto capace, coll'altissima soffitta di travi maestrevolmente

intagliate e dorate; le pareti coperte di corami a rilievi di colori e oro;

un tappeto orientale era steso sul pavimento; un fino cortinaggio di

damasco cremisino ondeggiava sopra gli usci, e innanzi alle spaziose

finestre, fra' cui telaj arabescati, e i piccoli vetri rotondi penetrava la

luce temperata. Sul vasto focolare lentamente ardeva un ceppo intero,

diffondendo un tepore ancora gradevole in quella prima stagione. Macchinosi

armadj di noce ed eleganti stipi di ebano intarsiato ad avorio, e messi ad

argento e madreperla, erano addossati alle pareti: qui e qua alcuni

tavolini, e qualche gran seggiola a bracciuoli ed orecchioni, somiglianti a

quelli che oggi la comodità o l'imitazione ritorna di moda.

In una di queste sedeva la Margherita, in abito di semplice eleganza; e

poco da lei discosto, muta e indifferente come una decorazione, sovra umile

sgabello lavorava una damigella. Margherita pareva allor allora avesse

deposto sul predellino il tombolo, sul quale coi piombini stava tessendo

trine, occupazione prediletta delle sue pari, ed erasi recato in mano un

libriccino di pergamena, riccamente rilegato, con borchie d'oro, cesellate

finamente.

Senza levar gli occhi da questo,--Benvenuto!» esclamò con accento

melodioso, e con un molle chinar di capo, allorchè il paggio, alzando

l'usciale, ripetè il nome del cavaliero che introduceva. L'agitazione

propria non permise a Buonvicino di notare se nel suono della voce di lei,

qualche tremito annunciasse l'interno commovimento: ma, per legare

discorso,--Qual è, madonna, (le chiese) il libro che ha la fortuna di

occupare la vostra attenzione?»

--È (rispose ella) il dono più caro di che mio padre mi presentasse

quando venni sposa. Caro padre! negli anni di sua senile quiete, occupava

d'ogni dì qualche ora a scriverne una pagina; coll'accuratezza che voi

vedete, miniò egli stesso e indorò queste lettere capitali; sono di

sua mano questi ghirigori del frontispizio: ma il meglio, oh il meglio son

le cose che vi ha vergate, col titolo di _Consigli a mia figlia_. E me lo

consegnò coll'ultimo bacio, allorchè mi congedò dalla sua casa a

questa. Pensate s'io mel tenga prezioso! Anzi, poichè la ventura vi

guidò in buon punto, parrei troppo ardita se, avendo voi ozio, vi

pregassi a farmene un poco di lettura?»

Un desiderio della Margherita era sempre il suo: quanto più questo, che

lo toglieva da una situazione tanto penosa e impacciata? Accostato adunque

uno scannello, tosto si fu seduto poco lontano da lei. Margherita riprese

le sue trine, la damigella continuava a cucire, e Buonvicino, con avido

movimento pigliato il libro, seguitando là appunto ove la dama mostrava

d'averne sospesa la lettura, a voce alta incominciò:

--_Ma sia pure, figliuola mia, che la passione ti tolga di mente quel Dio

che chiamasti testimonio de' giuramenti fatti allo sposo: non badare nulla

agli uomini, i quali, senza udire le discolpe, ti condanneranno

all'inappellabile tribunale dell'opinione: deva pure il tuo consorte

ignorare per sempre i torti tuoi--qual sarai tu con te stessa? Consumato

appena il fallo, addio serenità; cento timori ti assalgono; a cento

menzogne ti trovi costretta; e un passo dato in sinistro a mille altri ti

conduce_. _Tante ore passavi col marito in quella mite gioja senza

ebbrezza, che solo in grembo alla virtù si ritrova; con lui dividendo,

alleggerivi le tribolazioni, retaggio dell'uomo nell'esiglio. Ora egli dee

venirti odioso, egli continuo rimprovero del tuo peccato, egli la cui vista

ti rinfaccia un giuramento, onde libera ti legasti seco, e che poi sleale

hai violato. Se d'altro t'incolpa, se ti bistratta, vorresti giustificarti,

ma la coscienza ti grida che meriti ben di peggio. Se ti accarezza--oh qual

cosa di più straziante che le fidenti carezze d'un oltraggiato? I suoi

affettuosi abbandoni lacerano l'anima tua ben peggio che i corrucci, che

l'oltraggio, anzi, più che un pugnale. La notte, nel letto testimonio di

sereni riposi, quieto, sicuro egli ti dorme a lato:--dorme quieto, sicuro a

lato di colei che l'offese, che lo detesta come ostacolo alle fantastiche

sue felicità. Ma il placido dormire non è più per te; egli è

là per rimproverarti tacendo. Nelle penose ore della lunga veglia,

t'ingegni stornare il pensiero sulle cure della vita, sui passatempi;

cerchi bearlo in quell'oggetto che chiami il tuo bene, e ch'è causa

d'ogni tuo male; ma in ciò pure che dubbj, che delirj! Degli affetti

suoi chi ti assicura? Te n'ha egli neppur dato prove quante il marito?_--Mi

amerà, _tu dici_, perchè l'amo io.--_Oh, non t'amava il tuo sposo? e

lo tradisti. Bene; e se l'amico tuo ti trascuri e ti disprezzi, cosa gli

dirai tu? rimproverarlo d'infedeltà, rinfacciargli i giuramenti? Ma il

bene stesso che gli vuoi non è un'infedeltà, uno spergiuro? Allora

abbandonata da esso, ove ricorrerai? allo sposo ingannato? ai figliuoli

posti in dimenticanza? alla pace domestica demeritata?_

_Tali sono le tue veglie. E quando pure il sonno dà tregua alla fatica

dei pensieri, che sogni! che visioni! Tu ne balzi atterrita, e fissi gli

occhi sullo sposo. Oh! forse, tra il dormire, ti uscì dal labbro una

parola che tradisse il tuo segreto; lo guardi spaventata, egli guarda te

carezzevole, e ti domanda: _Che hai?_--Oh l'animo tuo in quel punto!_

_Ed ecco intorno i pargoletti, cari, vezzosi, dolcissima cura, abbellimento

e delizia della vita. Tu li carezzi, li carezza il padre; li bacia, li

palleggia, ne guida i primi passi: insegna alle labbra infantili a ripetere

il suo nome, il tuo, con essi viene a ricrearsi dalle sollecitudini dei

negozj; all'innocenza loro cerca il balsamo quando il nausearono la

prepotenza, l'orgoglio, la doppiezza degli uomini. E ti dice:_ Diletta mia,

quanto è soave questa età; quanta affezione ci lega al nostro sangue!

_Miserabile! perchè impallidisci?_

_Poi coll'immaginazione egli previene il lampo, quando, gia' vecchio, si

vedrà ringiovanire in quegli esseri amati, e guidato a mano da loro,

ritesserà la tela della vita_: Essi saranno buoni, è vero, diletta

mia? buoni come la loro madre; e consolazione nostra come essa fu sempre la

mia.

_Che? tu chini la fronte? arrossisci? premi al seno il più piccino, non

per impeto d'affetto, ma per celare il turbamento del viso? Suvvia, sta

ferma: che temi? Dio non v'è, o non cura, o perdonerà per un sospiro

che gli darai quando il mondo ti avrà abbandonata. Gli uomini non ne

sanno nulla: nulla mai ne saprà il tuo consorte... Oh ma che importa? Lo

sa la coscienza tua: te lo rinfaccia con voce insistente che non puoi

soffocare, cui non sai rispondere: essa ti mostra davanti una strada di

menzogne e di raggiri, per cui sei costretta a scendere più rapida,

quanto più inoltri nel declivio: vorresti fermarti e non puoi... Guai,

guai se ti porta fin là, dove neppure ti giunga la voce della

coscienza._

_A ciò, figlia mia, a ciò vuol ridarti colui che tenta rapirti

all'amore del tuo sposo.--E costui, ti ama?_

Grosse stille di sudore gocciavano dalla fronte impallidita di Buonvicino

mentre leggeva: il cuore gli si serrava: sentivasi mancare: più e più

fioca gli diveniva la voce; qui alfine del tutto gli mancò. Depose il

libro, o piuttosto se lo lasciò cascare di mano: rimase cogli occhi a

terra confitti, nè per alquanti minuti potò riavere la parola.

Margherita seguitava ad aggruppare i fili, muovere i piombini, trapiantare

gli spilli del suo lavoro, studiando mostrarsi tranquilla: ma chi v'avesse

posto mente, dallo scompiglio dell'opera avrebbe argomentato allo

scompiglio dell'interno. Neppure a Buonvicino poterono rimanere inosservate

alcune lagrime che, per quanto ella si ingegnasse di rattenere, le caddero

dagli occhi sul lavoro.--Qual merito avrebbe la virtù, se le sue

vittorie non costassero nulla?

Dopo un intervallo di silenzio, egli si alzò; e facendosi forza quanto

poteva maggiore per rendere salda la voce,--Margherita (esclamò) questa

lezione non sarà perduta: quanto mi basterà la vita, ve ne avrò

obbligazione».

La dama levò sopra di lui uno sguardo di quell'ineffabile compassione,

che forse prova un angelo quando osserva l'uomo, alla sua tutela commesso,

inciampare nella colpa, da cui prevede che frappoco risorgerà, bello del

pentimento. Poi, non appena Buonvicino fu uscito, non appena intese

l'imposta rabbattersi sull'osservata orma di lui, concesse libero sfogo

all'affanno, sin allora penosamente compresso: si alzò, corse alla culla

ove dormiva il suo Venturino, lo baciò, lo ribaciò, e sulla tenera

faccia del vezzoso infante lasciò sgorgare un torrente di lagrime;

ultimo tributo che pagava alle memorie della gioventù, a quei primi

affetti che aveva lusingati perchè innocenti. Una madre, nei pericoli

del cuore, a qual asilo più sicuro può riparare, che all'innocenza

de' suoi bambini? E il bambino aprì gli occhi, quegli occhi di

fanciullo, in cui il cielo pare riflettersi in tutta la serena limpidezza;

fissò, conobbe la madre, e gettandole al collo le tenere braccia,

esclamò:--Mamma, cara mamma!»

Quella parola come sonava in quel momento preziosa, illibata, santa alla

Margherita! Tutta ne godette la voluttà; in quella trovò di nuovo la

calma, la sorridente tranquillità d'un cuore che, il momento dopo la

procella, esulta d'esserne uscito illeso.

Buonvicino andossene come fuori di sè: non distinse la scala, i servi,

la porta, la via; errò lungo tempo come il caso lo portava, senza

vedere, senza udire. Era, non so se l'abbiamo accennato, il giovedì

santo, giorno di universale compunzione, quando, siccome oggi ancora molti,

così tutti in quel tempo solevano girare alla visita dei sepolcri, in

cui si cela il Sacramento, per commemorazione di quel glorioso, ove stette

riposta la salma dell'Uom Dio, nel dì che fu consumata la rigenerazione

del genere umano. Torme d'uomini, di donne, di fanciulli, poveri, cenciosi

e mezzo ignudi, contadini in zoccoli e giubbone di stamina, cavalieri in

ricco abito dimesso, senza piume, senza le armi, empivano le strade, quali

solitarj, quali a coppia, in fila o a disordinate torme seguitando una

croce, da cui, tolto il divino peso, cascava un sindone a festone. I più

camminavano scalzi, molti non d'altro coperti che d'un sacco; alcuno

ripeteva ad alta voce il rosario, e un disaccordo di voci piagnolose gli

rispondeva: altri intonavano lo _Stabat Mater_ e i salmi del re penitente:

o mormorando in tono compunto il _Miserere_, ad ogni verso si percotevano

le spalle con flagelli di corde aggruppate: alcuno, quasi ciò fosse

poco, ravvolto sino al capo in ruvido traliccio e cosperso di cenere, si

avviava lento con dietro due o tre famigli e confratelli, che tratto tratto

gli scagliavano sul dorso staffilate a tutta forza. Ed ecco comparivano

numerose confraternite di maschi e donne imbacuccati, schiere di frati e di

monache non legate alla clausura: e tutti nude le piante, le mani giunte,

gli occhi a terra, scoronciando, cantando, singhiozzando.

In tal modo passavano da una all'altra delle sette basiliche principali, di

cui le più rimanevano allora fuori del recinto della mura; e giunti in

ciascuna, fra le adorazioni che vi prestavano, e le memorie del maggior

mistero di amore e di espiazione, raddoppiavano le preci, il canto, il

piangere, il gemere, il picchiar dei petti, il flagellarsi.

Da ciascuna parrocchia poi venivano alla visita lunghe processioni; in

tutte era un uomo vestito da Cristo, con un pesante crocione sulla spalla:

e intorno a lui donne che figuravano la Vergine, la Maddalena, santi d'ogni

età, d'ogni nazione, innalzando gemiti di pietà: nel mentre altri,

vestiti alla foggia che i molti pellegrini avevano veduto usarsi in

Palestina, dovevano figurare i Giudei, Pilato, Erode, Longino, il Cireneo;

e ciascuno rappresentava secondo il suo personaggio, e proferiva strane

parole, interrotte dai gridi, dai singhiozzi degli spettatori, da un

frastuono di raganelle e di mazze percosse per le muraglie e contro le

porte, onde i fanciulli in frotta manifestavano l'incomposta loro

devozione.

Un saltambanco cieco, montato sur un tavolotto, con una tal quale flebile e

monotona cantilena ripeteva una composizione, rozza se poteva essere, e che

oggi desterebbe sorriso e disprezzo[6], allora moveva lacrime di devota

compassione. L'intenta plebe si affrettava di gettar un quattrino nel

bossolo del povero cieco: ad alcuni di quei robusti uomini, educati o

cresciuti per la guerra, che non avevano mai compatito ai travagli veri e

presenti dei loro simili, ora udendo rammentare le volontarie pene

dell'Innocente, s'imbambolavano gli occhi: e taluno, battendo la scabra

destra sull'elsa della spada, esclamava:--Oh che non éramo là noi a

liberarlo!»

Frati intanto, o palmieri coperti del sarrocchetto, profittavano di

quell'ardore, di quel commovimento per dipingere gli orrori onde avevano

veduta oppressa la Terrasanta dai Musulmani, e incoravano chi avesse fede a

voler redimerla col ferro, o almeno coll'oro sollevarla.

In mezzo a questo brulichìo di popolo, a questa bizzarra mescolanza di

cose le più serie con burlesche, carattere dei mezzi tempi; fra lo

spettacolo grandioso di una gente intera che si condolea dei patimenti di

tredici secoli fa, come fossero di jeri, passava Buonvicino, ora

lasciandosi dalla calca trasportare, ora fendendola a ritroso, ma

coll'occhio a terra, quasi temesse incontrar un accusatore in ogni volto

che fissasse: assorto ne' suoi pensieri così, che uno, al mirarlo, potea

crederlo più di tutti compreso dalla pietà universale. Era in quella

vece un travaglio fiero, insistente, di fantasie, di sgomenti, che gli si

stringevano attorno come la folla ond'era circondato. Ma dalla folla si

sviluppò alla fine, e cacciossi fuori della città. Il sole piegava al

tramonto; un vento impetuoso, come suole di quella stagione, fischiava tra

i rami delle piante, ove appena cominciava a rifluire il succhio vitale, ed

agitava le erbette rinnovate al raggio del sole, che, dopo il torpore

invernale, le fomentava traverso un aere, la cui limpidezza non era

offuscata ancora dalle crasse esalazioni dei prati marci.

Quivi trovata alfine la solitudine, tanto desiderata agli animi commossi,

abbandonavasi Buonvicino ai suoi sentimenti,--sentimenti opposti di amore,

di dispetto, di gioje, di tribolazioni, di speranze, di ripetio. Sedeva,

girava, meditava: or rivolgeva gli sguardi sopra la città, sulle torri

ove ammutolivano i sacri bronzi; sugli spaldi ove le ronde passeggiando, a

intervalli gridavano e si rispondevano, _Visconti, Sant'Ambrogio_. Questo

grido ritraendolo a pensare ai mali della sua patria, lo svagava un istante

da' suoi proprj:--ma i mali della patria non erano gran parte, anzi la

maggior parte de' suoi? Riandava i tempi della passata libertà,

paragonandoli ai troppo diversi che ora gli pesavano sopra, ed ai peggiori

che vedeva avvicinarsi; ricorreva le balde speranze giovanili, quando si

figurava libero in libera patria, e giovare col braccio e col consiglio i

suoi cittadini, salire ai primi onori, meritar lode e gloria nel

pubblico:--in privato poi... E qui tornava alla Margherita, a lei ancora

fanciulla, ancora un bocciuolo di rosa che da lui aspettava l'alito

vivificatore: un cuore innocente, che ad una sua parola poteva sorgere al

pieno sentimento di una intemerata felicità.--Ah! tutto era disparso;

disparsa la pubblica speranza, disparsa la domestica contentezza.--Ella,

almeno, ella sia felice, e goda anche la porzione di bene che a me fu

negata.--Felice?... bene?... Ed io, sciagurato, io osai d'insidiarne la

purezza? io aspirai a turbare per sempre la tranquillità di lei, d'un

amico?»

Fra questi e somiglianti pensieri, Buonvicino si accostò alla postierla

di Algiso, come chiamavano quel ch'è oggi il ponte di San Marco; ed

entrato, si trovò di fianco alla chiesa degli Umiliati di Brera. Nel

giorno e nell'ora che Buonvicino vi capitò, pochi devoti, quelli solo

cui l'età o le occupazioni impedivano di visitare cogli altri le sette

chiese, traevano qui ad offrire la solinga loro preghiera a Colui, che

tutte e da per tutto le ascolta.

L'ordine degli Umiliati era nato in Milano, circa tre secoli prima, da

alcuni laici congregatisi a far vita devota in case comuni, ove le donne

non erano dagli uomini appartate. San Bernardo, quando viaggiava

persuadendo l'Europa a precipitare sopra l'Asia per impedire che la

mezzaluna prevalesse alla croce, Maometto a Cristo, la civiltà alle

barbarie, dettò qui agli Umiliati le regole, per cui alcuni vennero unti

sacerdoti, segregati i due sessi; onde rimase formato il secondo Ordine, di

cui erano questi, che sovra un _prædium_, e vulgarmente _breda_ o

_brera_, avevano fabbricato il convento che conservò l'antico nome. Il

terzo Ordine riconosceva per istitutore il beato Giovanni da Meda, che

nella casa di Rondineto, oggi collegio Gallio a Como, fondò i preti

Umiliati. Tanto crebbe l'Ordine, che nel solo Milanese possedeva ducenventi

case (case e canoniche chiamavano i loro conventi), e in ciò si

distingueva dagli antichi di san Benedetto e dai recenti di san Domenico e

san Francesco, perchè dedito per istituto all'operosità manufattrice.

La seta in quei tempi era cosa rara, e una libra pagavasi fino a 180 lire:

nè Milano pare ne abbia posseduto manifatture prima del 1314, quando

molti Lucchesi, avendo perduta la patria per la tirannide di Castruccio, si

sparsero per l'Italia portandovi quell'arte che già tra loro fioriva.

Vivissimo all'incontro era in queste parti il traffico e il lavorìo

della lana, e gli Umiliati ne facevano la parte maggiore. Nel 1305, questi

di Brera appunto avevano inviato alcuni dei loro a piantare manifatture

sino nella Sicilia: per Venezia spedivano a tutta Europa gran quantità

di panni, e guadagnavano immense ricchezze, con cui compravano immensi

poderi, soccorrevano i bisognosi, e potevano persino, nelle debite

proporzioni, prevenir quello che fece la Compagnia delle Indie in

Inghilterra col servire di somme il patrio Comune, Enrico VII imperatore ed

altri sovrani.

Gran credito perciò godeva quest'Ordine; e sovente ai membri di esso

affidavasi pubbliche incombenze, singolarmente di riscuotere le gabelle,

percepire i dazj all'entrata della città, trasportare peculj, conservare

pegni. Ma essendo d'ogni istituzione umana il corrompersi, tralignarono

anche gli Umiliati: le ricchezze bene acquistate furono convertite male:

all'operosità subentrarono l'ozio e i vizj che ne conseguono: immensi

tenimenti erano goduti in commenda da pochi prevosti che sfoggiavano in

lusso di tavola e di trattamenti: tanto che gli scandali che ne nascevano

indussero san Carlo Borromeo a domandarne l'abolizione nel 1570, destinando

gran parte dei loro beni a favore d'un Ordine allora nascente, i Gesuiti.

Questi pure, passato il loro tempo, vennero dal papa disfatti, e il

grandioso palazzo ch'essi avevano fabbricato a Brera, fu destinato

all'istruzione, all'astronomia, alle belle arti, di cui oggi sono colà

le scuole e i modelli.

Così ad un podere successe una manifattura, a questa l'educazione,

infine il culto del bello: sicchè quel palazzo può in alcun modo

segnare l'andamento della società.

A quel posto però, nei giorni di Buonvicino, sorgeva un monastero

disadorno secondo i tempi, e una vasta chiesa di stile gotico, lavorata di

fuori a marmi scaccati bianco e nero. Sui due campi laterali si vedea da

una banda il beato Rocco, pio pellegrino di Mompellieri, morto poc'anni

prima, dopo essere vissuto in continuo servizio degli appestati,

perlocchè veniva riverito e invocato come tutore contro i contagi che

allora di frequente ripullulavano; dall'altra un san Cristoforo, persona

gigante, con un Gesù bambino a cavalluccio; effigie che poneasi sulle

facciate e lungo le vie, perchè credeano che, al solo mirarla, desse la

buona andata, e preservasse dalla morte improvvisa.

Nel mezzo si apriva una portella, cui faceano stipite certi fasci di

colonnine ritorte a spira, con attorno fiori, rabeschi, uccelli; e che

sorreggevano un arco acuto, di sopra il quale sormontava un terrazzino,

sostenuto da due colonne dì porfido, le quali, invece di base,

impostavano sopra due grifoni in atto di spiegare le ali. Quel terrazzino

era il pulpito, da cui nei giorni festivi, i frati predicavano alla folla

concorsa in sul sagrato, all'ombra di un olmo centenario.

V'ha dei momenti, quando l'animo nostro è disposto, quasi direi

necessitato a meditare su tutto ciò che si affaccia ai sensi: le cose

medesime, che cento volte si erano vedute con indifferenza, toccano e

colpiscono.

Quante fiate Buonvicino era passato innanzi a quel piazzuolo, a quell'olmo,

a quella chiesa senza più che inchinarsi, come si usa ai luoghi

benedetti! Ora vi si fermò; tenne gli occhi sopra una porta che, di

fianco alla chiesa, introduceva al convento, e vi lesse scritto: _In loco

isto dabo pacem_.

La pace? non era quella ch'egli avea perduta? che andava rintracciando? un

momento di calma non era la più ambita delle dolcezze fra le sue

burrasche? Perchè non entrare laddove era promessa?

Ed entrò.

I conventi, in qualunque concetto voglia aversene la santità e la vita

contemplativa, erano un ricovero, a cui volentieri rifuggiva l'uomo

sbattuto dagli affanni; il loro silenzio, la devota quiete, quel distacco

dagli affari mondani, li faceva somigliare ad isole fra il turbolento mare

della società: e il cuore bersagliato dalla fortuna (onesta parola, onde

si velano la slealtà, l'ingratitudine, l'incongruenza degli uomini) vi

cercava, e spesso anche vi trovava il balsamo della dimenticanza.

Fra i duri casi di mia vita, non m'usciranno mai dalla mente otto giorni,

che volli vivere in un monastero. La situazione di quello, sotto

incomparabile temperie di cielo, ricreato dalla vista di un'ubertosa

amenità campestre e montana, contribuirono senza dubbio a rendermi la

tranquillità ch'io era venuto a domandarvi. Ma sotto quei portici

taciturni, in quelle fughe di corridoj, non popolati che da persone, in

ogni apparenza diverse da quelle che siamo avvezzi scontrare pel mondo,

sempre mi tornava al pensiero Dante Alighieri, quando, errabondo al par di

me, lasciata anch'egli ogni cosa più caramente diletta, anch'egli

indispettito colla patria e coi compagni di sua sventura, là per la

diocesi di Luni si assise in un chiostro a meditare. Dove un frate, vistolo

rimanere così a lungo osservando, gli si appressò chiedendogli:--Che

volete, che cercate, buon omo?»--Egli rispose:--Pace».

E per desiderio di pace Buonvicino si condusse sotto l'atrio, ove la

tettoja proteggeva i muricciuoli, disposti ai pitocchi che numerosi,

principalmente nella carestia d'allora, venivano per le zuppe ivi

distribuite ogni mezzodì. Sulle pareti d'allato vedeasi la storia, vera

o leggendaria della istituzione degli Umiliati: e chi oggi in quel palazzo

ammira i capolavori degli artisti antichi e le mediocrità dei moderni, a

fatica saprebbe figurarsi la rozzezza, onde allora v'erano pitturate a

guazzo certe immagini lunghe, smilze, in punta di piedi, senza movenze

nè scorci, senza ombre nè fondo nè terreno.

L'indovinare che cosa significassero non sarebbe stata facile impresa, se

non fossero venuti in soccorso caratteri e versi non meno grossolani. A

manritta dunque si mostrava un diroccamento di case, di mura, di chiese, e

la scritta _Mediolano_ indicava doversi intendere le rovine di questa

città, allorchè rimase desolata per opera dell'imperatore Federico

Barbarossa e de' suoi confederati, pur troppo italiani. Sul dinanzi, alcuni

in abito dimesso, parte in ginocchio, tutti colle mani giunte, avevano a

significare i cavalieri milanesi che, secondo la tradizione, fecero voto,

se mai la patria si rassettasse dalla schiavitù, di congregarsi a vita

di penitenza e di santità. Ciò dichiarava la sottoposta iscrizione in

questi che, almeno nell'intenzione dell'autore, erano versi:

Come diruto Mediolano

De Barbarossa cum la mano

Li militi se botano a Maria

Ke laudata sia.

Erano dalla banda sinistra figurate delle case, quali finite, quali ancora

in costruzione per indicare Milano, se distrutto dalle dissensioni, or

rifabbricato dall'affratellamento dei Lombardi: e una dozzina fra signori e

dame, non distinti che dal prolungarsi a queste la guarnacca bianca fino

sul tallone, mentre agli altri dava appena al ginocchio, recandosi a

braccio e in collo dei fardelli, cioè i loro averi, si dirizzavano ad

una chiesa, sovra la quale, fra certe nuvole che avresti scambiato per

balle di bambagia, appariva la Madonna, e la scritta diceva:

Questi enno li militi humiliati

Quali in epsa civitati

Solvono li boti sinceri.

Dicete un ave o passeggieri.

La rusticità dei versi e del dipinto non offendeva Buonvicino, a poco di

meglio abituato; poichè, sebbene fossero già vissuti Dante e Giotto,

ristoratori della poesia e della pittura; sebbene i canti di quello fossero

letti pubblicamente e commentati in Lombardia, e Giotto fosse venuto qui a

dipingere in Corte di Azone Visconti, non per questo il gusto era diffuso;

e non era l'infimo degli scolari di Andrino da Edesia pavese quel che aveva

eseguito il grossolano dipinto.

Bensì la storia quivi rappresentata rispondeva bene allo stato interno

del nostro Lando, talchè vi stette alquanto fiso in muta contemplazione.

Angiolgabriello da Concorezzo portinajo, allorchè lo vide accostarsi

alla soglia, si trasse da banda, dicendogli:--Iddio vi benedica»; ed

esso entrato, si trovò in un cavedio erboso, nel cui mezzo un pozzo,

presso al quale verdeggiava un agnocasto, arboscello che nei chiostri mai

non lasciavasi mancare, credendo giovasse a mantenere illibata la

castità. Tutt'intorno girava un portico in volta, sostenuto da

pilastrelli di cotto, sotto al quale altre immagini, del merito delle

prime, istoriavano la vita operosa d'alcuni santi, come san Paolo che

tesseva fiscelle, san Giuseppe intento alla pialla, i Padri dell'eremo che

faceano carità insieme trecciando foglie di palma.

Del resto ogni cosa quieta. Passeri a migliaia stormivano su per le

tettoje, mentre qualche rondine primaticcia aliava esplorando e meditando

il nido sotto quelle volte, ove mai non le era stato turbato: i numerosi

telaj, che si vedevano disposti negli spaziosi cameroni, riposavano in quel

dì, sacro al meditare: tratto tratto appariva alcun frate in tunica di

lana bianca: sovr'essa un'onestà, pur bianca, cinto i lombi d'una

coreggia, cogli zoccoli in piede e coll'aria di grande mestizia,

conveniente al solenne lutto di quel giorno. Erano avvezzi a vedere

estranei vagare per le loro case: non ne facevano meraviglia, non

domandavano, non temevano: la religione proteggeva le ricchezze ivi

raccolte, e rendea sacre le persone, che la divozione o la sventura vi

conducesse. Onde passavano da lato a Buonvicino, esclamavano _Pax vobis_, e

seguitavano la loro via.

Tutto questo insieme facea su Buonvicino l'effetto di un placido zefiro

sopra un lago mareggiante. Vagò osservando, riflettendo, e il suo passo,

dapprima frettoloso e incomposto, veniva lasciando la furia, e dando

indizio della calma che a poco a poco le subentrava. Udivasi fra ciò un

accordo di voci, ma fioco, lontano come uscisse di sotterra, intonare una

lugubre melodia; dietro al cui suono Buonvicino arrivò nella chiesa. Era

affatto oscura acciocchè meglio ajutasse il raccoglimento: nessuna

lampada, nessun cero luceva sullo spogliato altare: un bisbiglio di

preghiere, fatto da devoti che non si vedeano, ricordava gli angelici

spiriti che, nel giorno medesimo, furono intesi gemere invisibili nel

tempio di Gerusalemme quando moriva il loro Fattore. Nella confessione o,

come diciamo noi Lombardi, nello _scuruolo_, i frati ripetevano a muta le

lamentazioni di Geremia, e il racconto così semplice e così

appassionato della morte di Cristo.

Tentone si inoltrò Buonvicino, e appressatosi ad una delle sedici

colonne che in tre navate dividevano il tempio, trovata alcuna cosa, le si

inginocchiò davanti, e tastando si accorse esser un avello, con sopra

effigiato colui che in esso riposava. Era di fatto il sepolcro di Bertramo,

primo gran maestro generale degli Umiliati, che aveva loro dettate le

costituzioni, e si era addormentato in Dio nel 1257.

Sopra quell'urna appoggiato il capo, Buonvicino pianse, dirottamente

pianse. Una devota compunzione tutto l'aveva preso: il pensiero di un Dio,

di una fine che tutti aspetta, di un Giusto, soffrente per le colpe altrui,

di un dolore universale, era sottentrato al sentimento delle personali

affezioni, all'idea dei danni antichi, del recente errore, della patria, di

Margherita, di quanto il mondo l'aveva fatto godere e soffrire. Quel godere

del mondo (egli pensava) a che riesce se non a scontenti e noje? Qui invece

all'austerità della quaresima, al lutto di questi giorni, succederà

il tripudio, l'alleluja: l'altro domani, scontrandosi per le vie, l'un

l'altro saluterà esclamando: _È risorto!_--salubri penitenze che si

risolvono in una santa esultazione!

Ciò meditando, Buonvicino si sentì toccar il cuore, e fermò la

risoluzione di togliersi dal tramestio mondano, e rendersi tutto a Dio. La

sera non uscì dal convento; chiese d'esser annoverato tra i fratelli, e

l'ottenne; in breve fu vestito e professato. Persona di tal credito fu

tenuta un prezioso acquisto per la congregazione: la fama se ne diffuse

tosto, genza che destasse gran meraviglia, perchè non erano rari

somiglianti casi. I buoni ne benedissero il Signore; Buonvicino più fu

diletto dai suoi amici, più rispettato dai padroni; i malevoli stessi,

ora ch'egli più non dava ombra, ne confessavano i meriti e le virtù.

Egli, assaporando quella _pace di Dio che oltrepassa ogni intendimento_,

per alcun tempo attese alle cure comuni del nuovo suo stato; risolto poi di

ordinarsi prete, sì per esercizio di pazienza, sì per acquistare una

cognizione, buona a tutti, indispensabile a un sacerdote, prese ad

esemplare la Sacra Bibbia. Oh allora, che pascolo trovò all'intelligenza

e al cuore! Oltre la rivelazione delle superne verità, quanto conforto

ne trasse a' suoi casi, quante consolazioni! quanto impulso al bene! Nei

canti dei profeti sentiva continuo l'amor di patria, ond'esso aveva caldo

il petto; la sventura v'è ogni tratto ricreata di speranze;

l'ingiustizia che signoreggia, o manifesta, o colla maschera del diritto,

trova colà un continuo appello ad altri giorni, ad altro giudice;

concordia, amore, eguaglianza, giustizia, animano da capo a fondo quel

libro, nel cui studio frà Buonvicino, accorgendosi quanto gli uomini ne

deviassero operando a fini personali anzichè al bene comune, dividendosi

in oziosi che godono e faticanti che stentano, in ribaldi che ingannano e

sopraffanno, e leali che beneficano e soffrono, non che prendere odio per

gli uni, disprezzo per gli altri, gli abbracciava tutti in generosa

benevolenza, e nell'intento di amicarli, di concordarne gli sforzi a quella

che è prima condizione di ogni sociale progresso: la moralità.

Molto durò, discosto da ogni pratica di gente; cominciò poi ad uscire

predicando, e allora gran fama si levò, non tanto della sua bravura,

come della grande sua bontà. Diffondevasi tra il popolo, massime della

campagna; giacchè pel popolo, diceva egli, pei poveri specialmente, ha

parlato Cristo, fra vulgari scelse i seguaci suoi, le primizie della

Chiesa. Ne istruiva dunque l'ignoranza sulla eguale origine degli uomini,

sulla comune destinazione; mostrava donde veniamo; dove si va; i più

semplici doveri, le più schiette virtù di padri, di figli, di sposi,

di operaj, erano perpetuo suo tema; ingenuo e fin vulgare nel dir suo,

sminuzzando il pane della parola secondo la capacità; facendosi, come

Eliseo, piccolino per ravvivare le piccole membra.

Passava quindi in concetto di santo, poichè, sebbene non fosse andato

pellegrino al Monte Gargàno, a Roma, in Terrasanta, sebbene non facesse

di quei miracoli, di cui smoderata era allora la frequenza, operava il

miracolo più insigne, quello di rendere buoni gli uomini colla voce e

coll'esempio. E poichè allora pur troppo fra quelle razze ineducate

succedevano frequenti battibugli di contumelie e peggio, tutto egli davasi

nel ricomporre la concordia, e mirabili effetti otteneva di conversioni.

Molti potrei raccontarne, se non udissi alcuno de' miei lettori domandarmi

se questa sia una leggenda di santi. Dirò dunque soltanto come una volta

(questo accadde in Varese mentre egli trovavasi colà nella Cavedra, casa

del suo Ordine) uno dei Bossi ed uno degli Azzati, primarj borghesi, erano

venuti a parole, dalle parole ai fatti, e dietro loro una turba

parteggiante minacciava un sanguinoso scompiglio.--Bisogna chiamare fra

Buonvicino», suggerì alcun prudente. Così fanno; egli accorre,

procura mitigare gl'irritati, rammentando le promesse e le minacce di

Cristo che ci vuole umili al pari di sè; ma il Bossi, che era dei due il

più tracotante e bizzarro, cieco nella collera, volse il furore contro

il frate, e bestemmiando Dio, le chieriche, le cose più riverite,

cominciò a picchiarlo.

Picchiare un religioso era tenuto tale sacrilegio, che gli astanti parte si

ritrassero come atterriti, parte si accingevano a volerne vendetta.

E frà Buonvicino, su quel primo momento, sentendo più l'impulso delle

antiche abitudini, che non la legge d'abnegazione, che erasi da sè

medesimo imposta, afferrato l'assalitore, l'ebbe sbattuto a terra, e alzava

il pugno contro di esso; ma l'ira diede luogo subitamente; rientrò in

sè; mise un sospiro, quasi dolente che l'antico uomo ad ora ad ora

ricomparisse; sollevato il temerario, se gl'inginocchiò davanti, e

incrociando le braccia sul petto, con umiltà tanto più sincera quanto

che era generosa, gli disse: «Perdonatemi! non sapevo quel che

facessi».

L'atto pio commosse il prepotente, il quale cadde egli medesimo ai piedi

dell'offeso, chiedendo a gran voce perdono, misericordia; e tornato a

coscienza, diventò esempio di quelle cristiane virtù, di cui la somma

è la carità.

Nè meno famoso venne frà Buonvicino a Milano. In quei tempi che tutto

andava per collera e fazioni nella Chiesa, nel foro, nelle scuole, nei

conventi, nel campo, i contendenti si ingegnavano di trarre il frate dalla

loro. Nel più vivo erano le questioni teologiche, se la luce apparsa sul

Taborre fosse creata od increata: se il pane che mangiavano e la tunica che

vestivano Cristo e i suoi fosse loro proprietà o di uso soltanto; se gli

angeli e i santi godessero della beatifica visione della divinità,

ovvero stessero sotto l'altare di Dio, cioè sotto la protezione e

consolazione dell'umanità di Cristo, fino al dì del giudizio. Ma qual

volta alcuno volesse metter Buonvicino sul ragionarne, e risolvere tra il

dottor Angelico, il dottor Sottile, e il dottor Singolare, esso rispondeva

che il nostro non è il Dio delle contese, che vuolsi studiare nella

religione per rendere un ossequio ragionato, non per introdurre la superbia

dell'umana sapienza nelle cose che il savio venera tacendo.

Che ne avvenne?

Sulle prime, tutte le parti egualmente il disapprovarono, e chi il

chiamò pusillanime cristiano, chi troppo cieco credente. Egli non

rispose, continuò, e, come accade sempre, tutte le parti egualmente

finirono per rispettarlo. Piuttosto avendo conosciuto i vizj della

città, penetrato nelle sale dei grandi come nelle officine del fabbro, e

sotto la trabacca del soldato, sapeva dove occorressero i rimedj: alla

libertà del paese, guasta non tanto dalla prepotenza de' dominatori,

quanto dalla corruttela dei dominati, trovava ottimo ristoro predicare il

Vangelo, scuola della libertà vera, vera opposizione e alla tirannia dei

capi e alla sfrenatezza dei soggetti; vera soluzione del più importante

problema sociale, quello di render soddisfatti coloro che non posseggono,

assicurando il riposo di quei che posseggono. Per tal modo riusciva caro ai

sofferenti che sollevava con superne consolazioni, e riverito dai potenti,

i quali, nell'uomo probo, non ligio ai superbi loro capricci, sono

costretti a venerare l'imperio della nobile virtù.

Margherita, già non crederete che egli la dimenticasse; più non si

dimentica quando si è amato così. Nè della donna sua temeva egli

lo spregio: non ne aveva egli veduto le lagrime in quel terribile momento?

La ricordava sempre come la persona più cara che avesse lasciata in un

mondo da cui si era diviso. Per lungo tempo ne schivò affatto la vista;

la prima volta che osò domandarne conto a Francesco Pusterla, che, come

altri amici, veniva tratto tratto a salutarlo, quel nome, quasi avesse

dovuto bruciargli le labbra, tornò più fiate a morirgli in gola: pur

finalmente lo pronunziò con un rossore, con un tremito convulso di tutta

la persona.

Al fine la materia restò domata dallo spirito, e quando Franciscòlo

gli parlava della sua domestica felicità, sentivasi inondato, non più

da invidia, ma da tutta pura compiacenza. Nelle orazioni sue, la persona

prima e più caldamente raccomandata, era la Margherita, senza che per

questo il pensiero disviasse dal Creatore alla creatura: anzi, una dolce

speranza il lusingava, che le espiazioni sue, le sue preghiere dovessero

acquistare alla Margherita una serie di felicità.

Non doveva essere esaudito, perchè la felicità vera non è

germoglio di queste glebe terrestri.

Allorchè si sentì sicuro di sè, tornò una volta a casa della

signora Pusterla; ripassò con altro cuore su quel ponte, sotto quegli

atrj, su per quelle scale: entrò nel memore salotto; e vi trovò la

Margherita che fanciulleggiava col suo Venturino.

Qual momento fu quello pei due amanti! Ma l'una e l'altro vi si

presentavano col vigore acquistato in lunga risoluzione virtuosa.

Frà Buonvicino ragionò di Dio, della fralezza dell'uomo; toccò del

passato come una rimembranza cara e dolorosa; chiese perdono; si staccò

dalla cintola un rosario di grani di cedro a faccette, su ciascuna delle

quali era intarsiata una stella di madreperla, e con pendente una croce,

allo stesso modo lavorata. Era paziente fatica del suo ritiro, e

consegnandola a Margherita,--Tenetela per mia memoria. Possa questa un

giorno venirvi di consolazione! e nel recitarne le orazioni, pregate Dio

per un peccatore».

Queste parole, quell'atto non furono senza lacrime dell'uno e dell'altra.

Margherita si strinse al seno e premette alle labbra quel dono, che

assumeva un carattere sacro innanzi all'intelletto, nel mentre al cuore

lasciava indovinare quante volte frà Buonvicino dovette pensare a lei

nel lungo tempo duratovi intorno.

Quel rosario, quella croce, doveano mischiarsi, deh come! nelle avventure

di quella infelice!

Margherita Pusterla: Racconto storico · 第 13 / 62 题