L'AMORE.

Buonvicino dei Landi, famiglia principalissima di Piacenza, da giovinetto

era stato posto in Bologna agli studj, cui con fervore si dirizzava la

gioventù della risorta Italia, trovando in essi un'altra via per salire

colà, ove dapprima si giungeva solo colle armi e colla prodezza della

persona. Tali studj si riduceano, è vero, a pedantesche regole di

grammatica e di retorica, alla filosofia dei commentatori d'Aristotele, e

alla cognizione delle Decretali; ma l'amor delle belle lettere e la ricerca

dei classici latini ravvivata poteano, qualora trovassero terreno da

ciò, far negli animi germogliare affetti e sensi generosi. Così

accadde di Buonvicino, il quale appunto, su quei primi anni, pascendosi nei

detti e nei fatti gloriosi degli antichi, sollevava l'animo sopra le minute

gare del suo tempo. E sebbene ne traesse idee, lontane affatto dalla nuova

civiltà, di quelle idee che pur troppo nocquero al felice ordinamento

delle repubbliche italiane, però quel nome di patria, perpetuo tema

degli scrittori romani, aveva infervorato la fantasia del garzone, il quale

non ambiva se non di crescere cogli anni, per potere o nelle magistrature

servir il suo paese, o difenderlo in campo.

Infelice! Gli anni vennero, ma con essi la sventura e i desolati

disinganni, che così spesso tormentano le anime generose.

Piacenza sua patria era caduta in podestà di Matteo Visconti, poi di

Galeazzo. Questo qua, meno astuto e più corrotto del padre, credeasi

lecito ogni suo talento nelle città dominate; e per tacere altre

soperchierie onde aggravò la servitù dei Piacentini, tentò

disonorare Bianchina, moglie di Opizino Lando detto Versuzio, fratello del

nostro Buonvicino. Mal per lui: giacchè nella donna trovò virtù,

trovò vendetta nel marito: il quale, fatta un'intelligenza con alcuni

fidati, abolì nella sua città il dominio dei Visconti, e la

consegnò al cardinal Poggetto, legato del papa.

Buonvicino, su quell'età in cui si vagheggiano i sentimenti più che

non si calcolino le circostanze, pieno delle idee del patriottismo antico,

modificato dalle nuove che faceano guardare come straniero l'abitatore

d'ogni altra città, e servitù l'essere signoreggiati dal vicino,

appena ebbe fumo di quella pratica, accorse con buon numero di suoi

condiscepoli, ed arrivò a Piacenza in tempo, come di giovar col valore,

così di mostrare generosità. Perocchè, il giorno che scoppiò la

rivolta, trovavasi in quella città Beatrice moglie del signor Galeazzo,

col figlioletto Azone, alla salvezza del quale unicamente intesa, la madre

lo fece trafugare, rimanendo essa in palazzo per non dar sentore della

fuga, ed affrontando lo sdegno e la brutalità d'un popolo sollevato,

purchè ne andasse salvo il bambino. Come la cosa fu nota a Buonvicino,

rispettando e venerando gli affetti di una madre, non che impedire le fosse

fatta violenza di sorta, egli medesimo la scortò sino ai limiti del

distretto piacentino, quivi consegnandola sicura alle guardie del marito.

Accadea questo fatto nel 1322, e da quell'ora si rimetteva in Piacenza il

governo a popolo, giacchè il dominio papale potevasi riguardare come una

libertà, sì perchè i pontefici, sedendo allora in Avignone, non

esercitavano da così lontano che una autorità di protezione, sì

perchè erano stati fautori del franco stato, se non altro per isvigorire

i Ghibellini, tendenti a scemare le franchigie lombarde a pro dell'Impero.

Negli otto anni successivi, Buonvicino maturò fra le generose cure d'una

libera patria, coll'altezza di sentimenti che ispira il togliersi alla vita

privata per vivere la pubblica, il curare meno le domestiche cose che le

comuni; educazione che tanto contribuì a migliorare l'Italia durante le

sue repubbliche.

Andava in quel mezzo ognora più in basso la fortuna dei Visconti,

guerreggiati da Lodovico il Bavaro imperatore, il quale era sostenuto dai

molti nemici che si erano procacciati, e da Versuzio Lando che non mai

desistette dal combattere contro di essi; tanto che Galeazzo, Luchino,

Giovanni e Azone finirono coll'essere chiusi nelle orribili prigioni di

Monza, dette i Forni, ove stentarono dal 5 luglio del 1327 fino al 25 marzo

del seguente.

Ma quando Galeazzo morì, e con lui cessò il mal animo eccitato nei

popoli e nei principi, piegarono a meglio le cose dei Visconti: Azone,

miglior del padre, gridato signore di Milano il 14 marzo 1330, pensò a

ricuperare le città che aveva perdute, come di fatto riuscì con

Bergamo, Vercelli, Vigevano, Pavia, Cremona, Brescia, Lodi, Crema, Como,

Borgo San Donnino, Treviglio e Pizzighettone. Anche sovra Piacenza fissava

cupidi gli occhi, ma il conseguirla non era così agevole impresa;

poichè, tenendo essa la sua libertà a nome del papa, non avrebbe

potuto il Visconti insidiarla senza venire in rotta con questo. Cominciò

dunque la sorda guerra de' politici tranelli, fece un capo grosso per non

so che violazioni e rappresaglie dei Piacentini contra i sudditi suoi:

minacciò, fu duopo mandare dei messi e degli ostaggi a Milano, fra i

quali Buonvicino. Morto era il fratello Versuzio; morti i più vicini

parenti; morti i più cari amici nelle guerre passate; aveva potuto

vedere come all'atto gli affari riescano diversissimi da ciò che

l'immaginazione figurava; vie più gli si disabbellirono le splendide

fantasie di gioventù allorquando, venuto alla Corte milanese, conobbe

con quanti viluppi e lacciuoli e coperte vie e secondi fini vi si

guidassero i pubblici interessi; scaltrimenti che un'anima schietta neppure

indovina, ma che i prudenti del mondo dicevano e dicono necessarj per

reggere e prosperare gli Stati. Sulle prime egli si indispettì,

s'infuriò anche; ma col lungo vederne, contrasse quella sentita

melanconia che nasce dalla chiara cognizione di un fine, unita

coll'impossibilità di raggiungerlo.

Del resto, in questa sua qualità media fra di ostaggio e di

ambasciatore, ed anche per memoria del segnalato servigio reso alla signora

Beatrice, Buonvicino era stato accolto e trattato con ogni onoranza; e

sì egli, sì i compagni suoi, allogati presso le prime famiglie di

Milano, colla speranza che l'ospitalità legasse le amicizie, e queste

col tempo surrogassero ai rancori municipali quella che chiamavano

universale benevolenza, e volea dire tolleranza del giogo comune.

Buonvicino era stato appoggiato alla famiglia di Uberto Visconti, il quale

abitava tra la via di San Clemente e una fornace di vetri posta in quella

delle Tanaglie, dove poi venne allargata la piazza Fontana, e dove

l'osteria del Biscione rammenta ancora gli antichi possessori.

Uberto Visconti, padre della Margherita da cui s'intitola il nostro

racconto, sebbene, come fratello di Matteo Magno, fosse molto riguardato

nella città, non partecipava però al comando, o che l'integro animo

rifuggisse dal mescolarsi nei sozzi avvolgimenti della politica onde i suoi

tendevano a conservare o crescere la signoria; ovvero che questi ad arte

tenessero lontano un uomo, il quale si poco conoscevasi del mondo, che

avrebbe preteso di gettare la parola di giustizia, fino a traverso ai passi

dell'ambizione. Aggiungi che i Visconti, siccome ghibellini, cioè

fautori dei diritti imperiali, erano sinistramente veduti dai papi, che coi

Guelfi sostenevano i diritti della Chiesa e del popolo; e poichè le

passioni politiche facilmente si avviluppavano cogli affari religiosi,

accadeva non di rado che i Ghibellini professassero errori in fatto di

fede, e i pontefici colpissero di pene spirituali i loro temporali nemici;

e il popolo riguardasse come eretici anche coloro che contrariavano le mire

terrene dei papi.

Quindi non poche anime timorate si faceano coscienza di seguitare la

bandiera del Biscione: ed Uberto non favoriva i parenti suoi che

repugnante, e quel tanto solo che pareva esigere il suo decoro e la fede di

cavaliero. Però in una mischia avvenuta in Milano quando, nel 1302 i

Torriani fecero un estremo sforzo per rientrarvi, Uberto era stato

abbattuto da sella, e lì tra la folla e sotto ai piedi dei cavalli, si

era per alcuni minuti vista la morte ad un pelo. Onde avea promesso alla

Madonna di smettere le armi, impugnate per causa non giusta; ed avea

creduto effetto di quel voto la generosità, colla quale un capo de'

nemici, Guido della Torre, gli aveva dato mano a sorgere, tornar a cavallo

e camparsi, dicendogli:--Non sia mai vero ch'io di cittadini pari tuoi

privi la patria mia, che fortunata se molti ne contasse».

Allora Uberto si tolse dal parteggiare pei Visconti, tanto che questi

disgustati lo confinarono ad Asti, poi richiamato, gli conferirono di

quegli onori che possono contentare l'amor proprio senza crescere

l'ingerenza; come l'andare podestà in questo o quel Comune, accompagnare

a Roma l'imperatore, sostenere ambascerie di complimento.

I Visconti invece vennero in aperta rottura col papa; talmente che il

cardinal legato, spiegato il vessillo delle sante chiavi sopra il solajo

del suo palazzo in Asti, predicò che qualunque uomo o donna lo

seguitasse per distruggere Matteo e i suoi, rimarrebbe assolto (dicono le

rozze cronache) dalla pena d'ogni trascorso; scomunicò il Visconti fino

alla quarta generazione, perchè eretico e reo di venticinque misfatti,

fra i quali d'aver esercitata giurisdizione sui beni e le persone

ecclesiastiche, impedito ai suoi di armarsi per le crociate, repressa la

santa inquisizione, e procurato di campare dal fuoco l'eretica Mainfreda.

Il trovarsi involto in questa scomunica tanto più spiaceva a Uberto

quanto più egli venerava l'autorità papale, e non tralasciò fatica

per calmare gli animi, per riconciliare i Milanesi alla Chiesa: anzi pare

doversi alle sue persuasioni se Matteo si diede a vita devota e a visitare

chiese, finchè in Duomo, convocato il clero ed il popolo, recitò

tutto il _credo_, protestando quella essere la propria sua fede. Il papa

non giudicò sincero quel pentimento e quell'abjura, onde non ritirò

l'anatema; Matteo morì con questo; e Uberto, più non volendo

intendere di pubbliche cure, visse da privato, sebbene splendidamente, ora

in Milano, ora sulle ridenti spiaggie del Lago Maggiore, dove ampj

possedimenti teneva a Invorio inferiore, a Oleggio e altrove nel Vergante,

là sulla sponda occidentale intorno a Lesa. Quivi confortavasi tutto

nelle cure casalinghe, e poichè i suoi tre figli Vittore, Ottorino e

Giovanni, di spiriti guerreschi, poco tempo rimanevano con lui, spendeva

tutta l'attenzione sua a educare l'unica figliuola Margherita, con modi ben

diversi da quelli che sogliono quei molti, cui supremo intento sembra

formar savie fanciulle e donne cattive.

Disingannato del mondo in vecchia età, ben accordavasi con chi nella

fresca se ne trovava disgustato, com'era Buonvicino. Si legò dunque

un'intima amicizia tra il vecchio e questo giovane, il quale, non avendo

più padre, come tale riguardava Uberto, come fratelli i figli di esso, e

come sorella la Margherita. I discorsi dell'uomo pratico anticipavano a

Buonvicino l'esperienza del mondo: sui pochi libri che allora correvano,

egli esercitava gli involontarj riposi: scriveva anche qualche verso, come

rozzamente allora e qui si poteva; per città brillava nelle gualdane e

negli esercizj di corpo: mai non mancava di intervenire, come a scuola di

filosofia sociale, ai pubblici dibattimenti; nelle brigate piaceva

singolarmente per un far gentile, non iscompagnato mai da maschia

franchezza: anche quelli che sedevano al governo lo riverivano, perchè

sapeva accoppiare la soggezione, che la forza e la vittoria pretendono,

colla dignità della sventura non meritata.

Un sì gentile e peregrino cavaliero non vi farà meraviglia se ottenne

ricambio d'amore dalla Margherita. Poteva egli contare i trent'anni, mentre

essa arrivava ai quindici appena, onde le gentilezze che Buonvicino usava

all'ospite sua, nel cuore di lei, mal conscio di sè stesso e inesperto

dell'amore, destavano un senso di pudica compiacenza. Ma questa

inclinazione, come suole, restò gran tempo un segreto per tutti, e sino

pei due amanti. Giammai non le aveva egli detto, _Vi amo_; parola che suol

venire dopo che già l'eloquente linguaggio dell'affetto in cento altri

modi l'espresse. Ella poi nè tampoco sapeva di amarlo, almeno non lo

confessava, anzi nol chiedeva pure a sè stessa. Se non che al comparire

di lui il cuore le batteva forte forte: quand'egli partiva rimanea

sconsolata, come le mancasse alcuna cosa di necessario, di suo; egli non le

aveva indicato che tornerebbe, nè quando, eppure essa lo attendeva: se

tardasse era come sulle spine; al rivederlo provava una compiacenza

interiore, una pienezza di vita, come (almeno pareva a lei), come al veder

suo padre, le sue amiche, un'alba di maggio, una vigna in settembre.

Avrebbe voluto piacergli, parergli bella; parergli buona e brava: quasi

senza avvedersene, allorchè lo aspettava, adornavasi con più attenta

cura: una parola ch'egli le dirigesse sentivasi ravvivare; ambiva ch'egli

voltasse gli occhi sopra di lei, ma non appena la fissasse, ella abbassava

i suoi arrossendo; nel rispondere alle domande, alle cortesie di lui,

balbettava, si confondeva; sbagliava le note quando d'accordo toccavano il

liuto; poi si pentiva, si vergognava, si rimproverava, accusava sè

stessa come di una fanciullaggine; proponevasi di fare altrimenti, e

tornava a far lo stesso. Le ajuole del suo giardino avevano un fiore

preferito, un preferito albero il boschetto: il fiore della margaritina,

ch'_egli_ aveva mostrato prediligere; la pianta sotto cui, un giorno che ne

piangeva la lontananza, _egli_ le era comparso davanti improvviso.

Così, desiderarlo, rivederlo, fantasticare, staccarsene, desiderarlo di

nuovo, formavano la storia della sua vita; vita povera di casi, ricca di

sentimenti, e tutta dominata da quel non so che di misterioso, che tanta

dolcezza sparge e tante pene sul prino amore, che ci fa sudare e

rabbrividire, gemere e cantare, piangere e ridere senza aver di che: temere

e sperare nè sapere qual cosa: cento volte in un giorno chiamarci beati,

e cento crederci le più misere creature;--quel bene, quel male, che non

si conosce al vero se non quando o crebbe fino al colmo della contentezza,

o restò fulminato dalla sventura.

Non così incerti ondeggiavano gli affetti in Buonvicino, il quale,

sebbene fresco ancora di cuore e virtuoso, avea però sperimentato del

mondo la sua parte, ed esaminato abbastanza questa vita, che è una

commedia per chi osserva, una tragedia per chi sente.

Nessuna seduzione più facile di quella che non si teme: nessun tempo in

cui l'anima sia dischiusa tanto all'affetto, come nei travagli. Era il caso

di Buonvicino, sentì d'innamorarsi della Margherita, e non se ne

guardò: conobbe di non essere a lei discaro, e se ne compiacque: lieto

d'aver sì bene collocato il cuor suo, pago di una dolce corrispondenza.

Sovente, dopo le tempeste della pubblica vita, dopo avere, coll'occhio

melanconico e penetrante di chi studiò gli uomini, ed alla prima scorge

ove tendano le loro azioni, visto l'affaccendarsi delle egoistiche

passioni, egli tornava a riconciliarsi coll'umanità nella contemplazione

di un'anima schietta, in cui far il bene era istinto, non calcolo: cercava

tranquillità nel costante sereno che dominava intorno ad essa;

somigliante alla pace che gli angeli diffondono sovra le anime, di cui sono

destinati ad alleggerire i patimenti.

Ma questa placida innocenza di lei lo ratteneva dal palesarle l'affetto

suo, al tempo stesso che glielo rendeva più vivace. Possedere

quell'ingenua fanciulla che, tra le cure dell'ottimo dei padri, veniva

educandosi alla virtù ed al sapere, ben avvisava egli come sarebbe la

felicità de' suoi giorni; ma potrebbe egli render lei altrettanto

fortunata? Pendevano in bilancia i destini della casa e della patria di

lui: poteva succedere che, in libera terra, avesse egli a vivere primo

cittadino, colla potenza di un nome onorato e di un carattere più

onorato ancora, guidando i compatriotti suoi al bene e alla decorosa

quiete. Ma questo avvenire lusinghiero stava all'arbitrio di principi, in

cui raro era il disinteresse. E se gli fossero mancati di parola? se

fossero prevalse le brighe, l'ambizione? Egli poteva trovarsi, non che

ridotto all'oscurità, ma balzato lontano, o precipitato fra quei

pericoli avventurosi, ove, simile a chi naufraga in alto mare, un'anima

leale desidera trovarsi sola, per sentirsi maggiore coraggio di lottare con

fermezza, e minore cordoglio qualora il dovere o la generosità le

impongono di soccombere. In tal caso quand'egli avesse alimentata la

nascente fiamma della Margherita rivelandole la sua, ecco formata un'altra

vittima: ecco procurato a sè il rimorso d'avere turbato in quella

giovane anima la calma, il riso di quella primavera dell'età, che

scorre, ahi troppo veloce e irreparabile! per dar luogo alle cure, alle

faccende, alle amarezze, al disinganno, all'inutile repetìo per tutto il

resto della vita.

Ciò lo indusse a tacere sempre l'amor suo, a dissimularlo almeno nelle

parole, per quanto gliene costasse al cuore. Ma l'amore come si può

nascondere? Contro al proposito, egli si lasciava trascorrere talora a

qualche immeditata parola, ad una delicata prevenzione, ad uno di quei

niente che rivelano alle fanciulle l'uomo, il cui sospiro può

dischiuderne l'innocenza al pieno fiore della vita.

I temuti e previsti rivolgimenti a danno di Piacenza non tardarono. Azone,

per quanto gli facesse gola l'acquisto di quella città, per quanto

credesse una ragione del riaverla l'essere stata altre volte posseduta da

suo padre, non s'arrischiava però di assalirla direttamente per non

venir in guerra col pontefice, sotto la cui protezione erasi que la

riparata Cortesie e promesse largheggiava dunque a Buonvicino: ma intanto

adoperava, come si dice, a trar dalla buca il granchio colla zampa altrui.

Francesco Scotto ambiva di possedere Piacenza, già dominata dalla sua

famiglia, ed opprimendo gli emuli Landesi e cacciandone i Papalini,

assodarvi la sua padronanza. Se l'intese a tal uopo coi Fontana, coi

Fulgosi, con altre famiglie di colà, che occupati i castelli,

proclamarono signore lo Scotto, cassata ogni supremazia papale,

sbandeggiati per sempre e spossessati d'ogni aver loro i fautori dei Landi

e nominatamente Buonvicino.

Si consolava questi nella sciagura tenendo per certo che Azone, secondo

quel che prometteva e mostrava, dovesse prendere le armi contro al nuovo

tiranno e rimetter libera Piacenza al papa ed a' suoi cittadini. Ma Azone

giocava di due mani: sott'acqua aveva egli stesso dato ajuto allo Scotto

nell'impadronirsi della patria non già per amore a questo, ma per

poternelo poi spogliare senza correre in guaj colla Corte pontificia. Di

fatto armò: tutti i fuorusciti presero parte alla spedizione; Buonvicino

fu dei primi e meglio valenti; e col coraggio solito in chi muove a

ricuperare la patria, ebbero presto levata Piacenza allo Scotto. Ma quando

aspettavasi che il Visconti ne gridasse la libertà, egli ordinò che

le due opposte fazioni deponessero le armi; indi, come buon conquisto,

aggiunse Piacenza alle sue possessioni.

Quanto se ne trovassero scornati i Piacentini, e Buonvicino sopra gli

altri, voglio lasciarlo pensare a voi. Quest'ultimo, tenuto povero e

guardato attentamente a Milano, si trovò dunque perduta la patria,

offuscato il lustro della famiglia, falliti i sogni della giovinezza, nè

più rimanergli se non l'eredità, che unica sopravanzava a troppi

signori in Italia, un braccio valoroso. Ma poichè egli non era disposto

a venderlo al migliore offerente, doveva ricoverarsi nella propria

virtù, cercare la compiacenza da cui, anche tra le miserie è

accompagnato e consolato chi soccombe per la causa della giustizia.

Persuaso allora alla condizione sua presente più non convenisse

l'accoppiarsi ad una fanciulla di casa tanto principale, e che, appunto

perchè la conosceva e l'amava, pareagli degna del più sublime stato;

fors'anche per non sembrare disertore de' suoi fratelli di sventura quando

si fosse imparentato alla famiglia del tiranno, cominciò a dilungarsi

dal vedere la Margherita, poi se ne distolse interamente; e chiuso dentro a

sè l'affetto che le portava, giunse a persuadersi d'averla in tutto

cancellata dal suo cuore.

Aveva egli conosciuto alla Corte di Azone il cavaliere Franciscòlo

Pusterla, che, allora in grande stato presso il principe, nè del favore

abusava a danno altrui, nè se ne prevaleva a proprio vantaggio; onesto,

generoso, ricordevole delle virtù italiane, e volonteroso del bene de'

suoi concittadini. Vero è che, per una certa debolezza di naturale che

altri scambia per forza, per una irrequieta smania di fare, di comparire,

di sentire la vita, non si trovava saldo quanto bastasse per resistere al

fascino degli onori od all'autorità del potere; anche quando conosceva

riprovevoli i passi del principe non osava dirlo, tanto meno poi mostrarne

dispetto od opposizione: troppo compiacendosi di poter primeggiare in Corte

e nella città,--senza accorgersi che uno può figurare vie più

coll'apparir meno colà dove la turba si accalca.

Parve a Buonvicino che Franciscòlo dovesse essere il caso per rendere

felice la Margherita. Già le due famiglie erano legate d'amicizia: i

difetti della gioventù colla gioventù se n'andrebbero, e il Pusterla

troverebbe in lei quanto bastasse ad appagarne i sensi, la ragione,

l'immaginazione; la Visconti, collocata in alto luogo e di lei degno,

avrebbe potuto, fortunata in casa, rendersi di fuori modello alle dame

lombarde. Quindi colla dimestichezza onde usava con entrambe le famiglie,

Buonvicino agevolò una parentela, la quale sommamente gradiva ad Uberto

Visconti, lieto di vedere con sì nobile soggetto accasata la diletta sua

figliuola, ed al Pusterla ancor più, sì per trovarsi possessore di

una, che sull'altre otteneva il pregio della bellezza e dei modi colti e

gentili, sì per legarsi in affinità colla casa dominante.

La Margherita, come prima si accorse del raffreddamento di Buonvicino, come

lo vide diradar le occasioni di trovarsi da sè a lei, più sempre

allontanarsi dalle cure che solevano aver comuni, dal toccare di concerto

il liuto, dal leggere insieme la _Divina Commedia_ di Dante e alcuni libri

francesi e provenzali, non occorre ch'io vi dica se ne rimase melanconica.

Esaminava a minuto ogni atto, quasi ogni pensier suo, se mai potesse averlo

in qualche maniera disgustato, e non trovandosi in colpa si accorava,

piangeva. Allora confessava a sè stessa di amarlo; allora chiamava

crudele lui, che più non la ricambiasse di altrettanto affetto.

Poi riflettendo, tacciava sè stessa d'inconsiderata e vana, che si fosse

lusingata d'essergli cara, quantunque egli mai non glielo avesse detto,

quantunque forse mai non vi avesse egli fissato il pensiero. E qui si

ingegnava di convincere sè stessa che quelle cortesie erano forse in lui

naturali, erano forse consuetudini di tutti i cavalieri verso tutte le

giovinette: ma il cuore voleva la sua ragione, e la faceva rincorrere quei

mille ineffabili nulla che sono tutto per gli amanti: le ravvivava tutta la

poesia dei primi turbamenti; tante esaltazioni in fondo al cuore non

rivelate dal viso; tanti timori di non essere compresa, tanta gioja di

esserlo stata; nei quali ricordi, mentre si veniva a convincere d'essere

stata cara a Buonvicino, vie più l'anima sua si avvolgeva tra il

labirinto di quei varj affetti che esacerbano un voto fallito, una speranza

delusa. Talvolta lagnavasi con sè stessa di non avergli abbastanza

mostrato il cuor suo: tal altra condannavasi d'averlo mostrato troppo: indi

ritrovando penoso il passato e il presente, cercava stordirsi, e non vedere

in queste memorie se non tante illusioni, di cui sforzavasi sorridere ella

stessa compassionevolmente. E si vantava libera, guarita, smemorata;

tornava ai libri, al suono, ai passeggi; ma che? quei suoni le recavano a

mente una voce che li soleva accompagnare; in quei libri occorrevano cento

allusioni ai casi suoi passati e presenti, cento cose ch'egli le aveva

spiegato altre volte, e che ora desideravano una spiegazione; come

riuscivano triste, monotone quelle passeggiate ora che più non ve

l'accompagnava la speranza d'incontrare _qualcuno_!

Pure il tempo è gran rimedio anche alle grandi passioni: e la Margherita

si dovette alfin persuadere di essersi veramente illusa quando vide

Buonvicino intramettersi delle sue nozze col Pusterla. Trattandosi di un

amore che non aveva ricevuto fomento sia da lusinghe di lui, sia da fondate

speranze, ella non penò molto per rassegnarsi a deporlo. Del Pusterla

udiva parlare da tutti colle lodi che al merito si profondono più

facilmente quando sia dovizioso: le prodezze da lui compite nell'ultima

spedizione di Piacenza, che ne avevano esaltato il nome per tutta

Lombardia, non sarebbero no bastate a suscitare nella Margherita un nuovo

amore, ma qual è la donna che, all'udire lodato un uomo, non si

compiaccia di poter dire: _È mio_?

Richiesta dunque dal padre se sarebbe contenta di avere a marito il

Pusterla, non negò: poi quando prese a conoscerlo da vicino, trovandolo

ricco delle qualità che meglio stanno in un uomo gentile e in compito

cavaliero, pose in lui ogni ben suo, benedisse il cielo d'averla tanto

fortunata, e dacchè ebbe la persuasione di amarlo, di esserne amata

eternamente, gli promise all'altare il più vivo, il più tenero, il

più immacolato affetto.

Le memorie del tempo non pajono d'accordo che nel lodare la nuova sposa:

essa bella, essa spiritosa, di affabile amorevolezza coi subalterni,

d'inesausta carità coi bisognosi, eguale d'umore conversevole, costante

in quella dolcezza di naturale, che nelle donne equivale a quasi tutte le

altre doti, e che è il più opportuno avviamento ad essere e a rendere

felici gli altri. Difetti ne avrà certo avuti; e chi no? ma gli storici

non ce ne ricordano, forse perchè, così giovane fu così

sfortunata: e l'uomo è tanto proclive a dimenticare i falli di chi

merita la sua compassione, quanto a trovarne in chi gli desta invidia. Per

altre vie però noi sappiamo che le sue pari la tacciavano di voler

parere bella e buona e virtuosa: alcuni, per cui la massima delle virtù

consiste nel non far male, davanle colpa del volersi frammettere nelle

faccende altrui: beneficava, quindi fece degli ingrati, e questi palliarono

l'ingratitudine col menarle dietro la lingua: so di chi la chiamava

bacchettona: so di chi asseriva le opere sue non movessero sempre da buone

e semplici intenzioni: so di molti più che la accusavano di non

conoscere il viver del mondo perchè sostituiva il sentimento e la

schietta sincerità alle compassate cortesie che il mondo insegna e

pretende. In somma, ella aveva quante qualità bastassero per dar presa

alla maldicenza, e per far beato chi la conosceva e l'avvicinava, tanto

più chi la possedeva.

Le strane idee che correvano allora sull'amore maritale, faceano che una

donna potesse, anzi (se bella e di garbo) dovesse avere uno o più

cavalieri, che a lei dedicassero le imprese loro, o davvero in guerra, o da

giuoco ne' tornei. Anche in ciò la Margherita scostavasi dalle

contemporanee, perchè non credeva che della moralità si abbia a far

un affare di moda.

Se il pensiero di Buonvicino mai non le ritornasse alla mente, se non

ricorresse ella mai sulle prime fantasie di sua giovinezza, non ve lo

saprei dire: ben so come un primo amore difficilmente si cancelli o non

mai; so ancora che neppure la più rigida virtù può condannare

un'incolpevole rimembranza.

Ben altrimenti corse la cosa per Buonvicino.

A torto aveva creduto spenta la sua passione: era soltanto sopita; e quando

scorse la sua diletta rendere più l'un dì che l'altro felice il

Pusterla, sentì ravvivarsi la fiamma antica. Per la comune amicizia

frequentando la casa di questo, potè notare sviluppate nella nuova sposa

le qualità, che aveva indovinate in genere nella fanciulla; nella serena

e temperata giocondità che essa preparava al marito, vide maturi i

frutti della apprestatale educazione. I sonni di incolpati gaudj e

tranquilli, che tante volte lo avevano lusingato in quei giorni di floride

immaginazioni, quando gli sorrideva la lusinga che di tanto bene potesse

una volta divenir possessore, ora li scorgeva ridotti a realtà; ma per

vantaggio di un altro. E quest'altro era un amico suo, alla cui contentezza

aveva egli dato opera efficace: un amico che, qualvolta si trovavano

insieme, sfogava con esso la piena di un cuore in giubilo, ragionandogli

della sua fortuna, o coll'ardore di un nuovo sposo dipingendogli le doti,

che, ogni giorno maggiori, veniva scoprendo nella sua Margherita; e lo

benedicea di averlo consigliato a fissare in essa i suoi voti.

Così da una parte alimentata dalla convinzione dei meriti di essa,

dall'altra rinchiusa a più potere sicchè nulla ne trapelasse, la

fiamma sua cresceva più sempre. Ben chiamava egli a soccorso la

ragione:--la ragione! ottimo rimedio contro il passato e l'avvenire; ma

quando il presente incalza, che vale essa mai?

Il Pusterla frattanto, voltosi tutto ad ingrazianirsi la Corte, si era

allentato nell'amore verso la sposa. Dissi male: non avea diminuito

l'amore: ma, un poco alla moderna, vi combinava tutte le piccole ambizioni

sociali: lo soffocava sotto un tumulto di altri pensieri, e per segnalarsi

nelle cariche, nelle armi, nelle pompe, posponeva le dolcezze incomparabili

della vita casalinga. Di gustar questa era egli poco capace, inclinato,

come dissi, a non trovare felicità che nella tempesta del cuore e delle

azioni: difetto che, dopo sbollito il primo amore verso la Margherita, lo

recò persino a cercare altre gioje turbolente in amori contrastati, o

nelle rinnovate vicende di effimere passioni. Eppure, lo ripeto, di nulla

scemava la stima e cordialità sua verso la moglie, fenomeno che mi

arresterei a spiegare se fosse più raro.

Mesi interi egli si teneva lontano dalla città; anche quando vi stava,

occupato tutto alla Corte e nei crocchi brillanti, ben poche ore gli

avanzavano di rimanere a fianco della sposa. Allorchè a questa toccò

il dolore di veder morto il suo dolcissimo padre, il Pusterla viaggiava col

principe fuor di paese, nè accorse a consolarla, pago d'inviarle per

iscritto quelle condoglianze, che sì poco ristorano quando non escono

dal labbro stesso della persona diletta.

Al contrario Buonvicino, in quella sventura si mostrò vero amico alla

Margherita, o fra sè disapprovando la trascuranza in che pareva

lasciarla lo sposo, raddoppiò con essa di affettuose attenzioni, piene

di un nobile e disinteressato sentimento di pietà.

Ma dalla pietà all'amore è pur breve il tragitto! No: nessuna lusinga

può tanto sedurre, quanto la lagrima sull'occhio della bellezza, quanto

il piacere di poterla tergere e consolare. La graziosa e muta riconoscenza

onde Margherita accettava le sue cure, gli abbandoni che sono così

naturali negli istanti del dolore, toccavano vivamente Buonvicino, che

sentivasi beato di aver acquistato i minuti diritti dell'affezione; e la

conformità di sentimenti, di opinioni, di simpatie, i lanci di

magnanimità, di commiserazione, più ribadivano in lei l'amicizia, in

esso la passione. Perocchè vera passione ormai lo legava alla donna, e

più s'infervorò quando la vide madre, madre del più caro bambino,

in cui scorgeva incarnate tutte le contentezze dipintegli in altri giorni

dalla sua fantasia; quando la vide adempiere i nuovi doveri della

maternità con un affetto allegro, coraggioso, scevro di orgoglio e di

ostentazione.

La Margherita, in tutti i modi di esso non ravvisava, non voleva ravvisare

se non una continuazione della bontà con cui già da fanciulla egli la

riguardava; altamente poi sentivasi persuasa della virtù del cavaliero,

nè quindi manteneva il riserbo contegnoso e severo, a cui certamente

sarebbe rifuggita, se punto si fosse accorta ch'egli tendesse a inspirarle

un sentimento, che più non poteva essere se non colpevole. Ma gli occhi

di un amante sono pur facili ad illudersi. Le piccole cortesie, le

delicatezze d'animo gentile, le ingenue confidenze e passionate della

Margherita, parvero lasciar a Buonvicino trapelare nell'avvenire della sua

passione qualche speranze, speranze la cui natura egli stesso ignorava, non

voleva esaminare; o che, se pure le investigava, non gli pareano che

innocenti. Tradire l'amico, contaminare una donna, ch'egli ammirava ancor

più di quel che l'amasse, che anzi amava appunto perchè l'ammirava,

non era pensiero che gli sorgesse tampoco; nulla meglio ambiva che poterle

dire come egli ardesse per lei, narrarle quanto amò, quanto patì;

mostrarle come non l'avesse ingannata allorchè giovinetta gliene faceva

un mistero, facile a penetrarsi, e perchè e con quanti spasimi avesse da

lei divelto il cuor suo, o almeno tentato; il sommo de' suoi desiderii era

poter conoscere ch'essa ne pigliava in grado l'amore, che non le dispiaceva

il sapersi da lui adorata, che era contenta dedicasse a lei le cortesie

cittadine, e le imprese cavalleresche, in cui più sempre egli si sarebbe

segnalato.

Così a lui pareva, e così era fors'anche: sebbene questa sia la

larva, sotto cui comunemente la passione si travisa per iscusare il primo

passo,--quel primo passo, che poi ad un altro e ad un altro ne porta, di un

modo che sembra inevitabile necessità.

Vero è che Buonvicino, nei momenti in cui la ragione prevaleva,

accorgendosi di queste illusioni, aveva sperimentato varie guise per

distogliere l'animo dal riprovevole sentimento. Viaggiò alcun tempo, ma

presto ritornò, persuaso che la lontananza fa come il vento, spegne le

fiammelle, avviva gli incendj. Cercò distrazioni nel mondo, nei

divertimenti; ma come gli parea muta, scolorata ogni allegria, non divisa

con lei! come, al confronto della vanità, dell'egoismo, della sozzura

sociale, più soave e cara gli tornava l'immagine della Margherita!

Pregò anche, ma ella ponevasi inevitabile fra lui e Dio, come la più

bella creatura di questo. Tutto insomma tentò, eccetto quello che pur

sentiva unico rimedio: la fuga assoluta.

Tra la forza dunque dell'amore e la persuasione dell'innocenza di esso,

Buonvicino deliberò scoprirsi alla bella. Ma con parole, ma di presenza,

invano l'avrebbe tentato. Egli, che sempre aveva taciuto con lei

allorquando tale affetto era incolpabile, allorquando presumeva che

verrebbe aggradito, come indursi ad aprirglielo ora, quando aveva ragione

di tremare sul modo onde verrebbe accolto? Ricorse pertanto a quei mezzani

partiti, che sono il ripiego di chi non osa afferrarne uno, e stabilì

rivelarglielo per lettera. La meditò lungo tempo, la scrisse, la

cancellò, tornò a scriverla, a cancellarla ancora: s'accingeva, poi a

mezzo pentito, gettava la cannuccia; ricominciava, ripentivasi; nessuna

frase era abbastanza calzante:--mai verun brano di pergamena non fu

siffattamente tormentato.

Alla fine gli venne compita: e tra che l'amicizia ond'era avvinto alla

famiglia, rimoveva ogni sospetto: tra che il Pusterla, tutto degli affari e

degli spassi, consumava fuori il più della giornata, egli potè senza

timore affidare ad un valletto lo scritto da recare a Margherita.

Ma, dal momento che questo pose il piede fuor della casa, quale tempesta

nel cuore di Buonvicino! quante immagini! quante timori! quante speranze!

Come avrebbe voluto non aver fatto quel passo! come avrebbe voluto averlo

fatto altrimenti! Come ogni parola, ogni frase, ogni concetto della scheda

fatale gli ritornava innanzi quasi un delitto, e col pentimento e

l'emenda!--Pure, chi sa?--sentiva ragionarsi nella mente.--Forse il

valletto se ne dimenticherà; forse non l'avrà trovata in casa; forse,

occupata con altri, e non glielo consegnò. Me lo riporterà questo

viglietto:--voglio lacerarlo, bruciarlo, e.... No, mai più, mai

più.--Fuggirò... andrò lontano lontano, ove più non possa

intendere il nome suo: me la strapperò dal cuore; almeno ne

offuscherò l'immagine con altri amori, con altre cure, con altri stenti,

con altri piaceri... Ma tutto questo perchè?... non è ella meritevole

d'ogni bene? non è la più avvenente, la più nobile, la più

gentile fra le donne?--un angelo? E se io mi sono sollevato fino ad amarla,

non è dritto che io soffra per così degno oggetto? v'è fatica che

compensi un premio qual sarebbe la benevolenza di lei?--E se io

l'ottenessi? se non le fossi discaro? se me lo dicesse?--No, no;

impossibile, impossibile! Sciagurato che fui a tentarla, a turbarne la

pace! Torni, torni il messo.--Potessi richiamarlo! potesse riferirmi che

non gliel'ha consegnato.

Così tempestava l'animo di Buonvicino nel tempo necessario perchè il

valletto giungesse da casa i Visconti, ov'egli dimorava, sino al palazzo

dei Pusterla alla Palla, e ne tornasse. Non v'erano oriuoli che gliene

misurassero i minuti, ma glieli misurava un affannoso battito del cuore,

una violenta successione di idee, che glieli facevano parer eterni.

Passeggiava di su, di giù pel gabinetto, tendeva le orecchie ad ogni

più sottile rumore; quel ritardo non v'era cosa che non gli lasciasse

fantasticare. Ma sporgendo il capo dalla finestra, dischiusa a ricevere un

primo soffio della tepida aria d'aprile, ecco scorge il damigello di

ritorno. Ogni passo di questo su per lo scalone, era una spinta al coltello

che Buonvicino sentivasi fitto nel cuore. Quando lo vide sollevare la

portiera, ed affacciarsi, non gli resse il cuore di guardarlo in viso, non

che d'interrogarlo. Quegli fece un inchino, disse:--Consegnato nelle

proprie mani della dama»; ed uscì.

Questa parola, per naturale, per semplice, per aspettata che gli dovesse

riuscire, lo fe' raggricciare: e abbandonatosi a sedere, una nuova serie di

idee sorse a tormentarlo, l'effetto che lo scritto avrebbe a produrre

sull'animo di Margherita. Perderne la stima sarebbe stato per lui quel che

di peggio gli potesse incontrare. Pure, lusingava sè stesso col

ripetersi che la lettera non era tale da meritargli un così acerbissimo

castigo.--Dunque,--chi sa?--forse l'ha aggradita; forse una risposta

gentile mi prepara; forse la prima volta che la vedrò, mi lascierà

intendere che non le dispiacque.--Oh! sapere che ella mi ama! sentirmelo

dire di sua bocca!--vedermelo anche solo mostrato da que' suoi occhi, che

sanno dire quanto e più che le parole! Questo, questo basterà a

colmare la felicità mia per tutta la vita. Quanta sollecitudine allora

per compiacerla d'ogni suo desiderio! In prodezze d'armi, in cortesie

d'onore; che non farò io per venir più sempre in grado alla donna

mia, per rendermi di lei sempre più degno?--Ma... e se fosse il

contrario? se si adontasse? e mi credesse scellerato?... seduttore?...

Giovani miei coetanei, che venti fiate vi trovaste a passi somiglianti,

eppure senza tante agitazioni; che freddamente meditaste la seduzione, e

celiando ne aspettaste il risultato, voi sorridete al vedere un cavaliero

siffatto, commosso nell'animo da tanta procella, e vi pare di là del

naturale. Ma, giovani coetanei miei, una mano sul cuore: se questo somiglia

al suo, se gli oggetti in cui ne avete collocato i volubili desiderj

somigliavano alla Margherita, allora deridete pure il mio cavaliero.

Margherita Pusterla: Racconto storico · 第 11 / 62 题