I sogni e l'incosciente nel genio.

Un fatto curiosissimo, che primi, forse, Sergi e Renda[32] avvertirono,

è la grande influenza che ha l'incosciente nell'opera del genio,

influenza così grande da superare di molto quanto si osserva negli

ingegni normali.

1. _Sogni nei genî_. — E, prima di tutto, è straordinaria la parte che

prendono i sogni nella creazione dei genî.

Tutti sanno che nel sogno Goëthe ha sciolti gravi problemi scientifici

e dettati bellissimi versi, come La Fontaine (fra cui la _Favola

dei piaceri_) e Coleridge e Voltaire. B. Palissy ebbe in sogno

l'ispirazione di una delle più belle sue ceramiche.

Le molte e profonde osservazioni di Dante sui sogni ci fanno

intravvedere quanto grande fosse la sua attenzione sui sogni, certo

maggiore e di molto che negli altri uomini, perchè in lui i sogni

devono aver fatto un'enorme impressione. Infatti, egli pel primo, ci

ha rivelato come nel sogno a volte si sogna di sognare, come nel sogno

qualche volta si mutano i pensieri in immagini, come i sogni siano

qualche volta premonitori.

Altrettanto vedo nelle _Confessioni_ di Daudet e del Maury: "Io ho —

dice il Maury — in sogno avuto dei pensieri, dei progetti, l'esecuzione

e la direzione dei quali dinotava altrettanta intelligenza quanta io ne

possa avere da sveglio; anzi io ho avuto in sogno idee, ispirazioni,

che mai da sveglio erano pervenute alla mia coscienza. Così in un

sogno, in cui mi trovavo in faccia ad una persona presentatami due

giorni prima, mi venne sulla sua moralità un dubbio che non avevo

avvertito nella veglia".

Daudet creò in sogno questi versi:

_A Julie_.

Ainsi ne faut-il quand oyrrez l'heur' suprême

Vous despiter ni pleurer, ni crier;

Mais ramenant vos pensées en un même,

Ne faire qu'un de tout ce qui vous aime

Regarder ce: joindre mains et prier.

(_Notes sur la vie_, 1890).

Charles Richet una volta pubblicò un suo sogno un po' modificato

sotto forma di racconto per fanciulli; Muratori in sogno improvvisa

un pentametro latino; Klopstock confessa d'avere avuto un grande aiuto

dai sogni nella composizione del suo _Prometeo_. Cardano diceva poter

provocare l'estasi a volontà; ma solo però nel letto o poco prima

o poco dopo del sonno. Una volta, per esempio, essendo colto verso

il mattino in letto dall'estasi, ed egli destato e postosi eretto,

l'estasi sparve; tornato a giacere, riapparve; e si fu allora che egli

si credè di precisarne la sensazione, e la disse un lieve spiro che non

proprio nel cuore, ma più sotto gli palpitava, ecc. Anzi, sembra che

alcuni sogni eccitanti gli lasciassero una specie di estasi. In sogno,

egli dichiarava d'aver ideato e composto molte sue opere, per esempio

quella sì luminosa: _De varietate rerum_, e quella: De_ subtilitate_.

"Un dì, nel 1557 — narra egli nei _Somniis Sinesiis_, capo IV —,

parvemi udire delle armonie più soavi; destatomi tosto, mi trovai in

capo risolto un mio problema sulle febbri (perchè ad alcuni letali,

ad altri no), a cui invano avevo pensato per 25 anni". Holde compone,

sognando, _La Phantasie_, che riflette nell'armonia la sua origine, e

Nodier creò _Lidia_ e, insieme, tutta una teoria sulla sorte futura del

sogno. Condillac nel sogno perfezionò una lezione interrotta la sera.

Krüger, Corda e il Maignan risolvettero nel sogno problemi e teoremi

matematici. Stevenson nel _Chapter on Dreams_ confessa che le sue

novelle più originali furono composte in sogno. Tartini ebbe nel sogno

una delle sue più portentose ispirazioni musicali: "Era — racconta egli

— d'aprile, e dalla finestra semi-chiusa della cella entra un acre

venticello; d'un tratto le sue palpebre si abbassano, si chiudono,

gli par di scorgere un'ombra che gli si drizza davanti. È Belzebù in

persona; fra le mani tiene un magico violino, e la suonata comincia:

è un adagio divino, tristamente dolce, è un lamento e un succedersi

vertiginoso di note rapide, intense". Il Tartini si scuote, si leva,

afferra il suo violino e riproduce sul magico strumento quanto in sogno

aveva udito suonare. La suonata ebbe il nome di _Suonata del diavolo_,

uno dei migliori suoi capolavori.

Anche Giovanni Duprè nel sogno concepisce il bellissimo gruppo della

_Pietà_. In una giornata estiva, calda e afosa, il Duprè stava sdraiato

sul divano e pensava, preoccupato della posa che avrebbe potuto dare

a Cristo; si addormenta, e nel sonno vede l'intero gruppo, ormai

compiuto, col Cristo, in quella stessa posa ch'egli anelava, ma che la

mente sua non era riescita a fissare completamente.

La Beecher-Stowe confessava che il suo celebre romanzo: _La capanna

dello Zio Tom_, lo copiò tutto da visioni suggestive; nemmeno i

particolari fece di suo capo; non avrebbe, per esempio, voluto far

morire la bimba Eva, ma pure, con sommo suo dolore, dovette raccontarne

la morte, dopo di che rimase quindici giorni senza scrivere. Come

dovesse morire lo Zio Tom le fu rivelato al punto solo di scrivere;

perciò anche nella prefazione dichiarò non essere la vera autrice del

romanzo[33].

J. W. Cross scrive nella _Vita di George Elliot_: "Essa mi raccontava

che quelli, che essa considerava come i suoi migliori scritti, erano

effetto di un'estasi, di un non so che, che si impossessava di lei,

e di cui si sentiva non essere più altro che uno strumento passivo,

attraverso al quale lo stesso spirito agiva e parlava"; il che deve

porsi in rapporto con quanto Barret C. B. Alexandre osservava in

George Elliot[34] durante la fanciullezza, preda a terrori notturni, a

parossismi e cefalee che le rimasero per tutta la vita.

Il De Sanctis, nel suo lavoro _Sui sogni_, narra di Gerardo di Nerval,

che, nelle ultime settimane di sua vita fortunosa, quando era intento

a scrivere _La rêve et la vie_, spesso — egli stesso confessa — si

sentiva trascinato nella sfera dei sogni, posseduto interamente da _un

altro_ che lo rapiva al mondo reale. E, secondo confidò a Flaubert,

qualche cosa di simile accadeva a George Sand: "Quando scriveva,

non era lei a scrivere, ma era l'_altro_ che la prendeva, che la

inondava, che la possedeva tutta; quando l'_altro_ mancava, taceva

l'inspirazione".

Recentemente il Cabaneix, nel suo curioso lavoro: _Le subconscient

chez les artistes_, ci ha mostrato come il subcosciente nel sogno

e nella dormiveglia abbiano un'immensa parte nell'opera artistica,

sia con immagini ipnologiche, come in Maury, Tolstoi, sia con

vere allucinazioni, come in Palissy, Richepin, o in una specie di

sonnambulismo vigile, come in Socrate, Blacke, Mozart; molti scrittori

contemporanei, da lui consultati, come Mauclaire, Saint-Säens, Janet,

Sully, gli confessarono essere il subcosciente il fermento della loro

creazione.

L'egregio dottore Arturo Morselli trova tutto ciò in opposizione con

le mie teorie che riuniscono il genio al tronco dell'epilessia, perchè,

secondo il citato lavoro di De Sanctis _Sui sogni_, gli epilettici, al

contrario dei genî, sognerebbero assai poco; senonchè egli dimenticava

che se il De Sanctis trova scarsi i sogni in 10 su 45 epilettici (V. §

1º), con attacchi completi, egli li trova invece ben più frequenti, 16

su 21, quasi 80% negli epilettici psichici o con attacchi incompleti,

che sono i soli con cui i genî devono paragonarsi[35].

"Nell'epilessia classica, anzi — aggiunge De Sanctis —, pare si debba

l'attacco notturno stesso ad allucinazioni oniriche; certo i sogni

producono fenomeni psichici gravi, ed in quelli a piccolo male i

sogni rinforzano le nevrosi. Di 20 epilettici a piccolo male, 10 hanno

ricordo minuto, 1 eccessivo".

Anche secondo Kalischer, varie forme di epilessia si svolgono in una

serie di sogni.

La frequenza e l'imponenza del sogno nell'epilessia psichica mi

è provata, anche, dalla esagerata vivacità che hanno i sogni nei

criminali-nati, come constatavano il Dostoiewsky nella _Casa dei morti_

e lo stesso De Sanctis, postochè dalle mie ricerche anch'essi sono una

varietà dell'epilessia psichica[36].

2. _Distrazioni e amnesìe dei genî_. — La grande influenza del sogno

nel genio si spiega col predominio che ha in lui l'incosciente. Ed è

appunto coll'esagerato dominio di questo che si spiega pure come il

genio vada soggetto a distrazioni e amnesìe, che giustamente ricordano

l'assenza epilettica. — E qui gli esempi sono anche troppi.

"Un giorno — scrive il dott. Veretz[37] — Meissonnier disse a Dumas:

"Se Giraud non è morto, devo averlo incontrato ieri, eppure non l'ho

conosciuto e l'ho salutato freddamente; dopo mi ricordai che era

il viso di un amico, ed ora capisco che dev'essere lui"; e corse a

chiedergli scusa".

Grossi distrugge nel cesso molte pagine del suo _Marco Visconti_. E

Torti esce dalla sala di conversazione con due cappelli in mano, e va

cercando per tutto il suo cappello (_Stampa_, S. Manzoni, vol. II).

Walter Scott, udendo cantare in un salotto alcuni versi, disse: "Sono

roba di Byron", ed erano suoi. Carlyle a Fronde, che voleva pubblicare

le sue _Memorie_, diceva "che aveva dimenticato tutto quanto aveva

scritto in proposito".

Stranissime erano le distrazioni di Manzoni, tanto più che egli era

dotato di meravigliosa memoria, così da, saper a mente tutto _Virgilio_

ed _Orazio_ (Vedi vol. I).

In mezzo ad una disputa di materia storica, gii viene in mente di

guardare che cosa dice in proposito il Gibbon, e trova il volume...

postillato proprio lì da se stesso. "Ecco che cos'è la mia memoria!",

esclama poi ridendo.

Un'altra volta spedisce un libro ad un amico "per la posta a foggia

di lettera", cagionando una spesa inutile e relativamente grave al

destinatario, a cui deve poi chiederne perdono.

Scrivendo al Fauriel, gli accenna a un lavoro che quegli avrebbe tra le

mani sopra gli stoici; l'amico, il quale pensa agli stoici come al Gran

Turco, casca dalle nuvole; ed egli se ne scusa in questo modo: "_Je ne

sais pourquoi je vous ai parlé des stoïciens, quand je savais très bien

que c'est à ce discours que vous travaillez. Mais c'est que je parle

quelquefois comme un oison_".

Dimenticanze e distrazioni gli avveniva di commettere persino in

ciò che più dappresso riguardava i suoi studi: nelle note storielle

premesse all'_Adelchi_, dopo il cenno del matrimonio di Desiderata o

Ermengarda, figlia di Desiderio con Carlo Magno, aveva scritto che: "le

cronache di quei tempi variano perfin nei nomi, quando però li dànno".

Federico Odorici lo avvertì che ambedue i nomi in tedesco significavano

"figlia di Desiderio", e che perciò erano identici. Il Manzoni

ringraziò e promise di sopprimere nella nuova edizione l'immeritato

rimprovero a' cronisti; ma poi se ne dimenticò, ed ebbe a scusarsi

della sua "scappataggine" presso l'Odorici.

Una volta, conversando con un amico, citò una sentenza che gli pareva

bella, ma non si rammentava più dove l'avesse trovata. "Sfido! — gli

disse l'amico; — è vostra!" (_Dialogo dell'invenzione_); egli restò

confuso, corse al volume delle sue _Opere varie_, e rispose un po'

balbettante: "Quand'è così, la citazione non ha alcun valore", e mutò

discorso. Nè questo è il solo, nè il più sorprendente esempio della

sua davvero "portentosa" dimenticanza di ciò ch'egli stesso aveva

scritto. Una sera, narra il Fabris, a chi gli citava due o tre versi

del coro: "_Dagli atri muscosi_", ecc., egli disse non ricordare punto

quei versi. Un'altra sera una signora, che aveva recitato stupendamente

a Napoli la parte di Ermengarda, gli diede il proprio ritratto, con

sotto scritti alcuni versi di questo personaggio; invano i famigliari

gli ricordavano che erano suoi; egli sostenne risolutamente di non

averli mai scritti, finchè dovette cedere all'evidenza, "quando gli

additai — scrive Fabris — il luogo preciso della tragedia dove si

trovavano. Un'altra volta lo trovai circondato da un mucchio di libri,

e tutt'intento a cercare un passo di un autore, ch'egli aveva in mente:

e richiesto da lui se lo sapessi trovare, gli indicai una delle sue

opere, al che egli, stentando a prestar fede, andò a cercare il volume,

nè si acquetò fino a che non gli ebbi mostrata la pagina"[38].

Delle distrazioni di Ponchielli e Galuppi si fecero intere monografie.

Così — secondo Mandelli[39] — Ponchielli usciva alle volte in

uniforme e col cappello a tuba e in pantofole; piovendo, tenne più

volte l'ombrello chiuso, bagnandosi tutto; prendendo il caffè mentre

giocava, soleva spesso gessare la stecca del bigliardo con lo zucchero,

disperandosi di non riuscirvi. Un giorno è invitato a pranzo; egli va

invece all'ora indicata alla trattoria, dove sta mangiando gli ultimi

bocconi, quando lo vengono a cercare; un altro giorno mangia con un

suo invitato, vicino ad un colonnello che non conosceva; gli prende

il vino e se lo beve tutto; e quando il colonnello ordina una seconda

bottiglia, egli ne fa le più alte meraviglie. Recandosi a Lecco, mentre

passa per una via, infila una bottega da barbiere e batte il capo su un

cristallo, credendo svoltare in una via vicina. Un'altra volta entra

in un caffè, beve il caffè di un vicino di tavola e, per soprassello,

intasca il danaro da questo depositato per il pagamento: dovendo

assentarsi dal Conservatorio di Milano, domanda il permesso al sindaco

di Cremona, che trova per via e da cui dipendeva anni prima come

maestro della banda musicale. Avendogli Usiglio telegrafato da Forlì:

"Gran successo della vostra _Gioconda_", egli risponde telegrafandogli:

"Congratulazioni pel successo delle _Donne curiose_" (che era un'opera

dell'Usiglio), e ne dirige il telegramma a... Ponchielli, Forlì.

Passeggia per un'ora intera sotto la galleria a Milano con un amico,

e dopo gli si volge all'improvviso: "Oh, buon giorno, da quando sei

qui?". "Ma come? Se da più di un'ora siamo assieme, e te n'accorgi solo

in questo momento?". Evidentemente era sotto un accesso amnesico. Il

mattino susseguente al successo di _Marion Delorme_ un amico lo ferma

e se ne congratula, ma egli dice: "Come? Bisogna vedere stasera quando

l'opera sarà andata in scena". Si dimenticava che era stata eseguita.

Beethoven dimentica un dì non solo il cappello, ma quasi tutti i

vestiti nel prato, sicchè all'entrata in città viene arrestato come

vagabondo scandaloso; spesso dimenticava le proprie composizioni,

che la cuoca adoperava per accendere il fuoco; non poteva toccare i

mobili senza romperli, compreso il pianoforte contro cui gettava il

suo scrittoio; entrato in un'osteria pel pranzo, spesso, invece di

mangiare, scriveva; indi domandava il conto, meravigliandosi poi, come

già accadde a Newton, di non aver mangiato.

Di Galuppi, il Francesco Pietro-Paolo[40] narra che recossi a

Monteleone con la figlia, e, accompagnatala in chiesa, ve la dimenticò

e si partì per ritornare a Tropea, lasciandola sola. Durante il

ritorno, poi, si ricordò di lei, ma, essendo vicino a Tropea, non potè

tornare a Monteleone. Possedeva nella vicina borgata di Caria una

proprietà estiva, e nella stagione vi si recava spesso; il viaggio

durava sempre il doppio dell'ordinario, perchè, non appena prendeva

la campagna, abbandonava le redini della giumenta, che si dava

tranquillamente al pascolo pei terreni coltivati. Sorpreso una volta

da un contadino, che aveva gridato invano ripetute volte per indurlo a

toglierla dal seminato, si avvide solo allora della lunga distrazione

a cui si era abbandonato; arrossì e, chiedendo scusa all'irritato

contadino, lo pregò di accettare un compenso per il danno commesso.

Spesso usciva anch'egli di casa con le pantofole o senza il cappello.

3. _Incoscienza nel genio_. — Ma a proposito del predominio

dell'incosciente nel genio, il critico più profondo delle mie

teorie, il Sergi, mi obbietta che l'incosciente, come l'esplosione,

non è esclusivo all'uomo di genio, trovandosi anche nelle persone

volgari: senonchè posso rispondergli, come già a quanti obbiettavanmi

spesseggiare i suicidi, la pazzia, la nevrosi, oltre che nel genio,

anche nell'uomo comune, che, essendo umani anche i genî, hanno

naturalmente i caratteri degli altri uomini; ma è la proporzione

intensa in cui vi si trovano l'incosciente e l'esplosione che varia.

Ed è sopratutto grande la differenza negli effetti utili; mentre

l'incosciente nell'uomo del volgo vi darà un lavoro di poca importanza,

un saluto, un augurio e, alla peggio, un pugno o una bestemmia; grazie

alle cellule psichiche più numerose, qui vi darà la teoria della

gravità, la battaglia di Marengo, o la _Sonata del diavolo_.

Il lavoro mentale, osserva giustamente Saint-Paul[41], è compiuto

in gran parte dal cervello senza che noi ne abbiamo coscienza; siamo

come il filo elettrico che trasmette il segno, ma che non avverte cosa

questo segno significhi, nè cosa dirà combinato con altri segni. Noi

trasmettiamo una sensazione al cervello, e questa sensazione viene

elaborata, trasformata in pensiero.

L'uomo, insomma, è una specie di _medium_ del cervello; e a quei

che domandano perchè — se un'opera d'arte è il frutto d'un pensiero

meccanico quasi istintivo — tutti non producano opere d'arte, si

potrebbe ben rispondere che non tutte le persone potrebbero essere

_medium_.

Che il genio crei inconscio, sotto l'impulso di un istinto, fu notato

da molti genî stessi. Wagner scrive: "Nell'artista lo stimolo al creare

è affatto incosciente e istintivo, e perfin quando egli ha bisogno di

riflettere per dare forma d'arte all'immagine che ha intuito, non è

propriamente la riflessione che lo indurrà alla scelta definitiva dei

suoi mezzi d'espressione, ma sempre più un impulso istintivo" (_Musica

dell'avvenire_).

Il grande scultore Leonardo Bistolfi spiegava alla mia Paola[42]:

"Quando creo, non so mai bene cosa voglio fare: prendo della terra

e lascio che le mie mani tastino, facciano, per ore, per dei giorni

interi; non riesco a nulla; ad un certo momento basta che io sposti

l'argilla per capire che cosa debbo fare e a un tratto vi trovo dentro

quello che cercavo confusamente"; ed egli mi raccontava poi come,

avendo dovuto fare un monumento sepolcrale, andò a vedere il posto in

cui il monumento doveva sorgere, nel cimitero di un villaggio, e sentì

una certa impressione particolare. Dopo qualche tempo egli fece un

bozzetto (che fu poi la _Sfinge_), le cui difficoltà erano immense;

egli non poteva capacitarsi del perchè si sentisse così ciecamente

spinto a fare una cosa che tutti gli dicevano aver proporzioni assurde;

il che anche a lui pure pareva: la testa era piccola, la persona

troppo lunga; solo quando la statua fu portata al suo posto, egli capì

perchè l'avesse fatta così: così, infatti, la volevano il posto, il

paesaggio, le ombre, onde ottenere quella data impressione di riposo,

di pace: il pensiero incosciente aveva dunque sempre avuto dinanzi

agli occhi il posto e l'aveva spinto così ciecamente: gli pareva di non

rendersi ragione di ciò che faceva; ed invece egli ragionava giusto, ma

incoscientemente.

A questo proposito, del come, cioè, si compie inconscio il lavoro

mentale, sono interessanti a conoscersi certe risposte date al

Saint-Paul da molti studiosi, letterati ed artisti sul loro modo di

ricordare, concepire, scrivere, ideare. "La mia memoria — dice Zola —

fin da bambino era come una spugna che si gonfia e poi si vuota. Quando

io evoco gli oggetti che ho veduto, li rivedo tali e quali con le loro

linee, le loro forme, i loro colori, i loro odori, i loro suoni; è

una materializzazione ad oltranza: il sole che le illumina quasi mi

accieca, il loro odore mi soffoca, i dettagli mi si appiccicano e mi

impediscono di vedere l'insieme, e, per riaverlo, mi occorre che passi

un certo tempo; allora nell'insieme le grandi linee si staccano nette.

Questa possibilità di evocazione non dura, mentre l'immagine è di una

esattezza, di una intensità immensa, ma poi sbiadisce, sparisce... e se

ne va".

E Coquelin, il grande attore francese: "Ho notato questo: leggo un

dramma dove io ho una parte; allora vedo venire il personaggio vestito,

vivo, coi suoi gesti, i suoi _tic_, il colore del suo vestito. È una

rievocazione, una visione immediata. Comincio a studiare la parte;

per tutta la durata di entrata nel cervello, di immagazzinamento nella

testa (periodo della parte imparata a memoria), la visione sparisce. Io

son pieno di inquietudini, di turbamento; passano dei giorni, il lavoro

di gestazione si compie in me. La mattina, ad un tratto, la visione mi

ripassa, il personaggio è tornato; lo porto a teatro e mi fa manovrare

come vuole".

Henaut confessavagli: "Io ho spiccatissima la cerebrazione incosciente:

essa procede in me esattamente come qualcuno che cerca risolvere un

problema algebrico e che, una volta trovata la equazione, la scrive

sulla lavagna. Per questo, mentre scrivo, i miei pensieri prendono

un'espressione precisa e spesso definitiva; non faccio quasi mai

una seconda copia: quando la bisogna non corre, strappo la pagina

incominciata e la ricomincio".

Un altro poeta celebre: "Io ho scritto molti versi, commedie, ecc.,

ma mi è impossibile di creare immediatamente su un tema dato, anche

molto chiaro, qualche cosa. Il concetto generale, che è venuto alla

mia mente sotto forma di parola, di un titolo, deve restarvi per un

tempo più o meno lungo; un periodo di cristallizzazione cerebrale, di

incubazione latente, assolutamente latente nel senso che io non lavoro

il mio soggetto, non vi penso più e non mi ritorna in mente che come un

dato indeciso, mi è indispensabile. Quando il frutto è maturo; lo sento

istintivamente; prendo la penna e sboccia come una da sorgente".

Rambusson confessa: "Mi par qualche volta che io non intenda le parole

e non ho coscienza di quello che dicono se non quando esse mi passano

sulle labbra. È come un nascere spontaneo del pensiero".

E un altro ancora: "Io mi meraviglio qualche volta dell'espressione di

quello che ho detto; non sapevo di doverlo dire".

Un altro: "Io son sempre meravigliato dello sviluppo che in qualche

modo naturalmente ricevono da me cose che mi parevano mal preparate".

Guglielmo Lunet scrive: "A mano a mano ch'io scrivo, i personaggi

assumono il loro carattere, gii episodi mi nascono, per così dire,

sotto la penna coi dialoghi, le scene, il dramma; esso mi si svolge,

insomma, mentre scrivo come se una parola ne portasse un'altra, e il

mio pensiero scritto un altro pensiero".

"Nello scrivere — dichiarava Leopardi — non ho mai seguito altro che

una ispirazione o frenesìa, sopraggiungendo la quale, in due minuti io

formava il disegno e la distribuzione di tutto il componimento. Fatto

questo, io soglio sempre aspettare che mi torni un altro momento di

vena, e, tornandomi (il che ordinariamente non succede che di là di

qualche mese), mi pongo allora a comporre, ma con tanta lentezza che

non mi è possibile terminare una poesia, benchè brevissima, in meno di

due o tre settimane. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi

nasce da sè, più facilmente escirebbe acqua da un tronco che un solo

verso dal mio cervello".

Questa, che Leopardi chiamava una sua infelicità particolare, fu

comune a parecchi altri genî. È meravigliosa la rassomiglianza di

questa descrizione del poeta del dolore, con quella che la Sand fa del

musicista del dolore, il Chopin, la cui opera spontanea e miracolosa,

non cercata, non preveduta, cadente sul piano improvvisa ed intera,

soggiaceva poi a mesi e settimane di revisione pei dettagli. Essa

provocava nell'autore sforzi inauditi, durante i quali, chiuso in una

stanza, passeggiava, piangeva e rompeva le penne[43].

Questo svolgersi di fenomeni inconsci nel genio fu sintetizzato

indirettamente dal Mach[44].

"Quando la mente ha più volte contemplato il medesimo soggetto,

aumentano le probabilità di occasioni favorevoli, tutto ciò che può

riferirsi od adattarsi all'idea dominante acquista maggior rilievo,

e tutto ciò che e estraneo, a poco a poco si ritrae nell'ombra e

più non torna a turbare l'intelletto; allora può avvenire che tra le

immagini prodotte in gran copia dalla fantasia abbandonata a sè stessa

e quasi allucinata, risplenda di luce improvvisa quella che esattamente

risponde all'idea, all'ispirazione od all'intenzione predominante.

"Quando ciò avviene, ciò che in realtà si è prodotto per via d'una

lenta selezione sembra essere il resultato di un altro creatore. Così è

facile comprendere come Newton, Mozart, Wagner potessero affermare che

le idee, le melodie, le armonie affluivano spontanee alla loro mente e

essi non altro facevano che ritenerne il buono e il meglio".

"In sostanza — scrive. Renda[45] — i fattori propri ai fenomeni

mentali normali concorrono anche nella ideazione geniale, precedendo

e seguendo l'elemento specifico del genio, preparando i materiali ed

elaborandone successivamente il prodotto; ma l'elemento specifico del

genio è la cerebrazione incosciente, rapidissima, non arrestata da

ostacoli logici, o da presupposti scientifici, e per cui, confluendo

liberamente, associandosi senza freno le idee e le immagini, si vanno

stabilendo tra esse, di un tratto, rapporti nuovi. La conclusione può

essere una profezia o un delirio, o l'una e l'altra contemporaneamente;

ma il processo è il medesimo.

"L'elemento specifico del genio è l'estro, effetto della perturbata

funzione inibitrice, come avviene nel sonno ipnotico o nell'ebbrezza,

tanto spesso accompagnate da una genialità transitoria.

"L'ideazione geniale ha un'origine soggettiva o emotiva, caratterizzata

da una sensorietà delle immagini, come avviene in alcuni pazzi

o nei popoli primitivi. L'origine emotiva, ed insieme dal fondo

dell'inconscio, si mostra, per esempio, nel caso che un inventore

pieno di note degenerative ne confessava come gli stimoli a costrurre

dei meccanismi preziosi, da lui scoperti nel telegrafo, erano stati

il senso di fastidio prodottogli dal rumore di un trasmissore e

l'irritazione prodottagli dalla poca adattabilità delle sue dita a

una tastiera. Ambedue gli davano un confuso senso di difetto che,

rimasto un certo tempo latente, provocò l'idea dell'invenzione per

una secondaria integrazione dell'intelligenza e della coltura sua.

Gli stati organici partecipano come stimoli alle creazioni che hanno

bisogno di eccitamenti speciali, che ora sono il vino, ora sono le

emozioni erotiche, ora, come vedremo in Helmoltz, è una irritazione

prodotta dalla meningite, dall'idrocefalo. La natura organica

dell'estro, i fenomeni fisiologici, le emotività che l'accompagnano

provano che grande vi è la partecipazione della vita inferiore, ossia

dell'inconscio.

L'incosciente domina dunque sovrano nell'opera del genio assai più

che in quella dell'uomo medio e con frutti assai più grandiosi,

naturalmente perchè esso vi dispone di gruppi cellulari corticali assai

più attivi e più numerosi che negli altri uomini.

E forse la soluzione del quesito che si pose innanzi con tanta

genialità Fogazzaro (_Dolore nell'arte_), perchè i fenomeni dolorosi

siano tanto più fecondi di ispirazioni artistiche in confronto dei

lieti, sta nel fatto che quelli (eccettuando però gli erotici) si

addentrano più assai nell'incosciente, mentre i gioiosi si sfogano in

riflessi rumorosi, ma superficiali, col grido, col canto, coll'orgia.

Intanto il predominio immenso dell'incosciente nell'opera del genio

conferma l'ipotesi dell'identità di questo con l'epilessia psichica,

che si può dire tutta una serie di attività psichiche incoscienti.

Nuovi studii sul genio vol. II (Origine e natura dei genii) · 第 19 / 55 题