CAPITOLO I.

Sull'unità del genio.

Fra i cento e più critici che tartassarono la mia teoria sul _Genio_,

uno solo mi ha segnalata una vera, capitale lacuna: il Sergi: quando

mi obbietta, nel _Monist_, che io ho sì illustrata e, forse, rivelata,

la natura del genio; ma non ho spiegato come sorgano le varietà così

differenti dei genî. Non già — egli intendeva — che i genî differiscano

essenzialmente fra loro per qualità. L'eccellere nella pittura

piuttosto che nella matematica o nella strategia, non cambia punto

la natura dei genî; come il variare nel sistema di cristallizzazione

romboedrica o esaedrica non cambia la natura chimica del carbonato

calcare, essendo in tutti comune l'esplosione, l'intermittenza, la

creazione del novo e, sopratutto, l'estro.

Ciò, per quanto le parvenze vi fossero contrarie, ci venne chiaramente

provato anche dai più insigni pensatori.

Così il Mach[1] notava: "Come già Giovanni Müller e Liebig affermarono

arditamente, le operazioni intellettuali degli scienziati non

differenziano sostanzialmente da quelle degli artisti. Leonardo da

Vinci può esser posto tra gli uni e gli altri. Se l'artista, con

pochi motivi, compone la sua opera, lo scienziato scopre i motivi che

penetrano nella realtà. Se uno scienziato, come Lagrange, è in qualche

modo un artista quando espone i risultati ottenuti, a sua volta un

poeta, come Shakespeare, è uno scienziato nella visione intellettuale

che presiede all'opera sua. Newton, interrogato sul suo metodo di

lavorare, rispose che meditava a lungo sullo stesso argomento; e così

risposero D'Allembert e Helmoltz. Scienziati e artisti raccomandano

il lavoro tenace e paziente. Quando la mente ha più volte contemplato

lo stesso soggetto, aumentano le probabilità di occasioni favorevoli

alla creazione; tutto quanto può plasmarsi alla idea dominante acquista

rilievo, mentre quanto le è estraneo fugge nell'ombra. Così spicca di

luce improvvisa quell'immagine che esattamente risponde all'idea; e

mentre è effetto di lenta selezione, sembra il risultato di un atto

creativo; così si comprende come Mozart, Newton, Wagner affermino che

le idee, le armonie e le melodie affluissero loro spontanee ed essi non

facessero che ritenerne il meglio".

A sua volta Carlyle disse: "Non v'ha differenza sostanziale tra artista

e scienziato. Molti poeti furono insieme storici, filosofi e statisti;

Boccaccio e Dante furono diplomatici", e noi aggiungeremo che Leonardo

da Vinci, Cardano, come negli ultimi tempi D'Azeglio, Humboldt, Goëthe,

abbracciarono i campi più svariati dello scibile umano.

È un fatto notorio che molti grandi matematici furono o nacquero

da artisti; così vedo nella _Biografia di Beltrami_, redatta con

tanto amore dal Cremona (Roma, 1900), che il Beltrami ebbe avo un

abilissimo musico, e padre e zio pittori di merito, e madre nota per

belle composizioni musicali; egli stesso era pianista abilissimo,

come lo furono Sylvester, Codazzi e come lo sono Porro, Sciacci,

D'Ovidio; lo stesso Beltrami[2] dettò una specie di teoria sui rapporti

tra la musica e la matematica, pretendendo che il processo mentale

applicato alla musica fosse identico, o poco meno, a quello delle

matematiche; quasi che nell'uno e nell'altro fossero posti in azione

gli stessi organi. Codazzi, grande matematico e insieme pazzo morale

ed alcoolista, era un vero melomane: stava intere notti al piano; più

volte mi diceva che era sulla via di trovare un metodo per comporre

musica col mezzo della matematica; in fatto, però, soffriva e morì di

_delirium tremens_.

Meyerbeer, a sua volta, era un buon matematico.

E non citiamo Haller, Swedemborg, Cardano (Vedi sopra, vol. I),

che percorsero, scoprendovi del nuovo, i campi più disparati dalla

matematica e dalla chimica alla teologia e letteratura; perchè ci si

potrebbe obbiettare: che era facile allora abbracciare le regioni più

lontane dello scibile e anche trovarvi del nuovo, essendone la materia

ancora così circoscritta.

Se non che: se ai nostri tempi questo pare inverisimile, gli è perchè

si riflette anche nella concezione del genio quell'eccessiva divisione

del lavoro che si è infiltrata nella vita; per cui non riconosciamo

abbastanza i meriti dei genî multiformi e non ne accettiamo che alcune

delle doti unilaterali più appariscenti. Così nessuno ai suoi tempi,

anzi nemmeno ora, ha riconosciuto abbastanza il merito di Goëthe nella

filosofia naturale.

Una volta ammesso in Goëthe il grande poeta, ripugnamo a crederlo

grande naturalista e grande ottico. Così nessuno di noi riconosce

o ricorda le profonde attitudini politiche e scientifiche di Dante,

nè le letterarie e tattico-militari di Macchiavelli, nè le musicali

di Rousseau; e nessuno sa vedere in Leonardo da Vinci il geologo,

l'idrologo, il balistico, l'anatomico, o in Cardano il letterato, il

filosofo e il teologo[3]. Pure in nessun di questi casi la grandezza

del genio nei rami più disparati era giustificabile dalle condizioni

dei tempi: nè in questi casi vale più la scusa della divisione del

lavoro, nè l'obbiezione che lo scibile si riduceva a così poco da

potersi facilmente tutto abbracciare: perchè quei genî non solo avevano

percorsa tutta la scienza contemporanea, ma prevennero quella dei

nostri tempi, e alcuni, anzi, furonci coevi, come Goëthe, Humboldt,

Hæckel, Leopardi, D'Azeglio e Arago.

Nuovi studii sul genio vol. II (Origine e natura dei genii) · 第 8 / 55 题